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Capaci di continuare a risuonare

All’ospedale Bufalini di Cesena un pianista con un tumore cerebrale è stato operato da sveglio, mentre continuava a suonare il pianoforte. La tecnica della “chirurgia da sveglio” ha un duplice scopo: asportare il male e d’altro canto riuscire a preservare le capacità (in questo caso musicali) del paziente.

I medici del Bufalini hanno perfezionato questa tecnica al dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Montpellier diretta dal professor Hughes Duffau (luminare in questo campo di studi) e si propone di non danneggiare le aree cerebrali che regolano il linguaggio, il movimento e le altre funzioni cognitive superiori. Tutto ciò al fine di salvaguardare la qualità della vita del paziente.

Le dita di quest’uomo che suonano mentre altre dita cercano di ripulirgli il cervello dalla malattia mi rimandano a una resistenza molto meno spettacolare, notiziabile che accade in fondo a ognuno di noi: «mi sveglio sempre in forma e mi deformo attraverso gli altri», scriveva Alda Merini per raccontare come la quotidianità, di tutti, in fondo sia un complicato esercizio di pulizia. Pulizia morale, etica e sociale che viene comodo svendere per appianare le tante complicazioni quotidiane e che ci tocca faticare per lasciare intatta.

È una resistenza che costa impegno, dedizione e pratica continua: mi piace pensare che questi medici abbiano scoperto che come la musica anche l’empatia, l’intelligenza, la visione critica, l’etica e l’onestà siano materie che hanno semplicemente bisogno di essere suonate continuamente, anche sotto i colpi del quotidiano.

Essere capaci di continuare a suonare. Ecco un buon impegno da prendersi. Un augurio, forse.

Buon lunedì.

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La cassetta degli attrezzi della speranza

Ci sono due blocchi contrapposti. Anzi, a dire la verità ce n’è uno che esercita la sua egemonia culturale e dall’altra parte quelli che provano a rispondere ricadendo nella stessa malefica retorica: in Italia, in Europa e in un pezzo del mondo la gente ha scelto (più o meno consapevolmente) di farsi guidare dalle paure, dagli orrori percepiti (non importa se siano o meno reali) e dalle emergenze costruite. In pratica significa svegliarsi ogni mattina con la brama di difendersi, anche se non si sa bene esattamente da cosa e da chi, rimanendo sempre in difesa, spremendosi in un arroccamento sempre più duro e sempre più ristretto, convinti di non avere occhi e energie per nient’altro che non sia la preservazione di se stessi. Il risultato è semplice: un Paese contrito, infeltrito, che sogna gabbie e che si incattivisce per proteggersi. Ecco.

L’opposizione si scorge anche semplicemente rovesciando le parole. Immaginate gente che decida di farsi guidare dalla speranza, al contrario della paura: gente che ogni mattina si svegli respirando a larghe falcate verso il progetto di futuro, allargandosi alle possibilità, aprendosi alle interferenze vissute come occasioni, impegnata a essere più larga possibile per non perdere nemmeno un particolare.

Solo che per apparecchiare ogni mattina una speranza serve una cassetta degli attrezzi già pronta ai bordi del letto: contiene fiducia, prospettive più lunghe della probabile paga al massimo fino a fine mese, la sensazione di potersi fidare di una giustizia sociale, la certezza di potersi appoggiare a un solido sistema sociale. La cassetta degli attrezzi per architettare la speranza è la risposta politica a questo tempo lugubre. Non serve urlare quanto siano brutti e cattivi quegli altri: tocca esercitare alternativa.

Ieri a Bologna è accaduto esattamente questo: c’era il palazzetto leghista che ha soffiato sulla paura (mentre Zaia lasciava annegare Venezia per tenere sorridente un cartello in mano sul palco bolognese, a fare la majorette per servire il suo padrone) e c’era la piazza strapiena di gente che fieramente vuole essere alternativa. Solo che a quella gente, quella che manifestava per contarsi e per contare alla faccia di Salvini, bisogna offrire la cassetta degli attrezzi. In fretta. In modo credibile.

Questo manca.

Buon venerdì.

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Vi si è bucato il luna park

Quello che avviene a Venezia ha dei responsabili, nomi e cognomi. No, non è l’acqua, no. L’acqua fa l’acqua come avviene da sempre e come continuerà ad avvenire. Dare la colpa all’acqua per l’allagamento di una città che galleggia sul mare significa voler giocare al dito e la luna. Un gioco penoso, irresponsabile, pericoloso e che erode Venezia. E mica solo Venezia. Venezia sott’acqua porta la firma del Mose. Di tutti quelli che l’hanno usato come cuscino per nascondere tangenti che poi hanno esportato in giro. Galan (sì, sì,  Galan e i suoi amici leghisti) le sue mazzette le ha esportate allegramente in Montenegro. C’è una sentenza. Ma a Venezia le sentenze non galleggiano, vanno in fondo alla memoria.

Il Mose è costato 7 miliardi di euro. 7 miliardi di euro per costruire un’opera che il cambiamento climatico renderà ogni mese più inutile. 7 miliardi di euro che sarebbero serviti per occuparsi di una manutenzione ordinaria che continua a mancare. Nomi e cognomi: sul Mose non è difficile, basta tornare al governo Berlusconi che lo pensò e basta vedere chi oggi ancora lo invoca (sindaco e presidente di Regione in testa). Venezia sott’acqua porta la firma di tutti quelli che l’hanno abusata come luna park. Sono quelli che pensano a canali più grandi per permettere il passaggio di navi ancora più grandi. Sono quelli che la trattano come se fosse un parco divertimenti che hanno trovato già pronto: per loro non è una città, bellissima e fragile, no, Venezia è una slot machine da fare ingrassare. Nomi e cognomi.

Venezia sott’acqua porta la firma di tutti quelli che negano i cambiamenti climatici. Sono gli stessi che deridono Greta e che pensano che il clima sia un problema sempre degli altri. Sono quelli che adorano la produttività a tutti i costi e se ne fottono se la produttività erode le fondamenta e la vivibilità dei posti in cui vivono. Quelli, di solito, pensano comunque di potersi comprare i posti più alti se si allaga o si asciuga tutta là in basso. Venezia sott’acqua porta la firma di chi considera il patrimonio artistico qualcosa di eterno e si illude di non doversene prendere cura. Sono gli stessi che in piazza San Marco ci vedono i ristoranti o gi hotel che si potrebbero aprire, dove si potrebbe investire. Una generazione che ha ricevuto in eredità un inestimabile valore in arte e cultura e che non sente il dovere di preservarlo e prendersene cura. Cari, vi si è bucato il luna park. Ma scommetto che già ci vedete il sequel di Atlantide, nevvero?

Buon giovedì.

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Poi scappano

Due episodi significativi per misurare la temperatura morale di una destra che vorrebbe essere autorevole (se non addirittura autoritaria) e invece è una barzelletta che andrebbe rimessa nel cassetto delle ridicolaggini. Sono quelli che usano il verbo “frignare” per ridicolizzare gli avversari (e i disperati) e poi frignano vittimismo in ogni occasione.

Bologna. Due “politici” di Fratelli d’Italia decidono di fare un giro per le case popolari («costruite dai nostri padri e dai nostri nonni», dicono con la loro patetica passione per il feticcio della nostalgia nonostante la loro ignoranza per la storia) leggendo ad alta voce i nomi degli inquilini. Attenzione: inquilini che stanno in quelle case perché ne hanno tutto il diritto, sia chiaro. Però con il loro “giochetto” vogliono dimostrare l’invasione degli stranieri e così mandano in onda la loro “ronda” etnica. Fa niente che i dati ufficiali (ma per loro esistono solo i sentimenti social, ovviamente) dicano che solo il 7% delle abitazioni è abitato, regolarmente, da cittadini stranieri). A Marco Lisei e Galeazzo Bignami interessa versare per bene tutto il liquido seminale della loro propaganda. Peccato che il loro patetico show violi la legge e così quando l’avvocata Cathy La Torre presenta un esposto al garante della privacy i due energumeni diventano pecorelle, cominciano a dire di non avere paura, poi hanno paura, cancellano il video e scompaiono. Ovviamente si lamentano dei “poteri forti”, ovvero la legge italiana. Studiate.

Giorgia Meloni è la segretaria di Fratelli d’Italia. Giorgia Meloni fa politica da sempre, ha votato la legge Fornero, il governo Monti, Ruby nipote di Mubarak e altri colpi da fuoriclasse del genere. La trasmissione Report manda in onda un servizio in cui si mostra il meccanismo di propaganda social anche di Fratelli d’Italia, supportato da numeri e analisi. Giorgia Meloni dice che non è vero. La redazione di Report risponde: benissimo, se non è vero allora ci denunci così facciamo decidere a un giudice la credibilità del nostro servizio. Giorgia Meloni dice che denuncia, poi ci ripensa, no non denuncia. Scappa. Per giustificarsi aggiunge che non denuncia Report perché altrimenti perderebbe e dovrebbe pagare la Rai, quindi lo fa per non pesare sui cittadini. Che buon cuore. Peccato che la responsabilità penale sia personale e in caso di (molto dubbia) condanna in tribunale sarebbero gli autori del servizio a dover pagare. Ma Giorgia Meloni finge di non saperlo. Studiate.

La conclusione è sempre la stessa: poi scappano. Perché per loro le idee sono semplicemente dei vessilli da issare al massimo per un paio di giorni per sostenere un po’ di retorica. Tutto qui. La consistenza delle loro idee scade come lo yogurt. Per questo si stupiscono quando qualcuno gliene chiede conto.

Intanto in Val di Susa una 73enne decide di farsi il carcere, rinunciando alle pene alternative, per difendere le proprie idee.

Scova le differenze.

Buon mercoledì.

 

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A proposito di legalità a Riace

Essere Mimmo Lucano, oggi, in Italia, in un Paese mangiato dalla bile e dalla guerra del “tutti contro tutti” solo per mangiarsi l’avversario significa scegliere la strada più difficile che possa venire a mente di inforcare: quella della solidarietà, dell’inclusione, dei toni bassi, dell’aspetto cordiale (nel senso letterale, “di cuore”) delle cose.

Mimmo Lucano da sindaco di Riace può avere fatto cose che vi piacciono o meno, per carità, è il gioco della politica. Però Mimmo Lucano ci hanno detto che era uno che non rispettava le regole e invece le regole vanno rispettate. E perfino Salvini è sceso a Riace per dire che bisognava ripristinare la legalità. Così hanno eletto il leghista Antonio Trifoli.

Il Tribunale di Locri ha dichiarato decaduto il sindaco di Riace, Antonio Trifoli, eletto lo scorso 26 maggio a capo di una lista civica di ispirazione leghista. Trifoli – ha sostenuto il collegio – non poteva essere candidato perché assunto al Comune come vigile urbano, a tempo determinato e non aveva quindi diritto ad accedere all’aspettativa non retribuita per motivi elettorali. Non era quindi né candidabile, né eleggibile. Il ricorso per la sua incandidabilità era stato presentato subito dopo la sua elezione da Maria Spanò, candidata a sindaco della lista sostenuta dall’ex primo cittadino di Riace, Mimmo Lucano.

Ora qualcuno si aspetterebbe un po’ di senso di vendetta. Mimmo Lucano invece ha dichiarato che non gli interessano gli aspetti legali e che bisogna costruire un’alternativa.

Appunto. L’alternativa sta tutta nel puntare sui valori e sui contenuti. Perché altrimenti finisce che quello che doveva ripristinare la legalità si scopre essere il primo illegale. Intanto a pagare è la città di Riace. Ed è una storia piccola che ha valenza nazionale.

Buon martedì.

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La pacchia finita del vicesindaco leghista

Dice che è stata “un’odissea”, ha detto proprio così, il vicesindaco di Sarzana Costantino Eretta, leghista duro e puro di quelli che i clandestini li caccerebbe a calci perché dice che è giusto così. E invece si è ritrovato clandestino e ora viene a farci la lezioncina ripetendo quello che da mesi si prova a dire. I fatti: lo scorso 6 novembre Eretta parte per la Cina con il vicesindaco di Mulazzo, Claudio Novoa, e un giornalista della Gazzetta della Spezia. Devono pubblicizzare i propri prodotti, missione “commerciale”, si direbbe. Eretta perde il passaporto e da lì in poi è lui stesso a raccontare l’accaduto:

«Salito sul volo della China Airlines all’aeroporto romano di Fiumicino ho tenuto il mio passaporto nella tasca interna della giacca che ho riposto nel stipetto sopra il mio posto. All’arrivo però il documento era sparito e non so dire se sia andato perduto o mi sia stato rubato. Ho subito fatto presente la cosa alle autorità locali e mentre la nostra delegazione partiva con tutti gli altri membri per rispettare il programma, ero convinto di risolvere la cosa denunciando lo smarrimento del passaporto», ha spiegato il vicesindaco del Carroccio.

«Ho mostrato la lettera di invito dal governo cinese, pensavo di raggiungere il gruppo in un secondo momento. Ma sono stato trattato come un clandestino, nessuno che parlasse un inglese accettabile o mi spiegasse perché non si volesse risolvere il problema. Sono stato 15 ore confinato in dogana, osservato dalle guardie, costretto a chiedere il permesso per recuperare da bere, mangiare o andare in bagno».

E poi:

«Sono stato trattato da immigrato clandestino. Sono stato bloccato al mio ingresso in Cina e forzatamente rimpatriato, con la polizia italiana che mi attendeva a Malpensa e dopo essere stato trattenuto nell’area dogana dell’aeroporto di Pechino con le guardie a custodirmi quasi 15 ore, davvero un’odissea».

Immaginate i cinesi cosa avranno pensato: questo italiano che vuole danneggiare le nostre aziende e che finge di avere perso i documenti, troppo elegante per avere bisogno di venire in Cina, potrebbe vendere le sue cose a casa sua e se nasconde la propria identità è perché sicuramente non vorrà che si sappia tutto di lui. A casa. La pacchia è finita.

Buon lunedì.

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Letteratume recensisce #ACasaLoro

(fonte)

Il racconto di una tragedia rischia di scadere nel sensazionalismo (o nella propaganda) se non si ricostruiscono fatti e contesto con metodo e onestà intellettuale e se non si dosano correttamente questi elementi con una sapiente capacità narrativa.

In A casa loro si affronta il delicatissimo tema delle morti nel Mediterraneo grazie al virtuoso incontro tra il teatro civile di Giulio Cavalli e il giornalismo d’inchiesta di Nello Scavo: un monologo prima portato in scena sui palchi d’Italia e ora un libro pubblicato da People, casa editrice fondata e diretta da Pippo Civati, sempre in prima linea nel racconto criticamente costruttivo del presente.

A casa loro è un urlo straziante che deve giungere alle orecchie di chi vuol capire ma soprattutto a quelle di chi non vuol sentire, di chi crede ancora che esista un noi e un loro e che i confini siano barriere invalicabili soggette alla discutibile discrezionalità di un caudillo o di un tiranno 4.0.

Il monologo teatrale di Giulio Cavalli, incentrato sulle accurate ricostruzioni di Nello Scavo, tocca le corde intime perché mostra persone e vite umane, spesso trattate da un’informazione sciatta e distratta solo come un’impietosa statistica.

Invece qui ci sono le storie, i sogni strappati, il peso di vite annientate, sfregiate, distrutte.

Viaggi e fughe spesso mai terminati, se non nei fondali del Mediterraneo, versione moderna delle camere a gas naziste.

«Il mare non uccide. Ad uccidere sono le persone, la povertà, le politiche sbagliate e le diseguaglianze che rendono il mondo un posto opposto dipendentemente dal nascere dalla parte giusta o sbagliata.»

Ci sono Karim e le sue storie, la bella Rhoda che voleva essere brutta per scampare alle indicibili violenze del “Bastardo di Zuara”, Efrem che come una pallina di ping pong aspetta il prossimo rimbalzo fuori dall’Italia; ci sono i pescatori lampedusani, che lottano intimamente contro l’assuefazione al dolore, c’è Victory svenduto all’asta come una merce e c’è una Dichiarazione Universale dei Diritti Umani tristemente disattesa da uomini e istituzioni.

La ricostruzione dell’inferno libico e delle sue atroci conseguenze trova compimento in un viaggio narrativo che è anche un “safari lessicale”: sapere cosa significhino Madame Boga, Native doctor, Connection man o Lapalapa, è fondamentale se si vuole dare un senso a tutto questo e capire dove può arrivare l’occultamento della verità.

Una ricerca della verità che è costata a entrambi gli autori una vita sotto scorta: il quotidiano impegno nello svelare gli orrori, le ingiustizie e le storture, uno della mafia nostrana, l’altro di quella nordafricana, è infatti la loro stella polare.

«Quando davvero la storia riuscirà a mostrare le dimensioni della tragedia, sul barcone ripescato sarà il museo della vigliaccheria.»

Affinché il messaggio di Scavo e Cavalli non si disperda, occorre che ognuno di noi legga e faccia conoscere questo testo (e altri di questa natura), perché il futuro ce ne renderà conto e non si potrà vivere con il tormento e la responsabilità di non aver permesso ad esseri umani come noi di cominciare una nuova vita, di trovare un’alternativa o più semplicemente di sentire il mondo come casa propria.

Affinché non esista più una “casa nostra” contro una “casa loro” e perché nessuno potrà più dire “non sapevamo”.