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Quando la partecipazione diventa un problema di ordine pubblico

Lo scorso 8 novembre alcuni studenti hanno deciso di solidarizzare con gli operai della ditta L’Alba di Montemurlo che in piazza Duomo a Firenze avevano organizzato una manifestazione per chiedere al brand Patrizia Pepe di partecipare al tavolo di crisi convocato dalla Provincia di Prato.

Dovrebbe essere una bella notizia: in un’epoca in cui tutti spingono sull’alternanza scuola-lavoro degli scolari decidono di affiancare dei lavoratori anche nella rivendicazione dei loro diritti. Coscienza di classe, si sarebbe detto una volta. Poiché oggi quella definizione sarebbe bollata di terrorismo possiamo chiamarla compartecipazione alla vita pubblica dei lavoratori. Così sono tutti tranquilli.

Una studentessa diciassettenne del liceo Machiavelli-Capponi di Firenze, raccontano il Collettivo K1 e i coordinatori del sindacato Sudd Cobas, per questo è stata segnalata ai servizi sociali cittadini dopo avere ricevuto un’ispezione a casa. E che hanno fatto i servizi sociali? Le hanno consigliato di non partecipare più a manifestazioni di protesta “per evitare conseguenze più gravi”.

Dice Sudd Cobas che a loro sembra “un segnale molto pericoloso” e in effetti è difficile non essere d’accordo. Siamo passati dagli studenti manganellati che avevano innervosito perfino il presidente Mattarella agli studenti ammansiti senza nemmeno bisogno di un decreto. Per diventare veramente adulti ai nostri scolari è richiesta l’accettazione supina di futuri licenziamenti.

Ultimo piccolo particolare: la studentessa ha genitori nordafricani. Ma noi siamo sicuri che i servizi sociali avrebbero usato lo stesso intimidatorio paternalismo anche con i figli della borghesia fiorentina.

Buon lunedì.

Foto SuddCobasFirenze

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Il pallone sul banco degli imputati: la FIFA davanti alla CPI

La denuncia è stata depositata il 16 febbraio 2026 presso l’Ufficio del Procuratore della Corte penale internazionale dell’Aia. Centoventi pagine che chiamano in causa il presidente della FIFA e quello della UEFA, accusati di favoreggiamento in crimini di guerra e crimini contro l’umanità nei territori palestinesi occupati.

A presentarla è una coalizione di organizzazioni per i diritti umani – tra cui Irish Sport for Palestine, Scottish Sport for Palestine, Just Peace Advocates ed Euro-Med Human Rights Monitor – insieme a calciatori palestinesi, club locali e proprietari di terreni espropriati. L’impianto giuridico si fonda sugli articoli 8 e 7 dello Statuto di Roma: trasferimento di popolazione civile nei territori occupati e apartheid.

L’impianto dell’accusa

Al centro dell’atto c’è la presenza di club israeliani con sede negli insediamenti in Cisgiordania, ammessi a competere nei campionati organizzati dalla Israel Football Association e, in alcuni casi, nelle competizioni UEFA. Secondo i ricorrenti, l’inclusione regolamentare e il supporto finanziario a queste società costituirebbero un contributo materiale alla normalizzazione degli insediamenti, ritenuti illegali da risoluzioni ONU e dalla Corte internazionale di giustizia. La Palestinian Football Association, membro FIFA dal 1998, non ha mai autorizzato attività sul proprio territorio.

La denuncia richiama anche l’articolo 72 degli Statuti FIFA, che vieta a una federazione di organizzare partite nel territorio di un’altra senza consenso. Per oltre un decennio la PFA ha chiesto l’esclusione dei club degli insediamenti. La risposta è stata una sequenza di rinvii e comitati privi di potere sanzionatorio, mentre nel 2022 FIFA e UEFA hanno sospeso con immediatezza Russia e Bielorussia dopo l’invasione dell’Ucraina. Il confronto tra i due precedenti è uno degli snodi centrali dell’esposto.

Il contesto di Gaza

Il quadro si inserisce nella distruzione dell’ecosistema sportivo di Gaza. I dati raccolti dalle autorità sportive palestinesi parlano di almeno 341 calciatori uccisi, oltre mille tra atleti e dirigenti morti, 265 strutture sportive colpite, 184 completamente distrutte, nove stadi su dieci rasi al suolo. Per oltre due anni la FIFA ha evitato sanzioni contro l’IFA, limitandosi a richiedere consulenze legali e a rinviare decisioni.

Tre giorni dopo il deposito della denuncia, il 19 febbraio 2026, Gianni Infantino ha annunciato a Washington un investimento di 75 milioni di dollari per la ricostruzione calcistica di Gaza nell’ambito del “Board of Peace” promosso dall’amministrazione Trump. Il piano prevede 50 mini-campi, cinque campi regolamentari, una FIFA Academy e uno stadio nazionale da 20-25 mila posti in tre anni, all’interno di un programma internazionale da 17 miliardi di dollari e 20 mila soldati di stabilizzazione.

La posta in gioco per la CPI

La Corte penale internazionale dovrà ora valutare se aprire un’indagine formale. L’esame preliminare cade in una fase di crisi interna dell’ufficio del Procuratore, segnata dal congedo temporaneo di Karim Khan e dalle pressioni politiche seguite ai mandati d’arresto richiesti contro esponenti israeliani e leader di Hamas.

Nel frattempo la gestione operativa ricade sui viceprocuratori Mame Mandiaye Niang e Nazhat Shameem Khan, mentre la Corte subisce ritorsioni incrociate: sanzioni economiche statunitensi e, dal dicembre 2025, una condanna in contumacia a 15 anni emessa da un tribunale di Mosca contro Karim Khan con mandati per otto giudici, inclusa la presidente Tomoko Akane. Un contesto che pesa sui tempi dell’istruttoria.

Se la CPI ritenesse configurabile un nesso tra decisioni regolamentari sportive e crimini internazionali, si aprirebbe un precedente sulla responsabilità dei vertici di organizzazioni private globali. Il calcio entrerebbe stabilmente nel perimetro del diritto penale internazionale, con effetti che andrebbero ben oltre il caso specifico e inciderebbero sull’intera governance sportiva mondiale.

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Riarmo, il Pentagono minaccia ritorsioni contro il piano Ue di acquisto di armamenti europei

La richiesta americana è chiara da mesi: più spesa militare europea, più rapidità negli acquisti, più interoperabilità Nato. Ora, quando Bruxelles prova a tradurre quella spinta in una revisione delle regole sugli appalti per favorire la base industriale continentale, dal Dipartimento della Difesa statunitense arriva un avvertimento formale.

Secondo quanto riportato da “Politico”, l’amministrazione del presidente Donald Trump ha comunicato alla Commissione europea che eventuali norme volte a privilegiare i produttori europei negli acquisti per la difesa potrebbero provocare ritorsioni commerciali e restrizioni all’accesso delle imprese europee al mercato militare statunitense.

Il Pentagono, in un contributo inviato nell’ambito della consultazione sulla revisione delle regole Ue sugli appalti militari, ha espresso «netta opposizione» a misure che limitino la partecipazione delle aziende americane alle forniture per la difesa dei Paesi membri. Washington definisce “protezionistiche ed escludenti” politiche che riducano la presenza industriale statunitense nel mercato europeo, ricordando che le grandi imprese europee continuano a beneficiare dell’accesso al mercato Usa.

Il Pentagono e la leva del “Buy American”

Il nodo è concreto. Una clausola vincolante di preferenza europea potrebbe portare alla revisione delle deroghe alle norme “Buy American”, oggi garantite da accordi di reciprocità firmati da 19 dei 27 Stati membri dell’Unione. In quel caso, l’accesso delle aziende europee ai contratti del Dipartimento della Difesa verrebbe limitato, con concessioni valutate caso per caso e giustificate solo da esigenze legate all’interoperabilità Nato.

Il confronto tocca un punto sensibile: circa due terzi delle armi importate dall’Unione europea provengono dagli Stati Uniti, dai caccia F-35 ai sistemi missilistici e di difesa aerea. Washington sostiene che una stretta protezionistica europea indebolirebbe l’Alleanza atlantica, ridurrebbe la libertà di spesa dei governi e metterebbe a rischio gli obiettivi di capacità militare concordati.

La revisione della direttiva europea

Sul fronte europeo, la revisione della direttiva 2009/81/CE sugli appalti della difesa rientra in una più ampia strategia di rafforzamento dell’industria continentale, anche alla luce della guerra in Ucraina e delle tensioni con la Russia. Programmi come il fondo di prestiti per armamenti e le forniture destinate a Kiev prevedono già una quota minima di componenti prodotti in Europa.

La frizione mette in luce una contraddizione strutturale: da anni gli Stati Uniti sollecitano gli alleati europei ad assumersi una quota maggiore dell’onere della difesa convenzionale. Quando l’Unione prova a tradurre quella richiesta in strumenti industriali che riducano la dipendenza tecnologica, la risposta è una minaccia di restrizioni simmetriche.

Il rischio, segnalano fonti diplomatiche citate da “Politico”, è che la disputa complichi i piani industriali europei e metta alla prova la volontà dei Paesi membri di ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti in un contesto di relazioni transatlantiche sempre più tese.

La questione supera la tecnica degli appalti. Se l’Europa aumenta la spesa per la difesa sotto la pressione strategica dell’Alleanza, ma non può orientare quella spesa verso la propria base industriale senza incorrere in ritorsioni, l’autonomia strategica resta una formula politica. Il confronto aperto con la consultazione della Commissione europea diventa così un banco di prova: stabilire se il riarmo europeo sarà anche un investimento industriale interno oppure un flusso finanziario destinato a continuare oltre Atlantico.

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Il futuro di Gaza tra tendopoli e macerie

L’iftar tra le macerie circola nelle stesse ore in cui la parola “ricostruzione” viene pronunciata nei palazzi. Una famiglia palestinese stende una tovaglia sopra i detriti della propria casa distrutta, divide pane e zuppa mentre alle spalle restano ferri piegati e cemento frantumato. La scena racconta più di qualunque vertice internazionale.

Sul terreno la cosiddetta tregua continua a perdere pezzi. Amnesty International Italia e Greenpeace Italia, davanti a Palazzo Chigi e alla Farnesina, hanno denunciato oltre 600 palestinesi uccisi dall’avvio del cessate il fuoco del 9 ottobre 2025, tra cui più di 100 bambini, e almeno 1.620 violazioni registrate fino al 10 febbraio 2026 tra raid aerei, colpi di artiglieria e sparatorie. I numeri sono contenuti nei loro documenti diffusi il 19 febbraio. Intanto il ministero della Difesa israeliano ribadisce, con dichiarazioni riprese da Anadolu Agency, che le forze resteranno nella “zona di sicurezza” di Gaza senza limiti temporali.

Sullo sfondo, lo studio pubblicato su The Lancet Global Health e ripreso da Reuters il 19 febbraio stima 75.200 morti violente tra il 7 ottobre 2023 e il 5 gennaio 2025. Il 56,2% appartiene a donne, bambini e anziani: circa 42 mila persone. È una fotografia statistica che attraversa governi e conferenze, e che resta sul tavolo mentre si discute di gestione internazionale della Striscia.

La Cisgiordania aggiunge un altro capitolo. Reuters riferisce dell’uccisione di un diciannovenne palestinese con cittadinanza statunitense vicino a Ramallah, in un episodio attribuito a coloni israeliani. Versioni divergenti, indagini annunciate, tensione che sale.

Tra i comunicati sul futuro di Gaza e le immagini delle tende, la distanza resta misurabile. La famiglia che rompe il digiuno tra i calcinacci continua a vivere dentro quella distanza. Ogni giorno.

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Separazione delle carriere, la lezione degli Epstein files

Per mesi hanno venduto la separazione delle carriere come un bollino di qualità occidentale. Alcuni vedono gli Stati Uniti come modello, l’Italia come ritardo da colmare. Poi arrivano gli Epstein files, diffusi dal Dipartimento di Giustizia americano con omissis consistenti, e la narrazione si incrina.

Negli Stati Uniti il pubblico ministero federale è parte dell’esecutivo. L’Attorney General è nominato dal Presidente e risponde al Presidente. I procuratori federali dipendono gerarchicamente dal Dipartimento di Giustizia. L’azione penale, a livello federale, è dunque incardinata dentro il potere politico. Un esempio? il vergognoso accordo di non divulgazione (Non-Prosecution Agreement) del 2008. All’epoca, il procuratore federale di Miami (Alexander Acosta, ramo esecutivo, nominato dalla politica e poi diventato ministro del Lavoro di Trump) fece un accordo segreto con i potenti avvocati di Epstein, garantendogli un’immunità di fatto, nascondendo l’accordo alle vittime e affossando un’indagine dell’Fbi.

In quel modello la gestione dell’azione penale e delle informazioni investigative è collocata nell’area di governo. Negli Stati Uniti il prosecutor gode di ampia discrezionalità. In Italia l’articolo 112 della Costituzione impone l’obbligatorietà dell’azione penale e inserisce il pm nell’ordine giudiziario, soggetto soltanto alla legge. Chi sostiene la riforma costituzionale italiana replica che la separazione delle carriere proposta non comporta alcuna subordinazione al governo. Formalmente è così ma il nodo sta nella prospettiva: spezzare l’unità della magistratura modifica l’equilibrio originario e apre la strada a un pubblico ministero sempre più definito come parte e più esposto a future ridefinizioni del suo status. Negli Usa il tema dell’indipendenza del Dipartimento di Giustizia è stato al centro di conflitti istituzionali, dal Watergate alle recenti tensioni sulla gestione delle indagini federali. La questione riguarda il confine tra indirizzo politico e azione penale.

Nordio assicura che l’Italia non è l’America. Ma le riforme si valutano anche per dove portano, non solo da dove partono. E quando il punto di arrivo potrebbe essere un sistema che consente a un’amministrazione di decidere quanta verità su Epstein rivelare, forse è il caso di farsi qualche domanda in più prima di mettere la croce sul Sì. Buona riflessione.

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Tajani al rave imperialista di Trump

Il ministro “fino a un certo punto” Antonio Tajani è stato inviato come souvenir alla grassa sagra della guerra messa in piedi da Donald Trump. Il presidente Usa, ogni giorno sempre più leader psichiatrico che politico, ha deciso di celebrare sé stesso ballando sulle note di “Gloria”, il brano del 1979 di Umberto Tozzi nella versione di Laura Branigan. Sotto i suoi piedoni, scimmiescamente pestati, ci sono 75.000 cadaveri, di cui 21.289 bambini, secondo i calcoli Onu. 

Nella foto di gruppo, tutti con il sorriso coordinato, ci sono alcuni tra i peggiori autocrati del mondo partoriti dea quest’era buia. Si intravede anche il presidente della Fifa Gianni Infantino, con berretto marchiato Usa e sorriso servile d’ordinanza: anche il calcio è finito nel gorgo. 

All’inaugurazione del cosiddetto “Board of pace” Trump ha minacciato guerra all’Iran prendendosi dieci giorni per decidere quanto e dove bombardare. Ha poi spiegato al mondo che i Paesi che non gli leccano le scarpe “stanno facendo i furbi” e ci ha detto che a Gaza ci sarebbe la “pace”. I 591 morti dal’11 ottobre 2025 (di cui oltre 120 sono bambini) per il presidente Usa sarebbero solo baruffe chiozzotte da non prendere sul serio. Non ha accennato ai valichi chiusi e alle persone intrappolate nella Striscia. Nessun cenno anche per la Cisgiordania, dove Israele sta mangiando territorio e persone. 

A questo famelico rave imperialista ha partecipato a nome dell’Italia Tajani, sempre con quell’espressione da Tajani. «Questa è l’unica reale proposta che c’è sul tavolo per costruire la pace in Medio Oriente», dice il ministro. È felice. Questi sono fieri di essere amici dello stronzo del quartiere. 

Buon venerdì.

Foto Gov
Foto WMC

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Gaza, lo studio Lancet: 75mila morti soltanto nei primi 16 mesi di guerra, 25mila in più dei dati ufficiali

Il numero ufficiale raccontava una guerra già devastante. La stima scientifica appena pubblicata su The Lancet Global Health ne disegna una ancora più ampia. Secondo lo studio firmato da un team guidato dall’economista Michael Spagat, nei primi sedici mesi dell’offensiva israeliana su Gaza, tra il 7 ottobre 2023 e il 5 gennaio 2025, le persone uccise violentemente sarebbero state circa 75.200. Almeno 25mila in più rispetto alle cifre diffuse dalle autorità sanitarie locali nello stesso periodo.

Uno scarto di 25mila morti

La ricerca, ripresa dal Guardian il 19 febbraio 2026, si fonda su un’indagine campionaria condotta tra il 30 dicembre 2024 e il 5 gennaio 2025 su 2.000 nuclei familiari selezionati in modo rappresentativo dell’intera popolazione della Striscia. Ai partecipanti è stato chiesto di indicare eventuali decessi tra i membri della famiglia. Il campione è stato costruito per riflettere la distribuzione geografica e demografica della popolazione di Gaza, con un intervallo di confidenza che, secondo gli autori, conferma la solidità statistica della stima complessiva. Un metodo utilizzato in altri contesti di conflitto, con margini di errore dichiarati ma ritenuti compatibili con le dimensioni della crisi.

Il 56% sono donne, minori e anziani

Il dato più rilevante riguarda la composizione delle vittime. Secondo lo studio, 42.200 tra donne, minori e anziani sarebbero morti nel periodo analizzato, pari al 56% delle morti violente complessive. Una percentuale che contraddice le dichiarazioni di funzionari israeliani secondo cui il numero di combattenti e civili uccisi sarebbe “quasi equivalente”. Gli autori scrivono che tra il 3% e il 4% dell’intera popolazione di Gaza, stimata in circa 2,3 milioni di persone prima del conflitto, è stata uccisa in modo violento entro l’inizio del 2025. In termini comparativi si tratta di una quota che, proiettata su un Paese europeo di medie dimensioni, equivarrebbe a centinaia di migliaia di morti in poco più di un anno.

Lo studio affronta anche il tema delle morti indirette, spesso oggetto di stime divergenti. Gli autori calcolano circa 8.200 decessi riconducibili a effetti indiretti del conflitto, come malnutrizione o malattie non curate. Una cifra inferiore rispetto ad altre proiezioni pubblicate nel 2024 sulla stessa rivista, che ipotizzavano un rapporto di quattro morti indirette per ogni morte diretta. Spagat ha sottolineato al Guardian che ogni conflitto presenta dinamiche specifiche e che a Gaza, almeno nella fase iniziale, esisteva ancora una rete sanitaria con personale qualificato, elemento che avrebbe inciso sulla proporzione.

La disputa sui numeri

Il confronto con i dati ufficiali resta centrale. Fino a gennaio 2025 il ministero della Salute di Gaza aveva riportato circa 49.090 morti violente. Oggi le autorità parlano di oltre 71.660 vittime dirette, comprese più di 570 persone uccise dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. Un alto funzionario della sicurezza israeliana, citato dal Guardian, ha parlato di circa 70mila palestinesi uccisi dall’inizio delle operazioni, escludendo i dispersi. Lo studio pubblicato ora suggerisce che già nei primi sedici mesi la sottostima fosse significativa, con uno scarto simile a quello individuato da una precedente analisi sui primi nove mesi di guerra.

Resta aperta la questione di un conteggio definitivo. Gli stessi autori parlano di ampi intervalli di confidenza e avvertono che una ricostruzione completa richiederà tempo e risorse significative. Intanto la nuova stima sposta l’ordine di grandezza del conflitto e riporta al centro una dimensione che le cifre, per quanto discusse, rendono inequivocabile: in poco più di un anno, una quota rilevante della popolazione di Gaza è stata cancellata.

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Sindacati di polizia sul piede di guerra, nel mirino il Piano Crosetto: 12mila carabinieri ausiliari in più a fronte di un deficit di 11mila agenti

La rottura è scritta nero su bianco in una lettera indirizzata a Giorgia Meloni il 19 febbraio 2026. A firmarla sono Pietro Colapietro per il Silp Cgil, Stefano Paoloni per il Sap, Domenico Pianese per il Coisp e Valter Mazzetti per la Fsp, organizzazioni che rappresentano oltre il 60% dei poliziotti italiani. Il bersaglio è il piano annunciato dal ministro della Difesa Guido Crosetto: 12mila carabinieri ausiliari come pilastro della “strategia sicurezza 2026”.

Le sigle parlano di scelta “profondamente squilibrata” e di rischio di alterare “gli equilibri dell’intero comparto Sicurezza e Difesa”. La contestazione riguarda il metodo e la sostanza: concentrare risorse su una sola componente a ordinamento militare mentre la Polizia di Stato registra una carenza strutturale di circa 11mila unità.

I numeri ufficiali del Dipartimento della pubblica sicurezza fotografano uno scarto netto tra organico teorico e forza effettiva: 109.271 unità previste contro 97.931 in servizio, con un deficit di 11.340 operatori, superiore al 10%. Nei ruoli operativi la carenza sfiora l’11%, nei ruoli sanitari raggiunge il 35%. Il piano governativo prevede un massiccio innesto nell’Arma, mentre il vuoto nella Polizia civile resta aperto.

Il richiamo alla legge 121

Nella nota unitaria i sindacati richiamano la legge 121 del 1981, che ha fissato l’equilibrio tra forze di polizia, la centralità dell’autorità civile di pubblica sicurezza e la distinzione delle competenze. L’introduzione esclusiva del carabiniere ausiliario, senza misure analoghe per le altre forze, viene descritta come uno spostamento dell’asse verso un modello a marcata impronta militare.

L’obiezione non riguarda l’esigenza di rafforzare il presidio sul territorio. Le sigle rivendicano di essere “i primi a chiedere più uomini”, ma contestano la concentrazione su una sola forza e l’assenza di un piano altrettanto incisivo per colmare le carenze della Polizia di Stato.

Sul piano territoriale le segreterie provinciali parlano di reparti “ridotti al collasso”. In Molise, per la Polizia stradale di Campobasso sono previsti un ispettore e un agente, a fronte di annunci di potenziamento. I dati operativi di diverse questure mostrano carichi di lavoro sostenuti con organici ridotti, tra straordinari e turnazioni al limite.

Contratti e potere d’acquisto

Alla questione degli organici si affianca quella economica. Colapietro parla di “profonda penalizzazione” dei lavoratori in divisa. Nel triennio 2022-2024 l’inflazione cumulata ha superato il 17%, a fronte di incrementi contrattuali pari al 5,78%, con una perdita stimata di oltre 300 euro netti mensili.

Le sigle ricordano inoltre la proposta governativa di aumento dell’età pensionabile e i tagli a formazione, mezzi e personale. In un corpo in cui oltre il 56% degli operatori ha più di 45 anni, il tema anagrafico si intreccia con quello del turnover: le proiezioni ministeriali stimano circa 4mila pensionamenti l’anno nel triennio 2025-2027.

Lo stato di agitazione

La lettera si chiude con un ultimatum politico. Le organizzazioni chiedono l’apertura immediata di un confronto strutturato e una ripartizione equa delle risorse tra tutte le forze di polizia. In assenza di riscontri, annunciano la proclamazione dello stato di agitazione nazionale.

La vertenza supera la dimensione sindacale. Sul tavolo c’è l’assetto complessivo del modello di sicurezza delineato quarantacinque anni fa. Da una parte il governo rivendica un rafforzamento del controllo del territorio attraverso un piano centrato sull’Arma. Dall’altra le sigle elencano numeri scoperti e salari erosi. La trattativa, se partirà, dovrà misurarsi con questi dati.

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Pulizia etnica a Gaza, lo dice pure l’Onu

C’è una parola che oggi arriva con il timbro dell’ONU: “pulizia etnica”. L’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani, nel rapporto diffuso a Ginevra, parla di distruzione sistematica, trasferimenti forzati, blocco degli aiuti, detenzioni arbitrarie, torture, morti in custodia. Il lessico è quello dei crimini gravi. La sede è istituzionale. La data è di oggi. Mentre nei palazzi si discute di ricostruzione, l’OHCHR scrive che a Gaza e in Cisgiordania si consolidano pratiche che svuotano il diritto.

A Roma, tra Palazzo Chigi e Farnesina, Amnesty International Italia e Greenpeace Italia hanno acceso un maxi schermo con le immagini dei bombardamenti successivi alla tregua di ottobre. Sotto scorre una cifra: seicento palestinesi uccisi in centotrenta giorni di cessate il fuoco. È una contabilità che entra in conflitto con la retorica della “fase nuova”. Le Ong chiedono lo stop all’invio di armi verso Israele. Le immagini scorrono in silenzio, davanti alle finestre del governo.

Intanto il calendario segna Ramadan. A Gaza il mese del digiuno comincia dentro una tregua fragile, con gli aiuti che restano il vero varco da attraversare. I camion sono numeri, le razioni sono numeri, le cliniche sono numeri. Ogni cifra racconta un collo di bottiglia. La ricostruzione evocata nei consessi internazionali si scontra con la sopravvivenza quotidiana di chi aspetta un passaggio, un sacco di farina, una visita.

In Cisgiordania, a Hebron, nell’area di Jabal Jalis, le forze israeliane conducono una vasta campagna di arresti. Le immagini che circolano mostrano rastrellamenti notturni. Fuori da Gaza, stesso clima di forza e controllo. La parola “processo” resta sospesa, mentre il rapporto Onu elenca fatti.

A Washington si parla di tavoli e partecipazioni. L’Europa rivendica presenza “per Gaza”. Le istituzioni discutono architetture diplomatiche. L’Ohchr pubblica un allarme. A Roma le Ong proiettano i morti della tregua. Il diritto internazionale ha un lessico preciso. Oggi è stato usato.

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Ma davvero fareste toccare la Costituzione a gente così?

Sergio Mattarella entra a Palazzo Bachelet alle 9.50, presiede la seduta ordinaria del Consiglio superiore della magistratura e pronuncia poche frasi che pesano come una censura istituzionale. In undici anni al Quirinale una scena del genere non si era mai vista: «mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare ancora una volta il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Csm» e di ribadire «il rispetto che occorre nutrire e manifestare, particolarmente da parte delle altre istituzioni».

Il riferimento alle parole del ministro della Giustizia è evidente. Carlo Nordio aveva parlato di «metodi para-mafiosi» attribuiti all’organo di autogoverno. Il capo dello Stato risponde senza nominarlo e ricorda che il Csm «rimane e deve rimanere rigorosamente istituzionale». È un richiamo pubblico, formale, scolpito nel luogo in cui la Costituzione assegna al presidente della Repubblica la presidenza di diritto del Consiglio.

Qualche ora dopo, Nordio cambia tono. «Apprezziamo e condividiamo totalmente l’esortazione del presidente della Repubblica» dichiara, assicurando che «mi adeguerò». Giorgia Meloni invece insiste con gli attacchi ai magistrati.

Il punto, però, non riguarda soltanto un eccesso verbale. Riguarda il contesto in cui si colloca una riforma costituzionale che incide sugli equilibri tra i poteri. Se il presidente della Repubblica avverte la necessità di intervenire in modo così diretto per ricordare il rispetto tra istituzioni, significa che il livello dello scontro ha superato la soglia di guardia. 

Affidare una modifica della Carta a un esecutivo che costringe il garante della Costituzione a un richiamo pubblico rappresenta un azzardo politico e istituzionale. La fotografia è già completa. 

Buon giovedì. 

foto gov

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