Zaia manganellato
Un buffetto, mica una manganellata, perché ancora crediamo nella legge, qui, dalle nostre parti.
Un buffetto, mica una manganellata, perché ancora crediamo nella legge, qui, dalle nostre parti.
Alla fine la piazza è solo un Papeete senza mojito. E se Salvini scende in piazza, con al seguito Meloni e Berlusconi a fargli da maggiordomo, è solo perché il Capitano (ormai piuttosto dinoccolato) sa benissimo che la sua propaganda ha bisogno di essere eterea per funzionare, deve frequentare gli spazi aperti dove non contano i fatti ma dove si trasformano in fatti le opinioni, le piccole propagande ricoperte di bava, le promesse che poi non interessa a nessuno se saranno mantenute, le foto prese dalle angolazioni migliori, i soliloqui rivenduti come ragionamenti e i dibattiti relegati solo nei commenti.
Salvini e il suo fedele Morisi hanno spremuto tutte le loro armi per cercare di convincerci che il leader leghista sia stato fatto fuori da chissà quali poteri occulti o chissà da quali giochetti di palazzo ma alla fine anche i più ingenui, quelli che mettono sullo stesso piano un tweet con un’analisi politica, hanno capito benissimo che l’estate salvinana è stata un viaggio di Icaro che si è sciolto le ali di cera per essersi troppo avvicinato al sole.
I greci la chiamano hybris, ciò che punisce l’uomo quando tenta troppo di avvicinarsi agli dei: Salvini ha creduto davvero che si potesse fare politica senza farla per davvero e così si è sbriciolato di fronte all’inconsistenza della sua poca credibilità internazionale, della sua incapacità di confronto con tutti i corpi intermedi (sindacati, rappresentanti di categoria e gli stessi funzionari dello stesso ministero di cui è stato titolare) e si è ritrovato…

L’articolo La trista reunion del centrodestra proviene da Left.
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Dunque. Ci pensavo oggi, solo perché mi sono permesso di non pensare a tutte le minime cose senza importanza che vomita la politica offrendocele su un vassoio come se fossero delle prelibatezze, ci pensavo oggi che da qualche anno, sarà che sono diventato ipersensibile o semplicemente sto invecchiando con una certa malinconia, insomma incontro persone con cui mi capita di incrociarsi.
Incroci semplici, qualche volta per lavoro, qualche volta per amicizie di qualche amico di rimbalzo, gli incontri che capitano a ognuno di noi, niente di che. Persone che appaiono travestite dal guscio di professionisti, di padri, di madri, di clienti, di vicini di casa, tutti ristretti e catalogati per ruolo, che poi appena si dirada il formalismo e entra un poco di umanità, ne basta poca, ti svelano il mondo che ci sta dietro.
E dietro alle persone, quelle che sfioriamo sul marciapiede anche con un certo fastidio, ci sono famiglie a pezzi, ci sono dolori da bambini che sono diventati adulti insieme a loro, dico i dolori insieme ai bambini, ci sono lutti che non sono mai riusciti a digerire, ci sono fallimenti che si portano alle caviglie come la palla di ferro dei carcerati nei cartoni animati, ci sono sogni che sono stati sfiorati e poi persi per un soffio. C’è un mondo che la buona educazione dei benpensanti ritene pornografico, addirittura osceno, che teniamo buono solo per i pezzi di cronaca o per i romanzi e che invece abitano in tutti gli animi di tutti i condomini. Una cosa così.
E mentre tutti ci spingono a disinfettarci dagli affari degli altri invece ti rendi conto che gli affari degli altri sono la vita vera che ci dovrebbe interessare. C’è questa frase, che viene attribuita ogni volta a qualcuno di diverso, che più o meno dice che bisognerebbe essere gentili con tutti perché ognuna delle persone che incontriamo sta combattendo una sua battaglia personale. Ed è una frase bellissima, un manifesto politico, sociale e culturale.
E chissà se un giorno non tornerà di moda l’essere gentili. Gentili mica perché nobili per reddito. Gentili perché nobili nell’accarezzare i cuori degli altri, con cura, come se fossero qualcosa che ci dovrebbe interessare.
Buon venerdì.
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Rimane Quota 100. Costa 4 miliardi, Quota 100, ed è stata un fallimento: chi avrebbe potuto andare in pensione ha preferito non andarci per non vedersi tagliato il consistente assegno di fine lavoro. Le richieste sono sempre meno, i posti di lavoro che avrebbero dovuto crearsi non si sono creati. Eppure rimane lì. Va bene così.
Rimangono i decreti sicurezza di Salvini, rimangono gli stop alle Ong, rimane invariata la linea sui migranti. In pratica il trucco è fare quello che si faceva prima solo che l’atteggiamento è molto più educato e il look è bell’impomatato. In tutto questo anche il declino del sistema di accoglienza continua. Certo, non ci sono le battute contro Carola. Forse dovrebbe bastarci questo. Va bene così.
Volendo ben vedere c’è anche il debito: quelli che si stracciavano le vesti per il 2,1% di deficit dello scorso governo ora esultano per il 2,2%. Tocca dare ragione a Salvini: ci si indebita come prima, più di prima ma questa volta vale.
Intanto l’Italia è sempre al palo. Non cresce. Certo non oscilla più con lo spread come una volta ma i buoni rapporti, si sa, sono sempre una garanzia. Ma si sa anche che avere buoni rapporti con i carnefici non è sempre una buona notizia. Va bene così.
Non si capisce esattamente cosa sia cambiato, non si capisce esattamente dove sia la mano del Pd, anzi dove sia il Pd. Rimangono i due Mattei a fare propaganda, uno sulla schiena dell’altro. Come gli uccelli sul dorso degli ippopotami. Va bene così.
Doveva essere il governo della svolta e invece sembra la versione omeopatica di quello di prima.
Avanti così.
Buon giovedì.
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Abbiamo preso le birre, centocinquantasei birre perché è vero che eravamo solo in due ma avevamo una sete bestia. E poi sigarette, sigarette come se piovessero. C’ era il superbowl dei grandi, anzi crandi, politici italiani quelli che hanno cambiato il mondo perché annusano il futuro mentre noi poveretti annusiamo la verdura in frigo per scoprire se è scaduta.
Un evento epocale. Roba grossa. I più grandi politici di questo secolo, dopo Craxi, Cirino Pomicino, De Mita. Sbardella, Marattin, Calenda, Casaleggio e i sette Casaleggini, Grillo e i sette grillini, Boschi e Boschini, Fico e fichini, Di Battista e Dibattistini, Di Maio e basta, D’Alema che c’è sempre, Andreotti e i suoi fantasmi, mio cugino e tutti i nonni che sono morti e il grande presentatore.
Che serata meravigliosa: iperboli politiche che Andreotti in confronto sembrava un manuale di catechismo per catechisti non catechizzati. Roba da fare venire la pelle d’oca. A sentirli e a vederli così belli bolsi avresti pensato che fossero i padroni del mondo, che meraviglia, che bella la politica quando assomiglia così alta alla vendita in promozione degli aspirapolvere a domicilio.
Abbiamo pensato, stamattina, di avere assistito al momento politico del secolo: i due Mattei che si sfidano sono roba da accapponare la pelle a forma di Italia Viva. Ci hanno detto che stavamo assistendo alla finale della Coppa dei Campioni dei Campioni dell’ego della politica dei Campioni della Coppa.
Brrr. Inutili e incomprensibili come una mostra d’arte contemporanea.
Poi ci hanno detto che era tutta fuffa. Ci hanno detto che era la resa dei conti tra due perdenti che non si sono mai resi conto di avere perso. Ma davvero? Dici sul serio? Evviva. Anzi no, che peccato.
Abbiamo perso una sera per vedere la finale degli sconfitti che si sono impegnati a fingere di essere vincitori.
Bravi loro. Cretini noi.
Ora possiamo concentrarci sul presente? Sì, dai.
Buon mercoledì.
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Vorrebbero farci credere che il faccia a faccia tra Renzi e Salvini nel salotto televisivo di Bruno Vespa sia un appuntamento epico della politica italiana ma da fuori i due sono riconoscibili solo per le sonanti sconfitte che sono riusciti a infliggersi da soli e per il fatto che si ostinino a comportarsi da vincitori.
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Domenica pomeriggio, a Book Pride, Giulio Cavalli presenterà A casa loro, il monologo teatrale scritto insieme a Nello Scavo e uscito da poco per People. Cavalli, che è autore anche di Carnaio, finalista al Campiello di quest’anno, è tra coloro che, in Italia, si stanno impegnando di più per discutere di migrazione, etica e umanità: i suoi libri, anche se con misure e tecniche differenti, parlano proprio di questo.
Inizi il tuo monologo con la parola chiave di questi anni, la stessa che usa Liliana Segre, “indifferenza”. Ecco, forse è qui che conviene fermarsi fin da subito. Nello specifico, in relazione alla questione migratoria, sul rapporto e sugli equilibri tra indifferenza e odio.
Il rapporto c’è ed è evidente. Ma ho molta più paura dell’odio e della ferocia impomatata travestita da diplomazia, quella che burocratizza la morte e ne fa un punto di dibattito politico, piuttosto che degli odiatori seriali. L’odiatore che non prova più nemmeno a mimetizzarsi: è un pervertito dell’umanità, la sua è una reazione infima ma con una logica animale. Chi invece contabilizza i morti, e all’occorrenza esulta o si indigna per qualche morto in più o perché il morto è un bambino e allora fa più effetto, ecco, quelli sono i veri protagonisti dello spostamento dell’etica. Si mimetizzano da brave persone ma contribuiscono molto di più degli sfacciati a spostare la moralità. L’indifferenza è una variante dell’odio, molto più vigliacca.
In A casa loro scrivi che “Quando davvero la storia riuscirà a mostrare le dimensioni della tragedia, sul barcone ripescato sarà il museo della vigliaccheria”. Ecco, è proprio sul nodo della vigliaccheria che bisognerebbe riflettere.
Vigliacchi sono i benpensanti, i moralisti da strapazzo. Sono quelli che ritengono di avere il diritto di non intervenire sulle tragedie degli altri: oltre a non volerle raccontare, addirittura pretendono che non gli vengano raccontate. Nella diffusione della vigliaccheria hanno un grande ruolo anche il giornalismo, le narrazioni, la cosiddetta cultura. È un momento storico in cui i cosiddetti intellettuali pensano di essere o di poter essere apolitici, una stortura storica che non si è mai vista. Ci insegnavano che anche l’ultimo degli operai dovesse avere un ruolo politico nelle sue scelte e nei suoi comportamenti, adesso quando ti permetti di rompere la bolla dei benpensanti vieni accusato di voler lucrare sul dolore.

Quand’è che abbiamo rinunciato a quella gamma di valori?
Abbiamo cominciato a cadere nel momento in cui abbiamo iniziato a differenziare le persone che si spostano: la colpa della sinistra è stata di dirci che ci sono persone che scappano dalla guerra, altre soltanto dalla fame, altre ancora che si spostano per cercare una vita migliore. E allora il valore delle urgenze di queste persone ha dosi diverse, è lì che dobbiamo collocare la morte dell’Occidente culturale: nel momento in cui quella parte di mondo che aveva deciso di differenziarsi sui diritti, la nostra, si ritrova sulle proprie coste qualcuno che arriva e non è niente, non ha niente e non sa fare niente: di fronte a quel qualcuno, oggi l’Occidente non sa cosa rispondere.
In Italia però moltissimi autori hanno messo la tragedia delle migrazioni al centro del proprio lavoro e della propria poetica. Sono voci che rimangono inascoltate? Si vendono pochi libri, la crisi dell’editoria è sistemica, quindi anche le idee veicolate si diffondono fino a un certo punto.
C’entra soprattutto una certa endogamia di fondo del mondo della letteratura. Alain Delon diceva che gli attori ascoltano davvero solo se qualcuno sta parlando di loro: l’affermazione vale anche per gli scrittori, e per gli editorialisti. Da una parte ci sono le poche copie vendute, dall’altra il disinteresse degli autori che la loro opera letteraria abbia una declinazione sulla quotidianità, come se questo impolverasse l’altezza della loro ispirazione. Riuscire a sfruttare la lingua letteraria per entrare in ambienti aristocratici – mi viene in mente l’esempio di Carnaio al Campiello – è utile perché costringe quell’ambiente ad affrontare il problema. Senza contare che solo in Italia chi decide di esporsi – Murgia, Saviano – viene considerato troppo commerciale e non all’altezza di certi ambienti, di certi dibattiti.
Prima del mare c’è la terra, la Libia. È lì che si gettano le premesse per morire.
Raccontare il mare è più facile, è un topos che funziona alla grande. Per me, in questa vicenda, il mare è il canale di scolo di una merda che sta sulla terraferma, che ha come basi le prigioni libiche, le scrivanie pulite del Viminale, la sordissima sede dell’Unione Europea a Bruxelles. I luoghi del delitto sono questi: il candelabro è il mare, ma i luoghi veri sono questi. C’è poi un altro aspetto di fondo. Se raccontiamo gli annegati come semplici annegati morti in mare, ma non riusciamo a trasmettere che cosa spinga un individuo quasi certo di morire ad imbarcarsi lo stesso, aggrappato a quel minimo d’incertezza, se non raccontiamo le origini delle partenze, rischiamo di essere un po’ retorici.
Carnaio è un romanzo che porta alla luce certi temi e li tratta da una prospettiva artistica, mentre questo tuo monologo si muove verso un’altra direzione e da diverse prospettive, è più agile, militante, punta al coinvolgimento diretto del pubblico ma usa anche gli strumenti del saggio.
Questa varietà di scrittura mi dà il privilegio di stare sulla notizia con il pezzo giornalistico, di fare un teatro-giornale sul palcoscenico e quello di poter spezzare i limiti fisici e temporali nel romanzo. Mi viene molto naturale: mi sono ritrovato a fare tutti questi mestieri contemporaneamente perché ho delle esigenze che solo così riesco a soddisfare. Ognuna di queste mie scritture ha delle caratteristiche che vanno sfruttate: nel caso di A casa loro ho il privilegio di passare un’ora con delle persone che escono, cenano, cercano parcheggio, entrano in teatro e mi dedicano il loro tempo così, sulla fiducia. In quell’ora, con il teatro, cerco di distruggere tutto ciò che loro credono sia vero e sulle macerie ricostruire un nuovo angolo di osservazione della realtà, che è il ruolo degli arlecchini, come nella Commedia dell’Arte: la realtà raccontata da un angolo inaspettato. A casa loro è stata una grossa opportunità, perché quando io e Nello l’abbiamo scritto di Libia si parlava ancora pochissimo, e sempre come se fosse un luogo esotico. La Libia, invece, è il sacco dell’umido delle pessime abitudini dell’occidente, e a noi continua ad arrivare il percolato.
Il rischio però è quello di parlare a un pubblico che è già allineato, che ti ascolta perché sa che dirai ciò in cui credono e che vogliono sentirsi dire.
È una preoccupazione che mi ammorba spessissimo, parlare a chi già sa. Allora mi sono fatto una promessa: devo fare tutto il possibile perché chi è già accordato con me a livello di sensibilità e pensiero, nel momento in cui mi legge o mi viene a vedere se ne torna a casa con una cassetta degli attrezzi che gli serve per rendere ancora più appuntita la sua opinione.
(fonte)

Zaraj Tatiana Coratella Gadaleta aveva dodici anni ed è morta per alcune complicazioni durante una semplice operazione per un frattura al femore. Il processo sta raccontando di strumenti mancanti, di farmaci scaduti e di tutta una serie di preoccupanti problemi nella sanità pubblica. Eppure l’argomento sembra non essere mai all’ordine del giorno.
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