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Mai più un’altra Cutro, tre anni dopo la strage i numeri smentiscono la promessa: solo nel 2025 si contano 2.185 vittime nel Mediterraneo

Tre anni fa, a poche decine di metri dalla spiaggia di Steccato di Cutro, il caicco “Summer Love” si spezzava contro le secche. Novantaquattro morti accertati, trentacinque minori. I giocattoli tra la sabbia, i corpi allineati nel palazzetto dello sport, le promesse solenni pronunciate davanti alle telecamere. Si disse che quella sarebbe stata la volta buona. Si disse che il Mediterraneo non avrebbe più inghiottito vite nell’indifferenza.

I numeri della continuità

I numeri raccontano altro. Dal 2014 oltre 34.200 persone risultano morte o disperse lungo le rotte verso l’Europa; quasi 3.000 dopo Cutro. Nel 2025 le vittime sono state 2.185. Nei primi mesi del 2026 almeno 606. Dati che confermano una continuità strutturale della strage. La commozione non ha modificato l’assetto delle politiche. Ha prodotto dichiarazioni, non un cambio di paradigma.

La rotta del Mediterraneo centrale resta la più letale al mondo. Le stime oscillano, si aggiornano, si correggono, ma la tendenza è costante. Ogni trimestre aggiunge nomi a un elenco che raramente arriva sulle prime pagine. La morte in mare è diventata una variabile incorporata nel dibattito pubblico, un costo implicito delle politiche di contenimento.

Anche le organizzazioni che operano in mare lo ripetono. Medici senza frontiere parla di assenza di un meccanismo stabile e coordinato di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale e di progressiva penalizzazione delle navi civili. Save the Children richiama l’impatto sui minori: ogni ritardo nei soccorsi espone bambini e adolescenti a rischi gravissimi. A Cutro oltre un terzo delle vittime era minorenne. La statistica ha un volto.

Deterrenza come architrave

Sul piano normativo, dopo il 26 febbraio 2023 si è consolidato un impianto restrittivo che incide soprattutto sulle Ong: obbligo di dirigersi immediatamente verso il porto assegnato dopo un solo intervento, assegnazione di scali lontani, sanzioni e fermi amministrativi; fino alla previsione di interdizioni dalle acque territoriali. L’effetto è sottrarre giorni di operatività alle uniche navi presenti in un tratto di mare vastissimo.

Nel frattempo, il “Pacchetto sicurezza” del 2026 interviene su asilo, identificazioni, rimpatri, trattenimento nei Cpr, con ulteriori strette sulle procedure e sulle deroghe per l’ampliamento dei centri. La traiettoria è coerente: deterrenza e controllo come architrave. Inclusione e accoglienza restano parole assenti nei testi normativi.

Il tempo delle responsabilità

Intanto, a Crotone, il processo prova a misurare le responsabilità. Sei militari imputati. In aula tornano i ventisei minuti tra le prime segnalazioni dei pescatori e l’ordine di uscita, e le sei ore tra l’avvistamento di Frontex e l’affondamento. Intervalli che non sono dettagli tecnici ma porzioni di tempo in cui la vita resta appesa a una decisione.

La distinzione tra operazione di polizia e intervento di soccorso è diventata uno snodo centrale. Una scelta di qualificazione che può spostare competenze e tempi di reazione. I familiari chiedono verità e scuse. «Una morte che avrebbe potuto essere evitata», ha detto Farzaneh Maliki fuori dal tribunale. La richiesta resta semplice: riconoscere che quei novantaquattro non sono stati travolti da una fatalità astratta.

Memoria contesa

Anche la memoria, intanto, si è fatta terreno di scontro. A Crotone un istituto superiore ha annullato una giornata dedicata a Cutro per presunto “mancato contraddittorio”, richiamando la circolare sulla par condicio; poi il dietrofront. Un corto circuito che rivela quanto il ricordo sia diventato materia amministrativa. Come se la commemorazione di una strage dovesse bilanciare opinioni.

Fuori dalle aule, associazioni e sindacati hanno ricordato che Cutro non è un episodio isolato ma un passaggio dentro una sequenza più ampia. La segretaria confederale della Cgil, Maria Grazia Gabrielli, ha parlato di “strage continua, silenziosa e silenziata”, collegando la tragedia alle nuove misure securitarie su asilo e trattenimento. Le parole tornano a incrociare i numeri.

Cutro resta una ferita aperta. Le cifre dimostrano che il Mediterraneo continua a essere la rotta più letale. Le politiche restano concentrate su sicurezza, respingimenti, trattenimento. La promessa del “mai più” si è dissolta nel tempo breve delle dichiarazioni. La commozione di tre anni fa si è dispersa nel mare. Le vite perdute, invece, restano.

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Stato dell’Unione, tutte le bugie nel discorso di Trump: numeri alterati, guerre inventate e propaganda sovranista

Centootto minuti di discorso davanti al Congresso americano sono bastati a trasformare lo Stato dell’Unione in un esercizio sistematico di riscrittura della realtà. Donald Trump ha raccontato un Paese prospero, sicuro, rispettato nel mondo e guidato da una leadership capace di chiudere guerre, abbattere i prezzi e sigillare i confini. I numeri ufficiali, le sentenze giudiziarie e perfino i dati delle agenzie federali americane raccontano altro. Il problema politico sta proprio qui: la menzogna non compare come incidente retorico, diventa metodo di governo.

L’economia immaginaria

Il passaggio centrale del discorso riguarda l’economia. Trump ha rivendicato «oltre 18 trilioni di dollari» di nuovi investimenti ottenuti in un solo anno. Una cifra incompatibile con qualsiasi parametro macroeconomico: equivale a circa il 60% dell’intero Pil statunitense. I dati pubblicati dalla stessa Casa Bianca pochi mesi prima parlavano di circa 9,7 trilioni di annunci di investimento, già gonfiati perché comprendono progetti avviati durante l’amministrazione precedente e impegni privi di valore vincolante.

Lo stesso schema si ripete sull’inflazione. Trump sostiene di avere ereditato livelli record quando è tornato alla Casa Bianca. Le serie storiche del Bureau of Labor Statistics mostrano che il picco del 9,1% risale al giugno 2022 e che all’inizio del 2025 l’inflazione era già scesa attorno al 3%. Anche il presunto crollo del prezzo della benzina sotto i 2,30 dollari nella maggioranza degli Stati risulta inventato: la media nazionale nel giorno del discorso era di 2,95 dollari al gallone.

La narrazione resta identica a quella che alimenta da anni il sovranismo globale: creare un successo inesistente e attribuirsene il merito.

I dazi che dovevano salvare l’America

Trump ha evitato di spiegare che pochi giorni prima la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva demolito uno dei pilastri della sua politica economica. Con una decisione 6-3, i giudici hanno stabilito che il presidente non possiede il potere di imporre dazi globali usando l’International Emergency Economic Powers Act.

Significa che gran parte delle tariffe celebrate nel discorso risultano illegittime e che il governo federale potrebbe dover restituire tra 175 e 200 miliardi di dollari riscossi illegalmente dagli importatori americani. Altro dettaglio omesso: gli studi della Federal Reserve Bank of New York dimostrano che oltre il 90% dei dazi viene pagato da imprese e consumatori statunitensi, esattamente il contrario di quanto ripete Trump quando sostiene che «pagano gli stranieri».

La propaganda economica funziona così: trasformare una tassa interna in una vittoria patriottica.

Confini chiusi e paure costruite

La dichiarazione più applaudita riguarda l’immigrazione: «zero clandestini ammessi negli Stati Uniti negli ultimi nove mesi». Anche qui la formula è costruita su un trucco semantico. Gli attraversamenti continuano e migliaia di persone vengono fermate ogni mese; semplicemente la Border Patrol registra zero rilasci diretti mentre altri migranti vengono trasferiti all’ICE o sfuggono ai controlli come “got-aways”.

Lo stesso meccanismo appare nell’allarme sul voto illegale. Audit statali dopo le elezioni del 2024 hanno individuato poche decine di voti sospetti su milioni di schede. Numeri microscopici trasformati in emergenza nazionale per giustificare restrizioni elettorali.

La politica della paura resta il carburante principale.

Guerre finite che non sono mai finite

Trump ha sostenuto di avere «posto fine a otto guerre». Diverse tra quelle citate non erano conflitti armati aperti ma dispute diplomatiche irrisolte. In altri casi i governi coinvolti hanno negato qualsiasi ruolo americano nelle trattative. Anche il presunto successo energetico venezuelano risulta gonfiato: i dati di tracciamento marittimo mostrano esportazioni molto inferiori rispetto agli 80 milioni di barili rivendicati nel discorso.

La politica estera diventa scenografia narrativa, utile a consolidare leadership interne fragili.

La menzogna come modello politico

Il tratto più evidente del discorso resta la distanza sistematica tra dichiarazioni e realtà verificabile. Una distanza che smette di essere americana e diventa internazionale. Il trumpismo funziona perché offre un metodo replicabile: costruire una verità alternativa, ripeterla fino a sostituire i dati, accusare chi verifica di essere nemico politico.

Il discorso sullo Stato dell’Unione mostra dunque qualcosa di più di un presidente incline alla menzogna. Mostra un leader che ha trasformato la falsità in infrastruttura politica permanente. E quando la bugia diventa linguaggio di governo, il problema smette di riguardare un uomo solo. Diventa il metodo di un’intera stagione politica.

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Capitalismo digitale, sfruttamento analogico

Dopo Foodinho, ora Deliveroo. Ancora la Procura di Milano. Ancora un fascicolo che scoperchia un settore raccontato per anni come laboratorio di modernità e che invece mostra crepe antiche. Il lavoro dei rider torna sotto indagine con un’accusa che pesa: sfruttamento sistemico, fino all’ipotesi di caporalato.

Non è una sorpresa. Negli ultimi mesi un provvedimento analogo ha riguardato Glovo. Già nel 2020 la Procura milanese aveva aperto un fronte giudiziario sostenendo che quei lavoratori non potessero essere qualificati come autonomi quando turni, tempi, penalità e compensi erano di fatto eterodiretti dagli algoritmi. Quelle decisioni imposero il versamento dei contributi e una parziale ridefinizione dei diritti. Un argine, almeno sulla carta.

La novità sta nel salto di qualità dell’impostazione accusatoria. Non più soltanto la qualificazione del rapporto di lavoro ma la contestazione di un sistema organizzato che avrebbe costruito margini e competitività comprimendo tutele e salari. Se le ipotesi troveranno conferma, il tema non sarà più la zona grigia tra autonomia e subordinazione bensì l’esistenza di una filiera che scarica rischi e costi su chi pedala.

Ma in questa sequela di interventi giudiziari a colpire è il vuoto della politica. Il legislatore ha celebrato l’innovazione, ha evocato la gig economy come segno di progresso, ha affidato alle piattaforme la promessa di occupazione flessibile. Le prese di posizione sono arrivate quasi sempre solo dopo un incidente, dopo una morte sotto la pioggia, dopo una foto diventata simbolo. Poi il silenzio.

Intanto qui sotto la società è cambiata, in peggio. Gli algoritmi hanno sostituito i capi reparto, le app hanno assegnato turni e punteggi, le valutazioni hanno deciso chi lavora e chi resta fermo. In assenza di regole chiare il capitalismo ha fatto quello che sa fare meglio: travestire l’antico sfruttamento con un velo di modernità. 

Buon giovedì. 

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L’anno nero dei giornalisti: 129 uccisi, i due terzi a Gaza

Le ruspe arrivano quando il rumore delle bombe smette di occupare i titoli. A Beit Liqya, a sud-ovest di Ramallah, i bulldozer israeliani entrano tra serre e abitazioni palestinesi e iniziano a demolire case e strutture agricole. Un’operazione registrata come intervento ordinario. La guerra, qui, assume la forma della gestione quotidiana del territorio.

Mentre Gaza continua a vivere tra macerie e sfollamenti permanenti, la Cisgiordania cambia lentamente volto. Le demolizioni restringono spazio abitabile, interrompono economie familiari, trasformano villaggi in territori provvisori. Ogni muro abbattuto produce uno spostamento forzato che raramente diventa notizia internazionale. La violenza perde spettacolarità e diventa procedura.

Nelle stesse ore emerge un dato che pesa più di molte dichiarazioni diplomatiche. Il Committee to Protect Journalists certifica che il 2025 è stato l’anno più letale mai registrato per l’informazione: 129 operatori dei media uccisi nel mondo, ottantasei collegati alla guerra di Gaza. Due terzi delle morti risultano attribuite alle operazioni israeliane. Raccontare questo conflitto resta una delle attività più pericolose esistenti, e ogni voce che scompare riduce ciò che il mondo riesce a vedere.

La pressione sul racconto continua anche lontano dal fronte. Il ministero della Difesa israeliano dispone la chiusura di cinque piattaforme mediatiche palestinesi attive a Gerusalemme Est. Meno immagini circolano, meno testimonianze sopravvivono, più semplice diventa trasformare la guerra in narrazione controllata.

Intanto, negli Stati Uniti, Donald Trump dichiara pubblicamente conclusa la guerra e sostiene che tutti gli ostaggi sarebbero tornati a casa. 

La giornata si richiude dove era iniziata: tra polvere e ruspe. Gaza resta sospesa dentro questa distanza crescente tra parole ufficiali e realtà che continua a consumarsi davanti agli occhi di chi riesce ancora a raccontarla.

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Decreto bollette, bonus da 115 euro e incentivi al gas: un provvedimento senza riforme strutturali

Alla Camera comincia l’esame del decreto bollette approvato dal Consiglio dei ministri il 17 febbraio. Il governo lo presenta come un intervento da oltre 5 miliardi di euro capace di alleggerire famiglie e imprese. Dentro il testo, però, la misura simbolo resta un contributo una tantum da 115 euro per il 2026, destinato esclusivamente ai nuclei già titolari del bonus sociale energetico. Una cifra che, tradotta sui dodici mesi, vale meno di dieci euro al mese mentre il costo dell’energia continua a comprimere redditi e consumi.

Il provvedimento arriva dopo mesi di annunci sull’emergenza bollette e mentre il mercato energetico italiano resta agganciato alle oscillazioni del gas. Proprio qui si concentra la prima critica che attraversa associazioni dei consumatori, sindacati e opposizioni: il decreto interviene sugli effetti senza toccare le cause.

Secondo la Cgil si tratta di «un intervento parziale e privo di visione strategica» che continua a inseguire l’emergenza rinviando le riforme strutturali del sistema energetico. Federconsumatori parla apertamente di benefici limitati per gli utenti domestici e ricorda che il bonus precedente, nel 2025, arrivava a 200 euro con una platea più ampia. Ora la soglia Isee scende sotto i 9.796 euro, riducendo drasticamente i beneficiari. Le risorse stanziate, circa 315 milioni, coprono solo una parte delle oltre 4,5 milioni di famiglie già inserite nei bonus sociali.

Un decreto emergenziale, tra bollette e scelte strutturali rinviate

Il nodo centrale resta irrisolto: il prezzo dell’elettricità continua a dipendere da quello del gas nel mercato all’ingrosso. Anche quando l’energia proviene da fonti rinnovabili a basso costo, la bolletta finale segue il combustibile più caro. Da anni economisti e associazioni chiedono il disaccoppiamento dei prezzi. Il decreto evita la questione.

L’impianto normativo mantiene una logica emergenziale, limitandosi a trasferimenti temporanei e interventi di liquidità senza modificare i meccanismi di formazione dei prezzi energetici. Il risultato, secondo le valutazioni indipendenti, rischia di perpetuare la volatilità tariffaria e l’esposizione alle oscillazioni internazionali del gas.

Nel frattempo viene introdotto un secondo bonus facoltativo, affidato ai fornitori energetici, liberi di applicare sconti ai clienti con Isee fino a 25 mila euro. Una misura senza obblighi per le aziende e accompagnata dalla possibilità di utilizzare l’adesione come leva commerciale. Le associazioni dei consumatori segnalano il rischio di trasformare un intervento sociale in marketing energetico.

Gas incentivato mentre la transizione rallenta

La parte più contestata del decreto riguarda la direzione industriale scelta dal governo. Il testo introduce meccanismi di compensazione per la produzione termoelettrica a gas e utilizza risorse legate al sistema europeo delle emissioni per sostenere indirettamente il comparto fossile.

Greenpeace, Legambiente e WWF parlano di un provvedimento che continua a «dare ossigeno al sistema del gas», arrivando ad attenuare il peso della carbon tax europea proprio mentre l’Unione spinge verso la decarbonizzazione. Anche la CGIL denuncia l’assenza di vincoli ambientali e occupazionali negli aiuti alle imprese energetiche, osservando che risorse pubbliche vengono distribuite senza condizioni su investimenti e transizione industriale.

In Aula le opposizioni parlamentari convergono su una critica comune. Movimento 5 Stelle e Partito democratico accusano l’esecutivo di evitare le riforme capaci di ridurre davvero le bollette, dal disaccoppiamento dei prezzi alla redistribuzione degli extraprofitti energetici. Alleanza Verdi-Sinistra insiste sulla contraddizione politica: mentre restano bloccati gigawatt di impianti rinnovabili in attesa di autorizzazioni, il decreto rafforza la dipendenza dal metano importato.

La discussione parlamentare comincia così già zoppa. Il provvedimento nasce per affrontare l’emergenza energetica, arriva mesi dopo i picchi dei prezzi e affida il sollievo alle famiglie a uno sconto limitato e differito nel tempo. Intanto la struttura del mercato resta identica. Le bollette cambiano poco. Il sistema energetico ancora meno.

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La mela marcia

Il 21 luglio del 2021 Matteo Salvini era un altro Matteo Salvini. La sua Lega sembrava capace di essere il primo partito italiano. Il partito Enei sondaggi veleggiava sopra al 20%, l’elettorato era diviso tra chi sosteneva la linea governata e la linea identitaria. All’orizzonte Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni erano in crescita sulla scia del sovranismo. Niente di pericoloso: per il leader della Lega si trattava semplicemente di un partito satellite, nipote delle sue stesse intuizioni.

Il giorno prima l’assessore leghista alla Sicurezza di Voghera, Massimo Adriatici, aveva ucciso Younes El Boussettaoui con un colpo di pistola Younes El Boussettaoui in piazza Meardi. 

«Altro che far west a Voghera si fa strada l’ipotesi della legittima difesa», disse il 21 luglio 2021 Matteo Salvini, con l’aggiunta della formula “la difesa è sempre legittima” e l’invito ad “aspettare la ricostruzione”, già incardinato però su una lettura assolutoria.

E poi, aggiunse Salvini: «Un docente di diritto penale, ex funzionario di Polizia, avvocato penalista noto e stimato in città, in questa bella città in provincia di Pavia, vittima di un’aggressione, ha risposto, accidentalmente è partito un colpo che purtroppo ha ucciso un cittadino straniero». 

Quella brava persona di Adriatici ieri è stato condannato 12 anni di reclusione, oltre a provvisionali per 380 mila euro ai familiari della vittima.

Siamo nel 2026 e Salvini non ha ancora imparato la lezione. L’impressionante serie di figure di palta intorno al ritornello della “legittima difesa” non ne rallenta la stupidità con cui approccia il tema. E alla fine sorge un dubbio: ma se fosse lui, la mela marcia

Buon mercoledì.  

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Legge elettorale, il governo accelera: chiudere prima del referendum sulla giustizia. Con l’incognita Vannacci

La maggioranza vuole chiudere entro i primi giorni di marzo. Prima del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo. L’obiettivo politico è dichiarato nei retroscena parlamentari: “sganciare” la nuova legge elettorale dall’esito del voto sulla giustizia, così da evitare che una sconfitta referendaria venga letta come premessa di elezioni anticipate o, al contrario, che una vittoria del Sì apra la strada a un cambio delle regole in corsa.

L’accelerazione è stata decisa nell’ultimo vertice tra Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani. Il cantiere resta formalmente aperto, ma l’impianto prende forma.

Legge elettorale, un proporzionale corretto dal premio

Si punta a superare l’attuale sistema misto, il cosiddetto Rosatellum, con un modello proporzionale corretto da un premio di maggioranza che scatterebbe al 40 per cento dei voti. Il premio non garantirebbe automaticamente il 55 per cento dei seggi, ma assegnerà 70 deputati alla Camera e 35 senatori in più alla coalizione vincente.

La soglia di sbarramento dovrebbe restare al 3 per cento per le liste singole e al 10 per cento per le coalizioni, anche se nelle ultime settimane si è discusso di un possibile innalzamento al 4 per cento per le liste. Un dettaglio tecnico che ha un peso politico preciso: la comparsa del movimento “Futuro Nazionale” del generale Roberto Vannacci, accreditato sopra il 4 per cento in alcune rilevazioni, ha riaperto il tema della frammentazione interna al centrodestra.

Il nodo dei collegi e la leadership

Il nodo dei collegi uninominali è centrale. Il Rosatellum assegna una quota significativa di seggi con sistema maggioritario a turno unico. Nel Mezzogiorno, dove il centrosinistra unito o il Movimento 5 Stelle hanno dimostrato di poter competere efficacemente, quei collegi rappresentano un fattore di rischio per la maggioranza. Superarli con un proporzionale di lista significa neutralizzare quella variabile territoriale.

Sul tavolo c’è anche l’indicazione del leader di coalizione nel programma depositato. Il nome non comparirebbe sulla scheda, ma verrebbe formalizzato nel documento politico presentato agli elettori. Una soluzione già utilizzata nel 2006 con il Porcellum. Un passaggio che incide sugli equilibri del centrosinistra, oggi privo di una leadership condivisa, e che obbligherebbe a una scelta preventiva.

Resta controversa l’ipotesi di un ballottaggio nazionale tra le prime due coalizioni qualora nessuna raggiungesse il 40 per cento ma entrambe superassero il 35. La Lega si è mostrata fredda verso il secondo turno, coerentemente con la propria posizione storica contraria ai ballottaggi anche a livello locale.

I rischi costituzionali e l’effetto referendum

Ma bisogna fare attenzione perché sul piano costituzionale, i precedenti pesano. La sentenza n. 35 del 2017 della Corte costituzionale ha già delimitato il perimetro dei premi di maggioranza e dei meccanismi di secondo turno. Un premio sganciato da soglie ragionevoli o privo di correttivi rischia di trasformare una minoranza relativa in maggioranza parlamentare con un artificio aritmetico esposto al vaglio della Consulta.

La riduzione dei parlamentari a 400 deputati e 200 senatori complica ulteriormente la geometria. Il Senato resta eletto su base regionale. Un premio nazionale alla Camera e premi regionali a Palazzo Madama potrebbero produrre maggioranze divergenti tra i due rami del Parlamento.

La tempistica rivela la posta in gioco. Il referendum sulla giustizia, indetto per il 22 e 23 marzo, non prevede quorum. L’esito dipenderà dalla maggioranza dei voti validi. In questo contesto, blindare prima la legge elettorale significa sottrarre alla dinamica referendaria un pezzo decisivo dell’architettura istituzionale.

Se il Sì dovesse prevalere, la maggioranza arriverebbe alle urne con un doppio intervento sulle regole: giustizia e sistema di voto. Se il No dovesse imporsi, la nuova legge elettorale resterebbe comunque in piedi, già incardinata e pronta a ridisegnare i rapporti di forza. In entrambi i casi, la cornice viene definita adesso.

Non è un dettaglio tecnico. È la scelta di fissare oggi le condizioni del prossimo Parlamento, prima che il clima politico e l’esito referendario possano modificarne i contorni.

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Ramadan in Cisgiordania, tra i raid dei coloni

Il Ramadan in Cisgiordania si apre con un ragazzo di diciassette anni ucciso a Beit Furik, a est di Nablus. Mohammad Wahbi Hanani viene colpito alla testa durante un’incursione dell’esercito israeliano e muore all’ospedale di Rafidia. Nelle stesse ore, nel villaggio di Tell, vicino Nablus, viene incendiata la moschea Abu Bakr al Siddiq: secondo il ministero degli Esteri palestinese l’azione è opera di coloni che hanno lasciato scritte razziste sui muri. L’Autorità nazionale palestinese parla di responsabilità politica del governo israeliano. Intanto la Palestinian Prisoner Society riferisce di oltre cento arresti dall’inizio del mese sacro, tra cui donne e minori.

La cornice diplomatica prova a inseguire i fatti. Diciannove Paesi, insieme alla Lega araba e all’Organizzazione della cooperazione islamica, firmano una dichiarazione che condanna l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, cita il progetto E1 e richiama il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 2024. Parlano di annessione di fatto. Sul terreno, però, ruspe e raid proseguono.

A Gaza una nuova indagine indipendente di Forensic Architecture ed Earshot ricostruisce l’attacco del 23 marzo 2025 contro soccorritori palestinesi alla periferia sud. Oltre novecento colpi esplosi in pochi minuti, veicoli identificabili con luci d’emergenza accese, quindici operatori uccisi. I corpi recuperati giorni dopo, alcuni sepolti in una fossa comune insieme ai mezzi distrutti. L’esercito israeliano aveva parlato di “minaccia”. L’inchiesta incrocia audio, video e immagini satellitari.

Poi Londra. Ai Bafta 2026 la Bbc trasmette l’evento in differita e taglia dal discorso del regista Akinola Davies Jr la frase “Free Palestine”. Nella stessa serata va in onda un insulto razziale urlato in platea. L’emittente si scusa il giorno dopo. I corpi restano, le parole spariscono. Anche questo entra nel diario.

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Scontro sulle emissioni zero, gli Usa minacciano di uscire dall’Agenzia internazionale dell’Energia

Washington alza il tiro contro l’Agenzia internazionale dell’energia e mette sul tavolo l’uscita formale se entro un anno non verrà accantonato il focus sull’azzeramento delle emissioni nette. La minaccia è stata pronunciata ieri a Parigi, durante la riunione ministeriale dell’Aie, dal segretario all’Energia Chris Wright, che ha chiesto un ritorno alla missione originaria dell’agenzia, centrata su sicurezza degli approvvigionamenti e accesso alle fonti, definendo la neutralità climatica una «illusione distruttiva».

Lo scontro a Parigi

Il passaggio segna uno scontro aperto con l’impostazione che l’Aie ha assunto negli ultimi anni, soprattutto dopo la pubblicazione degli scenari compatibili con l’obiettivo di emissioni nette zero entro metà secolo. Wright, ex dirigente del settore petrolifero, ha sostenuto che le probabilità di centrare quel traguardo sarebbero nulle, pur apprezzando il ripristino, nell’ultimo rapporto annuale, di uno scenario basato sulle politiche correnti che prevede un aumento della domanda di petrolio e gas nei prossimi decenni.

Il direttore esecutivo Fatih Birol ha replicato che l’agenzia «continuerà a elaborare scenari energetici multipli», inclusi quelli coerenti con gli obiettivi climatici globali, rinviando ai prossimi mesi la definizione del nuovo rapporto. La distanza tra le due posizioni è netta e investe il ruolo stesso dell’agenzia nella governance energetica internazionale.

La strategia americana

Il confronto però va letto dentro una traiettoria più ampia. Il “Rapporto di Ricerca: L’Evoluzione dell’Ostruzionismo Ambientale Statunitense” ricostruisce come l’attuale amministrazione abbia trasformato lo scetticismo climatico in una dottrina di Stato, attraverso atti esecutivi, abrogazioni normative e ritiri da sedi multilaterali.

Tra i passaggi chiave figurano il secondo ritiro dall’Accordo di Parigi nel 2025 e l’uscita dalla Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici nel gennaio 2026, inserita in un ordine esecutivo che ha coinvolto decine di organismi internazionali. Sul piano interno, l’approvazione del One Big Beautiful Bill Act nel luglio 2025 ha accelerato la scadenza dei crediti fiscali per eolico e solare, ridimensionato gli incentivi per idrogeno e veicoli elettrici e rafforzato i meccanismi di sostegno alle filiere fossili.

A febbraio 2026 è arrivata anche l’abrogazione del Greenhouse Gas Endangerment Finding del 2009, la base giuridica che consentiva all’Epa di regolare le emissioni di gas serra ai sensi del Clean Air Act. Un passaggio che ha inciso direttamente sull’architettura normativa federale in materia climatica.

Un anno di ultimatum

In questo quadro, la pressione sull’Aie appare coerente con una strategia che mira a ricondurre le istituzioni energetiche internazionali entro una cornice centrata su sicurezza e offerta, riducendo il peso degli scenari di decarbonizzazione. L’obiettivo delle emissioni nette zero è considerato essenziale per rispettare l’Accordo di Parigi e contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali.

La scadenza indicata da Washington è di dodici mesi. Se l’Aie manterrà l’impostazione attuale, l’ipotesi di un’uscita statunitense diventerebbe concreta. Per un’agenzia nata nel 1974 per coordinare le politiche energetiche dei Paesi industrializzati dopo la crisi petrolifera, la prospettiva di perdere il principale attore del mercato mondiale dell’energia aprirebbe una fase di instabilità istituzionale e politica destinata a riflettersi sui mercati e sugli equilibri geopolitici.

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Pnrr in ritardo, l’analisi di OpenPolis basata sulla relazione della Corte dei Conti: il 90% dei fondi analizzati è ancora nei cantieri

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, qualcosa come oltre 190 miliardi tra fondi europei e cofinanziamenti, entra nell’ultimo tratto prima della scadenza formale del 2026 con un dato che pesa più delle conferenze stampa. Le opere pubbliche finanziate con il Pnrr, quelle che dovrebbero tradurre le missioni in scuole, infrastrutture, reti idriche, trasporti e rigenerazione urbana, risultano in larga parte ancora nei cantieri. Per mesi l’esecutivo ha insistito sul numero complessivo dei progetti chiusi, parlando di centinaia di migliaia di interventi completati. L’analisi di Openpolis, basata sull’ultima relazione della Corte dei conti (dicembre 2025), mostra che il nodo riguarda il valore economico degli interventi rimasti indietro e la loro complessità tecnica.

La magistratura contabile ha esaminato circa 19.200 opere pubbliche, un campione che copre oltre l’80% dei progetti e il 90% delle risorse destinate alle opere. A ottobre 2025 risultano conclusi 5.546 interventi. In termini numerici sono il 28,9% del panel. In termini finanziari valgono appena il 4,2% degli oltre 86 miliardi considerati, circa 3,6 miliardi. I lavori ancora in esecuzione assorbono quasi 78 miliardi, pari all’89,8% delle risorse analizzate. È qui che si concentra la parte decisiva del piano.

Il divario tra quantità e valore spiega la distanza tra la narrazione politica e lo stato effettivo di avanzamento. Le opere chiuse finora hanno un importo medio di 700mila euro, in crescita rispetto ai 450mila di gennaio. Quelle già aggiudicate hanno un valore medio di 4,5 milioni di euro. Significa che la stagione dei cantieri più onerosi sta entrando adesso nella fase esecutiva, con un impatto inevitabile sui tempi medi di realizzazione.

Pnrr, tempi che si allungano

Tra gennaio e ottobre 2025 la quota di opere collaudate è cresciuta dal 18,1% al 28,9%. L’incremento esiste, ma la Corte segnala l’assenza di una effettiva accelerazione. I tempi medi si dilatano: la durata complessiva di un’opera conclusa è passata da 458 a 533 giorni, circa 18 mesi.

La fase più onerosa resta l’esecuzione dei lavori, che assorbe oltre la metà del tempo totale: 294 giorni in media contro i 226 di inizio anno. Anche il collaudo sale a 79 giorni, mentre aggiudicazione e stipula si attestano rispettivamente a 61 e 49 giorni. Le semplificazioni normative introdotte negli ultimi anni hanno inciso soprattutto sulle fasi preliminari, meno sull’avanzamento materiale dei cantieri.

La dimensione finanziaria conferma la correlazione: i lavori sotto il milione si chiudono in 494 giorni; tra uno e due milioni servono 722 giorni; oltre i 5 milioni si arriva a quasi 1.200 giorni, circa 40 mesi. Gli interventi di ampliamento e ristrutturazione superano mediamente i 600 giorni, mentre le nuove realizzazioni si attestano intorno ai 561 giorni. Con la scadenza del piano fissata al 2026, la variabile tempo diventa centrale per le amministrazioni responsabili.

Nord e sud, un dato inatteso

L’analisi territoriale offre un elemento che contraddice letture consolidate. Le opere nel mezzogiorno risultano concluse in media in 460 giorni, contro i 526 del centro e i 579 del nord. La Corte collega il dato alla minore dimensione finanziaria media degli interventi meridionali e alle procedure adottate nell’ambito del Pnrr, che hanno inciso sulle fasi di aggiudicazione e stipula.

Resta aperta la questione delle grandi opere nazionali e multi-regionali, che superano spesso i mille giorni di realizzazione e concentrano la quota più consistente di risorse. È su quel segmento che si misurerà la coerenza tra cronoprogrammi e termine ultimo del piano. Con la parte più impegnativa degli investimenti ancora in esecuzione, la corsa finale del Pnrr si gioca ora sui cantieri più costosi e complessi. I numeri indicano che la distanza dal traguardo resta significativa e richiede un monitoraggio costante per evitare slittamenti incompatibili con la scadenza europea.

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