Vi spiego perché scrivo sempre di Salvini
Mio pezzo per TPI.it
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Di solito accade quando c’è un momento di vuoto politico, accade perché cambiano gli scenari e perché i paradigmi ormai non funzionano più e riesce molto meglio quando c’è una crisi economica che accende una depressione sociale: qualcuno arriva al momento giusto, al posto giusto, con la faccia giusta, con il vocabolario giusto, con la giusta simpatia, con la giusta indignazione che viene espressa nel modo giusto e riesce ad avere un immediato e insperato seguito.
Inizia dicendo che lui non vuole rappresentare nessuno ma intanto piano piano si costruisce un cerchio magico, inizia un’organizzazione dei quadri dirigenti. Quando li intervistano dicono che non diventeranno mai un partito. Poi dicono che saranno solo un movimento, uno stimolo ai partiti. Poi decidono di partecipare alle elezioni, ma solo come movimento. Quando ormai sono un partito ci tengono a dire che non sono mica un partito come gli altri partiti e fanno finta di non sapere che tutti i partiti dicono così.
Poi accade che lo scontento (o comunque la spinta generale) non basti e non serva per fare politica. In politica tocca decidere: o si è d’accordo su una riforma o si è contro oppure si propone una strada intermedia. Bisogna scendere per terra, prendere posizione e ogni volta che non parli per concetti generali inevitabilmente scontenti qualcuno. Per intendersi : se 100 su 100 sono contro la povertà (facile, così) 30 la vorranno risolvere in un modo, 10 in un altro, 20 in un altro e 40 in un altro modo ancora. Così accade che perdi consenso. Normale, inevitabile, matematico.
Quando perdi consenso il partito che non doveva essere un partito si spezza in correnti (che poi sono quelli che vorrebbero risolvere la povertà in modi diversi, sempre loro) e quello che era il grande capo che ha avuto la bravura di cogliere l’attimo (all’inizio di quella storia) viene accusato di un calo di consensi che non è nient’altro che una trasformazione. Quelli che criticano il capo dicono di non volere mica fare i capi (si applica la stessa regola dei partiti che non volevano essere partiti) ma alla fine brigano per la caduta del leader e ovviamente per sostituirlo. Si crea una gran confusione e quel movimento è visto come un partito proprio come tutti gli altri.
Si creerà sfiducia generale verso la politica e ci sarà qualcuno che ricomincerà di nuovo.
Buon giovedì.
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Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.
Oggi di buongiorno tocca farne due perché l’ex ministro dell’Interno Salvini, probabilmente obnubilato dal digiuno, è riuscito a toccare il fondo ancora più in fondo del solito superando ogni potabile decenza mentre suonava al citofono di un privato cittadino colpevole, secondo le voci di quartiere, di essere uno spacciatore.
Un processo sommario e per direttissima in cui l’uomo dei pieni poteri si è attaccato al citofono come un venditore di scope elettriche accompagnato da una selva di telecamere e giornalisti plaudenti.
Qualche considerazione, veloce veloce: quanta vigliaccheria ci può essere nell’accusare in diretta di fronte a milioni di persone un uomo, dando nome e cognome, per sentito dire, accompagnato dalla scorta senza la quale Salvini non ha nemmeno il coraggio di lavarsi i denti (cit. il premio Campiello Andrea Tarabbia)?
Perché Salvini si attacca alla gola solo dei disperati e non citofona mai a un ‘ndranghetista (ce ne sono migliaia con sentenze passate in giudicato senza bisogno delle voci del condominio) chiedendogli «scusi lei è un mafioso?»
Perché Salvini non citofona ai poteri forti davvero forti come una multinazionale qualsiasi che devasta la nostra economia chiedendo «scusi, lei è un evasore?»
Perché Salvini teme i suoi processi, si inventa nuovo Silvio Pellico, e intanto sputa addosso agli altri addirittura le sentenze?
Perché le forze dell’ordine si prestano a insozzare la divisa seguendolo nelle sue scorribande?
Perché i giornalisti non si rendono conto che tutto questo orrore è ingrassato dalla nostra indignazione ma è tenuto in vita dal loro servilismo? Perché nessun giornalista ha messo Salvini di fronte alla brutalità del suo gesto piuttosto che farne la corte?
E soprattutto perché Salvini se la prende solo con i disperati, meglio se stranieri?
Perché quella è la sua dimensione, solo quella: il pubblico ubriaco di cattivismo, le telecamere, il condominio. La sua dimensione è quella del bulletto di periferia. Che vorrebbe essere Presidente del Consiglio.
Buon mercoledì. Ancora.
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Ieri ha girato molto il video di cui Elly Schlein, candidata alle elezioni regionali in Emilia Romagna con la Lista ER Coraggiosa e ex eurodeputata per Possibile, ferma il suo ex collega all’europarlamento Matteo Salvini per chiedergli perché la Lega non abbia mai partecipato alle 22 riunioni sui negoziati per la riforma del trattato di Dublino che blocca in Italia i richiedenti asilo. Matteo Salvini ha indugiato a lungo sul telefono, non ha saputo cosa rispondere e se n’è andato. Ma non è questo il punto.
Il video è stato condiviso diverse volte ed è stato ripreso da tutte le testate giornalistiche come se fosse accaduto qualcosa di straordinario degno di stare nella colonnina delle notizie sensazionali. E in effetti qualcosa di sensazionale c’è: una candidata alle regionali ha posto una domanda che Salvini (quello che è sempre in televisione, lo dicono le statistiche) non ha mai dovuto affrontare nel quintale di interviste che gli vengono fatte ogni giorno.
Un cittadino che chiede a un politico è un fatto che qui da noi genera clamore. Incredibile. Lo stupore che si è generato però fotografa perfettamente la pessima abitudine di vedere i nostri politici (vale per tutti) che sciorinano i loro monologhi accompagnati da giornalisti che si comportano come servizievoli camerieri. Non so se vi sia mai capitato ad esempio di vedere le dichiarazioni dei politici all’interno dei telegiornali: guardano in camera, ben pettinati e sistemati e provano e riprovano il tono della voce e la mimica facciale. Ogni tanto capita in qualche trasmissione satirica che vengano proposti anche i fuori onda: sono decine di prove e ri-prove come a un casting. Comunicazione unidirezionale: le interviste sono semplicemente dei post sui social un po’ più lunghi e detti a voce.
Se si potessero fare le domande si potrebbe chiedere di tutto, a tutti: si potrebbe chiedere al Pd come si sente dopo avere distrutto l’articolo 18 e avere demolito il mondo del lavoro, si potrebbe chiedere a Renzi com’era quella storia che chi se ne andava dal Pd doveva dimettersi dal Parlamento, si potrebbe chiedere a Berlusconi di chi sia stato tramite Marcello Dell’Utri nei suoi rapporti con Cosa Nostra, si potrebbe chiedere alla presidente del Senato Casellati come fosse quella storia di Ruby nipote di Mubarak, si potrebbe chiedere a Di Battista che fine abbia fatto il suo libro su Bibbiano, si potrebbe chiedere alla dirigenza di Leu come fosse quella storia della sigla elettorale che non era solo una sigla ma che si sarebbe fatta partito, si potrebbe chiedere a Giorgia Meloni come si può apparire nuovi dopo una vita intera passata in politica. Insomma, se ci pensate sarebbe una televisione molto più scoppiettante se si facessero le domande. Sarebbe un giornalismo più giornalismo se si facessero le domande. No?
Buon mercoledì.
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Che siate di destra o di sinistra, che siate sovranisti, che siate democratici, che impazziate per Bonaccini o Borgonzoni, che siate sardine o che siate in qualsiasi movimento che vorrebbe occuparsi di politica ecco qui quattro domande, facili facili, per uscire dal tunnel della propaganda e per valutare chi vuole fare cosa e soprattutto come.
I dati Oxfam e Eurostat danno numeri chiari, i numeri possiedono la bellezza di essere lì puliti da leggere e da interpretare.
Ad esempio, in Italia l’1% più ricco detiene la stessa ricchezza del 70% della popolazione. Metteteci anche che in Italia la povertà avanza e che si allarga il numero di persone che si trova a vivere al di sopra dei livelli minimi di dignità. Chiedete al vostro politico di riferimento: è giusto? È normale? E soprattutto: come si può risolvere questa situazione? Se vi basta vivere con la speranza di diventare quell’1% e se non ci trovate nulla di strano lasciate pure perdere.
Però qui c’è anche la seconda questione: il 23% degli under 29 versa in condizione di povertà lavorativa. La flessibilità del lavoro per molti è soltanto un impoverimento legalizzato. Chiedete al vostro politico di riferimento cosa ha intenzione di fare e come ha intenzione di farlo, quali siano le riforme che ha in mente e come potrebbero funzionare. Se non vi interessa, buon per voi.
Terza questione: in Italia crescono gli abbandoni scolastici. Eh sì, proprio così, l’Italia che si vantava di avere sconfitto l’analfabetismo ora subisce una preoccupante retromarcia. Se ne parla poco e spesso se ne parla male. Chiedete al vostro politico di riferimento: come si risolve? È normale? Quali sono gli strumenti per evitare la dispersione scolastica e inevitabilmente l’impoverimento culturale del Paese? Se non vi interessa, beati voi.
Ultima questione: c’è il 23,7% di differenza salariale tra uomini e donne. Persone che svolgono la stessa mansione nello stesso modo e per lo stesso tempo guadagnano diversamente in base al loro sesso. È normale? Va bene? Come si risolve? Chiedetegli anche questo. Se non vi interessa lasciate perdere.
Una nota di metodo: tutti i vostri politici di riferimento vi diranno che questi quattro punti sono una vergogna. Beh, crucciarsi non vale: i politici si valutano sulle proposte. Anzi a ben vedere il fatto che tutti i politici siano contrari a situazione che continuano tranquillamente a perpetuare non gioca molto a loro favore.
Buon martedì.
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Il mio pezzo per Fanpage
#leroedelgiorno
https://www.fanpage.it/attualita/giorgio-il-vigile-del-fuoco-colpevole-di-salvare-vite/

Siamo alle battute conclusive, Salvini andrà a processo per avere lasciato alla deriva una nave militare italiana (la Gregoretti) con l’intento di lanciare un segnale all’Europa e per potere fingere di avere chiuso i porti anche se mai i porti siano stati chiusi. Oggi è il giorno tanto atteso e si voterà per l’autorizzazione a procedere. Si alzerà molto fumo, ci saranno molte parole e regnerà il chiasso. Il chiasso fa comodo a tutti, sia a quelli che possono fingere di avere vinto (chissà che cosa, poi, mandando qualcuno a processo) e ci saranno quelli che potranno insistere nel fare le vittime.
Salvini è riuscito a fare il solito Salvini, del resto è schiavo di se stesso, e dopo avere citofonato in giro un po’ a tutti con il piattino in mano ora si è inventato che si farà processare perché l’ha deciso lui. Sono come i fidanzati che vengono lasciati ma alzano il divino per dire «però volevo lasciarti prima io». Una cosa così. E come accade spesso per quelli che sanno di avere torto ora il trucco sarà quello di rivendere il fatto di essere processato come un tentativo di condanna. Forti questi garantisti, solo quando riguarda gli altri.
Poi c’è il solito refrain de “il popolo è con me”, ora rilanciato con un “è un processo al popolo”. Come se davvero Salvini fosse convinto di essere proprietario del sentire comune e come se non si rendesse conto che nessuna giudica le sue convinzioni politiche ma lo Stato ha il dovere di giudicare i suoi comportamenti. Di tutti. Di lui e del suo popolo che troppo spesso negli ultimi mesi è stato protagonista del’Italia peggiore.
Però in tutto questo c’è un punto sostanziale: Salvini era scappato da un processo per lo stesso motivo frignando dagli ex alleati del Movimento 5 Stelle, ha cercato in tutti i modi di salvarsi anche questa volta (nonostante come sempre dica che è una medaglia sul petto) e ora dice di volersi fare processare. Vi sembra credibile? Come un coniglio che abbaia.
Buon lunedì.
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