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A Gaza si continua a morire, ma il problema è Albanese

La parola è tregua. I bollettini parlano di pause, di negoziati che tengono, di mediazioni che avanzano. Poi arrivano le notizie della notte: almeno cinque morti tra Gaza City e Khan Younis, colpiti in aree che dovrebbero essere dentro una fase di de-escalation. Le fonti locali parlano di attacchi aerei, di esplosioni improvvise, di famiglie sorprese mentre provano a rientrare in case già ferite. La tregua resta nei comunicati. Sul terreno restano i corpi.

Intanto a Ginevra si combatte un’altra battaglia. La Francia, che a inizio mese aveva chiesto le dimissioni della relatrice ONU Francesca Albanese sulla base di dichiarazioni ritenute “oltraggiose”, frena. La rappresentante permanente Célie Jürgensen evita di formalizzare la richiesta al Consiglio per i diritti umani e parla di affermazioni “problematiche”. È un passo laterale, non una rettifica. Albanese rivendica il senso delle sue parole e denuncia una campagna costruita su distorsioni e accuse infondate. Attorno a lei restano le pressioni di altri governi europei. Anche qui la parola chiave è tregua: diplomatica, lessicale, apparente.

Sul fondo c’è l’altra notizia che pesa più delle formule. Secondo l’UNICEF, a Gaza 39.384 bambini hanno perso uno o entrambi i genitori. Oltre 3.000 hanno perso entrambi. Le cifre ufficiali, ha precisato il portavoce regionale Salim Oweis, potrebbero persino sottostimare la portata reale della tragedia. Dietro i numeri ci sono tende improvvisate, scuole distrutte per il 94 per cento secondo l’UNRWA, richieste di evacuazione medica respinte, traumi che restano fuori dalle statistiche.

La tregua esiste nei tavoli negoziali e nelle frasi calibrate delle capitali. A Gaza esiste un’altra contabilità. Ogni giorno aggiunge nomi. Ogni giorno chiede verità che qualcuno prova a trasformare in polemica.

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Crisi climatica in Europa: costi record e politica assente. Mentre aumentano disastri e rischi economici

La crisi climatica continua a produrre effetti economici, sociali e sanitari sempre più misurabili in Europa mentre la politica continentale la sta progressivamente espellendo dal confronto pubblico. Le alluvioni si moltiplicano, le ondate di calore aumentano, i costi crescono. Nel frattempo il tema arretra nelle priorità dei governi, sostituito da sicurezza, migrazioni e competitività industriale.

I numeri non sono opinioni e raccontano una traiettoria precisa. Negli ultimi quarant’anni gli eventi climatici estremi hanno causato oltre 822 miliardi di euro di perdite economiche nell’Unione europea, secondo i dati elaborati dall’Agenzia europea per l’ambiente e richiamati dal Consiglio scientifico europeo sui cambiamenti climatici. Solo nell’ultimo decennio i danni hanno raggiunto 45 miliardi di euro all’anno, cinque volte rispetto agli anni Ottanta. Eppure la percezione politica segue una direzione opposta.

Crisi climatica: l’Europa più calda e meno preparata

Il continente europeo si sta riscaldando più rapidamente della media globale. La temperatura media risulta già di circa 2,5 gradi superiore ai livelli pre-industriali, una soglia che rende inevitabile una parte degli impatti climatici anche in presenza di tagli immediati alle emissioni. 

Gli scienziati europei parlano apertamente di insufficienza delle politiche di adattamento. Il presidente dell’European Scientific Advisory Board on Climate Change, Ottmar Edenhofer, ha indicato tre criticità ricorrenti: assenza di coordinamento tra Stati, fondi inadeguati e pianificazione tardiva. Le conseguenze emergono ogni stagione: incendi che nel 2025 hanno bruciato il 3 per cento del territorio portoghese, tempeste di grandine con danni miliardari, sistemi di allerta incapaci di prevenire vittime durante le alluvioni.

Secondo le simulazioni citate dagli organismi europei, anche applicando integralmente le politiche climatiche attuali l’Europa potrebbe arrivare entro fine secolo a un aumento medio di 3,9 gradi. Uno scenario che trasformerebbe eventi oggi definiti eccezionali in normalità climatica. 

Emergenza crescente, attenzione calante

Un’analisi pubblicata dal Guardian descrive una forma nuova di negazione climatica europea: nessuna contestazione esplicita della scienza, ma un arretramento progressivo delle decisioni politiche mentre gli eventi estremi accelerano. Tempeste sempre più ravvicinate, fiumi fuori dagli argini e piogge record convivono con pressioni industriali per rallentare norme ambientali e ridurre gli obiettivi verdi. 

Le destre europee hanno trasformato la revisione delle politiche climatiche in terreno elettorale, mentre governi centristi cercano compromessi con settori energivori e chimici preoccupati dai costi della transizione. Il risultato è una gestione emergenziale permanente: evacuazioni, ricostruzioni, ristori pubblici.

Gli scienziati francesi citati nello stesso studio parlano di un dato politicamente rilevante: molte catastrofi recenti rientravano pienamente negli scenari climatici previsti da anni. La sorpresa riguarda le istituzioni, non la scienza.

L’Italia dentro la zona di rischio

In tutto questo l’Italia rappresenta uno dei punti più esposti del continente. Roma figura tra le grandi città europee vulnerabili alle temperature estreme, mentre l’alternanza tra siccità prolungate e precipitazioni concentrate sta modificando il ciclo idrologico nazionale. 

I dati Ispra degli ultimi anni indicano un aumento costante delle aree soggette a rischio idrogeologico e una crescita delle perdite agricole legate alla siccità. Le alluvioni che hanno colpito Emilia-Romagna, Toscana e Veneto hanno mostrato una fragilità infrastrutturale accumulata nel tempo: urbanizzazione intensiva, manutenzione insufficiente dei bacini e pianificazione climatica frammentata tra livelli amministrativi.

Il nodo centrale resta economico. Gli studi commissionati dalla Commissione europea al Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici stimano che serviranno circa 70 miliardi di euro l’anno fino al 2050 per adattare infrastrutture, sistemi energetici e agricoltura europea agli impatti ormai inevitabili. Senza interventi, le perdite potrebbero arrivare fino al 7 per cento del Pil europeo.

Il dato più politico però resta un altro: la crisi climatica continua a produrre morti, danni e spesa pubblica crescente mentre scompare dalla competizione elettorale. Il clima resta presente nei bilanci, nelle assicurazioni e nei territori colpiti. Molto meno nei programmi di governo.

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Cpr in Albania, picco di 90 migranti a Gjader: il monitoraggio che smentisce il modello del governo

Novanta persone recluse a Gjader. È il numero più alto dall’apertura del centro nell’ottobre 2024. A certificarlo è il monitoraggio del Tavolo Asilo e Immigrazione del 23 e 24 febbraio 2026, condotto con la deputata Rachele Scarpa del Partito democratico: due trasferimenti nelle ultime settimane, circa 35 persone per volta, prelevate dai Cpr italiani e portate oltre l’Adriatico. Per dieci mesi la struttura aveva funzionato con presenze medie attorno alle venti unità. Oggi il picco.

L’accelerazione arriva mentre pendono due rinvii pregiudiziali davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, uno dei quali investe la legittimità stessa del protocollo Italia-Albania. Eppure il governo ha scelto di aumentare i trasferimenti, trasformando quello che era stato presentato come esperimento in una componente ordinaria del sistema di detenzione amministrativa.

L’accelerazione e il cambio di fase

Il report analitico aggiornato a febbraio 2026 descrive un passaggio di fase: dalla gestione “sperimentale” con piccoli gruppi al riempimento sistematico della struttura, fino alle 90 presenze registrate durante l’accesso ispettivo. Il dato quantitativo è solo la superficie.

Le testimonianze raccolte parlano di uso generalizzato di dispositivi di coercizione per l’intera traversata, senza valutazioni individuali di necessità e proporzionalità. Le persone riferiscono di non avere ricevuto ordini formali di trasferimento, circostanza già ritenuta illegittima dall’autorità giudiziaria. Senza un provvedimento notificato, il diritto di difesa si comprime fino a svuotarsi.

Profili eterogenei e rimbalzi forzati

La composizione dei trattenuti restituisce un quadro eterogeneo. Ci sono persone che hanno perso il lavoro e, con esso, il permesso di soggiorno, pur vivendo da anni in Italia. È documentata la presenza di un cittadino iraniano, benché l’attuale situazione politica renda di fatto impraticabile un rimpatrio. Almeno due persone risultano già trasferite in passato a Gjader, poi riportate in Italia e nuovamente inviate in Albania: un rimbalzo che il monitoraggio definisce lesivo e propagandistico.

Sul versante sanitario, dagli accessi agli atti emerge che, in tutti i casi in cui l’ente gestore ha convocato la Commissione per la valutazione delle vulnerabilità, le persone sono state dichiarate inadatte al trattenimento e riportate in Italia. Il filtro preventivo fallisce e il trasferimento diventa una tappa intermedia, con costi umani e finanziari che si sommano.

Il caso Simo Said e i rimpatri mancati

Tra i 90 presenti c’è anche il primo soccorritore di Simo Said, il venticinquenne morto il 12 febbraio nel Cpr di Bari. Quel testimone, potenziale parte informata sui fatti nell’incidente probatorio sulla morte, è stato trasferito a Gjader e manifesta gravi segni di sofferenza psicologica e autolesionismo. La sua collocazione fuori dal territorio nazionale complica l’attività istruttoria.

I rimpatri effettivi restano marginali. Nel periodo aprile-luglio dell’anno precedente, a fronte di 132 persone trasferite a Gjader, solo 32 sono state rimpatriate da Tirana; la maggioranza è rientrata in Italia dopo pronunce di non convalida o rivalutazioni sanitarie. Il centro funziona come snodo di andata e ritorno, mentre il contenzioso cresce e le casse pubbliche si espongono a richieste risarcitorie.

A questo si aggiunge un ulteriore elemento di criticità: per la prima volta è stato utilizzato il carcere interno alla struttura, per trattenere una persona accusata di un reato commesso nel Cpr, poi trasferita il giorno successivo in Italia. Un episodio che conferma la fragilità giuridica dell’impianto extraterritoriale e l’assenza di una filiera penale realmente operativa fuori dai confini nazionali.

Il “modello Albania” si trova ora davanti alla verifica europea. Intanto, a Gjader, i numeri salgono. E con loro le domande sulla compatibilità tra deterrenza politica e garanzie giuridiche.

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Scuse di carta per un proiettile vero

Arrivano le scuse. Arrivano per iscritto, su carta, dal carcere. Carmelo Cinturrino affida al suo avvocato una lettera: «Quel ragazzo doveva essere in prigione e non morto. Mi dispiace per la sua famiglia. Sono triste e pentito per ciò che ho fatto… Perdonatemi, pagherò per il mio errore».

La parola scelta è “errore”.

Errore sarebbe un verbale compilato male, una procedura saltata, una valutazione frettolosa. Qui c’è un uomo colpito alla testa mentre scappa, una pistola finta fatta portare da un collega e posata accanto al corpo per costruire la scena della legittima difesa, circostanza che l’indagine considera falsa. E infatti la famiglia di Abderrahim Mansouri risponde senza giri: «Gli errori si commettono a scuola, ammazzare una persona e dopo creare una messa in scena non è un errore».

Nella lettera Cinturrino parla di paura, rivendica encomi, si definisce servitore dello Stato. La famiglia replica che, se ha un briciolo di coscienza, deve confessare «tutto il male» e chiarire il ruolo dei complici. In mezzo restano i tentativi di depistaggio contestati, i colleghi indagati per favoreggiamento e omissione, un commissariato sotto la lente della Procura.

Si è scusato l’assassino primo del ministro Salvini, dei parlamentari meloniani, dei giornalisti con la bava alla bocca e dei leghisti infoiati. Quelli, no. 

Ma un agente dello Stato non chiede indulgenza pubblica. Un uomo di Stato denuncia, racconta, consegna ai magistrati ogni dettaglio, anche quello che lo riguarda. Le scuse appartengono alla sfera privata. La verità è un atto pubblico.

I familiari lo dicono con chiazza: se davvero c’è coscienza, servono confessioni piene, nomi, responsabilità. Il resto è carta. E la carta, quando si parla di un proiettile alla testa e di una scena manipolata, pesa meno dei fatti.

Buon venerdì.

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La guerra delle Ong, sepolte da moduli e scartoffie

A Gaza la guerra passa anche dai moduli. Trentasette organizzazioni umanitarie hanno presentato un ricorso urgente all’Alta Corte israeliana contro le nuove regole di registrazione imposte dal governo. Le norme chiedono alle ONG di consegnare elenchi dettagliati del personale palestinese, informazioni sensibili sui partner locali, dichiarazioni politiche vincolanti. In caso di mancato adeguamento, chiusura operativa entro sessanta giorni. Visti che scadono, permessi che si inceppano, personale straniero bloccato. In una Striscia dove l’accesso al cibo e alle cure dipende dagli aiuti, la sopravvivenza viene filtrata da una procedura amministrativa. La fame attraversa i valichi con il timbro giusto.

In Cisgiordania, intanto, l’occupazione si consolida con un altro timbro. L’ambasciata degli Stati Uniti ha annunciato servizi consolari direttamente in alcuni insediamenti israeliani, a partire da Efrat. Passaporti rilasciati sul posto, sportelli mobili per i coloni, cornice celebrativa per i 250 anni dell’indipendenza americana. Per il governo israeliano è normalità diplomatica. Per l’Autorità palestinese è un segnale politico che tratta gli insediamenti come città ordinarie. L’annessione avanza per prassi, senza proclami solenni.

Poi c’è il corpo di Jad Jadallah, quattordici anni, colpito a distanza ravvicinata in un campo profughi in Cisgiordania. I video verificati dalla BBC mostrano il ragazzo a terra, sanguinante, mentre i soldati impediscono alle ambulanze di avvicinarsi per lunghi minuti. L’esercito parla di “trattamento iniziale”, senza dettagli. La famiglia racconta un’attesa che diventa condanna. Accanto al corpo compare un oggetto fotografato come prova. B’Tselem parla di messa in scena.

Tre scene, una parola che ritorna: permesso. Permesso di operare, permesso di costruire, permesso di soccorrere. Chi decide il permesso decide il respiro. Gaza diventa laboratorio della fame amministrata. La Cisgiordania laboratorio dell’annessione amministrata. In mezzo, un ragazzo che resta a terra mentre la procedura diventa muro.

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Cagliari, 91 indagati per le proteste pro Palestina: ecco cosa contesta la Procura nell’inchiesta della Digos

Novantuno persone iscritte nel registro degli indagati. Settantadue per le mobilitazioni a sostegno della Palestina tra il 22 settembre e il 4 ottobre 2025. Diciannove per la contro-manifestazione antifascista del 1° novembre. È il bilancio dell’inchiesta coordinata dalla Procura di Cagliari e condotta dalla Digos, che nel febbraio 2026 ha notificato gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari ex art. 415-bis c.p.p., come ricostruito nel dossier “Dinamiche di Criminalizzazione del Dissenso Politico e Gestione dell’Ordine Pubblico”.

Le contestazioni ruotano attorno a blocchi stradali, cortei privi di preavviso, interruzione di pubblico servizio e resistenza aggravata a pubblico ufficiale. Le giornate chiave sono quelle successive all’abbordaggio, il 1° ottobre 2025, della missione civile “Global Sumud Flotilla” diretta verso Gaza. Secondo la ricostruzione investigativa, nelle piazze cagliaritane si sarebbe affermata una linea d’azione sintetizzata dallo slogan “blocchiamo tutto”: deviazioni improvvise dei cortei, occupazioni di arterie considerate strategiche per la viabilità urbana, rallentamenti del trasporto pubblico locale.

La Questura, nei comunicati ufficiali, distingue tra la partecipazione “pacifica” di migliaia di cittadini e la presenza di gruppi ritenuti “ideologicamente orientati” dell’area antagonista. È su questa seconda componente che si concentra il procedimento penale.

Il doppio binario dell’inchiesta

Il primo filone riguarda le manifestazioni per la Palestina. L’indagine si è avvalsa dell’analisi delle immagini della Polizia Scientifica e della videosorveglianza cittadina. Ai 72 indagati vengono contestati blocco stradale, interruzione e turbamento di pubblico servizio e resistenza aggravata.

Il secondo filone nasce dalla contro-manifestazione antifascista del 1° novembre 2025, organizzata senza preavviso in risposta a un raduno del “Blocco Studentesco”, struttura giovanile di destra. Secondo la Digos, circa 250 antifascisti si sarebbero radunati in piazza Garibaldi tentando di raggiungere il corteo autorizzato. Le forze dell’ordine hanno disposto lo scioglimento della manifestazione; nei momenti di tensione sarebbero stati lanciati oggetti contro gli agenti. Diciannove persone risultano denunciate per violazione dell’articolo 18 del T.U.L.P.S. e resistenza aggravata.

Il nodo normativo: il Decreto Sicurezza 2025

Il contesto giuridico è determinante. L’11 aprile 2025 il governo ha approvato il decreto-legge n. 48, convertito nella legge 9 giugno 2025 n. 80, che ha introdotto undici nuove fattispecie di reato e undici aggravanti. Tra le modifiche più rilevanti figura la riformulazione del blocco stradale: dopo la depenalizzazione del 1999, la condotta realizzata con il proprio corpo era sanzionata in via amministrativa; con il D.L. 48/2025 torna a essere delitto, con pena fino a due anni se commesso da più persone riunite.

La norma estende la tutela anche alla “strada ferrata”, consentendo di perseguire penalmente l’occupazione dei binari ferroviari. È la cornice dentro cui si collocano le imputazioni mosse agli attivisti sardi.

Il dossier richiama inoltre l’uso estensivo della “resistenza aggravata”, contestata anche in situazioni di ostruzionismo o divincolamento durante le operazioni di contenimento. Un’impostazione che, secondo l’analisi riportata, rientra in una strategia più ampia di gestione securitaria del conflitto sociale.

Un caso locale in un quadro nazionale

Cagliari si inserisce in un quadro più ampio. Nell’autunno 2025 scioperi e blocchi hanno interessato stazioni ferroviarie e porti in diverse città italiane; centinaia di attivisti sono stati segnalati per interruzione di pubblico servizio. Il dossier parla di un allargamento del perimetro repressivo a studenti universitari, sindacalisti e persino appartenenti ai Vigili del Fuoco sottoposti a procedimenti disciplinari per iniziative di solidarietà.

Nel capoluogo sardo la vicenda giudiziaria prosegue ora con la valutazione delle richieste di rinvio a giudizio. Le 91 posizioni restano aperte. La piazza che nell’autunno 2025 aveva incrociato la questione palestinese con quella antifascista si ritrova oggi dentro un fascicolo penale. Sul banco non ci sono soltanto singole condotte ma l’equilibrio tra ordine pubblico e diritto di manifestare.

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Mai più un’altra Cutro, tre anni dopo la strage i numeri smentiscono la promessa: solo nel 2025 si contano 2.185 vittime nel Mediterraneo

Tre anni fa, a poche decine di metri dalla spiaggia di Steccato di Cutro, il caicco “Summer Love” si spezzava contro le secche. Novantaquattro morti accertati, trentacinque minori. I giocattoli tra la sabbia, i corpi allineati nel palazzetto dello sport, le promesse solenni pronunciate davanti alle telecamere. Si disse che quella sarebbe stata la volta buona. Si disse che il Mediterraneo non avrebbe più inghiottito vite nell’indifferenza.

I numeri della continuità

I numeri raccontano altro. Dal 2014 oltre 34.200 persone risultano morte o disperse lungo le rotte verso l’Europa; quasi 3.000 dopo Cutro. Nel 2025 le vittime sono state 2.185. Nei primi mesi del 2026 almeno 606. Dati che confermano una continuità strutturale della strage. La commozione non ha modificato l’assetto delle politiche. Ha prodotto dichiarazioni, non un cambio di paradigma.

La rotta del Mediterraneo centrale resta la più letale al mondo. Le stime oscillano, si aggiornano, si correggono, ma la tendenza è costante. Ogni trimestre aggiunge nomi a un elenco che raramente arriva sulle prime pagine. La morte in mare è diventata una variabile incorporata nel dibattito pubblico, un costo implicito delle politiche di contenimento.

Anche le organizzazioni che operano in mare lo ripetono. Medici senza frontiere parla di assenza di un meccanismo stabile e coordinato di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale e di progressiva penalizzazione delle navi civili. Save the Children richiama l’impatto sui minori: ogni ritardo nei soccorsi espone bambini e adolescenti a rischi gravissimi. A Cutro oltre un terzo delle vittime era minorenne. La statistica ha un volto.

Deterrenza come architrave

Sul piano normativo, dopo il 26 febbraio 2023 si è consolidato un impianto restrittivo che incide soprattutto sulle Ong: obbligo di dirigersi immediatamente verso il porto assegnato dopo un solo intervento, assegnazione di scali lontani, sanzioni e fermi amministrativi; fino alla previsione di interdizioni dalle acque territoriali. L’effetto è sottrarre giorni di operatività alle uniche navi presenti in un tratto di mare vastissimo.

Nel frattempo, il “Pacchetto sicurezza” del 2026 interviene su asilo, identificazioni, rimpatri, trattenimento nei Cpr, con ulteriori strette sulle procedure e sulle deroghe per l’ampliamento dei centri. La traiettoria è coerente: deterrenza e controllo come architrave. Inclusione e accoglienza restano parole assenti nei testi normativi.

Il tempo delle responsabilità

Intanto, a Crotone, il processo prova a misurare le responsabilità. Sei militari imputati. In aula tornano i ventisei minuti tra le prime segnalazioni dei pescatori e l’ordine di uscita, e le sei ore tra l’avvistamento di Frontex e l’affondamento. Intervalli che non sono dettagli tecnici ma porzioni di tempo in cui la vita resta appesa a una decisione.

La distinzione tra operazione di polizia e intervento di soccorso è diventata uno snodo centrale. Una scelta di qualificazione che può spostare competenze e tempi di reazione. I familiari chiedono verità e scuse. «Una morte che avrebbe potuto essere evitata», ha detto Farzaneh Maliki fuori dal tribunale. La richiesta resta semplice: riconoscere che quei novantaquattro non sono stati travolti da una fatalità astratta.

Memoria contesa

Anche la memoria, intanto, si è fatta terreno di scontro. A Crotone un istituto superiore ha annullato una giornata dedicata a Cutro per presunto “mancato contraddittorio”, richiamando la circolare sulla par condicio; poi il dietrofront. Un corto circuito che rivela quanto il ricordo sia diventato materia amministrativa. Come se la commemorazione di una strage dovesse bilanciare opinioni.

Fuori dalle aule, associazioni e sindacati hanno ricordato che Cutro non è un episodio isolato ma un passaggio dentro una sequenza più ampia. La segretaria confederale della Cgil, Maria Grazia Gabrielli, ha parlato di “strage continua, silenziosa e silenziata”, collegando la tragedia alle nuove misure securitarie su asilo e trattenimento. Le parole tornano a incrociare i numeri.

Cutro resta una ferita aperta. Le cifre dimostrano che il Mediterraneo continua a essere la rotta più letale. Le politiche restano concentrate su sicurezza, respingimenti, trattenimento. La promessa del “mai più” si è dissolta nel tempo breve delle dichiarazioni. La commozione di tre anni fa si è dispersa nel mare. Le vite perdute, invece, restano.

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Stato dell’Unione, tutte le bugie nel discorso di Trump: numeri alterati, guerre inventate e propaganda sovranista

Centootto minuti di discorso davanti al Congresso americano sono bastati a trasformare lo Stato dell’Unione in un esercizio sistematico di riscrittura della realtà. Donald Trump ha raccontato un Paese prospero, sicuro, rispettato nel mondo e guidato da una leadership capace di chiudere guerre, abbattere i prezzi e sigillare i confini. I numeri ufficiali, le sentenze giudiziarie e perfino i dati delle agenzie federali americane raccontano altro. Il problema politico sta proprio qui: la menzogna non compare come incidente retorico, diventa metodo di governo.

L’economia immaginaria

Il passaggio centrale del discorso riguarda l’economia. Trump ha rivendicato «oltre 18 trilioni di dollari» di nuovi investimenti ottenuti in un solo anno. Una cifra incompatibile con qualsiasi parametro macroeconomico: equivale a circa il 60% dell’intero Pil statunitense. I dati pubblicati dalla stessa Casa Bianca pochi mesi prima parlavano di circa 9,7 trilioni di annunci di investimento, già gonfiati perché comprendono progetti avviati durante l’amministrazione precedente e impegni privi di valore vincolante.

Lo stesso schema si ripete sull’inflazione. Trump sostiene di avere ereditato livelli record quando è tornato alla Casa Bianca. Le serie storiche del Bureau of Labor Statistics mostrano che il picco del 9,1% risale al giugno 2022 e che all’inizio del 2025 l’inflazione era già scesa attorno al 3%. Anche il presunto crollo del prezzo della benzina sotto i 2,30 dollari nella maggioranza degli Stati risulta inventato: la media nazionale nel giorno del discorso era di 2,95 dollari al gallone.

La narrazione resta identica a quella che alimenta da anni il sovranismo globale: creare un successo inesistente e attribuirsene il merito.

I dazi che dovevano salvare l’America

Trump ha evitato di spiegare che pochi giorni prima la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva demolito uno dei pilastri della sua politica economica. Con una decisione 6-3, i giudici hanno stabilito che il presidente non possiede il potere di imporre dazi globali usando l’International Emergency Economic Powers Act.

Significa che gran parte delle tariffe celebrate nel discorso risultano illegittime e che il governo federale potrebbe dover restituire tra 175 e 200 miliardi di dollari riscossi illegalmente dagli importatori americani. Altro dettaglio omesso: gli studi della Federal Reserve Bank of New York dimostrano che oltre il 90% dei dazi viene pagato da imprese e consumatori statunitensi, esattamente il contrario di quanto ripete Trump quando sostiene che «pagano gli stranieri».

La propaganda economica funziona così: trasformare una tassa interna in una vittoria patriottica.

Confini chiusi e paure costruite

La dichiarazione più applaudita riguarda l’immigrazione: «zero clandestini ammessi negli Stati Uniti negli ultimi nove mesi». Anche qui la formula è costruita su un trucco semantico. Gli attraversamenti continuano e migliaia di persone vengono fermate ogni mese; semplicemente la Border Patrol registra zero rilasci diretti mentre altri migranti vengono trasferiti all’ICE o sfuggono ai controlli come “got-aways”.

Lo stesso meccanismo appare nell’allarme sul voto illegale. Audit statali dopo le elezioni del 2024 hanno individuato poche decine di voti sospetti su milioni di schede. Numeri microscopici trasformati in emergenza nazionale per giustificare restrizioni elettorali.

La politica della paura resta il carburante principale.

Guerre finite che non sono mai finite

Trump ha sostenuto di avere «posto fine a otto guerre». Diverse tra quelle citate non erano conflitti armati aperti ma dispute diplomatiche irrisolte. In altri casi i governi coinvolti hanno negato qualsiasi ruolo americano nelle trattative. Anche il presunto successo energetico venezuelano risulta gonfiato: i dati di tracciamento marittimo mostrano esportazioni molto inferiori rispetto agli 80 milioni di barili rivendicati nel discorso.

La politica estera diventa scenografia narrativa, utile a consolidare leadership interne fragili.

La menzogna come modello politico

Il tratto più evidente del discorso resta la distanza sistematica tra dichiarazioni e realtà verificabile. Una distanza che smette di essere americana e diventa internazionale. Il trumpismo funziona perché offre un metodo replicabile: costruire una verità alternativa, ripeterla fino a sostituire i dati, accusare chi verifica di essere nemico politico.

Il discorso sullo Stato dell’Unione mostra dunque qualcosa di più di un presidente incline alla menzogna. Mostra un leader che ha trasformato la falsità in infrastruttura politica permanente. E quando la bugia diventa linguaggio di governo, il problema smette di riguardare un uomo solo. Diventa il metodo di un’intera stagione politica.

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Capitalismo digitale, sfruttamento analogico

Dopo Foodinho, ora Deliveroo. Ancora la Procura di Milano. Ancora un fascicolo che scoperchia un settore raccontato per anni come laboratorio di modernità e che invece mostra crepe antiche. Il lavoro dei rider torna sotto indagine con un’accusa che pesa: sfruttamento sistemico, fino all’ipotesi di caporalato.

Non è una sorpresa. Negli ultimi mesi un provvedimento analogo ha riguardato Glovo. Già nel 2020 la Procura milanese aveva aperto un fronte giudiziario sostenendo che quei lavoratori non potessero essere qualificati come autonomi quando turni, tempi, penalità e compensi erano di fatto eterodiretti dagli algoritmi. Quelle decisioni imposero il versamento dei contributi e una parziale ridefinizione dei diritti. Un argine, almeno sulla carta.

La novità sta nel salto di qualità dell’impostazione accusatoria. Non più soltanto la qualificazione del rapporto di lavoro ma la contestazione di un sistema organizzato che avrebbe costruito margini e competitività comprimendo tutele e salari. Se le ipotesi troveranno conferma, il tema non sarà più la zona grigia tra autonomia e subordinazione bensì l’esistenza di una filiera che scarica rischi e costi su chi pedala.

Ma in questa sequela di interventi giudiziari a colpire è il vuoto della politica. Il legislatore ha celebrato l’innovazione, ha evocato la gig economy come segno di progresso, ha affidato alle piattaforme la promessa di occupazione flessibile. Le prese di posizione sono arrivate quasi sempre solo dopo un incidente, dopo una morte sotto la pioggia, dopo una foto diventata simbolo. Poi il silenzio.

Intanto qui sotto la società è cambiata, in peggio. Gli algoritmi hanno sostituito i capi reparto, le app hanno assegnato turni e punteggi, le valutazioni hanno deciso chi lavora e chi resta fermo. In assenza di regole chiare il capitalismo ha fatto quello che sa fare meglio: travestire l’antico sfruttamento con un velo di modernità. 

Buon giovedì. 

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L’anno nero dei giornalisti: 129 uccisi, i due terzi a Gaza

Le ruspe arrivano quando il rumore delle bombe smette di occupare i titoli. A Beit Liqya, a sud-ovest di Ramallah, i bulldozer israeliani entrano tra serre e abitazioni palestinesi e iniziano a demolire case e strutture agricole. Un’operazione registrata come intervento ordinario. La guerra, qui, assume la forma della gestione quotidiana del territorio.

Mentre Gaza continua a vivere tra macerie e sfollamenti permanenti, la Cisgiordania cambia lentamente volto. Le demolizioni restringono spazio abitabile, interrompono economie familiari, trasformano villaggi in territori provvisori. Ogni muro abbattuto produce uno spostamento forzato che raramente diventa notizia internazionale. La violenza perde spettacolarità e diventa procedura.

Nelle stesse ore emerge un dato che pesa più di molte dichiarazioni diplomatiche. Il Committee to Protect Journalists certifica che il 2025 è stato l’anno più letale mai registrato per l’informazione: 129 operatori dei media uccisi nel mondo, ottantasei collegati alla guerra di Gaza. Due terzi delle morti risultano attribuite alle operazioni israeliane. Raccontare questo conflitto resta una delle attività più pericolose esistenti, e ogni voce che scompare riduce ciò che il mondo riesce a vedere.

La pressione sul racconto continua anche lontano dal fronte. Il ministero della Difesa israeliano dispone la chiusura di cinque piattaforme mediatiche palestinesi attive a Gerusalemme Est. Meno immagini circolano, meno testimonianze sopravvivono, più semplice diventa trasformare la guerra in narrazione controllata.

Intanto, negli Stati Uniti, Donald Trump dichiara pubblicamente conclusa la guerra e sostiene che tutti gli ostaggi sarebbero tornati a casa. 

La giornata si richiude dove era iniziata: tra polvere e ruspe. Gaza resta sospesa dentro questa distanza crescente tra parole ufficiali e realtà che continua a consumarsi davanti agli occhi di chi riesce ancora a raccontarla.

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