Vai al contenuto

Referendum, cosa c’è dietro la rimonta del No nella consultazione che per Meloni & C. doveva essere già vinta

Siamo gli sgoccioli. Il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati entra nelle settimane decisive con un equilibrio che pochi mesi fa sembrava improbabile. Le ultime elaborazioni sui sondaggi indicano un margine minimo tra i due fronti: il Sì si colloca attorno al 51 per cento, il No al 49. Uno scarto che rientra interamente nei margini statistici delle rilevazioni e che trasforma la consultazione in una competizione apertissima.

L’analisi elaborata da Lorenzo Ruffino sulla base di decine di rilevazioni degli ultimi mesi mostra con chiarezza la traiettoria del consenso. A metà novembre il Sì oscillava intorno al 57 per cento. All’inizio di gennaio aveva toccato il 60. Da quel momento è iniziata una discesa progressiva: 55 per cento a inizio febbraio, 52,5 a metà mese, fino al 51 registrato nei dati aggiornati ai primi giorni di marzo. La distanza tra i due fronti si è quindi ridotta settimana dopo settimana.

Il trend dei sondaggi

Il dato che emerge dall’aggregazione delle rilevazioni è costruito su circa sessanta sondaggi realizzati da quindici istituti diversi tra ottobre 2025 e febbraio 2026. Il modello utilizzato assegna un peso maggiore ai sondaggi più recenti e a quelli con campioni più ampi, evitando che oscillazioni marginali vengano interpretate come cambiamenti politici reali. In questo quadro la curva del consenso mostra un movimento continuo che favorisce il fronte del No.

La dinamica del resto segue uno schema frequente nelle consultazioni referendarie. La mobilitazione contro una riforma tende a risultare più semplice rispetto alla mobilitazione a favore e l messaggio di opposizione intercetta con maggiore facilità gli elettori indecisi nelle ultime settimane di campagna. Secondo Ruffino il rafforzamento del No si spiega anche con una campagna elettorale più attiva da parte delle opposizioni, mentre sul fronte favorevole alla riforma la mobilitazione del centrodestra appare più debole e meno centrata.

Le simulazioni statistiche utilizzate per stimare l’esito del voto restituiscono una fotografia altrettanto incerta. Applicando una simulazione Monte Carlo su 50 mila scenari possibili, il modello assegna al Sì una probabilità di vittoria del 54,5 per cento contro il 45,5 del No. In termini concreti significa che su venti scenari simulati undici portano alla vittoria del Sì e nove al successo del No. Il vantaggio esiste ma è sempre più fragile.

Il nodo dell’affluenza

L’elemento che rende la previsione ancora più instabile riguarda l’affluenza alle urne. Nei referendum la partecipazione varia in modo significativo e questo modifica la composizione dell’elettorato effettivo. Alcuni istituti hanno simulato scenari diversi proprio a partire da questo fattore.

Secondo una rilevazione YouTrend del 27 febbraio, con una partecipazione intorno al 46 per cento il No arriverebbe al 53,1 per cento dei voti. Con un’affluenza più alta, intorno al 55 per cento, l’esito si avvicinerebbe a un perfetto equilibrio. Una simulazione realizzata da BiDiMedia nello stesso periodo colloca invece il Sì in vantaggio in tutte le ipotesi di partecipazione, tra il 51 e il 52,5 per cento, pur registrando un aumento degli indecisi con il crescere dell’affluenza.

Proprio la quota di elettori indecisi rappresenta uno dei fattori più difficili da stimare. Alcune rilevazioni indicano percentuali superiori al 20 per cento, altre scendono sotto il 10. Differenze che dipendono dal metodo con cui gli istituti classificano chi dichiara incertezza o chi afferma di avere ancora dubbi sulla partecipazione al voto.

L’esperienza dei referendum italiani suggerisce però prudenza nell’interpretare i sondaggi. Nel referendum costituzionale del 2016 sulla riforma Renzi-Boschi, le rilevazioni avevano individuato il fronte vincente ma avevano sottostimato l’ampiezza del risultato finale. Il No ottenne il 59 per cento dei voti con un’affluenza del 65 per cento.

Oggi la fotografia è diversa. Il Sì mantiene un vantaggio minimo mentre il trend delle ultime settimane favorisce il No. Con l’avvicinarsi del divieto di pubblicazione dei sondaggi e con una quota rilevante di elettori ancora indecisi, la fase finale della campagna referendaria diventa decisiva. In una consultazione che fino a poche settimane fa sembrava già scritta, i numeri raccontano una partita ancora completamente aperta, se non addirittura invertita. 

L’articolo Referendum, cosa c’è dietro la rimonta del No nella consultazione che per Meloni & C. doveva essere già vinta sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

La guerra a Gaza cambia armi, dalle bombe ai valichi

A Gaza la guerra continua come una pratica amministrativa. I bombardamenti hanno lasciato il posto a un altro ritmo: quello dei valichi che aprono e chiudono e dei camion che passano oppure restano in attesa. Nelle ultime ore il Programma alimentare mondiale ha parlato di una riattivazione graduale del valico di Kerem Shalom per gli aiuti diretti alla Striscia. Graduale è la parola che racconta meglio la situazione: la sopravvivenza dipende da decisioni logistiche prese fuori da Gaza, da autorizzazioni che arrivano o restano sospese, da corridoi che esistono soltanto sulla carta finché qualcuno non li rende praticabili.

Mentre la Striscia resta appesa a questo equilibrio fragile, in Israele si consuma uno scontro istituzionale che riguarda il controllo della polizia. La procuratrice generale Gali Baharav-Miara ha chiesto alla Corte suprema di valutare la rimozione del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, accusandolo di interferire con l’indipendenza delle forze dell’ordine. Ben-Gvir ha reagito accusandola di voler trasformare la polizia in una «Guardia rivoluzionaria sul modello iraniano». Il lessico è quello della guerra totale: chi prova a far valere regole viene dipinto come nemico interno.

Il conflitto arriva nel pieno della guerra regionale e rivela una frattura profonda nello Stato israeliano. Da una parte il governo rivendica il controllo politico degli apparati di sicurezza e pretende obbedienza. Dall’altra l’ufficio legale dello Stato parla di pressioni sulla catena di comando e di interferenze operative. È una lotta per il comando che si svolge lontano dal fronte, ma che decide anche come verranno gestite piazze, proteste, convogli, ordine pubblico.

Nel frattempo Gaza continua a vivere dentro una sospensione permanente. I tribunali discutono di poteri e competenze, i ministri rilanciano accuse. Nella Striscia la guerra si misura con un’altra unità: il numero di camion che riescono a passare ogni giorno dal cancello del valico, e con il tempo che serve a trasformare una promessa “graduale” in pane.

L’articolo La guerra a Gaza cambia armi, dalle bombe ai valichi sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Fanno la guerra, noi paghiamo il conto

Ogni guerra viene raccontata come un affare lontano. I bombardamenti cadono su città con nomi che per molti europei restano geografia astratta mentre nei palazzi della politica si parla di deterrenza, sicurezza, equilibri strategici. Tutte parole vuote. Poi arrivano i conti e sono cifre che parlano italiano, europeo, domestico.

La guerra contro l’Iran è già diventata una tassa invisibile sulle nostre vite. Nel giro di pochi giorni il prezzo del gas in Europa è salito di oltre il 30% e il petrolio è tornato sopra gli 80 dollari al barile, trascinato dal rischio di blocco nello Stretto di Hormuz, il passaggio da cui scorre circa il 20% del petrolio mondiale. Le borse hanno reagito con scosse immediate e gli economisti della Banca centrale europea avvertono che un conflitto lungo può riaccendere inflazione e rallentare la crescita.

Tradotto: bollette più care, trasporti più costosi, produzione industriale più fragile. La guerra entra nelle case e non c’è nessuna sirena che ci avvisa. C’è poi il costo che non compare nei grafici. Ogni escalation militare divora risorse pubbliche che finiscono nell’industria della difesa mentre sanità, scuola e welfare restano a fare i conti con bilanci sempre più tirati. La promessa è sempre la stessa: più armi per essere più sicuri. Eppure la storia (che studiano in pochi) racconta una sequenza diversa, fatta di spirali di riarmo che finiscono per produrre esattamente il conflitto che avrebbero dovuto evitare.

Nel frattempo l’opinione pubblica viene educata all’idea che il prezzo della guerra sia inevitabile, quasi naturale. Che la geopolitica funzioni così: qualcuno decide e altri pagano. Ma questa guerra non si combatte soltanto nel Golfo Persico: si combatte nelle nostre economie, nelle nostre priorità politiche, nel modo in cui i governi scelgono dove mettere le risorse. Ogni missile lanciato a migliaia di chilometri di distanza arriva anche sotto forma di bolletta, inflazione e diritti sociali compressi.

La guerra resta lontana finché qualcuno racconta che lo è. Poi arrivano i conti. E quelli, puntuali, arrivano sempre a casa nostra.

Buon mercoledì.

Foto WMC

L’articolo proviene da Left.it qui

Corsa al riarmo, Macron aumenta l’arsenale nucleare: la guerra in Medio Oriente spinge la deterrenza francese in Europa

Mentre l’attenzione internazionale resta inchiodata alla guerra in Iran e al conflitto russo-ucraino, Emmanuel Macron sceglie la base sottomarina di Île Longue, in Bretagna, per annunciare un salto di qualità nella postura nucleare francese. Ieri il presidente ha dichiarato che la Francia aumenterà il numero delle testate e che non renderà più pubblici i dati complessivi dell’arsenale. Le cifre disponibili parlano di circa 290 testate, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, che collocano Parigi tra le due sole potenze nucleari europee insieme al Regno Unito.

Macron collega esplicitamente la decisione al «crescente e proliferante ambiente pericoloso», evocando il Medio Oriente e l’instabilità globale. L’operazione viene presentata come adeguamento tecnico alla minaccia. Nei fatti introduce una discontinuità politica: meno trasparenza, più testate, una dottrina ribattezzata «dissuasione avanzata» che prevede anche “dispiegamenti circostanziali” in altri Paesi europei, con l’ultima parola che resta all’Eliseo. La scelta di interrompere la comunicazione pubblica sui numeri dell’arsenale segna un arretramento rispetto agli standard di prevedibilità che avevano accompagnato, almeno formalmente, il controllo degli armamenti in Europa dopo la Guerra fredda.

Dalla force de frappe nazionale all’ombrello nucleare europeo

La tradizione francese della force de frappe ha sempre rivendicato autonomia decisionale. Il passaggio annunciato a Île Longue apre invece alla costruzione di un ombrello a trazione francese. Otto Paesi avrebbero manifestato interesse a ospitare forze aeree strategiche: Regno Unito, Germania, Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Grecia, Svezia e Danimarca. La logica richiama il nuclear sharing statunitense, con una differenza sostanziale: l’iniziativa parte da una capitale europea che propone di estendere la propria deterrenza come garanzia continentale, mantenendo però il controllo politico esclusivo, quindi il potere di decidere tempi, soglie e scenari.

Contestualmente Parigi e Berlino istituiscono un «gruppo direttivo nucleare di alto rango» per coordinare la deterrenza, con la partecipazione convenzionale tedesca alle esercitazioni francesi già entro l’anno. Sullo sfondo si muove il programma European Long-range Strike Approach (ELSA), che punta allo sviluppo di capacità missilistiche a lunga gittata insieme anche al Regno Unito. La dimensione nucleare si integra così con quella convenzionale, dentro una traiettoria di riarmo che negli ultimi mesi ha visto diversi Stati europei approvare piani per decine di miliardi di euro.

Il nodo giuridico e il clima politico

Il Trattato di non proliferazione consente ai cinque Stati riconosciuti di mantenere arsenali atomici, impegnandoli però a negoziare il disarmo. L’aumento delle testate e la fine della comunicazione pubblica sui numeri si collocano in tensione con quello spirito. Resta poi il tema dei dispiegamenti in Paesi non nucleari, già controverso nel caso statunitense, che riapre interrogativi sulla compatibilità sostanziale con gli articoli I e II del Trattato.

Sul piano interno, le reazioni francesi risultano contenute: Marine Le Pen critica l’idea di condivisione europea ma sostiene la linea del riarmo; Jean-Luc Mélenchon chiede approfondimenti pur definendo la scelta «una buona decisione». L’Italia osserva senza esporsi e non compare tra i Paesi interessati, nonostante partecipi già al nuclear sharing statunitense con le basi di Ghedi e Aviano, segnale di una prudenza che evita frizioni con Washington e con la catena di comando Nato.

Il contesto bellico offre a Macron una cornice favorevole. La guerra diventa argomento politico che comprime il dissenso e trasforma un salto strategico in atto di responsabilità istituzionale. In un’Unione che discute di autonomia strategica, la proposta francese consolida un primato nazionale dentro un’Europa che accelera sul riarmo. L’asticella si alza: più investimenti militari, maggiore integrazione tra capacità convenzionali e nucleari, meno spazio per un confronto pubblico su dottrina, limiti e controlli democratici. È qui che il bellicismo galoppante diventa fatto: l’emergenza fa da acceleratore, la deterrenza da cornice, l’opacità da metodo. E la sicurezza, anziché essere discussa, viene rimessa a un dispositivo sempre più potente e sempre meno verificabile.

L’articolo Corsa al riarmo, Macron aumenta l’arsenale nucleare: la guerra in Medio Oriente spinge la deterrenza francese in Europa sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

La guerra si allarga, il perimetro di Gaza si stringe

Mentre i titoli scorrono verso Teheran e le mappe si allargano, Gaza viene richiusa dentro il suo perimetro. I valichi serrati, il carburante contato in ore, l’acqua razionata. Israele annuncia una riapertura “graduale” di Kerem Shalom, coordinata con il centro americano per gli aiuti. Graduale significa camion contingentati, liste approvate, attese. Significa trasformare un diritto umanitario in concessione amministrativa.

Le agenzie parlano di generatori quasi fermi negli ospedali, di impianti idrici che funzionano a intermittenza, di panifici che sospendono perché la farina resta bloccata oltre la frontiera. Due litri d’acqua al giorno in alcune aree. Il mercato reagisce prima ancora dei comunicati: i prezzi salgono appena circola la voce di una chiusura. La fame anticipa la politica.

Gerusalemme offre un’altra scena. Al-Aqsa chiusa per giorni consecutivi in pieno Ramadan, accessi limitati per ragioni di sicurezza. Il luogo sacro svuotato diventa messaggio di sovranità. La gestione dell’ordine pubblico coincide con la gestione del conflitto. Le autorità parlano di emergenza, i fedeli trovano cancelli.

In Cisgiordania, intanto, la cronaca resta minuta e costante. Qaryut, due fratelli uccisi, coloni armati, soldati presenti. La violenza si consuma sotto protezione, mentre l’attenzione internazionale guarda altrove.

La guerra regionale assorbe lo sguardo e consente un’amministrazione per sottrazione dentro Gaza. Si chiude, si riapre a metà, si pesa ogni sacco di farina come se fosse favore. La popolazione conta i giorni di scorte e le ore di corrente. La diplomazia discute equilibri strategici, a Rafah si discute di acqua potabile. È una differenza di scala che racconta tutto.

Anche le parole aiutano: “sicurezza”, “gradualità”, “coordinamento”. Rendono accettabile l’idea che una frontiera decida chi mangia oggi e chi domani. Dentro questa normalità forzata ogni giorno diventa procedura, ogni ferito pratica, ogni bambino cifra da aggiornare.

L’articolo La guerra si allarga, il perimetro di Gaza si stringe sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

La guerra in Iran apre una crepa a Bruxelles: scontro Kallas-von der Leyen sulla politica estera Ue

Mentre i raid statunitensi e israeliani aprono un nuovo fronte sull’Iran e la risposta iraniana investe basi Usa nel Golfo, a Bruxelles la crepa passa dalle dichiarazioni. Chi parla per l’Europa quando la crisi corre più veloce dei comunicati?La sequenza delle prime ore è diventata un fatto politico e rivela una Unione che reagisce a scatti, con centri diversi che cercano la stessa inquadratura.

La ricostruzione di Politico descrive una partenza in ordine sparso. L’Alto rappresentante Kaja Kallas diffonde per prima una dichiarazione centrata sulla diplomazia e annuncia l’esplorazione di soluzioni negoziali. Poco dopo, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa escono con un testo congiunto che invoca «massima moderazione». Sempre secondo la stessa ricostruzione, nel fine settimana manca un contatto diretto tra Kallas e von der Leyen, mentre proseguono telefonate e scambi con capitali e attori regionali. Lo scarto tra tempi e voci produce una risposta in parallelo, percepibile anche fuori dalla “bolla” di Bruxelles, proprio mentre l’escalation rischia ricadute su rotte, energia, sicurezza interna e protezione dei cittadini europei nell’area.

La guerra in Iran apre la contesa sulle competenze

Il nodo riguarda i confini di potere più che lo stile. La diplomazia “classica” ricade nell’orbita dell’Alto rappresentante e del Servizio europeo per l’azione esterna. La Commissione rivendica però la gestione di ciò che una crisi trascina con sé: «emergenze, aiuti, sostegno ai nostri cittadini, conseguenze per le catene di approvvigionamento, chiusure dello spazio aereo, migrazioni, cyber», elenca un funzionario citato da Politico. La riunione straordinaria dei ministri degli Esteri, riferisce l’articolo, fatica a produrre una linea pienamente condivisa e lascia la regia in una zona ambigua. Da qui la mossa della Commissione: convocare il “Security College”, un meccanismo creato a inizio mandato con funzione soprattutto politica e ora usato come coordinamento pratico.

C’è poi la struttura che sposta il baricentro. Nel secondo mandato von der Leyen ha rafforzato la presa della Commissione sulla regione attraverso la creazione di una Direzione generale per Medio Oriente, Nord Africa e Golfo (Dg Mena), legata al portafoglio della commissaria Dubravka Šuica. Una fonte della Commissione sempre citata da Politico indica Dg Mena come snodo «centrale» sul dossier Iran. Sul piano politico, l’attrito diventa pubblico: Marie-Agnes Strack-Zimmermann parla di «rivalità» e di competenze «sempre bilanciate con difficoltà». Nel Parlamento, Dan Barna chiede che l’Alto rappresentante venga messo in condizione di esercitare il proprio ruolo. E Nacho Sánchez Amor riassume l’effetto esterno: partner e governi spesso faticano a capire a chi rivolgersi davvero a Bruxelles.

Una credibilità che si assottiglia

La frizione istituzionale pesa perché l’Ue arriva a questa crisi già sotto stress, tra guerra in Ucraina e sovrapposizione di emergenze. In questo quadro l’Unione cerca di restare allineata a Washington e al tempo stesso di apparire capace di iniziativa. Qui c’è il cambio di passo comunicativo: von der Leyen si proietta come regista, moltiplica messaggi e contatti, prova a occupare lo spazio della “linea” mentre Kallas lavora sul terreno diplomatico con il Consiglio Affari esteri. La stessa discussione interna viene descritta come ossessionata da protocollo e base giuridica: chi parla, con quale titolo, per conto di quale istituzione.

Ecco l’erosione: la credibilità geopolitica si misura sulla chiarezza della catena decisionale tanto quanto sul contenuto. Un funzionario europeo citato da Politico lo dice in modo secco: la rilevanza europea passa dall’unità. Quando invece le istituzioni procedono affiancate, i partner vedono un soggetto che dispone di strumenti economici e regolatori, ma fatica a trasformarli in una voce riconoscibile nelle crisi ad alta intensità. Il Medio Oriente torna a bruciare, Bruxelles invoca moderazione e diritto internazionale, però la simultaneità delle voci restituisce un’Unione che appare più somma di apparati che centro di decisione. Finché la regia resterà contesa, ogni emergenza esterna continuerà a diventare anche una prova interna di coesione.

L’articolo La guerra in Iran apre una crepa a Bruxelles: scontro Kallas-von der Leyen sulla politica estera Ue sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Gli assassini applauditi come liberatori

La guerra agghinda le parole, da sempre. Ogni volta qualche aggettivo si svuota un po’ di più del suo significato originale per ammansire la realtà finché non bastano più gli occhi per osservarla. 

L’attacco israeliano in combutta con gli Stati Uniti che ha incendiato il Medio Oriente viene definito su alcuni giornali come “legittimo”. Legittimo lo dice anche il dizionario, dovrebbe voler dire che è fatto seguendo la legge eppure qui non c’è nessuna norma che sancisce il diritto di ammazzare anche il peggiore dei tiranni. 

Ogni volta nella storia una guerra non è mai chiamata guerra: è sempre una risposta a un pericolo o a una provocazione. Se la minaccia non è dimostrabile allora la si chiama attacco preventivo, una sorta di legittima difesa senza bisogno nemmeno dell’offesa. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ieri si è addirittura superato: ha spiegato che l’attacco Usa era preventivo perché Israele aveva intenzione di bombardare l’Iran e l’Iran “avrebbe immediatamente reagito contro di noi, e non avremmo potuto restare fermi ad assorbire il colpo prima di rispondere”. Che agli Usa spettasse scongiurare l’attacco israeliano è un’ipotesi che non ha nemmeno sfiorato la Casa bianca. 

A proposito, certi spudorati giornaletti stanno versando litri di inchiostro per invitare all’esultanza. Dicono che un’eventuale liberazione dall’oppressione di donne e bambini. La liberazione degli oppressi è il claim anche dei liberali e di qualche infiltrata nel Partito democratico. Tutto bello, tutto vero, se non fosse che i presunti liberatori dovrebbero essere quel governo di Israele che verrà condannato dalla storia e dal loro dio per la sistematica strage proprio di donne e di bambini che ha perpetrato (e perpetra ancora) nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. 

Senza vergogna, i signori della guerra. 

Buon martedì. 

Fonte WMC

L’articolo proviene da Left.it qui

Dal Venezuela all’Iran, il precedente che smentisce la retorica della liberazione Usa

Ci risiamo. Washington torna a parlare di “liberare” uno Stato dalla tirannia e questa volta tocca all’Iran. È un lessico che abbiamo già sentito. Prima Baghdad, poi Tripoli, poi Caracas. Ogni volta la promessa è la stessa: democrazia, diritti, futuro ma ogni volta la sequenza reale racconta ben altro.

Dal regime change al patto energetico

In Venezuela, ad esempio, la rimozione di Nicolás Maduro all’inizio del 2026, attraverso un’operazione militare statunitense dai contorni giuridici simili a quelli di queste ore, è stata presentata come l’alba di una nuova stagione. Nei giorni successivi Donald Trump ha rivendicato l’intenzione di “governare il Venezuela”. Poi sono iniziati i tavoli veri: negoziati con figure di continuità dell’apparato chavista, accordi sulle concessioni petrolifere, rassicurazioni alle major energetiche. La transizione democratica è rimasta sullo sfondo.

La dinamica è stata lineare: sostituzione del leader sgradito, permanenza di gran parte delle strutture di potere, priorità alla stabilità estrattiva. La coalizione democratica guidata da María Corina Machado, pur forte di un riconoscimento internazionale, è stata marginalizzata mentre Washington trattava con Delcy Rodríguez e con gli attori ritenuti affidabili per garantire continuità contrattuale. La libertà evocata nei comunicati è diventata una cornice retorica. Sul terreno invece si è consolidato un regime ibrido, curiosamente compatibile con gli interessi energetici occidentali.

Anche l’Italia si è appiattita su quella traiettoria. Antonio Tajani ha parlato di “occasione storica” e la fase post-regime è stata raccontata come stagione di normalizzazione. Poi in Parlamento le informative si sono concentrate sui margini per tutelare i crediti e sugli spazi per rafforzare la presenza italiana nel settore energetico. Le ricostruzioni diplomatiche citano vertici a Washington fra governo italiano, amministrazione Trump e grandi attori del petrolio per “mettere in sicurezza” contratti e infrastrutture. In quel quadro diritti, riforme e giustizia di transizione restano semplicemente delle variabili laterali.

Il limbo dei venezuelani

Il secondo capitolo riguarda i migranti. Per anni la retorica statunitense aveva legato la “liberazione” del Venezuela alla fine dell’esodo. È accaduto l’opposto. Con il “big, beautiful bill” approvato in luglio, quasi 50 miliardi di dollari sono stati destinati al muro e miliardi aggiuntivi a politiche restrittive. La chiusura dell’app della Customs and Border Protection ha eliminato uno degli ultimi canali per fissare appuntamenti d’asilo. Migliaia di venezuelani sono rimasti bloccati in Messico.

Come racconta un’inchiesta del Guardian a Vallejo, a Città del Messico, oltre duecento persone vivono in baracche di pallet e plastica lungo un binario ferroviario, senza acqua corrente né servizi adeguati. Edicson Parra, partito nell’agosto 2024 con moglie e quattro figli, lavora in un cantiere per 20 dollari al giorno. «Il sogno americano è una menzogna», racconta. Angela Ortegana Garboza ha attraversato il Darién subendo violenze. Andrés Castro ha perso una gamba tentando di salire sulla “Bestia”. Hanno creduto alla promessa di una svolta politica a Caracas. Hanno trovato un limbo strutturale, fatto di attese, sgomberi annunciati, frontiere chiuse.

Il precedente per l’Iran

Mentre le famiglie attendono uno sgombero, a Washington e nelle capitali europee si discute di greggio, crediti, quote di mercato. Il diritto internazionale, invocato con fermezza in altri teatri, è stato piegato a un’operazione unilaterale priva di mandato Onu. Nei primi giorni molte testate italiane hanno celebrato la “fine del dittatore” ma poi l’attenzione è scivolata altrove, insieme alle domande sulla legalità dell’intervento e sulla sorte dell’opposizione democratica.

È questo il precedente che pesa quando si evoca l’Iran. L’idea che il cambio di regime possa essere un atto chirurgico, separato dalle conseguenze sociali, dalle fratture istituzionali, dagli interessi economici in gioco. L’esperienza venezuelana mostra una sequenza diversa: intervento, riallineamento energetico, stabilizzazione autoritaria, crisi migratoria permanente.

Se l’obiettivo dichiarato è la democrazia, servono elezioni libere, giustizia di transizione, garanzie costituzionali, tutela dei diritti e un calendario vincolante. Se invece la priorità resta la sicurezza delle forniture e la gestione dei flussi, allora il copione è già scritto. Caracas offre un laboratorio recente e documentato. Prima di parlare di Teheran, conviene studiarlo senza slogan e senza amnesie selettive.

L’articolo Dal Venezuela all’Iran, il precedente che smentisce la retorica della liberazione Usa sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Ci mancava la guerra in Iran ad aggravare la crisi a Gaza

La guerra che si allarga verso Teheran stringe di nuovo la Striscia. I valichi restano chiusi, i camion fermi, il carburante razionato. Israele motiva la decisione con esigenze di sicurezza mentre le sirene suonano a Beer Sheva e nel sud. Gaza intanto scivola fuori dall’inquadratura pubblica, come se l’emergenza potesse attendere la fine di un altro fronte.

Nei mercati la tensione si misura a chili di farina. Le famiglie comprano quello che trovano, accumulano, calcolano i giorni. Le organizzazioni umanitarie parlano di scorte che coprono poche settimane; alcune cucine comunitarie riducono le porzioni. Il carburante è la soglia decisiva: senza diesel si fermano i generatori degli ospedali, gli impianti di desalinizzazione, le pompe delle fognature. La crisi umanitaria procede per sottrazione, toglie pezzi ogni giorno.

Dal lato israeliano la postura è quella di un Paese sotto attacco. Scuole chiuse, mobilitazione, dichiarazioni ufficiali che collegano la chiusura dei varchi alla guerra con l’Iran. È una catena lineare: escalation regionale, priorità militari, blocco dei passaggi. In mezzo restano due milioni di persone già stremate da mesi di bombardamenti e assedio.

Pochi giorni fa si parlava di ricostruzione e di fondi promessi. Oggi la misura concreta sono i camion che non entrano e le cisterne che si svuotano. Ogni tregua che dipende da un cancello resta sospesa alla decisione di chi controlla quel cancello. Gaza vive così, appesa a un interruttore esterno. E quando il conflitto cambia scala, la Striscia torna a essere una variabile subordinata, un corridoio logistico dentro una guerra più grande.

L’articolo Ci mancava la guerra in Iran ad aggravare la crisi a Gaza sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Congedo parentale, Italia e Europa a confronto: ecco perché il nostro Paese è ancora indietro

La maggioranza ha fermato la proposta di quattro mesi di congedo parentale paritario per i padri e l’aumento dell’indennità al 100 per cento per tre mesi da utilizzare entro i primi sei anni di vita del bambino. La Ragioneria generale dello Stato ha sollevato obiezioni sui costi prima ancora dell’esame parlamentare. Il risultato è che l’Italia resta ancorata a un impianto che, sulla carta, consente la condivisione, nella pratica continua a scaricare la cura sulle madri.

In Italia il congedo di maternità obbligatorio dura cinque mesi, con indennità di norma pari all’80 per cento della retribuzione. Per i padri il congedo obbligatorio resta di dieci giorni lavorativi intorno alla nascita. Dopo questa fase, il congedo parentale arriva fino a sei mesi per ciascun genitore, con un massimo complessivo di dieci mesi, elevabili a undici se il padre si assenta per almeno tre mesi. Dal 2025–2026 l’indennità riconosce tre mesi all’80 per cento e, per il resto, il 30 per cento della retribuzione media; la fruizione si estende fino ai quattordici anni del figlio.

In Italia diritti lunghi sulla carta, salario corto nella realtà

Quando l’indennità scende al 30 per cento, la famiglia fa i conti. I differenziali salariali di genere trasformano la decisione in un automatismo: spesso si assenta chi guadagna meno, nella maggior parte dei casi la madre. Così il congedo diventa un acceleratore di disuguaglianze: interruzioni più frequenti, avanzamenti rallentati, salari che perdono terreno. Nel linguaggio quotidiano significa settimane che si allungano in assenze difficili da sostenere; nel linguaggio del lavoro significa rinunce e part-time dopo la nascita. L’assenza di una quota lunga e ben retribuita riservata ai padri mantiene intatto l’equilibrio tradizionale nella divisione dei compiti familiari.

Il confronto europeo è netto. La direttiva Ue 2019/1158 sul work-life balance fissa standard minimi: dieci giorni di paternità e quattro mesi di congedo parentale individuale per genitore, con due mesi riservati a ciascuno e retribuzione adeguata definita dagli Stati. Molti Paesi hanno usato quel minimo come leva: quote personali per i padri, indennità alte, periodi lunghi. L’Italia resta vicina al minimo, mentre altrove il congedo diventa un diritto individuale dei padri, con un disegno che lega esplicitamente politica familiare e mercato del lavoro.

In Europa quote per i padri e retribuzioni alte 

In Spagna il “permiso por nacimiento y cuidado” arriva a 19 settimane per ciascun genitore, pagate intorno al 100 per cento della base retributiva di sicurezza sociale: il periodo resta personale e, se un genitore lo lascia inutilizzato, quel tempo si perde. In Portogallo il congedo iniziale prevede 120 giorni al 100 per cento o 150 giorni all’80, con estensione fino a 180 giorni in caso di effettiva condivisione, mantenendo un’indennità tra l’83 e il 90 per cento. In Francia la paternità è stata portata a 28 giorni e il governo ha aperto il cantiere di un ulteriore congedo di nascita di due mesi per ciascun genitore dal 2027.

Nei Paesi nordici la logica è più esplicita. In Svezia i genitori hanno 480 giorni per figlio e 90 giorni riservati a ciascun genitore. In Norvegia si sceglie tra 49 settimane a salario pieno o 59 settimane all’80 per cento, con quote individuali. La quota personale spinge l’uso da parte dei padri e consolida nel tempo una distribuzione più equilibrata del lavoro di cura.

Il divario italiano riguarda durata, retribuzione e disegno. Dieci giorni obbligatori per i padri restano una soglia simbolica; tre mesi all’80 per cento rappresentano un passo, però isolato in un impianto che torna presto al 30 per cento. La distanza dall’Europa si misura in buste paga e scelte di vita: chi può permetterselo compra tempo, chi resta senza margini rinuncia. Nei sistemi che hanno investito di più, l’occupazione femminile cresce e la penalizzazione di carriera si attenua; dove l’indennità è bassa, la condivisione resta episodica.

Anche la questione demografica si intreccia con questo quadro: sostenere economicamente i primi anni di vita significa ridurre l’incertezza che accompagna la decisione di avere figli. In Italia il congedo parentale resta una tutela esistente ma fragile, formalmente ampia e sostanzialmente limitata nella sua capacità di riequilibrare davvero tempi, redditi e opportunità.

L’articolo Congedo parentale, Italia e Europa a confronto: ecco perché il nostro Paese è ancora indietro sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui