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Settemila firme, un arresto e una figuraccia

Il 26 gennaio, a poche ore dall’uccisione di Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo, Matteo Salvini aveva già emesso la sua sentenza. «Sto dalla parte del poliziotto», scriveva. Le indagini dovevano ancora cominciare. La procura oggi contesta l’omicidio volontario, parla di un colpo sparato mentre il ragazzo fuggiva e dispone l’arresto dell’agente. Nel frattempo emergono versioni discordanti, omissioni, colleghi indagati per favoreggiamento.La fretta, però, è tutta  politica.

Pochi minuti dopo la notizia diversi esponenti della destra parlavano già di legittima difesa «molto evidente», con il ministro dell’Interno Piantedosi allineato al vicepremier . La Lega Nord raccoglie 7.000 firme di solidarietà per l’agente. Si propone perfino un sostegno economico. L’accusa viene definita «gratuita ed eccessiva». 

Salvini aveva scelto la divisa prima dei fatti. Aveva blindato la narrazione prima dei rilievi balistici, prima delle perizie, prima delle testimonianze che ora incrinano la prima versione. Quando la procura cambia quadro, quando la scena ricostruita dagli inquirenti parla di un uomo colpito alla testa mentre scappava, la politica che aveva gridato alla legittima difesa resta nuda.

La figuraccia è tutta qui: un vicepresidente del Consiglio che usa un’indagine in corso per fare campagna sullo scudo penale alle forze dell’ordine e che si scopre smentito dagli atti. La destra aveva bisogno di un caso esemplare: Rogoredo doveva servire a dimostrare che la polizia va liberata dai controlli, che le procure intralciano l’ordine naturale delle cose. Poi sono arrivate le carte.

Adesso parlano di “mela marcia”. I post vengono cancellati. Ma le firme restano, le dichiarazioni restano. Resta soprattutto la scelta di stare con una versione prima ancora che con la verità. Per chi invoca legge e sicurezza a ogni comizio, è una lezione elementare: la presunzione di innocenza vale per tutti. Anche quando indossa una divisa, anche quando conviene il contrario.

Buon martedì. 

Foto Gov

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Lega, Davide Vecchi alla comunicazione: scoppia la guerra dell’ufficio stampa, iniziata la resa dei conti su Salvini

Nella Lega l’ultima frattura non attraversa più soltanto le correnti politiche: passa dagli uffici stampa, dalle convocazioni alle agenzie e dalla distribuzione delle interviste. È lì che si consuma la guerra interna che accompagna la fase definita “post-Vannacci” e che ora si concentra attorno alla figura di Davide Vecchi, ex direttore de Il Tempo chiamato da Matteo Salvini a coordinare in modo trasversale la comunicazione del partito, dal Mit ai gruppi parlamentari.

La transizione da partito territoriale a forza nazional-populista ha lasciato cicatrici profonde. I salviniani del Sud spingono su infrastrutture e centralità dello Stato; i nordisti storici chiedono autonomia e fisco leggero. I governatori pretendono una comunicazione istituzionale e amministrativa; la segreteria federale rivendica polarizzazione e mobilitazione permanente. La balcanizzazione politica si riflette in un’anarchia operativa.

Dal trauma del 2017 alla nuova super-consulenza

La memoria interna è ancora segnata dal 2017, quando la Lega mise in mobilità 24 dipendenti storici dichiarando difficoltà finanziarie mentre, grazie al 2 per mille, incassava circa 1,8 milioni di euro e investiva nella consulenza esterna di Luca Morisi, l’architetto della “Bestia”. L’esternalizzazione della propaganda a scapito della struttura interna generò un trauma che oggi riaffiora.

Dopo la stagione di Morisi, l’era di Matteo Pandini aveva tentato una normalizzazione ministeriale. Il recente rimpasto, con l’uscita di Pandini dalla guida tecnica del Mit e l’ingresso di Vecchi come super-consulente globale, ha riaperto la ferita. Per la vecchia guardia si tratta di un commissariamento politico; per Salvini, di un rafforzamento strategico.

Il paradosso Vecchi e l’ombra del cerchio magico

Vecchi arriva con un curriculum che inquieta i parlamentari. Da firma d’inchiesta de Il Fatto Quotidiano ha raccontato i conti della famiglia Bossi e l’inchiesta sui fondi gestiti da Francesco Belsito; nel 2014 fu querelato da Salvini e nel 2016 il Gip di Bergamo archiviò il caso. Oggi quello stesso giornalista coordina la comunicazione del leader che lo portò in tribunale.

La sua vicinanza percepita al cosiddetto cerchio magico, e in particolare a Francesca Verdini, continua ad alimentare sospetti. Ogni scelta viene letta come operazione di blindatura del segretario più che come riorganizzazione tecnica. Le accuse parlano di divide et impera: visibilità concessa ai fedelissimi, marginalizzazione dei corpi intermedi.

Capigruppo in ombra, pasdaran in prima linea

I nomi ricorrenti nelle lamentele sono quelli dei capigruppo Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, figure di mediazione parlamentare e punto di riferimento per l’asse nordista. Sostengono la governabilità, gestiscono votazioni delicate, tengono insieme la maggioranza. E l’’ufficio stampa, denunciano i loro, ne riduce l’esposizione.

In parallelo cresce la centralità mediatica di Claudio Borghi, ideologo del sovranismo economico, e di Domenico Furgiuele, volto dell’espansione meridionale. Le loro uscite incendiarie garantiscono tensione e identità. I capigruppo spengono incendi; i pasdaran li alimentano. E la linea comunicativa privilegia i secondi.

Milano-Cortina come spartiacque

La resa dei conti è attesa al rientro romano di Salvini dagli impegni legati ai Giochi di Milano-Cortina 2026. L’evento è vetrina istituzionale e asset politico, ma anche causa dell’assenza del leader dalle micro-dinamiche parlamentari. Nella finestra romana prima delle Paralimpiadi si misurerà la tenuta del partito.

Ora fare retromarcia su Vecchi significherebbe riconoscere l’errore della strategia di controllo egemonico. Confermarlo equivarrebbe a certificare una scissione silenziosa con governatori e gruppi parlamentari. Il conflitto nell’ufficio stampa racconta più di qualsiasi sondaggio lo stato della Lega: un partito che discute la propria identità mentre combatte per la gestione del megafono.

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Quasi sessanta giornalisti palestinesi in prigione

Le guerre producono morti. Poi producono archivi. E nelle ultime ore l’archivio si è riempito di celle.

Il Committee to Protect Journalists, nel nuovo rapporto ripreso dal Guardian, raccoglie testimonianze su quasi sessanta giornalisti palestinesi detenuti in Israele dal 7 ottobre 2023: percosse, fame, abusi, violenze sessuali. Le parole sono secche, documentate, difficili da archiviare come propaganda. Nello stesso flusso di notizie circola la denuncia rilanciata da Mustafa Barghouti su presunte “visite” organizzate in sezioni carcerarie per mostrare prigionieri immobilizzati. Anche quando resta nella forma della contestazione politica, l’immagine è chiara: la detenzione come messaggio.

Mentre i corpi vengono amministrati, a Bruxelles si discute di ricostruzione. Nikolay Mladenov incontra Kaja Kallas e i ministri degli Esteri dell’Unione. Si evocano Eubam Rafah ed Eupol-Copps, si parla di sicurezza, di disarmo di Hamas affidato alla polizia palestinese, di via libera israeliano. Il lessico è tecnico, la cornice è quella del tragico Board of Peace. 

Sul fronte regionale l’Egitto si dice “sconcertato” dalle parole dell’ambasciatore Usa Huckabee sull’espansione israeliana “fino al Nilo” e richiama la Carta Onu. Crepe pubbliche fra alleati, mentre a Washington si misurano gli effetti politici. Axios racconta che funzionari democratici, in un’analisi riservata sulla sconfitta elettorale, avrebbero individuato nel dossier Gaza un costo elettorale per la sconfitta Kamala Harris.

Le guerre producono urne. E le urne, a volte, restituiscono il conto. Intanto restano le celle, i giornalisti detenuti, le parole che chiedono di essere verificate e ascoltate. Occhi su Gaza significa questo: seguire la linea che unisce la prigione alla diplomazia, il tunnel alla conferenza stampa, il campo alla scheda elettorale. Finché la realtà non torna a pesare più delle formule.

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Canale di Sicilia, almeno mille migranti scomparsi per il ciclone Harry: “Identificare i corpi e garantire il diritto alla verità”

Tra il 14 e il 21 gennaio, mentre il ciclone “Harry” sollevava onde fino a 16 metri nel Canale di Sicilia, decine di imbarcazioni partite da Sfax hanno perso la rotta. Le ricostruzioni di Refugees in Libya-Tunisia, Mediterranea Saving Humans e Alarm Phone parlano di oltre dieci natanti dispersi e di almeno mille persone scomparse. Una sola barca avrebbe raggiunto Lampedusa. Delle altre restano frammenti, segnalazioni, telefoni muti.

Nelle settimane successive il mare ha iniziato a restituire ciò che aveva inghiottito. Un corpo recuperato dalla Ocean Viking e sbarcato a Siracusa. Altri tra Trapani, Marsala e Pantelleria. Altri ancora lungo la costa tirrenica calabrese, tra Tropea, Amantea, Scalea e Paola. Salme spesso irriconoscibili, segnate da giorni in acqua, dalla salsedine, dagli urti sugli scogli. Ogni ritrovamento però apre un fascicolo in una Procura diversa e quindi ogni fascicolo rischia di restare isolato.

Canale di Sicilia, le richieste alle autorità

Per questo Mem.Med – Memoria Mediterranea, ASGI, Mediterranea Saving Humans e Alarm Phone hanno inviato formali comunicazioni alle autorità italiane per sollecitare interventi urgenti sulle procedure di identificazione. Le organizzazioni chiedono il rispetto rigoroso dei protocolli per il prelievo e la comparazione del DNA, la tracciabilità certa delle sepolture, la centralizzazione delle informazioni.

«Al fine di restituire un’identità ed una storia alle persone scomparse e dare risposte certe alle famiglie abbiamo sollecitato l’adozione di procedure rigorose e coordinate», scrivono. E aggiungono: «Ribadiamo che il riconoscimento ufficiale è un atto di civiltà giuridica dovuto a chiunque perda la vita attraversando le frontiere».

Le norme esistono

Il nodo è giuridico oltre che simbolico. Il D.P.R. 87/2016 disciplina la banca dati nazionale del Dna e prevede il prelievo sui resti non identificati. La circolare del 22 novembre 2017 del Commissario straordinario per le persone scomparse indica procedure uniformi per la compilazione delle schede post mortem e l’inserimento dei dati nel Registro nazionale dei cadaveri non identificati. Le norme esistono, ora quindi servono decisioni operative e coordinamento tra Procure, Prefetture, Comuni e Ministero degli Esteri per attivare la comparazione con i campioni ante mortem raccolti dai familiari nei Paesi d’origine.

Senza un indirizzo nazionale il rischio è che ogni territorio proceda in ordine sparso, con risorse limitate e tempi diversi. Intanto le sepolture avvengono nei cimiteri locali, spesso con la sigla N.N., mentre le famiglie continuano a scrivere, telefonare, inviare fotografie. E ogni giorno che passa riduce le possibilità di ricostruire un’identità con strumenti ordinari.

Il diritto alla verità

In gioco c’è il diritto alla verità delle famiglie. Senza identificazione resta la sospensione: nessuna certezza sulla morte, nessun rito, nessuna chiusura giuridica. Le associazioni riferiscono di numerose segnalazioni ricevute da parenti che cercano figli, fratelli, mariti partiti dalla Tunisia nei giorni della tempesta. Ogni sepoltura anonima, ogni fascicolo chiuso senza accertamenti completi allunga dolorosamente quell’attesa.

Identificare significa collegare un codice genetico a una storia, consentire un rimpatrio o almeno una tomba tracciabile. È un obbligo che discende dalle convenzioni internazionali e dalla legislazione italiana. Nel Canale di Sicilia il bilancio umano del ciclone “Harry” resta provvisorio. Le onde hanno disperso le barche e ora la frammentazione amministrativa rischia di disperdere anche le identità. Tra un numero e un nome passa la misura della civiltà giuridica di uno Stato, e la sua capacità di assumersi responsabilità anche dopo la morte.

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Quando la partecipazione diventa un problema di ordine pubblico

Lo scorso 8 novembre alcuni studenti hanno deciso di solidarizzare con gli operai della ditta L’Alba di Montemurlo che in piazza Duomo a Firenze avevano organizzato una manifestazione per chiedere al brand Patrizia Pepe di partecipare al tavolo di crisi convocato dalla Provincia di Prato.

Dovrebbe essere una bella notizia: in un’epoca in cui tutti spingono sull’alternanza scuola-lavoro degli scolari decidono di affiancare dei lavoratori anche nella rivendicazione dei loro diritti. Coscienza di classe, si sarebbe detto una volta. Poiché oggi quella definizione sarebbe bollata di terrorismo possiamo chiamarla compartecipazione alla vita pubblica dei lavoratori. Così sono tutti tranquilli.

Una studentessa diciassettenne del liceo Machiavelli-Capponi di Firenze, raccontano il Collettivo K1 e i coordinatori del sindacato Sudd Cobas, per questo è stata segnalata ai servizi sociali cittadini dopo avere ricevuto un’ispezione a casa. E che hanno fatto i servizi sociali? Le hanno consigliato di non partecipare più a manifestazioni di protesta “per evitare conseguenze più gravi”.

Dice Sudd Cobas che a loro sembra “un segnale molto pericoloso” e in effetti è difficile non essere d’accordo. Siamo passati dagli studenti manganellati che avevano innervosito perfino il presidente Mattarella agli studenti ammansiti senza nemmeno bisogno di un decreto. Per diventare veramente adulti ai nostri scolari è richiesta l’accettazione supina di futuri licenziamenti.

Ultimo piccolo particolare: la studentessa ha genitori nordafricani. Ma noi siamo sicuri che i servizi sociali avrebbero usato lo stesso intimidatorio paternalismo anche con i figli della borghesia fiorentina.

Buon lunedì.

Foto SuddCobasFirenze

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Il pallone sul banco degli imputati: la FIFA davanti alla CPI

La denuncia è stata depositata il 16 febbraio 2026 presso l’Ufficio del Procuratore della Corte penale internazionale dell’Aia. Centoventi pagine che chiamano in causa il presidente della FIFA e quello della UEFA, accusati di favoreggiamento in crimini di guerra e crimini contro l’umanità nei territori palestinesi occupati.

A presentarla è una coalizione di organizzazioni per i diritti umani – tra cui Irish Sport for Palestine, Scottish Sport for Palestine, Just Peace Advocates ed Euro-Med Human Rights Monitor – insieme a calciatori palestinesi, club locali e proprietari di terreni espropriati. L’impianto giuridico si fonda sugli articoli 8 e 7 dello Statuto di Roma: trasferimento di popolazione civile nei territori occupati e apartheid.

L’impianto dell’accusa

Al centro dell’atto c’è la presenza di club israeliani con sede negli insediamenti in Cisgiordania, ammessi a competere nei campionati organizzati dalla Israel Football Association e, in alcuni casi, nelle competizioni UEFA. Secondo i ricorrenti, l’inclusione regolamentare e il supporto finanziario a queste società costituirebbero un contributo materiale alla normalizzazione degli insediamenti, ritenuti illegali da risoluzioni ONU e dalla Corte internazionale di giustizia. La Palestinian Football Association, membro FIFA dal 1998, non ha mai autorizzato attività sul proprio territorio.

La denuncia richiama anche l’articolo 72 degli Statuti FIFA, che vieta a una federazione di organizzare partite nel territorio di un’altra senza consenso. Per oltre un decennio la PFA ha chiesto l’esclusione dei club degli insediamenti. La risposta è stata una sequenza di rinvii e comitati privi di potere sanzionatorio, mentre nel 2022 FIFA e UEFA hanno sospeso con immediatezza Russia e Bielorussia dopo l’invasione dell’Ucraina. Il confronto tra i due precedenti è uno degli snodi centrali dell’esposto.

Il contesto di Gaza

Il quadro si inserisce nella distruzione dell’ecosistema sportivo di Gaza. I dati raccolti dalle autorità sportive palestinesi parlano di almeno 341 calciatori uccisi, oltre mille tra atleti e dirigenti morti, 265 strutture sportive colpite, 184 completamente distrutte, nove stadi su dieci rasi al suolo. Per oltre due anni la FIFA ha evitato sanzioni contro l’IFA, limitandosi a richiedere consulenze legali e a rinviare decisioni.

Tre giorni dopo il deposito della denuncia, il 19 febbraio 2026, Gianni Infantino ha annunciato a Washington un investimento di 75 milioni di dollari per la ricostruzione calcistica di Gaza nell’ambito del “Board of Peace” promosso dall’amministrazione Trump. Il piano prevede 50 mini-campi, cinque campi regolamentari, una FIFA Academy e uno stadio nazionale da 20-25 mila posti in tre anni, all’interno di un programma internazionale da 17 miliardi di dollari e 20 mila soldati di stabilizzazione.

La posta in gioco per la CPI

La Corte penale internazionale dovrà ora valutare se aprire un’indagine formale. L’esame preliminare cade in una fase di crisi interna dell’ufficio del Procuratore, segnata dal congedo temporaneo di Karim Khan e dalle pressioni politiche seguite ai mandati d’arresto richiesti contro esponenti israeliani e leader di Hamas.

Nel frattempo la gestione operativa ricade sui viceprocuratori Mame Mandiaye Niang e Nazhat Shameem Khan, mentre la Corte subisce ritorsioni incrociate: sanzioni economiche statunitensi e, dal dicembre 2025, una condanna in contumacia a 15 anni emessa da un tribunale di Mosca contro Karim Khan con mandati per otto giudici, inclusa la presidente Tomoko Akane. Un contesto che pesa sui tempi dell’istruttoria.

Se la CPI ritenesse configurabile un nesso tra decisioni regolamentari sportive e crimini internazionali, si aprirebbe un precedente sulla responsabilità dei vertici di organizzazioni private globali. Il calcio entrerebbe stabilmente nel perimetro del diritto penale internazionale, con effetti che andrebbero ben oltre il caso specifico e inciderebbero sull’intera governance sportiva mondiale.

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Riarmo, il Pentagono minaccia ritorsioni contro il piano Ue di acquisto di armamenti europei

La richiesta americana è chiara da mesi: più spesa militare europea, più rapidità negli acquisti, più interoperabilità Nato. Ora, quando Bruxelles prova a tradurre quella spinta in una revisione delle regole sugli appalti per favorire la base industriale continentale, dal Dipartimento della Difesa statunitense arriva un avvertimento formale.

Secondo quanto riportato da “Politico”, l’amministrazione del presidente Donald Trump ha comunicato alla Commissione europea che eventuali norme volte a privilegiare i produttori europei negli acquisti per la difesa potrebbero provocare ritorsioni commerciali e restrizioni all’accesso delle imprese europee al mercato militare statunitense.

Il Pentagono, in un contributo inviato nell’ambito della consultazione sulla revisione delle regole Ue sugli appalti militari, ha espresso «netta opposizione» a misure che limitino la partecipazione delle aziende americane alle forniture per la difesa dei Paesi membri. Washington definisce “protezionistiche ed escludenti” politiche che riducano la presenza industriale statunitense nel mercato europeo, ricordando che le grandi imprese europee continuano a beneficiare dell’accesso al mercato Usa.

Il Pentagono e la leva del “Buy American”

Il nodo è concreto. Una clausola vincolante di preferenza europea potrebbe portare alla revisione delle deroghe alle norme “Buy American”, oggi garantite da accordi di reciprocità firmati da 19 dei 27 Stati membri dell’Unione. In quel caso, l’accesso delle aziende europee ai contratti del Dipartimento della Difesa verrebbe limitato, con concessioni valutate caso per caso e giustificate solo da esigenze legate all’interoperabilità Nato.

Il confronto tocca un punto sensibile: circa due terzi delle armi importate dall’Unione europea provengono dagli Stati Uniti, dai caccia F-35 ai sistemi missilistici e di difesa aerea. Washington sostiene che una stretta protezionistica europea indebolirebbe l’Alleanza atlantica, ridurrebbe la libertà di spesa dei governi e metterebbe a rischio gli obiettivi di capacità militare concordati.

La revisione della direttiva europea

Sul fronte europeo, la revisione della direttiva 2009/81/CE sugli appalti della difesa rientra in una più ampia strategia di rafforzamento dell’industria continentale, anche alla luce della guerra in Ucraina e delle tensioni con la Russia. Programmi come il fondo di prestiti per armamenti e le forniture destinate a Kiev prevedono già una quota minima di componenti prodotti in Europa.

La frizione mette in luce una contraddizione strutturale: da anni gli Stati Uniti sollecitano gli alleati europei ad assumersi una quota maggiore dell’onere della difesa convenzionale. Quando l’Unione prova a tradurre quella richiesta in strumenti industriali che riducano la dipendenza tecnologica, la risposta è una minaccia di restrizioni simmetriche.

Il rischio, segnalano fonti diplomatiche citate da “Politico”, è che la disputa complichi i piani industriali europei e metta alla prova la volontà dei Paesi membri di ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti in un contesto di relazioni transatlantiche sempre più tese.

La questione supera la tecnica degli appalti. Se l’Europa aumenta la spesa per la difesa sotto la pressione strategica dell’Alleanza, ma non può orientare quella spesa verso la propria base industriale senza incorrere in ritorsioni, l’autonomia strategica resta una formula politica. Il confronto aperto con la consultazione della Commissione europea diventa così un banco di prova: stabilire se il riarmo europeo sarà anche un investimento industriale interno oppure un flusso finanziario destinato a continuare oltre Atlantico.

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Il futuro di Gaza tra tendopoli e macerie

L’iftar tra le macerie circola nelle stesse ore in cui la parola “ricostruzione” viene pronunciata nei palazzi. Una famiglia palestinese stende una tovaglia sopra i detriti della propria casa distrutta, divide pane e zuppa mentre alle spalle restano ferri piegati e cemento frantumato. La scena racconta più di qualunque vertice internazionale.

Sul terreno la cosiddetta tregua continua a perdere pezzi. Amnesty International Italia e Greenpeace Italia, davanti a Palazzo Chigi e alla Farnesina, hanno denunciato oltre 600 palestinesi uccisi dall’avvio del cessate il fuoco del 9 ottobre 2025, tra cui più di 100 bambini, e almeno 1.620 violazioni registrate fino al 10 febbraio 2026 tra raid aerei, colpi di artiglieria e sparatorie. I numeri sono contenuti nei loro documenti diffusi il 19 febbraio. Intanto il ministero della Difesa israeliano ribadisce, con dichiarazioni riprese da Anadolu Agency, che le forze resteranno nella “zona di sicurezza” di Gaza senza limiti temporali.

Sullo sfondo, lo studio pubblicato su The Lancet Global Health e ripreso da Reuters il 19 febbraio stima 75.200 morti violente tra il 7 ottobre 2023 e il 5 gennaio 2025. Il 56,2% appartiene a donne, bambini e anziani: circa 42 mila persone. È una fotografia statistica che attraversa governi e conferenze, e che resta sul tavolo mentre si discute di gestione internazionale della Striscia.

La Cisgiordania aggiunge un altro capitolo. Reuters riferisce dell’uccisione di un diciannovenne palestinese con cittadinanza statunitense vicino a Ramallah, in un episodio attribuito a coloni israeliani. Versioni divergenti, indagini annunciate, tensione che sale.

Tra i comunicati sul futuro di Gaza e le immagini delle tende, la distanza resta misurabile. La famiglia che rompe il digiuno tra i calcinacci continua a vivere dentro quella distanza. Ogni giorno.

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Separazione delle carriere, la lezione degli Epstein files

Per mesi hanno venduto la separazione delle carriere come un bollino di qualità occidentale. Alcuni vedono gli Stati Uniti come modello, l’Italia come ritardo da colmare. Poi arrivano gli Epstein files, diffusi dal Dipartimento di Giustizia americano con omissis consistenti, e la narrazione si incrina.

Negli Stati Uniti il pubblico ministero federale è parte dell’esecutivo. L’Attorney General è nominato dal Presidente e risponde al Presidente. I procuratori federali dipendono gerarchicamente dal Dipartimento di Giustizia. L’azione penale, a livello federale, è dunque incardinata dentro il potere politico. Un esempio? il vergognoso accordo di non divulgazione (Non-Prosecution Agreement) del 2008. All’epoca, il procuratore federale di Miami (Alexander Acosta, ramo esecutivo, nominato dalla politica e poi diventato ministro del Lavoro di Trump) fece un accordo segreto con i potenti avvocati di Epstein, garantendogli un’immunità di fatto, nascondendo l’accordo alle vittime e affossando un’indagine dell’Fbi.

In quel modello la gestione dell’azione penale e delle informazioni investigative è collocata nell’area di governo. Negli Stati Uniti il prosecutor gode di ampia discrezionalità. In Italia l’articolo 112 della Costituzione impone l’obbligatorietà dell’azione penale e inserisce il pm nell’ordine giudiziario, soggetto soltanto alla legge. Chi sostiene la riforma costituzionale italiana replica che la separazione delle carriere proposta non comporta alcuna subordinazione al governo. Formalmente è così ma il nodo sta nella prospettiva: spezzare l’unità della magistratura modifica l’equilibrio originario e apre la strada a un pubblico ministero sempre più definito come parte e più esposto a future ridefinizioni del suo status. Negli Usa il tema dell’indipendenza del Dipartimento di Giustizia è stato al centro di conflitti istituzionali, dal Watergate alle recenti tensioni sulla gestione delle indagini federali. La questione riguarda il confine tra indirizzo politico e azione penale.

Nordio assicura che l’Italia non è l’America. Ma le riforme si valutano anche per dove portano, non solo da dove partono. E quando il punto di arrivo potrebbe essere un sistema che consente a un’amministrazione di decidere quanta verità su Epstein rivelare, forse è il caso di farsi qualche domanda in più prima di mettere la croce sul Sì. Buona riflessione.

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Tajani al rave imperialista di Trump

Il ministro “fino a un certo punto” Antonio Tajani è stato inviato come souvenir alla grassa sagra della guerra messa in piedi da Donald Trump. Il presidente Usa, ogni giorno sempre più leader psichiatrico che politico, ha deciso di celebrare sé stesso ballando sulle note di “Gloria”, il brano del 1979 di Umberto Tozzi nella versione di Laura Branigan. Sotto i suoi piedoni, scimmiescamente pestati, ci sono 75.000 cadaveri, di cui 21.289 bambini, secondo i calcoli Onu. 

Nella foto di gruppo, tutti con il sorriso coordinato, ci sono alcuni tra i peggiori autocrati del mondo partoriti dea quest’era buia. Si intravede anche il presidente della Fifa Gianni Infantino, con berretto marchiato Usa e sorriso servile d’ordinanza: anche il calcio è finito nel gorgo. 

All’inaugurazione del cosiddetto “Board of pace” Trump ha minacciato guerra all’Iran prendendosi dieci giorni per decidere quanto e dove bombardare. Ha poi spiegato al mondo che i Paesi che non gli leccano le scarpe “stanno facendo i furbi” e ci ha detto che a Gaza ci sarebbe la “pace”. I 591 morti dal’11 ottobre 2025 (di cui oltre 120 sono bambini) per il presidente Usa sarebbero solo baruffe chiozzotte da non prendere sul serio. Non ha accennato ai valichi chiusi e alle persone intrappolate nella Striscia. Nessun cenno anche per la Cisgiordania, dove Israele sta mangiando territorio e persone. 

A questo famelico rave imperialista ha partecipato a nome dell’Italia Tajani, sempre con quell’espressione da Tajani. «Questa è l’unica reale proposta che c’è sul tavolo per costruire la pace in Medio Oriente», dice il ministro. È felice. Questi sono fieri di essere amici dello stronzo del quartiere. 

Buon venerdì.

Foto Gov
Foto WMC

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