Vai al contenuto

La politica con il fiato corto

Ora è la legge elettorale ma l’esempio è altamente simbolico e significativo: ciò che preoccupa più di tutto nella classe dirigente politica continua a essere il futuro prossimo per garantire la propria piccola rendita personale.

Non ci vuole un genio ad esempio per capire che la progettazione di una nuova legge elettorale sia un punto fondante per il buon funzionamento della democrazia: una buona legge elettorale permette una buona rappresentanza parlamentare e gli ultimi mesi della politica ci hanno raccontato perfettamente quanto il Parlamento sia organo sovrano per le scelte del governo.

Ci si aspetterebbe quindi che la classe dirigente (una classe dirigente degna di questo nome) affronti la discussione su un’eventuale riforma raccontandoci quali siano i vantaggi di una formula rispetto a un’altra, in termini di rappresentatività, di governabilità, di rispetto delle minoranze, di contrappesi della democrazia.

Invece niente. Invece è tutto un inseguire una previsione sulla prossima campagna elettorale (nessuno con uno sguardo un po’ più lungo delle prossime elezioni) cercando il meccanismo migliore per mettere fuori gioco l’avversario di turno. Si pensa alla legge elettorale come clava da agitare sulla testa del proprio nemico senza nessun rispetto allo spessore che il dibattito richiederebbe.

E, se ci pensate, funziona così anche per le scissioni di partito, le alleanze girevoli e mutevoli e per le riforme su economia e lavoro: si tratta la politica e il proprio ruolo nella politica come il servizio a un ristrettissimo arco temporale senza sentire nessun dovere di avere fiato e visioni lunghe.

E così tutto si riduce a discussioni sull’ieri e a immaginazioni solo fino a domani, come un chiacchiericcio senza nessuna pretesa, con una responsabilità ridotta al non affondare.

Ditemi chi di voi affiderebbe la conduzione della propria azienda, a un consiglio di amministrazione così.

Buon lunedì.

L’articolo La politica con il fiato corto proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/09/16/la-politica-con-il-fiato-corto/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

I rimorsi di non avere detto ai genitori

So che non è un argomento da buongiorno, o forse sì, ma è capitato a tutti di vedere andarsene un genitore e di rosolare nel rimorso di non avergli detto tutto, di essersi negato un abbraccio, un ti voglio bene, qualcosa che si è rimandato convinti che tanto ci sarà un domani, un altro spazio in cui fare ciò che c’è da fare e invece niente. La morte è infame, arriva quando hai ancora tutte le carte sul tavolo e tu eri andato a dormire dicendoti che tanto sistemerai tutto domattina.

Ci vorrebbe un libro delle cose non dette perché non si è fatto in tempo. Sarebbe il romanzo più scorticante, doloroso, vero e bellissimo che si possa leggere in giro. Qualcosa che sanguina amore come quelle foto dei tempi in cui anche le macchine fotografiche erano un lusso eppure quando le guardi riesci a intuire tutti i movimenti e le parole dei dieci minuti prima e quelli dei dieci minuti dopo.

Il rimorso di non avere detto qualcosa ai genitori è la distanza tra quello che siamo e quello che vorremmo essere, il burrone che ci ritroviamo tutti a percorrere prima o poi nella vita ed è una di quelle cose che anche se te la spiegano in cento non la impari mai, non ci riesci a metterla in pratica, ci anneghi anche solo a pensarci.

Pensa se fossimo tutti, quelli che sono orfani e anche quegli altri, a compiere quel passo e a vivere ogni giorno con il cuore spalancato. Pensa quanto sarebbero risibili i piccoli odi quotidiani che qualcuno vuole sventolare come veritieri, come sarebbero piccole le persone che ci incitano a diventare impermeabili.

Vorrei un giorno, tutto il giorno, stare lì, in quel guado, perdermi a leggere tutto e scriverci un editoriale che sembrerebbe quello di un matto, un inno a quelli che riescono a essere quello che vorrebbero, un invito a viverla aperta questa vita che molti vorrebbero costringere negli schemi di un’anaffettività difensiva.

E mentre ci pensavo alla fine l’ho scritto.

Buon venerdì.

L’articolo I rimorsi di non avere detto ai genitori proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/09/13/i-rimorsi-di-non-avere-detto-ai-genitori/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Ora voglio raccontarvi una cosa

Mi si perdoni l’uso privatistico del buongiorno ma in fondo sono convinto che il nostro funzioni proprio perché sia così intimo, personale, attaccabile in ogni modo.

Sono terrorizzato dalla sensazione di vivere in un tempo in cui niente ha peso, niente ha valore, niente conta se non quello che finisce sui giornali.

Mi spiego: una persona, una persona qualsiasi, che abbia preso una decisione coraggiosa che gli è costata molto in termini di potabilità personale oggi risulta un cretino. Un cretino vero. Uno che ci ha messo del suo per risultare terribilmente attaccabile.

Chi fa del bene è uno sospettato di avere troppo tempo per fare del bene, troppe energie, pagato sicuramente da qualcuno.

Chi scrive troppo in profondità è qualcuno che ha troppo tempo per andare in profondità ed è sicuramente pagato da qualcuno. Un sospetto. Uno schifoso. Uno da tenere alla larga.

Il dubbio vero è che in tutto questo odio, in queste curve di tifosi che si sputano addosso, non ci sia nemmeno lo spazio per provare a dire qualcosa di sensato, di pensato, di pesato.

È tutto un rincorrersi di vendette, spinto al limite all’odio precostituito.

E così se domani qualcuno dirà qualcosa di lontanamente intelligente finirà inghiottito dalla battaglia.

Ecco, uscire da questo è il primo gesto di intelligenza.

Provarci senza remore, insieme, è il primo passo per ricostruire.

Leggete quello che leggete. Pensatelo. Pesatelo.

Senza pregiudizi e senza remore.

Farà bene a tutti.

Buon giovedì.

 

L’articolo Ora voglio raccontarvi una cosa proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/09/12/ora-voglio-raccontarvi-una-cosa/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Urlano perché non hanno argomenti

«Il sapere e la ragione parlano; l’ignoranza e il torto urlano» scriveva Arturo Graf. E in questi ultimi due giorni ho voluto farmi del male seguendo per intero le dirette del voto di fiducia al governo sia alla Camera che al Senato. Mi è venuta la congiuntivite, giuro. Mi si è spento l’elettroencefalogramma per riuscire ad allinearmi con la corporeità degli argomenti proposti, delle tesi esposte e dei rinfacci l’uno all’altro.

Provo però a ricapitolare, perché ne vale la pena.

La Lega ha strepitato a più non posso con cori da stadio ogni volta che parlavano gli altri, in primis Conte, come fanno quelli che non hanno idee e allora per galleggiare devono fare deserto tutto intorno. Più o meno comunque la loro lettura dei fatti è questa: i poteri forti hanno decido di fare cadere il governo (lo so, fa già ridere così) e loro hanno deciso di dire basta all’esperienza del governo gialloverde perché gli altri dicevano sempre no. A rigor di logica quindi si autodenunciano come poteri forti, se ci pensate. Comunque: dicono che Conte abbia formato il governo telefonando a Parigi, a Berlino e a Bruxelles e si sia messo d’accordo con il Pd perché gliel’ha consigliato qualche plutomassone turbocapitalista. Poi hanno detto «poltronari» (ne ho scritto ieri), «parlateci di Bibbiano» e altre amenità simili. Sembrava il saggio di fine anno: hanno messo in scena i tweet del loro capo.

Fratelli d’Italia ha detto che loro sono gli unici coerenti lì dentro (bastonando l’amichetto Salvini): per loro essere rimasti fuori dai giochi è una nota di merito. Dicono sempre così quelli che vengono lasciati fuori nelle partite di calcetto: «Sono troppo forte per loro». Poi hanno detto che Leu è un partito di pericolosi comunisti (me lo vedo Grasso lanciare le molotov) e che Conte è schiavo dei poteri forti.

Forza Italia ha detto che Salvini è stato un po’ discolo ma se accetta di portare il caffè a letto tutte le mattina a Berlusconi forse lo perdoneranno. Hanno detto che non vanno in piazza perché sono diversi da quelli che comunque ritengono naturali alleati. Hanno anche detto che c’è già un leader naturale per risolvere tutto: Silvio. Applausi svogliati e stanchi.

Questi i concetti politici. Il resto? Urla, magliette, sfottò e il Parlamento trasformato in urlatoio. La politica dell’opposizione è tutta qui.

Per chi mi chiede della maggioranza, vi anticipo: siamo in attesa dei fatti. Ah, a proposito, anche la Alan Kurdi che continua a rimanere in mezzo al mare.

Buon mercoledì.

L’articolo Urlano perché non hanno argomenti proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/09/11/urlano-perche-non-hanno-argomenti/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Poltronari

Matteo Salvini:

Il 20 giugno 1993 venne eletto consigliere comunale di Milano a seguito della vittoria alle elezioni comunali del candidato sindaco Marco Formentini.

Nel 1997 incomincia l’attività giornalistica e lavora come cronista per il quotidiano la Padania (questo periodo sarà in seguito definito dallo stesso Salvini come «un’esperienza affascinante»).

Dal 1999 lavora inoltre per l’emittente radiofonica leghista Radio Padania Libera diventandone successivamente direttore.

Dal 2004 al 2006 è stato deputato del Parlamento europeo, eletto per la lista della Lega Nord nella circoscrizione nord-ovest (con circa 14mila preferenze). Successivamente Salvini sceglie come proprio assistente parlamentare Franco Bossi, fratello di Umberto. Nel 2006 viene sostituito come deputato al Parlamento europeo da Gian Paolo Gobbo, essendosi candidato alle elezioni amministrative di Milano dove viene rieletto consigliere comunale, con oltre 3mila preferenze

Alle elezioni politiche del 2008 è stato eletto parlamentare alla Camera dei deputati nella circoscrizione Lombardia 1.

Il 7 giugno 2009 viene eletto al Parlamento europeo, con 70mila preferenze; un mese dopo si dimette da parlamentare italiano, scegliendo l’incarico europeo.

Alle elezioni politiche del 2013 viene eletto deputato, ma cessa il mandato il primo giorno della legislatura, sostituito da Marco Rondini, per mantenere l’incarico di europarlamentare.

Eletto senatore alle ultime elezioni in Calabria, ha rassegnato contemporaneamente le dimissioni da europarlamentare.

24 anni di politica come mestiere.

Giorgia Meloni:

Nel 1998, dopo aver vinto le primarie di Alleanza nazionale per l’XI Municipio di Roma, viene eletta consigliere della Provincia di Roma per Alleanza nazionale, rimanendo in carica fino al 2002.

Nel 2006, a 29 anni, viene eletta alla Camera dei deputati nella lista di Alleanza nazionale nel collegio Lazio 1, divenendo la più giovane donna parlamentare della XV legislatura. Dal 2006 al 2008 è una dei vicepresidenti della Camera dei deputati.

Nel 2008, poco dopo l’insediamento della XVI Legislatura, diventa, a soli 31 anni, ministro per la Gioventù del Governo Berlusconi IV, mantenendo la presidenza di Azione giovani.

In occasione delle elezioni politiche del 2018 è stata rieletta deputata con il centro-destra nel collegio uninominale di Latina.

19 anni di politica come mestiere.

Questi ieri hanno manifestato contro i poltronari. È tutto.

Buon martedì.

L’articolo Poltronari proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/09/10/poltronari/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Gli aizzatori che poi frignano

Benvenuti nell’era del vittimismo salviniano che in nome del politicamente corretto trova terreno fertile un po’ dappertutto. L’ultima sparata dell’ex ministro finalmente tornato alle sagre di piazza è un post del giornalista Rai Fabio Sanfilippo che, dice Salvini, lo avrebbe invitato al suicidio.

“Invita Salvini al suicidio, Rai avvia il procedimento” ha scritto l’Ansa.

“Salvini, il giornalista Rai Fabio Sanfilippo lo invita al suicidio su Facebook”, ha scritto il Corriere della Sera.

E poi: «Giornalista su FB “Salvini ti spari” L’azienda interviene».

Titoli e titoloni di tutti i giornali, compreso quello che aveva scritto che “Per stendere Renzi bisogna sparargli” (non c’è nemmeno bisogno di nominare la testata, pensate al quotidiano che più si avvicina alla cacata carta per dirlo in latino, è esattamente quello).

Nessuno forse ha letto il post di Sanfilippo che dice testualmente:

«Caro Matteo Salvini, lo so che stai facendo finta di niente, anzi spacci la disfatta per vittoria. Ma io sono stato un leale avversario fin dagli albori, quindi posso permettermi questa missiva aperta, nemico mio. Certo vedere certi post e certe dirette mi fa tenerezza, tipo che vorrei mettere i croccantini o la mousse, se preferisci l’umido. Ma temo sia il tuo guru dei social che ti fa fare queste performance, cacciamolo! Allora, ti sei impiccato da solo e questo è evidente. Io ne sono felice, vabbè, si era capito. Ora perderai il 20,25 per cento dei consensi che ti accreditano i sondaggi, lo sai? E che fai? Non hai un lavoro, non sai fare niente, non hai un seggio da parlamentare europeo, hai perso il posto da ministro, certo stai in Parlamento, ma con la vita che ti eri abituato a fare tempo sei mesi e ti spari nemico mio.  Penso che perderai pure la segreteria della Lega Nord o come si chiama. Quello che non ti perdonerò è di aver plagiato la mente di due miei nipoti, con i miei figli non ci sei riuscito, cazzo. Ma li recupero, fidati. Mi dispiace per tua figlia, ma avrà tempo per riprendersi, basta farla seguire da persone qualificate. In bocca al lupo»

Può piacere o no ma non c’è nessuna istigazione al suicidio. Tanto per chiarire. L’istigazione invece che Salvini ha usato e continua a usare da tempo. Del resto è un’istigazione alla morte chiamare i migranti clandestini e scrivere che devono tornare in Libia. È un’istigazione alla morte parlare di pulizia di una certa etnia. È istigazione alla morte inoculare il sospetto che alcuni minacciati di morte non abbiano bisogno della scorta. È un’istigazione alla morte tenere bambini in mezzo al mare. È un’istigazione alla morte proteggere i razzisti e le loro violenze e i fascisti e le loro violenze.

Ma è sempre così: gli aizzatori appena vengono disinnescati frignano. E sanno solo vedere gli aizzamenti degli altri. Anche dove non ci sono.

Buon lunedì.

L’articolo Gli aizzatori che poi frignano proviene da Left.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui https://left.it/2019/09/09/gli-aizzatori-che-poi-frignano/ – e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

La tirannia del “per favore”

Ci vorrebbe un nuovo patto sociale, un nuovo ecologismo anche lessicale per avere la dignità di chiamare le cose con il proprio nome. E bonificare il “per favore”.

Gianluigi Paragone: “Comprensibile il malcontento nel M5s. Conte? Pavone in zoo europeo”


“Io so una cosa: questo governo non nasce per convinzione di Di Maio. Tutto è sicuramente partito da Grillo ma il vero King-maker è Giuseppe Conte che è un bellissimo Pavone dello zoo europeo e questo è il punto maggiore di debolezza2: il senatore del M5S Gianluigi Paragone racconta perché non è d’accordo con questo governo e non avrebbe voluto l’alleanza con il PD.
Continua a leggere