“Di Maio? La sua leadership è giunta alla fine”, a TPI parla il senatore M5S Giarrusso
Il mio pezzo per TPI.it
Magari senza tritare la Segre
Lo schema è sempre lo stesso: quelli propongono la cittadinanza onoraria a Liliana Segre sapendo già che quegli altri diranno no e quegli altri immancabilmente dicono no. Ci si indigna (giustamente, perbacco), leghisti e destrorsi vari inventano qualche scusa campata per aria e difficilmente sostenibile per giustificare il proprio no (“non è di qui”, “è passato troppo tempo” sono le risibili giustificazioni più usate) e infine si ricomincia. In un’altra città. Con lo stesso identico schema. Di nuovo.
Che oggi la destra (che è estrema destra, non ha niente a che vedere con una destra liberale e democratica) balbetti ogni volta di fronte ai temi del razzismo, dell’antisemitismo e addirittura di certo fascismo è una cosa ormai chiara e risaputa. Salvini potrà continuare a indossare tutti i girocollo sotto la giacca che trova nell’armadio ma la sua natura è troppo conclamata per essere improvvisamente simulata in altro.
Il gioco però non vale la Segre. Buttare nel tritacarne la senatrice a vita e tutto quello che rappresenta per smascherare l’ipocrisia di leghisti e compagnia cantante è, per mia modesta opinione personale, poco rispettoso nei suoi confronti: davvero c’è bisogno di inseguire questa banalizzazione a cui occorre una donna simbolo? Davvero non si riesce a combattere il parafascismo dilagante con contenuti culturali, sociali, storici e finanche politici? Non varrebbe la pena, proprio come azione politica, insegnare la storia e la testimonianza di quei tempi senza bisogno di usare persone di tal risma come feticcio?
Anche perché qui fuori, nel torrente delle banalità a cui credono in molti, ci sarebbe bisogno di un’alfabetizzazione storica molto più di quello che si creda. Liliana Segre non è solo una faccia: è testimone di una cicatrice universale che abbiamo il dovere di non lasciare appannare. Sarebbe più serio. Forse.
Buon venerdì.
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La lezione di Daphne
Vale la pena soffermarsi sull’arresto avvenuto ieri a Malta di Yorgen Fenech, amministratore delegato del Tumas Group e direttore generale della centrale elettrica a gas di Malta, con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Daphne Caruana Galizia.
Per mesi abbiamo assistito da lontano (lontani per quanto si può essere lontani a ottanta chilometri di distanza) alla disumanizzazione della giornalista maltese (uccisa nell’ottobre del 2017) descritta come una strega e come una visionaria dalle teorie strampalate. L’arresto di ieri invece conferma che Galizia ci aveva visto benissimo e ancora una volta si scopre che si perde la vita ogni volta che si mette il dito lì dove potere e illegalità si incontrano sotto banco.
Yorgen Fenech è stato identificato come proprietario della 17 Black, società con sede a Dubai che avrebbe foraggiato con 2 milioni di euro i conti panamensi di Keith Schembri, capo staff del primo ministro maltese Joseph Muscat, e del ministro Konrad Mizzi. Fenech è stato al centro della trattativa per il nuovo impianto energetico insieme al primo ministro Joseph Muscat già a partire dalla campagna elettorale del 2013 e il Corriere di Malta scrive che il progetto della centrale elettrica assicurò a Electrogas 3,9 miliardi di euro in 19 anni. Affare di Stato. Insomma.
Eppure quando è morta Daphne Caruana Galizia alcuni sindaci maltesi addirittura hanno festeggiato il suo omicidio, in quel gorgo di odio che serve per isolare una persona prima di ucciderla. “Prima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti combattono. Poi vinci.”, diceva Gandhi e invece qui troppo spesso succede che “Prima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti combattono. Poi muori.”
E chissà se riusciremo a farne memoria. Per Daphne e per tutti quelli che muoiono così. Soli.
Buon giovedì.
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Ezio Greggio e Liliana Segre: l’imbarazzante tentativo di un sindaco di farsi pubblicità
Il mio pezzo per TPI.it
«Sono stufo di essere indagato»
Dice l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini che l’indagine aperta nei suoi confronti per sequestro di persona e omissione di atti d’ufficio quando lo scorso agosto 164 migranti rimasero per 19 giorni a bordo della Open Arms davanti alle coste di Lampedusa è “una medaglia” e che rifarebbe e rifarà tutto. Se vi sembra una frase già sentita e una scena già vista non vi sbagliate: nel suo sforzo di sembrare davvero capitano il leader leghista già una volta fece il gradasso per un’indagine simile solo che poco dopo corse a chiedere al Movimento 5 Stelle (al tempo suoi alleati di governo) di essere salvato in Parlamento. Salvini è così: un pendolo tra smargiassate e fughe. Non un bel vedere.
Inutile anche aggiungere che lo stesso Salvini parla di “spreco di soldi pubblici” per l’indagine della magistratura nei suoi confronti: da Berlusconi ha imparato tutto il peggio sulla pavidità di fronte alla giustizia, è un ottimo allievo. Inutile anche andarsi a leggere le reazioni dei suoi compari (alleati o elettori) che ovviamente ripetono le solite manfrine della difesa dei confini, del complotto della magistratura e tutta una serie di frasi fatte che hanno imparato a memoria e ormai ripetono dappertutto, matrimoni e funerali compresi.
«Sono stufo di essere indagato» fu la frase che pronuncia Al Capone quando venne arrestato per evasione fiscale. Per non essere stufo Salvini potrebbe fare una cosa semplice semplice: non scappare dal processo. Sarebbe l’occasione, una volta per tutte, di chiarire quali siano le norme, le leggi e le disposizioni che regolano la protezione umanitaria in Italia e nell’Europa. Volendo vedere sarebbe un’occasione anche per i sovranisti di casa nostra poiché potrebbero avere chiaro il quadro normativo e eventualmente gli spazi per modificarlo.
Basterebbe non avere paura. Semplicemente. Senza fare il gradasso. Prendersi la responsabilità delle proprie azioni e avere il fegato di non rivendicarle solo su twitter. Semplice, no?
Buon mercoledì.
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Trenta (metri quadrati)
Imperdibile l’ex ministra Trenta. Tra l’altro è la stessa (vale la pena ricordarlo) che nello scorso governo qualcuno voleva rivenderci come l’unica che si opponeva, dura e pura, alle salvinate di Salvini. In un’intervista al Corriere della Sera la ministra si definisce sotto attacco per le notizie sulla sua abitazione da ministra che ha mantenuto dopo che è stata assegnata al marito, maggiore dell’esercito.
Mentre si sforza di fare apparire tutto normale sciorina una serie di affermazioni che fanno spavento: ci dice che ha una casa al Pigneto ma che quel quartiere è invivibile perché “si spaccia droga” (e chissà che gioia per gli abitanti del quartiere nel sapere che si spostano gli ex ministri, mica si combatte la droga), ci spiega che la sua vita è “diversa” per le “relazioni e gli incontri” (evviva tutti quelli che si stringono in estate per il barbecue) e conclude con un “la casa non è un privilegio”.
Ora, sia chiaro, il tema non è tanto il diritto o meno dell’assegnazione della casa all’ex ministra (tra l’altro indagherà la procura, appunto) ma l’aspetto sconcertante sta tutto nel modo in cui l’ex ministra decide di difendersi, lontano anni luce dalla retorica anti-casta con cui il Movimento 5 Stelle ha alzato la voce per anni e la ministra conclude addirittura rivendicando il pagamento di un affitto ridicolo (di circa 500 euro) per una casa in pieno centro.
Si torna al vecchio discorso dell’opportunità di certi atteggiamenti al di là della legalità. Solo che l’opportunità è un argomento sempre molto sottile e delicato. E se per anni l’hai trattato in modo grossolano è normale che alla fine ne vien travolto grossolanamente anche tu. Perfino Di Maio ha dovuto prenderne le distanze.
Del resto il senso della misura sembra non pagare politicamente di questi tempi. Ma la mancanza del senso della misura, si sa, prima o poi torna sempre indietro.
Buon martedì.
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Il compleanno vuoto di Silvia Romano, dimenticata dall’Italia che doveva riportarla a casa

Il compleanno vuoto di Silvia Romano, a un anno dal suo rapimento, si consuma sotto al silenzio dei suoi famigliari che continuano a scavare per cercare verità e per alimentare la speranza. C’è una tenacia, tra le famiglie delle persone scomparse o morte senza giustizia, che meriterebbe tutte le mattine, un levarsi il cappello e una luce leale e dritta.
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