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Tajani al rave imperialista di Trump

Il ministro “fino a un certo punto” Antonio Tajani è stato inviato come souvenir alla grassa sagra della guerra messa in piedi da Donald Trump. Il presidente Usa, ogni giorno sempre più leader psichiatrico che politico, ha deciso di celebrare sé stesso ballando sulle note di “Gloria”, il brano del 1979 di Umberto Tozzi nella versione di Laura Branigan. Sotto i suoi piedoni, scimmiescamente pestati, ci sono 75.000 cadaveri, di cui 21.289 bambini, secondo i calcoli Onu. 

Nella foto di gruppo, tutti con il sorriso coordinato, ci sono alcuni tra i peggiori autocrati del mondo partoriti dea quest’era buia. Si intravede anche il presidente della Fifa Gianni Infantino, con berretto marchiato Usa e sorriso servile d’ordinanza: anche il calcio è finito nel gorgo. 

All’inaugurazione del cosiddetto “Board of pace” Trump ha minacciato guerra all’Iran prendendosi dieci giorni per decidere quanto e dove bombardare. Ha poi spiegato al mondo che i Paesi che non gli leccano le scarpe “stanno facendo i furbi” e ci ha detto che a Gaza ci sarebbe la “pace”. I 591 morti dal’11 ottobre 2025 (di cui oltre 120 sono bambini) per il presidente Usa sarebbero solo baruffe chiozzotte da non prendere sul serio. Non ha accennato ai valichi chiusi e alle persone intrappolate nella Striscia. Nessun cenno anche per la Cisgiordania, dove Israele sta mangiando territorio e persone. 

A questo famelico rave imperialista ha partecipato a nome dell’Italia Tajani, sempre con quell’espressione da Tajani. «Questa è l’unica reale proposta che c’è sul tavolo per costruire la pace in Medio Oriente», dice il ministro. È felice. Questi sono fieri di essere amici dello stronzo del quartiere. 

Buon venerdì.

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Gaza, lo studio Lancet: 75mila morti soltanto nei primi 16 mesi di guerra, 25mila in più dei dati ufficiali

Il numero ufficiale raccontava una guerra già devastante. La stima scientifica appena pubblicata su The Lancet Global Health ne disegna una ancora più ampia. Secondo lo studio firmato da un team guidato dall’economista Michael Spagat, nei primi sedici mesi dell’offensiva israeliana su Gaza, tra il 7 ottobre 2023 e il 5 gennaio 2025, le persone uccise violentemente sarebbero state circa 75.200. Almeno 25mila in più rispetto alle cifre diffuse dalle autorità sanitarie locali nello stesso periodo.

Uno scarto di 25mila morti

La ricerca, ripresa dal Guardian il 19 febbraio 2026, si fonda su un’indagine campionaria condotta tra il 30 dicembre 2024 e il 5 gennaio 2025 su 2.000 nuclei familiari selezionati in modo rappresentativo dell’intera popolazione della Striscia. Ai partecipanti è stato chiesto di indicare eventuali decessi tra i membri della famiglia. Il campione è stato costruito per riflettere la distribuzione geografica e demografica della popolazione di Gaza, con un intervallo di confidenza che, secondo gli autori, conferma la solidità statistica della stima complessiva. Un metodo utilizzato in altri contesti di conflitto, con margini di errore dichiarati ma ritenuti compatibili con le dimensioni della crisi.

Il 56% sono donne, minori e anziani

Il dato più rilevante riguarda la composizione delle vittime. Secondo lo studio, 42.200 tra donne, minori e anziani sarebbero morti nel periodo analizzato, pari al 56% delle morti violente complessive. Una percentuale che contraddice le dichiarazioni di funzionari israeliani secondo cui il numero di combattenti e civili uccisi sarebbe “quasi equivalente”. Gli autori scrivono che tra il 3% e il 4% dell’intera popolazione di Gaza, stimata in circa 2,3 milioni di persone prima del conflitto, è stata uccisa in modo violento entro l’inizio del 2025. In termini comparativi si tratta di una quota che, proiettata su un Paese europeo di medie dimensioni, equivarrebbe a centinaia di migliaia di morti in poco più di un anno.

Lo studio affronta anche il tema delle morti indirette, spesso oggetto di stime divergenti. Gli autori calcolano circa 8.200 decessi riconducibili a effetti indiretti del conflitto, come malnutrizione o malattie non curate. Una cifra inferiore rispetto ad altre proiezioni pubblicate nel 2024 sulla stessa rivista, che ipotizzavano un rapporto di quattro morti indirette per ogni morte diretta. Spagat ha sottolineato al Guardian che ogni conflitto presenta dinamiche specifiche e che a Gaza, almeno nella fase iniziale, esisteva ancora una rete sanitaria con personale qualificato, elemento che avrebbe inciso sulla proporzione.

La disputa sui numeri

Il confronto con i dati ufficiali resta centrale. Fino a gennaio 2025 il ministero della Salute di Gaza aveva riportato circa 49.090 morti violente. Oggi le autorità parlano di oltre 71.660 vittime dirette, comprese più di 570 persone uccise dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. Un alto funzionario della sicurezza israeliana, citato dal Guardian, ha parlato di circa 70mila palestinesi uccisi dall’inizio delle operazioni, escludendo i dispersi. Lo studio pubblicato ora suggerisce che già nei primi sedici mesi la sottostima fosse significativa, con uno scarto simile a quello individuato da una precedente analisi sui primi nove mesi di guerra.

Resta aperta la questione di un conteggio definitivo. Gli stessi autori parlano di ampi intervalli di confidenza e avvertono che una ricostruzione completa richiederà tempo e risorse significative. Intanto la nuova stima sposta l’ordine di grandezza del conflitto e riporta al centro una dimensione che le cifre, per quanto discusse, rendono inequivocabile: in poco più di un anno, una quota rilevante della popolazione di Gaza è stata cancellata.

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Sindacati di polizia sul piede di guerra, nel mirino il Piano Crosetto: 12mila carabinieri ausiliari in più a fronte di un deficit di 11mila agenti

La rottura è scritta nero su bianco in una lettera indirizzata a Giorgia Meloni il 19 febbraio 2026. A firmarla sono Pietro Colapietro per il Silp Cgil, Stefano Paoloni per il Sap, Domenico Pianese per il Coisp e Valter Mazzetti per la Fsp, organizzazioni che rappresentano oltre il 60% dei poliziotti italiani. Il bersaglio è il piano annunciato dal ministro della Difesa Guido Crosetto: 12mila carabinieri ausiliari come pilastro della “strategia sicurezza 2026”.

Le sigle parlano di scelta “profondamente squilibrata” e di rischio di alterare “gli equilibri dell’intero comparto Sicurezza e Difesa”. La contestazione riguarda il metodo e la sostanza: concentrare risorse su una sola componente a ordinamento militare mentre la Polizia di Stato registra una carenza strutturale di circa 11mila unità.

I numeri ufficiali del Dipartimento della pubblica sicurezza fotografano uno scarto netto tra organico teorico e forza effettiva: 109.271 unità previste contro 97.931 in servizio, con un deficit di 11.340 operatori, superiore al 10%. Nei ruoli operativi la carenza sfiora l’11%, nei ruoli sanitari raggiunge il 35%. Il piano governativo prevede un massiccio innesto nell’Arma, mentre il vuoto nella Polizia civile resta aperto.

Il richiamo alla legge 121

Nella nota unitaria i sindacati richiamano la legge 121 del 1981, che ha fissato l’equilibrio tra forze di polizia, la centralità dell’autorità civile di pubblica sicurezza e la distinzione delle competenze. L’introduzione esclusiva del carabiniere ausiliario, senza misure analoghe per le altre forze, viene descritta come uno spostamento dell’asse verso un modello a marcata impronta militare.

L’obiezione non riguarda l’esigenza di rafforzare il presidio sul territorio. Le sigle rivendicano di essere “i primi a chiedere più uomini”, ma contestano la concentrazione su una sola forza e l’assenza di un piano altrettanto incisivo per colmare le carenze della Polizia di Stato.

Sul piano territoriale le segreterie provinciali parlano di reparti “ridotti al collasso”. In Molise, per la Polizia stradale di Campobasso sono previsti un ispettore e un agente, a fronte di annunci di potenziamento. I dati operativi di diverse questure mostrano carichi di lavoro sostenuti con organici ridotti, tra straordinari e turnazioni al limite.

Contratti e potere d’acquisto

Alla questione degli organici si affianca quella economica. Colapietro parla di “profonda penalizzazione” dei lavoratori in divisa. Nel triennio 2022-2024 l’inflazione cumulata ha superato il 17%, a fronte di incrementi contrattuali pari al 5,78%, con una perdita stimata di oltre 300 euro netti mensili.

Le sigle ricordano inoltre la proposta governativa di aumento dell’età pensionabile e i tagli a formazione, mezzi e personale. In un corpo in cui oltre il 56% degli operatori ha più di 45 anni, il tema anagrafico si intreccia con quello del turnover: le proiezioni ministeriali stimano circa 4mila pensionamenti l’anno nel triennio 2025-2027.

Lo stato di agitazione

La lettera si chiude con un ultimatum politico. Le organizzazioni chiedono l’apertura immediata di un confronto strutturato e una ripartizione equa delle risorse tra tutte le forze di polizia. In assenza di riscontri, annunciano la proclamazione dello stato di agitazione nazionale.

La vertenza supera la dimensione sindacale. Sul tavolo c’è l’assetto complessivo del modello di sicurezza delineato quarantacinque anni fa. Da una parte il governo rivendica un rafforzamento del controllo del territorio attraverso un piano centrato sull’Arma. Dall’altra le sigle elencano numeri scoperti e salari erosi. La trattativa, se partirà, dovrà misurarsi con questi dati.

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Pulizia etnica a Gaza, lo dice pure l’Onu

C’è una parola che oggi arriva con il timbro dell’ONU: “pulizia etnica”. L’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani, nel rapporto diffuso a Ginevra, parla di distruzione sistematica, trasferimenti forzati, blocco degli aiuti, detenzioni arbitrarie, torture, morti in custodia. Il lessico è quello dei crimini gravi. La sede è istituzionale. La data è di oggi. Mentre nei palazzi si discute di ricostruzione, l’OHCHR scrive che a Gaza e in Cisgiordania si consolidano pratiche che svuotano il diritto.

A Roma, tra Palazzo Chigi e Farnesina, Amnesty International Italia e Greenpeace Italia hanno acceso un maxi schermo con le immagini dei bombardamenti successivi alla tregua di ottobre. Sotto scorre una cifra: seicento palestinesi uccisi in centotrenta giorni di cessate il fuoco. È una contabilità che entra in conflitto con la retorica della “fase nuova”. Le Ong chiedono lo stop all’invio di armi verso Israele. Le immagini scorrono in silenzio, davanti alle finestre del governo.

Intanto il calendario segna Ramadan. A Gaza il mese del digiuno comincia dentro una tregua fragile, con gli aiuti che restano il vero varco da attraversare. I camion sono numeri, le razioni sono numeri, le cliniche sono numeri. Ogni cifra racconta un collo di bottiglia. La ricostruzione evocata nei consessi internazionali si scontra con la sopravvivenza quotidiana di chi aspetta un passaggio, un sacco di farina, una visita.

In Cisgiordania, a Hebron, nell’area di Jabal Jalis, le forze israeliane conducono una vasta campagna di arresti. Le immagini che circolano mostrano rastrellamenti notturni. Fuori da Gaza, stesso clima di forza e controllo. La parola “processo” resta sospesa, mentre il rapporto Onu elenca fatti.

A Washington si parla di tavoli e partecipazioni. L’Europa rivendica presenza “per Gaza”. Le istituzioni discutono architetture diplomatiche. L’Ohchr pubblica un allarme. A Roma le Ong proiettano i morti della tregua. Il diritto internazionale ha un lessico preciso. Oggi è stato usato.

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Ma davvero fareste toccare la Costituzione a gente così?

Sergio Mattarella entra a Palazzo Bachelet alle 9.50, presiede la seduta ordinaria del Consiglio superiore della magistratura e pronuncia poche frasi che pesano come una censura istituzionale. In undici anni al Quirinale una scena del genere non si era mai vista: «mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare ancora una volta il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Csm» e di ribadire «il rispetto che occorre nutrire e manifestare, particolarmente da parte delle altre istituzioni».

Il riferimento alle parole del ministro della Giustizia è evidente. Carlo Nordio aveva parlato di «metodi para-mafiosi» attribuiti all’organo di autogoverno. Il capo dello Stato risponde senza nominarlo e ricorda che il Csm «rimane e deve rimanere rigorosamente istituzionale». È un richiamo pubblico, formale, scolpito nel luogo in cui la Costituzione assegna al presidente della Repubblica la presidenza di diritto del Consiglio.

Qualche ora dopo, Nordio cambia tono. «Apprezziamo e condividiamo totalmente l’esortazione del presidente della Repubblica» dichiara, assicurando che «mi adeguerò». Giorgia Meloni invece insiste con gli attacchi ai magistrati.

Il punto, però, non riguarda soltanto un eccesso verbale. Riguarda il contesto in cui si colloca una riforma costituzionale che incide sugli equilibri tra i poteri. Se il presidente della Repubblica avverte la necessità di intervenire in modo così diretto per ricordare il rispetto tra istituzioni, significa che il livello dello scontro ha superato la soglia di guardia. 

Affidare una modifica della Carta a un esecutivo che costringe il garante della Costituzione a un richiamo pubblico rappresenta un azzardo politico e istituzionale. La fotografia è già completa. 

Buon giovedì. 

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Sciopero sanità privata: profitti record per le aziende e contratti fermi per i lavoratori

Il tentativo di conciliazione al Ministero del Lavoro si è chiuso senza accordo. Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl hanno avviato le procedure verso lo sciopero nazionale nella sanità privata Aiop–Aris. Il contratto è fermo da anni. Le associazioni datoriali, nella ricostruzione sindacale, legano gli aumenti alla copertura integrale da parte delle Regioni. La vertenza ruota attorno a una domanda semplice: chi paga il lavoro dentro strutture che operano con fondi pubblici?

La cornice è nota. L’accreditamento istituzionale previsto dal decreto legislativo 502 del 1992 consente ai privati di entrare nella rete del Servizio sanitario regionale. Gli accordi contrattuali con Regioni e Asl definiscono volumi e remunerazioni. Le tariffe fissano il perimetro dei rimborsi. Quando le Regioni riconoscono importi superiori alle tariffe massime, la differenza grava sui bilanci regionali. È il meccanismo degli articoli 8-quater, 8-quinquies e 8-sexies. La domanda di mercato si trasforma in programmazione pubblica.

Dentro questa architettura si muovono gruppi industriali di grandi dimensioni. Il Gruppo San Donato ha presentato per il 2024 ricavi per 2,57 miliardi di euro e un Ebitda di 323 milioni, definendo l’esercizio «anno record». Garofalo Health Care, società quotata, ha comunicato per il 2024 ricavi consolidati per 470,7 milioni, Ebitda rettificato a 78,5 milioni e utile netto a 21,8 milioni. KOS, attiva in riabilitazione e residenze, ha pubblicato ricavi per 798,8 milioni, Ebitda a 164,6 milioni e risultato netto a 20,5 milioni. Sono dati ufficiali, contenuti nei bilanci e nei comunicati societari.

Il nodo del lavoro

La vertenza sindacale fotografa un’altra realtà. Il Ccnl Aiop–Aris attende il rinnovo. L’inflazione ha eroso retribuzioni e indennità. I sindacati contestano la scelta datoriale di subordinare gli aumenti a coperture regionali aggiuntive. È un passaggio che sposta il baricentro: l’impresa chiede che il costo del lavoro venga sostenuto dal finanziamento pubblico che già alimenta le strutture accreditate.

Le organizzazioni chiedono un principio diverso: legare accreditamento e finanziamento all’applicazione del contratto nazionale rinnovato. La proposta è semplice nella formulazione. Se una struttura eroga prestazioni con onere a carico del SSR, il rispetto del Ccnl deve essere requisito per restare nella rete. La contrattazione, finora, si è arenata.

Programmazione e rendita

Il sistema dell’accreditamento ha una ratio dichiarata: integrare pubblico e privato dentro una pianificazione regionale. I contratti fissano tetti, volumi, regressioni tariffarie. Il rischio d’impresa si intreccia con la certezza di flussi programmati. Le tariffe, aggiornate periodicamente, definiscono il valore delle prestazioni. Le Regioni possono riconoscere importi superiori alle soglie nazionali, con costi a carico dei propri bilanci.

In questo quadro, la distanza tra margini industriali e salari bloccati diventa il cuore politico dello sciopero. I bilanci 2024 mostrano gruppi con centinaia di milioni di ricavi e margini operativi consistenti. La trattativa salariale resta sospesa. Le imprese chiedono coperture pubbliche per finanziare gli aumenti. I lavoratori chiedono il rinnovo.

Ora la palla passa alle Regioni. Gli accordi con Asl e SSR fissano volumi e tetti di spesa, quindi possono inserire clausole vincolanti su applicazione del Ccnl e trasparenza dei costi del personale. Se chiedono prestazioni, possono chiedere anche salari. È qui che si misura la responsabilità politica.

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Migliaia di corpi sotto le macerie di Gaza

Ottomila corpi restano sotto le macerie. Il numero lo ripete la Protezione civile della Striscia: edifici crollati, quartieri polverizzati, squadre senza mezzi sufficienti per scavare in profondità. Si vive sopra ciò che non è stato ancora sepolto. L’UNDP stima che, al ritmo attuale, serviranno anni per rimuovere le macerie. Anni per riportare alla luce case, scuole, persone. Il tempo tecnico della ricostruzione coincide con il tempo morale della sospensione.

Intanto la vita quotidiana si misura in permessi sanitari. Dalla riapertura del valico di Rafah sono usciti poco più di duecento pazienti, a fronte di oltre diciottomila che avrebbero bisogno di cure fuori dalla Striscia. Ogni partenza è un’eccezione amministrativa. Gli altri restano in corsia, negli ospedali che funzionano a intermittenza, tra carenze di farmaci, generatori e personale. La selezione diventa criterio di sopravvivenza.

Mentre Gaza resta una distesa di detriti, a Gerusalemme si parla di futuro territoriale. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato l’intenzione di promuovere la “migrazione” dei palestinesi da Gaza e dalla Cisgiordania e di estendere la sovranità israeliana su parti dei territori occupati. Nelle stesse ore, ottantacinque Stati membri delle Nazioni Unite hanno firmato una dichiarazione contro l’espansione degli insediamenti e contro ogni passo verso l’annessione. Due linguaggi si sovrappongono: quello della pianificazione politica e quello della condanna diplomatica.

Sul terreno restano i corpi irraggiungibili e i pazienti in attesa. Le macerie non sono solo ciò che è crollato. Sono ciò che impedisce di contare fino in fondo le vittime e di restituire un nome a chi manca. Ogni giorno che passa consolida una normalità fatta di emergenza permanente. Gaza è un luogo in cui il tempo della rimozione è lento e quello delle decisioni è rapido. Nel mezzo, una popolazione che continua a vivere sopra ciò che non riesce ancora a seppellire.

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Albanese nel mirino, dagli affondi di Tajani alla risoluzione della Lega. Ma l’Onu smonta l’attacco italiano

Le parole pronunciate il 7 febbraio al Forum di Doha sono diventate, nel giro di poche ore, un caso diplomatico. Una clip circolata sui social attribuisce a Francesca Albanese l’idea di Israele come “nemico dell’umanità”. Da lì parte la richiesta di dimissioni avanzata da diversi governi europei, Italia compresa. Il 17 febbraio, però, il Coordination Committee delle Special Procedures delle Nazioni Unite interviene con una nota ufficiale: parla di “fatti fabbricati” e di un attacco costruito su una ricostruzione distorta. La trascrizione integrale del discorso, ripresa da Reuters, restituisce un senso diverso da quello propagato.

In Italia l’offensiva è politica e parlamentare. Antonio Tajani, a margine della Conferenza sulla sicurezza di Monaco il 13 febbraio, definisce Albanese “capo fazione” e sostiene la richiesta di dimissioni. Alla Camera, il 12 febbraio, una risoluzione della Lega impegna il governo a sostenere formalmente l’estromissione della relatrice Onu nella sessione del Consiglio per i diritti umani del 23 febbraio. Primo firmatario Paolo Formentini, con i colleghi del gruppo.

La polemica si era già accesa qualche giorno prima per la presenza di Albanese a Montecitorio. Federico Mollicone parla di “oltraggio al Parlamento”. Maurizio Gasparri definisce l’iniziativa “vergognosa”. Sara Kelany e Elisabetta Gardini contestano autorevolezza e imparzialità della relatrice. Davide Bellomo arriva a chiedere la restituzione simbolica delle chiavi della città di Bari. Le dichiarazioni sono pubbliche, registrate da agenzie e atti parlamentari. Il bersaglio è sempre lo stesso: la legittimità della funzione Onu.

Albanese: la nota dell’Onu e il cortocircuito italiano

La presa di posizione del Coordination Committee introduce un elemento dirimente. L’organo che coordina gli esperti indipendenti del Consiglio per i diritti umani denuncia una campagna di delegittimazione fondata su materiale manipolato. Invita gli Stati a proteggere l’indipendenza dei mandati e a evitare pressioni politiche. Reuters ricostruisce il passaggio contestato del 7 febbraio: il riferimento al “nemico comune” riguarda un sistema di potere e di narrazione, non uno Stato o un popolo. La differenza è sostanziale.

Il cortocircuito italiano emerge qui. Ministri e parlamentari si sono associati alla richiesta di rimozione mentre l’Onu, attraverso il suo organo di coordinamento, parla di attacchi costruiti su basi inesatte. Il terreno diventa scivoloso: si chiede la testa di una relatrice sulla scorta di una clip circolata sui social, poi smentita nella sua interpretazione dalla documentazione ufficiale. La vicenda si inserisce in un clima già segnato dalle sanzioni statunitensi del luglio 2025 contro Albanese, criticate a loro volta da esperti Onu come un attacco al sistema dei diritti umani.

Albanese: un precedente che pesa

Il mandato di Albanese, conferito dal Consiglio per i diritti umani, è un incarico indipendente. Gli special rapporteurs operano a titolo personale e rispondono al Consiglio, non ai governi. Reuters ricorda che la rimozione di un relatore durante il mandato rappresenterebbe un precedente senza storia recente e richiederebbe un passaggio formale tra i 47 membri del Consiglio. La richiesta politica italiana si inserisce dunque in una dinamica che travalica la singola frase contestata.

Resta il dato politico. Il governo italiano si è collocato nel fronte che chiede l’allontanamento della relatrice speciale proprio mentre l’organo che tutela l’autonomia degli esperti denuncia pressioni e disinformazione. La distanza tra le parole dei ministri e la nota delle Nazioni Unite è netta. In mezzo, una frase decontestualizzata e trasformata in prova d’accusa. La discussione sul merito delle posizioni di Albanese resta aperta; quella sulla correttezza delle procedure e sull’uso delle fonti è già scritta nei documenti ufficiali.

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Un appello contro la gogna: il giornalismo scelga da che parte stare

Ci sono appelli che raccontano più del silenzio che li rende necessari. Quello promosso da Fada Collective, pubblicato da Kritica il 17 febbraio 2026, nasce dentro un clima preciso: giornalisti palestinesi arrestati o interdetti, comunità palestinesi in Italia esposte alla gogna, redazioni che trasformano nomi e volti in bersagli.

A Gerusalemme Est viene arrestata Nisreen Salem Alabayed mentre lavora. Almeno nove cronisti palestinesi ricevono il divieto di accesso alla Moschea di Al Aqsa durante il Ramadan. Nelle carceri israeliane risultano detenuti almeno 45 giornalisti, in larga parte senza capi d’accusa formalizzati. Ai reporter stranieri il visto viene revocato quando la copertura risulta sgradita.

L’appello denuncia anche ciò che accade qui. L’arresto di Mohamed Shahin, poi liberato, dopo un articolo e un’interrogazione parlamentare. La pubblicazione di nomi e fotografie di indagati accostati alla parola “terrorismo”. La richiesta del Ministero dell’Istruzione alle scuole di indicare il numero di studenti palestinesi presenti, senza chiarire finalità e tutele.

I firmatari parlano di deontologia violata, di presunzione di innocenza calpestata, di un’informazione che diventa strumento di pressione politica. Chiedono all’Ordine dei Giornalisti di intervenire. Rivendicano una distinzione netta tra antisemitismo e critica politica a Israele. Mettono in guardia dall’uso estensivo della definizione IHRA approvata in Commissione al Senato.

Il punto è semplice e riguarda il mestiere. Il giornalismo esiste per controllare il potere, non per amplificarne le liste. Protegge i vulnerabili, non li espone. Quando abdica a questa funzione diventa parte del problema.

Per questo mi unisco a quell’appello. 

Buon mercoledì.

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Board of Peace, Europa in ordine sparso al tavolo di Trump. Mentre la Commissione Ue non aderisce ma presenzia

Il primo vertice del Board of Peace convocato a Washington segna l’ennesima frattura politica dentro l’Unione europea. L’iniziativa, lanciata da Donald Trump come evoluzione del suo piano in 20 punti per Gaza, nasce come piattaforma intergovernativa sulla governance post-bellica della Striscia e viene poi allargata a “risoluzione dei conflitti” su scala più ampia. Il quadro giuridico ovviamente è incerto. Il riferimento alla Carta delle Nazioni Unite è oggetto di rilievi formali da parte delle istituzioni europee. In molti sono convinti che si tratti dell’ennesimo attacco al diritto internazionale. E l’Europa In ordine sparso. 

Soltanto Ungheria e Bulgaria hanno annunciato l’adesione piena. Italia, Romania e Cipro scelgono lo status di osservatori. Spagna, Slovenia, Slovacchia, Polonia, Francia e Svezia declinano. Germania, Austria, Finlandia e altri governi esprimono riserve, richiamando il ruolo già attribuito all’Onu nella gestione delle crisi internazionali. Danimarca, Estonia, Lettonia, Lituania e Lussemburgo non risultano tra gli invitati o escludono comunque la partecipazione. Il risultato è una mappa politica frammentata, con governi che rivendicano prudenza istituzionale mentre accettano che l’iniziativa americana definisca tempi e priorità.

Il richiamo all’Onu che resta lettera morta

Le motivazioni ufficiali convergono su un punto: la sovrapposizione con il sistema multilaterale esistente. Il cancelliere austriaco Christian Stocker ha ricordato che «esiste già un’organizzazione creata per questi casi, l’Onu». Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha richiamato l’impegno verso «l’ordine multilaterale e il diritto internazionale». Il presidente del Consiglio europeo António Costa ha parlato di «seri dubbi» sulla compatibilità dello statuto del Board con la Carta delle Nazioni Unite. Anche il Servizio europeo per l’azione esterna ha sollevato perplessità sulla coerenza con i principi costituzionali dell’Unione.

Le obiezioni sono pubbliche ma le scelte politiche molto meno. Mentre si invoca il multilateralismo, si accetta la nascita di una struttura parallela che si colloca fuori dai meccanismi decisionali dell’Onu e senza un mandato del Consiglio di Sicurezza.

La Commissione dentro la sala, senza chiamarsi membro

La Commissione europea ha annunciato che la commissaria per il Mediterraneo Dubravka Šuica parteciperà alla riunione di Washington. La portavoce capo Paula Pinho ha precisato: «Non stiamo diventando membri». Alla domanda se l’Unione parteciperà come osservatore, la Commissione ha evitato di adottare la definizione. La distinzione formale resta. La presenza politica pure.

Il risultato finale è un pericoloso doppio livello: gli Stati membri si muovono in ordine sparso, Bruxelles contesta alcuni profili giuridici dell’organismo e al tempo stesso prende posto al tavolo. La cornice del diritto internazionale viene evocata per segnare distanza, mentre l’architettura alternativa prende forma con la partecipazione europea.

Il Board nasce fuori dal perimetro delle Nazioni Unite, con uno statuto discusso e una governance più che opaca. L’Unione europea, che nei trattati si definisce attore fondato sul multilateralismo e sulla centralità dell’Onu, oscilla per l’ennesima volta tra richiamo ai principi e adattamento alla nuova piattaforma americana. Il precedente pesa: quando un organismo parallelo entra in funzione con l’avallo, anche indiretto, delle capitali europee, il sistema multilaterale si indebolisce per prassi e crea una consuetudine politica che rischia di diventare norma.

Washington detta l’agenda, le capitali scelgono formule diverse e la Commissione partecipa, pur sollevando riserve formali.  Così il diritto internazionale resta citato nei comunicati ufficiali ma il tavolo operativo, però, è un altro. Ed è lì che si costruiscono precedenti destinati a restare.

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