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Le quattro ossa di Nicoletta Dosio, in prima linea contro la Tav


Comunque la si pensi su TAV Nicoletta Dosio, che a 73 anni rinuncia alle pene alternative e decide di affrontare il carcere per una condanna di un anno, è l’esempio raro di una persona che sconta le proprie idee senza fuggire dalle proprie responsabilità, consapevole che “resistere” significa anche accettare i costi delle proprie azioni.
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Vi serviva davvero la scorta a Liliana Segre, per capire che l’Italia è antisemita?


Tutti (giustamente) preoccupati per Liliana Segre finita sotto scorta. Ma davvero non vi bastava la bava che scorre nei discorsi, al bar o in rete, per rabbrividire di fronte a questa violenza spacciata per autorevolezza e questo odio che si finge protezione di non si sa bene cosa. Abbiamo bisogno di una scorta per accendere la luce rossa dell’emergenza e poi ce la dimentichiamo subito, quella luce lì, accesa in fondo al corridoio come se servisse solo per il tempo di un articolo.
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Non l’avevamo mica salvata, Liliana Segre

Forse ci eravamo illusi che bastasse questo: avere visto la sconfitta dei tedeschi, avere rimosso Mussolini, avere aperto i cancelli dei lager, essersi seduti per scrivere una Costituzione con le migliori menti del Paese per evitare la rinascita di qualsiasi dittatura, avere letto le parole di Primo Levi, avere portato i partigiani a scuola per raccontare cosa fu il fascismo, avere organizzato incontri con i deportati perché i loro tatuaggi fossero i nostri tatuaggi. Abbiamo pensato che dopo un orrore del genere, dopo avere tollerato che le persone diventassero fumo sarebbe stato impossibile ricaderci.

E abbiamo pensato di averla salvata, Liliana Segre, lei e i sopravvissuti alla sventura, abbiamo pensato di averli onorati del nostro dolore e della compassione e abbiamo pensato che ora Liliana Segre fosse al sicuro. Ci sbagliavamo. Eccome. E non ci sbagliavamo solo perché ora abbiamo in giro una grande donna, anziana gentile, nobile solo per come non abbia mai ceduto al giogo della rabbia e della vendetta che deve essere protetta dallo Stato per l’odio che scorre contro tutto quello che rappresenta ma ci sbagliavamo anche perché ci eravamo convinti di dovere proteggere Liliana Segre dal passato e invece abbiamo costruito un presente che la mette in pericolo, ancora.

In pericolo da una vita, Liliana Segre: significa che non ne siamo mica usciti da quel rancido periodo di violenza. È cambiato il fascismo, sotto traccia e dissimulato in sovranismi vari all’amatriciana, ma questo Paese è ancora un pericolo per la Segre. Ecco, scusate, a me fa scoppiare il cervello sapere che non l’abbiamo mica salvata Liliana Segre, non è tanto la questione della scorta, mica solo questo, è la consapevolezza che questo Paese sia ancora “pericoloso” per lei a non andarmi giù, che in tutti questi anni non abbiamo voluto vedere la brace che sotto bruciava ancora.

«Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell’aria. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo. In questo libro se ne descrivono i segni: il disconoscimento della solidarietà umana, l’indifferenza ottusa o cinica per il dolore altrui, l’abdicazione dell’intelletto e del senso morale davanti al principio d’autorità, e principalmente, alla radice di tutto, una marea di viltà, una viltà abissale, in maschera di virtù guerriera, di amor patrio e di fedeltà a un’idea», scriveva Primo Levi. Noi pensavamo che fosse un capitolo di Storia. Invece è una diagnosi dell’oggi.

Buon venerdì.

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Cenere e libri

Brucia una libreria. Mica una libreria qualunque. Brucia la stessa libreria di Centocelle che la mattina del 25 aprile, nel giorno che doveva avere il sapore di una Liberazione, era già bruciata. E ora brucia di nuovo. “La pecora elettrica” è una libreria che ha coraggio, come bisogna avere coraggio oggi a occuparsi di libri e di librerie, in un quartiere come quello dove ogni luce accesa è un fastidio per gli affari loschi dello spaccio e dei criminali che si ritengono proprietari del quartiere.

Dice in un’intervista un dipendente della libreria, visibilmente provato, che la cosa che più l’ha colpito è lo stesso odore di cenere che erano libri che aveva annusato il 25 aprile. E la sensazione delle periferie che diventano discariche di oppressioni e di disperazioni è proprio quella cenere di qualcosa che diventa difficile ricomporre, fare ritornare all’idea originaria.

C’è tutto lo sgomento per l’incendio dei libri: i libri bruciati, un’immagine che riaffiora dolorosa da tempi nerissimi. Ma lì di fronte c’è anche la pizzeria di un giovane ragazzo, anche quella gestita con il coraggio di chi decide di essere luce nel quartiere che i prepotenti vorrebbero buio, che qualche giorno fa ha subito lo stesso trattamento: fuoco, danni, fatica, e quelle disperazione che sta tutta nella fatica di svegliarsi ancora capaci di fabbricare speranza.

Sdegno di tutti i politici. Ci mancherebbe. Molto sulla libreria, molto meno sul coraggio di raccontare un quartiere che è sfuggito di mano come sfuggono di mano porzioni intere di un Paese che si sgretola, perdendo quartieri fisici e quartieri sentimentali, dove il buio diventa fin troppo facile da cavalcare in senso fisico e in senso trasfigurato. Notizie da parte dei campioni della sicurezza che passano tutto il giorno a leccare le forze dell’ordine non ne sono arrivate: in un attentato senza negri e per di più con i libri non sanno proprio cosa dire, gli sanguina il cervello.

Però c’è una buona notizia: questi vigliacchi sono talmente vigliacchi che si spaventano per un libro e per una pizza, si squagliano di fronte a una luce. Fare luce: se ci pensate sarebbe il comandamento della politica e della comunità. Non dovrebbe essere così difficile.

Buon giovedì.

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Fischi e fiaschi. A Verona

Sembra una barzelletta. E invece no. A Verona il consigliere della lista comunale “Battiti per Verona” Andrea Bacciga (famoso per avere fatto il saluto romano alle componenti del movimento Non una di meno in Consiglio comunale, tanto per chiarire l’evidente spessore del soggetto) insieme a altri tre consiglieri della Lega (Alberto Zelger, Paolo Rossi e Anna Grassi) ha presentato una mozione che definire una barzelletta è troppo poco. Scrive Bacciga (trattenete il respiro):

«Premesso che:

  • domenica 3 novembre, durante la partita Hellas Verona-Brescia, improvvisamente il giocatore del Brescia Mario Balotelli calciando il pallone verso la tifoseria avversaria usciva dal campo, accusando di avere ricevuto cori razzisti;
  • nessuno presente allo stadio udiva tali ululati né il pubblico presente né la panchina del Brescia né  i giornalisti né i professionisti della piattaforma Sky a bordo campo;
  • iniziava subito una campagna mediatica contro la città di Verona sia da alcuni politici, come risulta dal comunicato del PD, sia da alcuni giornalisti che, seppur non presenti allo stadio, non hanno perso l’occasione di gettare fango sulla nostra città.

Considerato che:

  • non sia più accettabile che Verona venga messa sul banco degli imputati, pur quando, come in questo caso, non è accaduto nulla.

Con la presente mozione il Consiglio comunale impegna:

  • il sindaco, l’assessore e gli uffici legali del comune a diffidare legalmente e/o adire le vie giudiziali nei confronti del calciatore e di tutti coloro che attaccano Verona diffamandola ingiustamente».

In pratica questi valorosi consiglieri comunali vogliono querelare Balotelli e tutti quelli che ne parlano o ne scrivono. Quindi anche noi, probabilmente. E anche voi che leggete, chissà.

Peccato che il Giudice sportivo invece abbia punito il Verona con la chiusura per un turno del settore poltrone est, da dove sono arrivati gli insulti all’attaccante del Brescia (niente condizionale visto che si parla di recidiva dopo il caso Kessie).

Un gran figurone per Bacciga e i suoi camerati. Davvero. Però è riuscito a chiarire una cosa importante: di solito chi ha le polveri bagnate per difendersi finge di difendere un patria (che sia una città o una nazione). E ancora una volta, volendo ben vedere, possiamo notare che quelli del “prima gli italiani” hanno evidenti difficoltà con la lingua italiana.

Bacioni, cari consiglieri.

Buon mercoledì.

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Innescare guerre. Anche tra operai e calciatori

Ora, riassumendo, si potrebbe dire che la giornata politica di ieri propone due macroargomenti. In un quotidiano si direbbe che sono i due argomenti di apertura: c’è la reazione di Mario Balotelli (professionista delle reazioni) ai buu razzisti della tifoseria del Verona (che sul razzismo è sempre riuscita a farsi notare, diciamo) e dall’altra parte c’è l’ex Ilva che viene “lasciata” da AncelorMittal perché non è riuscita, tra le altre cose, ad avere garanzia di impunità.

In un Paese normale, un Paese che rispetta la cronaca e decide di dibatterne con onestà intellettuale ci sarebbero i due fronti che adducono le proprie ragioni. Sul razzismo ci sarebbero (e ci sono) quelli che minimizzano (e nascosti tra loro anche i razzisti) e quelli che chiedono pene severe. Magari ci sarebbe anche qualche politico che riflette sul fatto che chiedere la carta d’identità per i social quando gente ci mette la faccia per insultare un calciatore nero sembri davvero una cosa minima. Sull’ex Ilva ci sarebbe chi dice che il lavoro merita anche qualche calata di braghe del governo e dall’altra chi proverebbe a fare notare che chiedere uno “scudo” legale per garantire posti di lavoro potrebbe sembrare un ricatto.

In un Paese normale chi è al governo studierebbe subito delle soluzioni, tutti insieme, poi uscirebbero dalla porta del Consiglio dei ministri e ci spiegherebbero cosa hanno intenzione di fare.

Invece qui accade che una componente del governo se la prenda con il governo di cui fa parte. In pratica un autodafé. E accade che un presunto valoroso politico ex ministro dell’Interno riesca addirittura a dire che Balotelli (perché non ha il coraggio di dire “il razzismo”) è l’ultimo dei suoi problemi e che un operaio dell’Ilva vale dieci volte lui, che fa “il fenomeno”. Ovvero nel nostro Paese c’è qualcuno, dalla politica codarda e demagogica e razzista, che riesce addirittura a innescare una guerra tra operai e calciatori. Uno schifo immondo.

Buon martedì.

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Potete anche smettere di fingere

Hanno fatto ammuina, hanno finto di darsi un po’ di gomito come se gli interessasse davvero, hanno detto che c’era altro di importante a cui pensare, hanno detto che ci avrebbero pensato, hanno detto che ci stavano pensando, hanno finto di essere contriti e molto pensierosi, hanno detto che sì c’erano cose da cambiare, ma non tutto, ci hanno spiegato, o forse tutto, ci hanno ripensato. E sono riusciti nel loro capolavoro più grande: il tempo è scaduto e l’Italia continua a essere l’amico degli amici libici, la finanziatrice degli assassini che si travestono da Guardia costiera di giorno e poi fanno gli scafisti di notte e poi al mattino dopo vanno a riprendersi gli stessi che hanno fatto partire, in un circolo feroce e vomitevole in cui loro continuano a guadagnarci, pagati sia nella parte dei buoni che dei cattivi.

Bravi, complimenti, avete messo in piedi un governo che doveva essere “della discontinuità” e invece è stato perfino più furbo del precedente; quelli si vantavano e invece voi zitti zitti avete tenuto perfettamente uguale. Baciate i libici come quegli altri baciavano Riina e quando fra qualche anno verranno fuori i dettagli della vostra “trattativa” (perché usciranno, eccome se usciranno) potrete sperare che siano andati prescritti nella memoria e nell’indignazione.

Bravi anche quelli che si fotografano in bella posa sulle barche dei migranti quando c’era Salvini e invece qui al massimo evacuano qualche timido comunicato stampa: solidali contro l’avversario politico fingendo di essere solidali per i diritti umani. Giochetto riuscito. Potrete vantarvi di averlo fatto in modo più furbo.

Ora però fateci un piacere: non osate più avvicinarvi al tema dell’integrazione e della solidarietà. Non sporcate con le vostre luride mani qualcosa che richiede etica e che non merita i vostri piccoli compromessi da mimi nemmeno troppo bravi. Fingete anche di esserne dispiaciuti, non c’è più bisogno che teniate in scena questo triste spettacolo. Fottetevene. Pubblicamente. Ora siete liberi. Voi.

Buon lunedì.

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Ma che succede, in Cile?

È che è davvero lontano il Cile. Lontano e diverso. Quindi qualsiasi cosa arrivi da lì puzza di qualcosa di estraneo, che ci interessa giusto il tempo e lo spazio di riempire una colonnina nella pagina degli esteri. Il Cile lo raccontano in molti ma stando sempre attenti a non prendere posizione. Non sia mai.

Le parole che più mi hanno colpito sul Cile sono di Diego del Pozo. Diego del Pozo si è laureato in Lettere e ha un Master in Letteratura all’Universidad Católica de Chile, attualmente svolge un Dottorato di Ricerca in Storia e Patrimonio Culturale presso l’Università di Helsinki, Finlandia. Ha scritto un pezzo che sembra letteratura, oltre che cronaca. Si intitola “In Cile si è esaurito il credito”: già il titolo è una fotografia.

Scrive Del Pozo:

«Come è possibile che in Cile, l’oasi dell’America Latina, oggi si viva una delle peggiori crisi politiche di tutta la regione?

Forse bisogna andare molto indietro nel tempo per poter rispondere a questa domanda, e probabilmente il presidente del Cile si sta chiedendo la stessa cosa. Del resto, è stato lui ad introdurre l’immagine dell’oasi. Il leader del Paese, colui che ci rappresenta. Se lui non ci comprende, allora la nostra democrazia ha fallito ancora una volta?

Il modello economico (capitalismo selvaggio) instaurato con la dittatura di Pinochet – che il presidente, così come l’opposizione che prima era al governo hanno saputo amministrare perfettamente durante quasi 20 anni, nonostante gli indici internazionali indichino il contrario – è un fallimento totale.

Il Cile è stato il primo Paese della regione ad entrare nell’OCSE, ma i numeri, quei numeri così evidenti, dicono la cosa opposta; ciò nonostante il Paese sa di cenere. Di tutto quel fumo indomabile, quello che si dissipa è una percentuale che è impossibile stabilire: al di là della crescita economica, della possibilità di accedere ai prodotti del mercato, al credito bancario, al di là delle auto nuove, dei televisori al plasma, e per finire con i cliché, dei successi sportivi, la percentuale che non è cambiata è stata quella della felicità.

Noi cileni, nonostante tutto, non siamo più felici. Al contrario, ci sentiamo più depressi e abbandonati che mai. Abbiamo iniziato a suicidarci. Oggi in Cile, le persone che per prime si tolgono la vita sono quelle che hanno visto di più: la terza età. Sembra che l’andare in pensione in Cile segni l’inizio del dolore e della sofferenza. Chi potrebbe crescere ottimista in questo scenario? Non bisogna dimenticare che in Cile il secondo gruppo con la percentuale maggiore di suicidi sono gli adolescenti. Spero che il presidente si stia chiedendo la stessa cosa.

Siamo già da una settimana con coprifuoco e militari per le strade del Cile, da quando hanno avuto inizio le manifestazioni a Santiago lo scorso venerdì, a causa dell’aumento del costo del trasporto pubblico nella capitale. Oggi, oltre alla Región Metropolitana, praticamente l’intero Paese si trova in stato d’emergenza, ciò significa che i militari sono responsabili della sicurezza in ogni angolo della nazione, e la paura si diffonde come un flusso d’acqua fantasmagorico che nessuno vede, ma che tutti percepiscono, come l’acqua autentica che ormai non scorre più nella maggior parte dei fiumi del Paese.

Una serie di dichiarazioni, al limite fra la presa in giro e l’indifferenza da parte del consiglio dei ministri, si sono aggiunte, come una sciocca provocazione, alla pressione sociale che si respirava durante il secondo anno di governo del secondo mandato del presidente Sebastián Piñera. Ciò che apparentemente era il riflesso di una democrazia solvibile, con l’alternarsi al potere fra la destra e la sinistra (Michelle Bachelet 2006-2010, Sebastián Piñera 2010-2014, Michelle Bachelet 2014-2018, Sebastián Piñera 2018 – ad oggi), oggi sembra ridicolo, evidenzia soltanto la mancanza di un piano politico e la lontananza dall’instaurazione di un progetto democratico.»

L’ha scritto Diego, il buongiorno migliore sul Cile.

Buon venerdì. Nei piccoli cortili ristretti.

Per approfondire, Left in edicola dall’1 novembre

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Nazisti, fascisti e bombe. In Italia

Collebeato. Brescia. Sabato sera un rifugiato ospite dello Sprar dà in escandescenze dopo avere saputo della morte della sua unica figlia nel Paese di origine.. Solo spavento, si pensa. Per fortuna. Poi domenica succede altro, eccome. Lo spiega benissimo il comunicato stampa dell’amministrazione comunale:

«Dopo il grave episodio che sabato 26 ottobre ha visto coinvolta una persona accolta nel progetto Sprar di Collebeato, si sono verificati nel nostro paese alcuni fatti che, dopo aver riflettuto, riteniamo giusto comunicare alla cittadinanza. Domenica sera, verso le 22:30, alcune persone si sono recate presso la casa dove alloggiano alcuni ospiti Sprar e, dopo aver insultato una signora che non voleva indicare loro l’appartamento dei rifugiati, hanno urlato frasi ingiuriose all’indirizzo dell’abitazione e lanciato un oggetto che ha provocato una forte esplosione.

Poi, raggiunta l’abitazione del sindaco, hanno depositato nella cassetta della posta materiale esplosivo che, deflagrando, l’ha sbalzata a vari metri di distanza (parte sul terrazzo dei vicini) e danneggiato il portone.
Il raid si è concluso con scritte razziste sul municipio, con annessa svastica sotto la lapide in memoria dei partigiani, e su altri spazi dell’immobile. Siamo fermi nel condannare questi atti e nella volontà di continuare il percorso di accoglienza, intrapreso e condiviso ormai da anni con la nostra comunità. Crediamo che oggi più che mai sia necessario prendere le distanze da chi vuole alimentare il clima di odio, di divisione e paura: non il conflitto, ma il confronto democratico sarà sempre la nostra unica scelta».

C’è tutto: razzismo, nazismo, esplosivo, svastiche sui monumenti partigiani. Eccola l’aria che tira e che qualcuno continua a volere sminuire. Ecco le notizie che rimangono nascoste.

Ad Acquasanta Terme, in provincia di Ascoli Piceno, Fratelli d’Italia ha organizzato una cena di nostalgici per celebrare la Marcia su Roma. All’iniziativa ha preso parte anche il sindaco di Ascoli Marco Fioravanti. A pochi chilometri di distanza nel marzo del 1944 nazisti e fascisti trucidarono 42 persone, compresa una bambina di 11 mesi che venne bruciata viva davanti alla madre.

Ma davvero poi ci stupiamo dei social? Avete messo la testa qua fuori?

Buon giovedì.

 

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Ignoranti su internet

Fermi tutti: la nuova moda dei deputati che non sopportano internet (quelli che sono abituati a trovare spumante e pasticcini ogni volta che devono proporre un soliloquio e che non reggono un confronto qualsiasi su un social qualsiasi) è la moda di “regolamentare” i social con, udite udite, una carta d’identità per iscriversi. Non sanno (o fingono di non sapere) che esistono già le leggi e tutti gli strumenti per dare un nome e un cognome a un account ma l’argomento, trattato in superficie sfruttando l’ignoranza, funziona benissimo.

Eppure è un cagata pazzesca.

Dice Matteo Grandi, che con internet ci lavora e lo studia da sempre: «La carta d’identità per andare sui social è una delle proposte più ridicole e senza senso che non si sentivano da anni e capisco che la politica ha una gran voglia di mettere le mani sul web e di disciplinarlo ma probabilmente la politica non ha presente di cosa sia la rete. Mi sorprende che una proposta del genere arrivi da un deputato giovane e sedicente social come Marattin ma la cosa veramente grave è la seguente: la prima è che oggi di fatto un anonimato vero e proprio in internet non esiste perché con l’indirizzo ip siamo tutti rintracciabili e la seconda è che l’anonimato, per chi riesce invece a nascondersi dall’indirizzo ip, è un diritto umano sancito e riconosciuto perché è proprio grazie all’anonimato che si possono fare denunce anonime (e ne sono state fatte tante, che hanno anche cambiato il corso della storia) senza incorrere in ritorsioni. Allora iniziamo a capire che non è mettendo mano in maniera goffa e arbitraria a delle leggi che si può migliorare l’aria che si respira in rete ma è solo attraverso percorsi seri di cultura digitale».

E io non avrei potuto dirlo meglio. Ignoranti su internet che vogliono regolamentare internet. Poveri loro. Poveri noi. Chissà quando tornerà di moda studiare prima di parlare.

Buon mercoledì.

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