È una roba enorme quell’incontro con Bija
Insomma, è una roba enorme quell’incontro tra istituzioni e carnefice. E come sempre loro fingeranno che non sia successo niente.
Insomma, è una roba enorme quell’incontro tra istituzioni e carnefice. E come sempre loro fingeranno che non sia successo niente.
Che buontempone questo Donald Trump, che piace tanto anche a sovranisti di casa nostra e che viene vissuto come eroe internazionale per tutti quelli che credono che la ferocia sia uno strumento simpatico e politicamente utile.
Che buontempone Donald Trump che incapace di governare chiede ai suoi collaboratori di scrivere un preventivo per costruire fossati con i coccodrilli al confine con il Messico (e fortunato a non essere mandato dove meriterebbe da nessuno dei suoi consiglieri) e che se la cava con l’Italia grazie a un tweet in cui saluta il suo amico “Giuseppi” sbagliandone il nome.
Che simpaticone Donald Trump che con i suoi dazi sui prodotti alimentari ha scippato un miliardo di euro ai nostri produttori (le stime sono di Coldiretti) con tanto di sorriso. E Conte impegnato a fare in modo che la fetta di Grana Padano non disturbi la posa fotografica con l’emissario statunitense.
Che grande uomo Donald Trump che per mostrarsi muscoloso e piacere anche agli italiani sta facendo pagare il prezzo del suo sovranismo anche a noi e ci sta dimostrando chiaramente un concetto che qui sembra così difficile da raccontare: se insistiamo nel “chiuderci dentro” in nome del protezionismo non facciamo altro che finire “chiusi fuori” pagando pegno.
Che l’Italia non abbia mai avuto una politica estera nei confronti degli USA se non un prono asservimento è storia vecchia e risaputa ma che l’Italia continui a stringere sorridente la mano fingendo di non esserne bastonata è una scena di cui faremmo volentieri a meno.
Intanto i sovranisti continuano a danneggiarci (chiedere a Orban che applaude Salvini ma sui migranti dice di sbrigarcela da soli) ma continuano a prendere applausi.
Farebbe ridere se non ci costasse tantissimo.
Buon venerdì.
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Se volete una dimostrazione plastica, come se ce ne fosse ancora bisogno, della vigliaccheria di questi feticisti delle armi (che spesso sono quelli che ci dicono che il razzismo non esiste) allora ci basta spostarsi a Roma. Ricordate quando il 17 luglio dell’anno scorso una bambina rom venne colpita da un proiettile sparato da un balcone? Si disse che la bambina forse non avrebbe più potuto camminare e furono in molti a dire che si stava esagerando, che si stava facendo molto inutile baccano.
Ebbene la piccola Cerasela sarà zoppa tutta la vita, con un’invalidità riconosciuta del 15/18% e lo sparatore Marco Arezio, ex dipendente del Senato, dopo essersi costituito (quattro giorni dopo l’accaduto) insiste nel dire che quel colpo sarebbe partito accidentalmente: di certo quel fucile, carabina Hatsan Bt ad aria compressa calibro 5,5, era stato potenziato illecitamente. Arezio dice che lo stava pulendo (evidentemente con il colpo in canna): strano modo di pulire i fucili mentre si è sul balcone e si punta verso un parco di bambini.
Insomma Arezio ora propone di patteggiare la pena e offre 220.000 euro alla piccola. Rimane nello sfondo il fatto che in quella zona proprio quel parco sia da tempo il pomo della discordia perché frequentato da rom. Al tempo i testimoni dichiaravano: «Sono stato tra i primi a soccorrere la bimba. Ho chiamato anche io il 118. Non va bene quello che è successo, ingiustificabile. Tuttavia qui c’ è troppo degrado, lei farebbe giocare sua figlia qui?», oppure «Ogni tanto si affaccia una signora dal terrazzino e ci urla: zingari andate via».
Difendono il diritto di essere armati, difendono (anche se in questo caso è da dimostrare) il diritto alla violenza e all’odio, difendono il diritto di pulire armi illegali sul balcone e poi frignano. Come sempre, frignano.
Buon giovedì.
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Il governo del fare ha risolto tutti i nostri problemi. Finalmente. C’è voluto tempo ma hanno trovato finalmente la soluzione a tutti i nostri mali. Per risollevare il Paese bastava tagliare i parlamentari. E in effetti il risparmio è notevole e ora davvero le casse dello Stato possono stare tranquille: parliamo dello 0,0000258% del Pil nazionale. Su uno stipendio di mille euro da domani tutti avranno in tasca 2 euro e 58 centesimi in più. Si prevedono ingenti investimenti e un appuntito rilancio dei consumi e delle assunzioni. Era ora.
Certo ora rimane semplicemente da studiare una riforma elettorale che garantisca la rappresentatività di tutti i cittadini, di tutte le zone d’Italia. Bisogna semplicemente ridisegnare l’architettura parlamentare perché tutte le opinioni possano avere la possibilità di avere voce. Ma è una cosa da poco: questi hanno dimostrato di essere dei geni di leggi elettorali e di contrappesi democratici. Niente di cui preoccuparsi, quindi.
Poi ci sarebbe da capire come assicurare le pensioni a una generazione che le vede come una chimera, senza mandare in fallimento lo Stato. Ma ci penseremo con calma.
C’è da ristrutturare il mondo della scuola che chiede la carta igienica da casa. Ma con due euro in tasca in più per ognuno di noi vedrete che in giro si troverà qualche buona offerta.
Ci sarebbe da rimpinguare una sanità pubblica ormai allo sbando e senza abbastanza medici per coprire il fabbisogno futuro. Ma vuoi mettere la soddisfazione di ammalarti con il Parlamento dimezzato?
Ci sarebbe anche da discutere del fatto che di questo passo nel pianeta Terra non ci sarà più il clima per avere un Parlamento. Ma non ha senso inseguire gli allarmi della scienza. Dai, su.
Ci sarebbe anche un mondo del lavoro che diventa sempre più stretto, sempre più povero e sempre assassino. Ma non è elegante parlare di soldi, no.
Comunque abbiamo risparmiato 2 euro a testa. Per chi dice che l’importante è iniziare da qualche parte: vero, tipo dimezzare gli stipendi dei parlamentari, ad esempio solo per non citare corruzione, mafie, malaffare e evasione fiscale delle multinazionali, che diventa troppo complicato.
Buon mercoledì.
L’articolo Tutto a posto: tagliamo i parlamentari proviene da Left.
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Avviso ai sovranisti già eccitati: non mi interessa ora parlare nello specifico dello ius culturae (ma ne parleremo a lungo) ma mi interessa parecchio debellare una volta per tutte questa irresponsabilità di certa classe politica (molta classe politica) che ha imparato a recitare a memoria la frasetta “non è una priorità” per scantonare dal proprio ruolo e potersi permettere di non esprimere una posizione su un argomento qualsiasi. Peccato che il loro ruolo (e il loro lavoro) sia avere posizioni chiare su tutti gli argomenti.
Dice Di Maio che il provvedimento dello ius culturae non è una priorità. Per intendersi: una riforma che cambierebbe la vita a 800.000 ragazzi è meno importante del taglio dei parlamentari che fondamentalmente non cambia la vita a nessuno (se non alla propaganda, ma quella è aria fritta) e porta un risparmio ridicolo. Però Di Maio non ha il coraggio di dire “no, non sono d’accordo” e nemmeno “sì, è una bella idea la faremo sicuramente entro febbraio”. Quel “non è una priorità” è semplicemente un modo per rimandare, come quelli che iniziano la dieta ogni lunedì o smettono di fumare alla fine di ogni sigaretta solo che in questo caso si parla di responsabilità molto più grandi e molto più impattanti sulla vita delle persone.
Ci vorrebbero invece politici per cui tutto sia una priorità, politici coraggiosi che abbiano almeno la dignità di dirci che non appoggiano qualche riforma perché non sono d’accordo e che ci spieghino perché. Non siamo in un ritrovo di svogliati che giocano a procrastinare. No.
Poi ci sono alcune curiosità: che senso ha l’idea di lanciare lo ius culturae per affossarlo il giorno successivo? Che senso ha, come dice qualcuno nel Pd, che è un provvedimento giusto ma il momento è sbagliato? Non è la politica la lotta per ciò che si ritiene giusto (e anche la vita, in fondo)? Perché dare spazio alle opposizioni per un provvedimento accennato? Cos’è? Un test?
E poi, mi raccomando, lamentatevi se qualcuno dice di voi che non siete una priorità.
Buon martedì.
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(un gran pezzo di Cesare Giuzzi e Giuseppe Guastella)
«Sono stanco di questo stile di vita, soprattutto di quella di mio padre. Io stesso l’ho indotto a fare questa scelta». La prime ore della mattina del 13 settembre. Nell’ufficio al quinto piano della Procura di Milano, davanti ai pm Alessandra Cerreti e Cecilia Vassena, c’è un ragazzo di 29 anni cresciuto nel lembo di terra tra le province di Milano, Varese e Novara che circonda l’aeroporto di Malpensa. Salvatore De Castro è il figlio di Emanuele, 51 anni, nato a Palermo ma affiliato alla ‘ndrangheta lombarda. Vicino al clan di Villagrazia di Cosa nostra, «il siciliano», come veniva chiamato, è stato «battezzato» a ridosso della Pasqua del ‘97. Nella ‘ndrangheta ha scalato le gerarchie al fianco del capolocale di Legnano Vincenzo Rispoli. Prima del suo nuovo arresto il 4 luglio nell’operazione «Krimisa» dei carabinieri e della Dda di Milano, De Castro era arrivato al ruolo di «capo società», vice reggente della cellula calabrese di Legnano. Oggi anche lui, come il figlio Salvatore, è un collaboratore di giustizia.
Una scelta indotta proprio dal figlio, arrestato nella stessa indagine, stanco di nascondersi, di fuggire, di una vita fatta di arresti e condanne. E dettata dalla consapevolezza che dalla ‘ndrangheta si esce soltanto in due modi: da morti o arrendendosi allo Stato. Una decisione capace di vincere il vincolo più grande che regola i clan calabresi, quel legame familiare che impedisce di testimoniare contro i congiunti, i padri, i propri figli. Una scelta «di famiglia», come la racconta lo stesso Emanuele De Castro: «Ho deciso di collaborare perché non voglio che mio figlio faccia ‘sta fine come l’ho fatta io. Perché sono stanco, mi sembra una vita assurda. Non lo so, è venuto il momento di…. vorrei vivere una vita tranquilla con la mia compagna e la mia bambina». La decisione di collaborare era stata preannunciata con due lettere spedite dal carcere dal boss direttamente al procuratore aggiunto Alessandra Dolci, il capo della Direzione distrettuale antimafia di Milano. Nell’ultima comunicazione il «siciliano» ha chiesto di incontrare i magistrati «senza il mio difensore». In due mesi, padre e figlio hanno riempito centinaia di pagine di verbali. Hanno raccontato ai pm Cecilia Vassena e Alessandra Cerreti, che per molti anni ha combattuto la ‘ndrangheta in Calabria, gli assetti delle cosche al Nord e parlato delle connessioni con la politica, l’imprenditoria, la pubblica amministrazione. La loro collaborazione è la prima dopo quella del pentito Antonino Belnome, arrivata dopo il maxi blitz Infinito-Crimine del 2010, che ha svelato mandanti ed esecutori di una serie di delitti di mafia in Lombardia.
Nell’ordinanza del gip Alessandra Simion si racconta anche di come altri affiliati stessero progettando di uccidere Emanuele De Castro. Una circostanza che forse ha indotto, ancora di più, padre e figlio a scegliere la via della giustizia. Il boss 51enne di Lonate Pozzolo (Varese) ha permesso ai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano di recuperare due candelotti di esplosivo nascosti in una buca. L’affiliazione alla cosca del «siciliano» è avvenuta in un bar di Legnano: «Ci siamo messi in circolo, è stata fatta la tipica “pungitura”. Poi abbiamo brindato insieme». Padre e figlio gestivano un parking vicino a Malpensa sequestrato dagli investigatori. «Io spacciavo droga. Non sono mai stato battezzato, mio padre non voleva che lavorassi per ”loro” — ha raccontato Salvatore De Castro —. Mi diceva di starne fuori». Appena il figlio ha compiuto 18 anni, il padre gli ha confessato di essere un mafioso: «Gli chiedevo dei suoi viaggi in Calabria, del motivo per cui frequentasse Rispoli: tutti sapevano che senza il suo assenso qui non poteva muoversi foglia. E mi disse che apparteneva alla ‘ndrangheta».
Milano non se ne accorse. Era un giorno afoso di luglio, cosa vuoi che importi ai milanesi di un funerale? Luglio che è il mese del mare, luglio che è il mese che se deve essere camicia almeno di lino e comunque stropicciata. Luglio a Milano è il mese dei binari del tram che sudano con il riflesso di un’otturazione appena fatta. A Luglio forse dovrebbero vietarli: i funerali a Milano. Eppure era luglio, nella chiesa di San Vittore, dentro si celebrarono le esequie di un avvocato che lasciava la moglie Annalori e tre figli, Francesca, Filippo, Betò. L’avvocato era stato ucciso. Tre colpi, calibro 357 magnum, davanti a casa, la notte dell’11 luglio 1979. Sarà che è così poco milanese morire di luglio e peggio ancora da sparati; si contava qualche magistrato, al funerale di Luglio nella chiesa di San Vittore, c’era il governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi, e quegli amici e quei parenti che ai funerali non mancano mai. Politici, nessuno. Finanzieri e cravatte, nessuno. La rampante e metallizzata “comunità degli affari milanese”, nessuno; in vacanza, al mare i figli, la moglie insieme all’etica e alla memoria. Per ogni città un funerale che stona per le assenze è un buco che non si chiude nemmeno a leccarlo per tutti gli anni dopo. Fu un funerale oscenamente privato, per il dolore della famiglia, della moglie Annalori, di Francesca, Filippo e Betò. Un funerale a forma di buco, ma Milano non se ne accorse.
Ma la morte di quell’avvocato, Giorgio Ambrosoli, non era una morte privata nonostante il funerale. Giorgio Ambrosoli era il commissario liquidatore della banca di Michele Sindona, che l’aveva portata nel vortice di un gigantesco crac anche lui a forma di buco. Quell’avvocato aveva ricevuto l’incarico dal Tribunale: Ambrosoli con il piglio leale degli onesti a camminare sui bordi per misurare il cratere. Intanto Sindona seduto sopra ai suoi pantaloni su quelle scrivanie presuntuose che scricchiolano come scranni sorrideva e guardava il buco. Giorgio Ambrosoli non sorrideva, Ambrosoli era uno di quegli avvocati che al mattino al lavoro si portano l’agenda, i fazzoletti, l’impegno e il coraggio. E con l’ostinazione silenziosa degli artigiani del giusto si era opposto al salvataggio di Sindona (almeno 250 miliardi di lire) a spese dei contribuenti. Raccontano che arrivati lì a Sindona si sia spento il sorriso; e quando si smunge il sorriso ai potenti seduti sugli scranni non succede mica come tra le persone normali che arriva di corsa la malinconia. Raccontano (ma saranno sicuramente malelingue) che quando a Sindona è sbiadito il sorriso sul pavimento ha cominciato a gocciolare il veleno. Ambrosoli come tutti i giorni: agenda, fazzoletti, impegno e coraggio prima di una saluto al solito bar. E intanto una pozzanghera come un conato di minacce, intimidazioni e telefonate anonime. Ma la strada di ogni mattina di tutte le mattine e lui sopra tutti i giorni sempre la stessa. L’avvocato con la schiena dritta non aveva cambiato strada: per il gusto cremoso della propria coscienza, forse avrà pensato, vale la pena sporcarsi un po’ le scarpe. È che alla fine, tra tutti questi buongiorno alla mattina e sorrisi e cravatte che scricchiolano, alla fine era rimasto solo: lui, Annalori e il maresciallo della Guardia di finanza Silvio Novembre. Solo in vita, e allora sarà per questa mania tutta milanese della consonanza, solo anche dopo la sua morte. Milano non se n’accorse.
Silvio Novembre è mancato. Un esempio di cittadinanza altissima, anche se in seconda fila. In un’intervista a Repubblica, Novembre raccontò di aver smesso di festeggiare il compleanno perché all’indomani del giorno in cui uccisero Ambrosoli. “Messi insieme, non eravamo una somma ma una moltiplicazione. Senza di lui, io valevo un quarto, non la metà. E lo stesso lui senza di me. Giorgio ci metteva la grande competenza tecnica, la capacità di analisi. Io, la forza dei miei quarant’anni. La voglia di buttare giù i muri. Sempre”.
Accorgersene è il minimo che gli dobbiamo.
Buon lunedì.
L’articolo Milano non se ne accorse proviene da Left.
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Il mio editoriale per TPI.it
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