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Qui dove il cinismo viene scambiato per sincerità

È che viene facile facile essere cinici, in fondo è la via più breve: essere cinici significa arrogarsi il diritto di riprendere con violenza alla violenza, significa poter buttare tutto nel cesso dell’ironia bieca, comprese le fragilità più fragili dei fragili che ci sono in giro.

Il problema è che il cinismo, inteso come banalizzazione cattiva della complessità che ci accade intorno, viene vissuto addirittura come sincerità. In sostanza si crede che il modo più alto dell’essere sinceri sia quello di essere merde senza vergognarsene in pubblico. Se qualcuno augura a un suo nemico di morire o di soffrire con acutissimo dolore viene considerato coraggioso perché è stato capace di rivendere una sua pulsione (di quelle basse, delle peggiori) come gesto di coraggio. È di moda il coraggio di essere merde, senza rendersi conto che è la via più semplice, quella che viene facile facile: pronunciare ad alta voce ciò di cui ci dovremmo vergognare è diventato un atto di coraggio, anche se è solo una stolta impudicizia.

Ci siamo innamorati della nobilitazione della parte peggiore di noi stessi e ne rimaniamo perdutamente affascinati. Ormai non sogniamo più di essere migliori ma aspiriamo al massimo a una dialettica spendibile del nostro peggio: spargere odio con una frase colorita è la nostra realizzazione.

E così accade che alcuni pensatori (giornalisti, politici o presunti intellettuali) che hanno ceduto al rilascio dei proprio sfinteri improvvisamente diventino dei profeti. Va per la maggiore quello che dice “non fate quello che faccio ma ascoltate soltanto quello che dico” e così siamo tutti contenti. E anche i deliri di un vecchio suonato alla fine sembrano delle intuizioni immancabili.

Se si muore, poi, il quadro è completo: il rigor mortis è sostituito dall’idiozia del fine vita. Tutto accettato, tutto bello. E quelli che combattono per le idee in cui credono vorrebbero farli passare come deboli illusi e invece siete voi, cinici che vi rivendete come sinceri, che siete solo dei poveri sconfitti smutandati. Vale la pena ricordarvelo.

Buon martedì.

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Due ministre due misure

Nel febbraio del 2013 la cancelliera tedesca Angela Merkel annunciò a malincuore le dimissioni della ministra dell’istruzione nel governo tedesco Annette Schavan, accusata di plagio nella sua tesi universitaria. La situazione fu presa terribilmente sul serio: l’università di Dusseldorf, dove nel 1980 aveva conseguito il dottorato, le ha revocato il titolo accusandola di plagio con l’approvazione di 12 componenti del consiglio di facoltà. Il decano della facoltà di filosofia, Bruno Bleckmann spiegò che Schavan nella stesura della tesi aveva “simulato in maniera sistematica e intenzionale prestazioni intellettuali che lei stessa non ha prodotto”. Disse anche che i testi copiati avevano “un’ampiezza considerevole” e non erano stati adeguatamente indicati.

Su Repubblica il docente di linguistica italiana Massimo Arcangeli ha illustrato come la ministra dell’istruzione italiana Lucia Azzolina (del Movimento 5 Stelle) abbia copiato ampi stralci della sua tesi di specializzazione per l’insegnamento del sostegno. Anche in questo caso si tratta di ampi stralci (di cinque, sei righe) che non sono stati segnalati, per un totale di circa della metà del documento.

Vale la pena ricordare che nel 2017 l’allora ministra della pubblica amministrazione Madia finì sotto accusa per lo stesso motivo e finì sotto gli strali proprio dei componenti del Movimento 5 Stelle che ne chiesero a gran voce le dimissioni.

Ora basta mettere in fila i fatti per immaginare come dovrebbe andare a finire se la coerenza non fosse un orpello omeopatico da sventolare per mungere voti. Per ora la ministra Azzolina si difende dicendo che non si tratta di una tesi (riferendosi al fatto che sia la fine di un corso di specializzazione e non di laurea). Difesa deboluccia: provate a accusare un ladro di mele e osservatelo mentre si difende chiarendo che ha sottratto una pera.

Lo spettacolo continua.

Buon lunedì.

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Ma l’Italia ripudia quelli che amano la guerra?

Articolo 11 della Costituzione, vale la pena ripassarlo:

«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».

L’articolo 11 della Costituzione sembra un orpello scritto come souvenir delle buone intenzione ma evidentemente sfugge al pensiero dominante di certa politica: a qualcuno sfugge che l’Italia (e così dovrebbe essere l’Europa) nasce per assicurare la pace ai propri cittadini e per fare la propria parte nel consolidamento della pace nel mondo.

«Pace nel mondo»: fa senso, vero? Scrivere una roba del genere fa passare direttamente questo scritto nel cassetto delle analisi troppo utopistiche per essere discusse, considerate e prese sul serio. La stragrande maggioranza della classe dirigente politica nel mondo ritiene la guerra un male necessario e ci promette al massimo di farla con buona educazione. Stiamo a posto così.

Ogni tanto qualcuno prova a riportare le dimensioni dell’evento ma viene tacciato. Gino Strada fece notare che per costruire 12 ospedali servono 250 milioni di dollari che sono il costo di 8 ore di guerra. «Si prendano un giorno di vacanza», disse. Ma Gino Strada, si sa, è un buonista. Nessuno smentisce le cifre: attaccano la persona che le ha fornite.

Però si affacciano anche quelli che la guerra la amano, addirittura la invocano e la propongono come soluzione politica in assoluta scioltezza. Ci sono persone (anche tra i nostri politici) che anzi invitano Trump a bombardare anche quegli altri, quelli che gli sono antipatici, e ci invitano ad armarci ancora di più e ancora più forte per scendere in battaglia. Sembra incredibile ma gli amanti della guerra vengono presi molto più in considerazione degli amanti della pace.

Allora mi chiedo: ma se l’Italia ripudia la guerra quindi ripudia anche quelli che amano la guerra?

Così, per sapere.

Buon venerdì.

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Stringa forte suo nipote

Ieri è accaduto l’ennesimo omicidio: un bambino di 10 anni si è intrufolato in un carrello di un Boeing 777 che era decollato dalla capitale della Costa d’Avorio per atterrare a Parigi. Il bambino non è sopravvissuto alle rigidissime temperature dovute all’altitudine ed è arrivato morto. L’ennesimo morto mentre cerca il diritto di avere speranza. Muoiono per mare, per terra e per cielo: è una lezione per chi crede di potere fermare le persone quando scappano dalla fame e dal piombo.

La notizia ovviamente ha fatto il giro dei media e dei giornali e quindi anche dei social. Proprio sui social si sono sprecati i soliti commenti di chi vede l’immigrazione come un pericolo per il proprio piccolo cortile. Sono gli stessi che inneggiano a Trump e che poi si stupiranno per i profughi che la guerra in Medio Oriente irrimediabilmente riverserà in Europa. Sono quelli che agiscono e abitano negli spazi ristretti del proprio piccolo cortile assolutamente inconsapevoli della complessità del mondo e infatti non riescono a mettersi in discussione nemmeno per un bambino morto nel carrello di un aereo.

C’è una signora, di una certa età, che ha commentato la notizia scrivendo “ha pensato di farsi rimborsare il biglietto?”. È una signora che nella foto del suo profilo Facebook stringe in braccio una bambino. Scorrendo la sua bacheca si ritrova una donna anziana fiera di essere di destra che pubblicizza la sua pizzeria a Milano, che ci mostra il suo pane fresco e che offende quelli che votano il PD.

Una persona, una nonna, che mette mano alla tastiera per ironizzare su un bambino che potrebbe essere suo nipote e che invece riesce a trattare come oggetto estraneo semplicemente per il diverso luogo di nascita. Ora, sia chiaro, non è lei che ci interessa e non è lei il paradigma di tutti i problemi ma sarebbe curioso sapere cosa spinga una donna così a sputare su un bambino per il gusto di farlo.

Perché in fondo la chiave di questo pessimo momento è proprio nella cattiveria degli insospettabili, che sono poi gli stessi che portano gli impresentabili a poter raccogliere credibilità (e voti) che sono inimmaginabili.

Cara signora Marcella, cosa la spinge ad essere così gretta? Quale disperazione la spinge a desiderare così fortemente la disperazione degli altri? Ci pieghi, davvero.

E stringa forte suo nipote.

Buon giovedì.

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In difesa di Rita Pavone

Non amo Rita Pavone, credo di essere fuori dalla generazione che l’ha apprezzata musicalmente e soprattutto non amo le sue idee politiche, le stesse con cui attacca Greta Thunberg definendola “un personaggio da film horror” (con la solita superficialità di chi attacca la persona perché non sa affrontare le sue idee) e le stesse parole con cui si dichiara fieramente sovranista in difesa dell’Italia mentre risiede in Svizzera. Ogni tanto si è lasciata andare anche a un po’ di stupido complottismo: si domandava come mai non ci fossero vu’ cumpra’ sulla Rambla di Barcellona nel giorno dell’attentato. Insomma, non mi piace.

Mi viene però molto difficile pensare che non meriti (lei che fortunatamente fa la cantante e non l’opinionista politica) di andare a Sanremo chi come lei ha inciso dischi in sette lingue diverse per il suo successo nel mondo e chi è tra le otto cantanti italiane che sono riuscite a entrare in classifica in Gran Bretagna. La scelta della direzione artistica di Sanremo (che piaccia o meno) è una scelta del tutto legittima. E poi, dai, non è che Sanremo sia proprio un monumento alla modernità. No?

Non penso che il mondo debba essere popolato solo da persone che piacciano a me poiché non credo di essere il giudice supremo del gusto del mondo. Esprimo le mie opinioni, combatto quelle che trovo sbagliate e rivendico il diritto di disprezzare certi comportamenti ma mi pare davvero un po’ troppo credermi direttore del prossimo Festival di Sanremo. È vero che qui tutti si credono ministri, eh, ma questo è davvero troppo.

Credo anche che tirare fuori Rita Pavone per difendere Rula Jebreal (che merita di essere difesa) sia un giochetto sciocco, il solito trucco di confondere questioni diverse su piani diversi.

Anzi, se devo dirla tutta mi fa anche parecchio sorridere che i passati lottizzatori della Rai ora si lamentino della lottizzazione degli altri. Mi pare molto incauto, ecco. Così mi pare molto di cattivo gusto comporre meme in cui la Jebreal è bellissima e Rita Pavone è colta nella sua posa peggiore, con il tentativo malnascosto di farne un paragone fisico, come faceva Emilio Fede per sputtanare gli avversari politici.

Poi, tra l’altro, mi sembra che ci siano molte cose più importanti per cui spendere energie.

E invece ci sono cascato anch’io, in fondo.

Buon mercoledì.

 

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“Noi ricchi dovremmo pagare più tasse”: perfino Bill Gates è più a sinistra di questi


Bill Gates: «Sono a favore di un sistema in cui, se si hanno più soldi, è necessario pagare una percentuale più alta di tasse». Eppure lo stesso discorso qui in Italia sembra impossibile affrontarlo senza risvegliare allarmi sconsiderati e strenue difese dello status quo. Così accade che il magnate USA sia più a sinistra della sinistra.
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