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Ravenna, sei medici indagati: scontro sulla detenzione nei Centri rimpatri, tra autonomia clinica e circolari ministeriali

L’alba del 12 febbraio 2026 entra nel reparto di Malattie Infettive dell’ospedale “Santa Maria delle Croci” di Ravenna insieme alla Squadra Mobile. Computer portati via, cartelle cliniche acquisite, telefoni sequestrati. Sei dirigenti medici finiscono indagati per falso ideologico in atto pubblico. L’accusa: certificazioni costruite su patologie inesistenti o gonfiate per bloccare il trasferimento di cittadini stranieri nei Cpr. Il riferimento è l’articolo 479 del codice penale. Il reparto resta sotto pressione per un’intera giornata e la corsia diventa terreno di contesa istituzionale, con pazienti in cura e attività clinica interrotta dalla logica del sequestro.

Un reparto sotto perquisizione, sei medici sotto accusa

L’indagine prende avvio da un controllo su strada: un cittadino irregolare, già valutato a Ravenna, era stato dichiarato inidoneo alla vita in comunità ristretta, fermando di fatto la procedura di trattenimento. Da quel singolo episodio la Procura ipotizza una prassi estesa, fino a delineare un presunto modus operandi: certificazioni “di comodo” per sottrarre persone al circuito dei rimpatri.

Il punto giuridico è scivoloso. Per il falso ideologico serve il dolo, quindi una volontà cosciente di attestare il falso, oltre l’errore clinico. La difesa, sostenuta da ordini professionali e società scientifiche, ribatte con una distinzione netta: la certificazione di idoneità o inidoneità al Cpr è un giudizio prognostico complesso, legato al rischio di peggioramento in un contesto detentivo, quindi una valutazione tecnica che vive dentro il perimetro di scienza e coscienza. Sullo sfondo stanno l’articolo 32 della Costituzione e gli obblighi del Codice di deontologia medica sulle certificazioni e sulla tutela dei soggetti fragili.

I sindacati parlano di effetto intimidatorio e di rischio di medicina difensiva: certificare idoneità per evitare guai giudiziari, trasferendo il costo del timore sul corpo del paziente. Una torsione che pesa in modo particolare in un reparto di infettivologia, dove i protocolli e la serenità operativa sono parte della cura.

La circolare Piantedosi e la guerra sulla discrezionalità clinica

Il contesto temporale spiega la miccia. Il 20 gennaio 2026 il Ministero dell’Interno firma una circolare su “interventi strategici” per il contrasto all’immigrazione irregolare: la visita di idoneità può completarsi entro 24 ore dall’ingresso nel centro; la tossicodipendenza perde il carattere di esclusione automatica, con gestione demandata ai SerD tramite convenzioni; il trattenimento “senza indugio” diventa priorità. Fino a quel momento la direttiva Lamorgese (19 maggio 2022) teneva la visita come filtro preventivo stringente. Il cambio di paradigma stringe i medici tra celerità amministrativa e prudenza clinica.

A gennaio 2026 arriva anche un elemento sovranazionale destinato a pesare nelle aule: l’evidence brief dell’OMS/WHO, “Health in immigration detention”, che definisce la detenzione amministrativa intrinsecamente patogena, segnala aumento di autolesionismo e ideazione suicidaria, PTSD, ansia e depressione e descrive i luoghi di trattenimento come incubatori per rischi infettivi. Su quella base la SIMM lancia l’appello “La cura non è un reato”, coordinato dall’infettivologo Nicola Cocco, con adesioni di organizzazioni umanitarie e associazioni scientifiche e giuridiche.

La politica sceglie il megafono. Il 13 febbraio 2026 il vicepremier Matteo Salvini scrive e dichiara: «Gravissimo. Se fosse confermato, sarebbe una vergogna da licenziamento, da radiazione e da arresto». Sul fronte ordinistico, il presidente FNOMCeO Filippo Anelli mette un paletto: «Il controllo della sicurezza lasciamolo alle Forze dell’Ordine: ai medici affidiamo la cura delle persone». In Regione, Michele de Pascale denuncia una filiera che scarica contraddizioni e fallimenti operativi su chi lavora in prima linea. Il 17 febbraio un flash mob davanti al “Santa Maria delle Croci” porta in strada camici bianchi e cittadini: la frattura diventa pubblica.

Ravenna, adesso, vale più dei sei avvisi di garanzia. Dentro quell’inchiesta si misura la tenuta dell’autonomia clinica quando la certificazione sanitaria diventa ostacolo per l’apparato dei rimpatri. Se passa l’idea che il giudizio medico, fondato su evidenze e deontologia, possa trasformarsi in reato per incompatibilità con un obiettivo di sicurezza, la corsia smette di essere un luogo di cura e diventa un ufficio di frontiera.

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Appesi ad un permesso tra la vita e la morte

Mohammad Dhabban aveva una malattia rara. Servivano cure fuori dalla Striscia. Serviva un permesso. Non è arrivato. È morto così, dentro un territorio che trattiene anche chi dovrebbe soltanto attraversarlo per farsi curare. La restrizione alla mobilità diventa diagnosi. Il confine diventa cartella clinica. La sua storia scorre nelle stesse ore in cui Gaza continua a contare i vivi per sottrazione.

A nord della Striscia, dopo più di quattrocentonovanta giorni, la protezione civile ha recuperato venti corpi dalle macerie della casa della famiglia Nasr. Altri restano sotto il cemento. Il tempo non alleggerisce nulla, cristallizza. Le bare allineate davanti ai parenti raccontano che la guerra sopravvive anche quando si parla di tregua. Il silenzio delle armi non coincide con la fine delle conseguenze.

Le agenzie riferiscono dell’uccisione di un palestinese oltre la cosiddetta “linea gialla” e della scoperta di depositi d’armi tra Rafah e i tunnel. L’Idf rivendica operazioni mirate. Fonti locali parlano di un minore colpito a Jabalia e di un ferito. Le versioni divergono, i corpi restano. Ogni comunicato militare genera un contro-bollettino civile.

Intanto la Cisgiordania entra nel lessico dell’annessione. Si parla di percentuali, di registrazioni di terre come “statali”. Otto Paesi arabi e islamici richiamano la risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza e il parere della Corte internazionale di giustizia. La geografia diventa pratica amministrativa.

Mentre si scava per restituire un nome ai morti e per tentare di salvare chi chiede cure altrove, altrove si prepara un tavolo che si definisce pace. Qui l’uscita resta chiusa. Per i malati. Per chi attende sotto le macerie. Per una popolazione che aspetta un varco che sia reale.

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Decreto urgente, approvazione rimandata: la propaganda contro la realtà

Lo avevano raccontato come un’urgenza nazionale. Un argine immediato al caos, una risposta muscolare, un segnale da dare “subito”. Poi il decreto Sicurezza si è fermato. Bloccato su una scrivania della Ragioneria dello Stato, in attesa della bollinatura.

Due settimane. Per un provvedimento definito improcrastinabile.

La scena è semplice: conferenza stampa solenne, parole di ferro, tono da stato d’assedio. Subito dopo, la contabilità. Del resto i decreti costano. Anche i fondi per la sicurezza urbana costano. E se ci pensate bene le nuove assunzioni costano. Le misure simboliche hanno un prezzo che va scritto riga per riga. E lì la retorica lascia spazio ai numeri.

La Ragioneria chiede coperture solide, formule corrette soprattutto saldi coerenti. Senza quel sigillo il testo resta carta politica. Senza firma del Colle resta annuncio. Se non sta sulla Gazzetta Ufficiale è solo uno slogan.

La miseria politica sta tutta qui: l’esecutivo invoca l’emergenza e poi inciampa sui conti. Rivendica rapidità ma resta in attesa di una verifica tecnica e così la sicurezza agitata come vessillo identitario finisce nel cassetto delle compatibilità finanziarie.

Ogni giorno che passa accorcia il tempo per la conversione parlamentare. Ogni giorno espone l’improvvisazione di chi ha costruito la narrazione prima della struttura normativa.

Un decreto urgente che aspetta la calcolatrice racconta molto più di qualsiasi comizio. Racconta un governo che corre davanti alle telecamere e frena davanti ai capitoli di bilancio. Racconta una priorità proclamata a voce alta e sospesa tra commi da riscrivere e cifre da sistemare.

La sicurezza promessa al Paese, per ora, resta in fila alla Ragioneria. E quella fila pesa più di qualunque slogan.

Buon martedì.

Foto WMC

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Piano Ue sui rimpatri: tra raid e sorveglianza, il rischio di un clone del modello Ice

Il piano europeo sui rimpatri prende forma mentre a Bruxelles si prepara il voto in commissione Libertà civili previsto per l’inizio di marzo. La proposta di regolamento presentata dalla Commissione europea lo scorso marzo punta ad aumentare le espulsioni delle persone prive di titolo di soggiorno, con la possibilità di trasferirle in centri offshore situati in Paesi extra Ue. Oggi, secondo i dati richiamati dalla Commissione, una persona su cinque destinataria di un ordine di rimpatrio viene effettivamente riportata nel Paese di origine. L’obiettivo dichiarato è rendere le procedure “efficaci e moderne”.

Il punto è un altro. Se approvato nella forma attuale, questo regolamento rischia di importare in Europa un modello di enforcement che ricorda da vicino quello dell’Ice statunitense: perquisizioni domiciliari, controlli diffusi, pressione costante sulle comunità migranti, trasformazione degli spazi quotidiani in estensioni dell’apparato di polizia.

Ordine pubblico come infrastruttura di deportazione

Settantacinque organizzazioni per i diritti umani, in una dichiarazione congiunta, parlano di normalizzazione di raid nelle abitazioni, controlli nei luoghi di lavoro e negli spazi pubblici, raccolta massiva di dati personali, cooperazione rafforzata tra forze di polizia dei diversi Stati membri. Nel testo si descrive un sistema punitivo alimentato dalla retorica dell’estrema destra, fondato su sospetto, denuncia, detenzione ed espulsione.

Tra le misure citate figura la possibilità per la polizia di effettuare perquisizioni in abitazioni private e in “altri locali rilevanti” alla ricerca di persone irregolari, anche senza un ordine giudiziario. Michele LeVoy, della Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants, usa un’espressione precisa: “Ice-like raids”. Il parallelo con l’agenzia americana Immigration and Customs Enforcement riguarda il metodo: presenza capillare, interventi mirati su base amministrativa, pressione sistemica sulle comunità.

Servizi pubblici come terminali di controllo

Il regolamento potrebbe imporre ai servizi pubblici l’obbligo di segnalare le persone senza documenti. Medici del Mondo richiama l’esperienza del Minnesota, dove la stretta sull’immigrazione ha prodotto una crisi sanitaria: donne incinte, minori e persone con patologie croniche evitano ospedali e ambulatori anche in situazioni di emergenza. Quando l’accesso alle cure viene percepito come rischio di espulsione, la sanità pubblica arretra e il danno diventa collettivo.

A fine gennaio sedici esperti Onu hanno inviato una lettera di diciannove pagine alle istituzioni europee elencando oltre una dozzina di criticità rispetto agli obblighi internazionali in materia di diritti umani. Gli esperti mettono in guardia anche contro la tendenza a collegare ai migranti problemi strutturali interni, dalla crisi abitativa alla tensione sociale, come se la deportazione potesse funzionare da soluzione amministrativa.

Il piano prevede inoltre raccolta di dati su larga scala e scambio facilitato tra forze di polizia europee. Alamara Khwaja Bettum, di Statewatch, segnala che più sorveglianza e più profilazione producono discriminazione e rafforzano l’agenda delle destre radicali. Emmanuel Achiri, European Network Against Racism, indica le comunità razzializzate come prime destinatarie di questo impianto regolatorio.

Dopo l’avanzata delle destre alle europee del 2024, la pressione politica per irrigidire le politiche migratorie si è intensificata. La scorsa settimana il Parlamento Ue si è avvicinato ai centri offshore con un voto che amplia le opzioni di deportazione, compreso l’invio di richiedenti asilo verso Paesi mai frequentati.

Il rischio, oggi, è che l’Unione trasformi la gestione amministrativa dell’immigrazione in una macchina permanente di controllo, capace di entrare nelle case, nei luoghi di lavoro, negli ospedali. L’Ice europeo non avrebbe lo stesso nome. Avrebbe la forma di un regolamento tecnico. E opererebbe dentro le nostre città.

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Partita Iva solo sulla carta: mezzo milione di italiani lavora come un dipendente ma con meno diritti

Sono 494 mila. Hanno una partita Iva, fatturano, emettono parcelle. Poi entrano in ufficio alla stessa ora dei colleghi assunti, usano gli strumenti dell’azienda, rispettano procedure e gerarchie. L’Inapp, nel Policy Brief n. 37 di gennaio 2026, applica ai dati dell’Indagine Inapp-Plus 2024 la categoria ILO dei “dependent contractor”: rappresentano il 18,5% dei 2,6 milioni di autonomi senza dipendenti, il 2,1% degli occupati, il 9,8% degli indipendenti.

Autonomi sulla carta

La definizione è tecnica ma le conseguenze sono concrete. Lavoratori senza personale che dipendono quasi esclusivamente da un committente e hanno margini ridotti su compensi, tempi, strumenti. Tra gli autonomi senza dipendenti il 18,5% cumula vincoli economici e organizzativi. Un ulteriore 49,8% sperimenta almeno una delle due condizioni. La libertà piena riguarda una minoranza.

I settori si concentrano nei servizi: call center, pulizie, consegne, taxi, marketing, centralini. Il 4,4% dichiara un committente pubblico. Gli under 30 sono l’11,2% tra i dependent contractor contro il 4,4% medio degli indipendenti. Il 36,1% possiede una laurea. Otto su dieci operano negli “altri servizi”, soprattutto informazione e comunicazione, servizi alle imprese, trasporti, intermediazione finanziaria, istruzione e formazione.

Redditi bassi, stabilità fragile

Le ore lavorate avvicinano questi lavoratori ai dipendenti. I redditi li separano. Il 44,4% resta sotto i 15 mila euro lordi annui contro il 10,4% dei dipendenti. Solo il 16,5% si colloca tra 28 e 50 mila euro, circa la metà dei dipendenti (31,3%). La fascia oltre i 50 mila euro è marginale. La soddisfazione per la stabilità si ferma al 58,6%, oltre dieci punti sotto gli altri indipendenti.

La genesi del rapporto di lavoro chiarisce il contesto. Il 48,2% ha aperto la posizione autonoma su richiesta del committente; il 12,1% indica l’assenza di alternative. Strada obbligata per il 60,2% dei dependent contractor. Tra i datori di lavoro la quota scende allo 0,8%.

Un sistema che scarica il rischio

Dal 2004 l’Italia ha perso oltre un milione di lavoratori indipendenti mentre l’occupazione dipendente stabile è cresciuta di oltre due milioni. Oggi gli autonomi sono il 21,9% degli occupati contro una media Ue del 14,2%. Dentro questa quota si annida una porzione che sopporta il rischio d’impresa senza governarne le leve.

Nel lavoro quotidiano emergono indicatori che avvicinano questi profili alla subordinazione: orari concordati con il cliente, utilizzo di mezzi e strutture del committente, prestazioni analoghe a quelle dei dipendenti. In molti casi il contratto con lo stesso cliente viene rinnovato più volte, segno di una continuità che stride con la narrativa dell’indipendenza.

Le normative europee e italiane

Parlamento e Consiglio Ue hanno approvato la direttiva 2024/2831 sul lavoro tramite piattaforme digitali, con recepimento entro dicembre 2026. In Italia il collegato lavoro 203/2024 apre al riconoscimento dei rapporti ibridi. Il dibattito si concentra sull’estensione delle tutele: malattia, maternità, coperture contro gli infortuni, accesso agli ammortizzatori.

Mezzo milione di persone resta sospeso. Firma contratti autonomi, risponde a un solo committente, accetta compensi fissati altrove. L’etichetta parla di imprenditori individuali. I numeri raccontano lavoratori con autonomia compressa, esposti a redditi bassi e instabilità. Una linea sottile divide la forma giuridica dalla sostanza del rapporto. Dentro quella linea si muovono 494 mila storie che reggono interi segmenti del terziario italiano.

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L’Italia nel salottino di Trump

Consapevoli dei tempi bui del nostro paese e per evitare che l’Italia tornasse serva di qualcuno i nostro padri costituenti hanno scritto nell’articolo 11 della Costituzione che l’Italia ripudia la guerra e consente limitazioni di sovranità solo in condizioni di parità e per scopi di pace e giustizia.

Quel “solo” dice sostanzialmente che nei consessi internazionali il nostro Paese non può essere cameriere degli interessi particolari di qualcuno, nemmeno di quegli Usa che utilizzano il nostro territorio come avamposto militare.

Una delle poche promesse chiare di Giorgia Meloni in campagna elettorale fu che l’Italia sarebbe stata patria del sovranismo in Europa. Tradotto: l’Italia avrebbe pensato prima ai suoi interessi e poi avrebbe rivendicato la sua posizione sullo scacchiere internazionale.

Dopo quattro anni di governo il trio Meloni-Tajani-Salvini è riuscito nel tragico miracolo di trasformare la nazione italiana nello scendiletto di Donald Trump, di suo genero Jared Kushner, del ricercato internazionale Benjamin Netanyahu e una sfilza di autocrati (o aspiranti tali) che va dal’Argentina di Milei all’Ungheria di Orbàn passando dalla Turchia di Erdogan.

Si badi bene: la torsione della Costituzione e della dignità internazionale non avviene come ultima possibilità di salvare vite umane o evitare un disastro mondiale. Anzi, il cosiddetto Board of peace (che altro non è che il salottino di Trump) non ha fermato il genocidio in corso a Gaza, non ha rallentato le violenze in Cisgiordania e non ha indebolito la faccia feroce di Netanyahu e del suo governo di squinternati.

Il governo italiano calpesta la dignità internazionale per non “sentirsi tagliato fuori” dal circolino a cui ambisce, come certi ossessionati ricconi che inondavano di miagolanti messaggi il Jeffrey Epstein che fu, prima della sua caduta. Meloni e Tajani non perdono l’occasione di sentirsi parte attiva della colonizzazione di Gaza martoriata, leccandosi i baffi per l’hub turistico e commerciale che potrebbe diventare.

Solo per questo la presidente del Consiglio e la sua cerchia accettano di fare gli osservatori, come certi silenziosi personaggi che guardano gli altri mentre giocano a carte al bar e poi tornano a casa convinti di avere contribuito alla partita. Attenzione: sono gli stessi che vorrebbero modificare la Costituzione.

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A Gaza la guerra entra in classe

La guerra entra in classe. A Gerusalemme Est con le uniformi, a Ramallah con le gomme da cancellare.

Il 4 febbraio Israel Hayom ha anticipato un progetto del Home Front Command: riservisti arabofoni, in divisa, dentro una scuola pilota palestinese per lezioni di “emergency awareness”. Avvio a maggio, coordinamento con municipio e comitati dei genitori. The New Arab ha ripreso la notizia. L’esercito spiega che è educazione civile. L’immagine è un soldato davanti a un banco.

Nelle stesse settimane, documenti diffusi da Quds parlano di una lettera del 19 gennaio 2026 del ministro dell’Istruzione Amjad Barham al ministro delle Finanze e di un incontro del 27 gennaio con funzionari europei: richieste di modifiche ai manuali, dalla prima alla decima classe. Rimozioni e sostituzioni: l’inno nazionale in prima, riferimenti ai prigionieri, formule su Gerusalemme, mappe, termini storici. Palestine Chronicle e MEMRI rilanciano. Bruxelles, nei testi pubblici sugli aiuti, parla di riforme e condizionalità, senza elenchi di pagine.

Intanto Gaza continua a contare. Fonti mediche palestinesi parlano di centinaia di vittime dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco indicata a ottobre; i numeri restano senza verifica indipendente e senza distinzione tra civili e miliziani. L’Unicef segnala 37 bambini uccisi dall’inizio del 2026.

Un ospedale diventa campo di contesa. Medici senza frontiere interrompe attività al Nasser di Khan Younis dopo segnalazioni di uomini armati nell’edificio; la direzione respinge e chiede di ritrattare. La neutralità si discute in corsia.

Uniformi tra i banchi, parole che spariscono dai libri, corsie che si svuotano. La battaglia per Gaza si gioca anche qui: chi insegna, cosa si può dire, quali mappe restano appese. La pace viene pronunciata nei comunicati. La guerra decide il lessico.

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La Costituzione come fastidio, Trump come opportunità

Giorgia Meloni porta l’Italia dentro il “Board of Peace” voluto da Donald Trump. La formula scelta è quella dell’osservatore. Una presenza senza adesione formale al trattato, spiegano da Palazzo Chigi. Un modo per restare al tavolo evitando l’impatto diretto con l’articolo 11 della Costituzione, che consente limitazioni di sovranità solo in condizioni di parità e per finalità di pace e giustizia tra le nazioni. 

La premier lo aveva indicato come ostacolo. Poi, da Addis Abeba, ha annunciato la partecipazione italiana: «Siamo stati invitati come Paese osservatore» e «penso che risponderemo positivamente». L’invito è arrivato il giorno prima. La decisione è maturata in poche ore. Intanto il governo prende le distanze dalle critiche europee al progetto trumpiano e lavora per coinvolgere altri Paesi dell’Unione.

La distinzione pesa. Il limite evocato è quello tecnico, come se la politica fosse un orpello. Come se, superato l’ingombro formale, l’adesione potesse diventare naturale. l’Italia quindi si siede a un tavolo costruito fuori dai meccanismi multilaterali esistenti, contribuendo a legittimare un’architettura alternativa che divide l’Europa e alleandosi di fatto con chi da mesi si adopera per distruggere il diritto internazionale. 

Conviene ricordarsene quando questo stesso governo vuole aprire il cantiere delle riforme costituzionali con il prossimo referendum. Se la Costituzione è percepita come un intralcio e non come una bussola, il rischio non è solo cambiare un articolo. È cambiare il rapporto tra il potere e il limite che lo contiene.

Buon lunedì.

Foto Gov

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Test psico-attitudinali per tutti

Si potrebbe raccogliere la provocazione (che poi è una brutta copia dell’originale berlusconiano) del ministro Nordio sui test psico-attitudinali per i magistrati. Anzi, volendo si potrebbe fare di più, allargando la platea dei testati ai rappresentanti di governo e a tutta la classe dirigente politica italiana.

Si potrebbe per esempio sottoporre a test una ministra al Turismo plurindagata anche per reati di truffa ai danni dello Stato. Così il test potrebbe finalmente dirci per quale arcano motivo vorrebbe essere una presenza rassicurante nel suo ruolo di garanzia verso i cittadini.

Si potrebbe testare un ministro ai Trasporti che rivendica credibilità pur avendo avuto in diversi campi (giustizia, ponte, rapporti internazionali solo per citarne qualcuno) una posizione e poi il suo contrario.

Si potrebbe testare un ministro della Giustizia, sì lo stesso Nordio, per verificare come sia possibile alzare i toni di una campagna referendaria mentre se ne denunciano i toni troppo alti. Oppure il test attitudinale potrebbe dirci come sia possibile che il ministro neghi che qualcuno del governo abbia mai detto che la riforma “velocizzerà la giustizia” proprio mentre il partito della sua presidente del Consiglio scrive letteralmente “Domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026 vota Sì per una giustizia più efficace, veloce, giusta”.

Si potrebbe testare il ministro degli Esteri, quello che parla di “diritto internazionale fino a un certo punto” per sapere una volta per tutte di quale punto stiamo parlando, dove sia esattamente, se appena dopo un genocidio oppure due metri prima della polizia americana che spara ai cittadini americani per difendere i confini americani.

Pensandoci bene si potrebbe testare anche la catena di comando della Rai. Potremmo sapere finalmente che sindrome sia quella di fare di tutto per perdere autorevolezza, spettatori, credibilità a danno dei giornalisti che ci lavorano, degli italiani che la guardano e di quelli che la pagano.

Oppure potremmo testare proprio lei, la presidente del Consiglio, per comprendere come classifichi le priorità del Paese e degli italiani, sorvolando sulla povertà che cresce e sul lavoro che si impoverisce per ossessionarsi (e ossessionarci) sui prossimi ospiti di Sanremo.

Ha ragione Nordio, via con i test.

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Referendum giustizia, le contraddizioni del governo su indipendenza dei giudici e politicizzazione

La promessa è sempre la stessa. La riforma «non tocca l’indipendenza dei giudici». Carlo Nordio lo ripete in Parlamento e nelle interviste: la separazione delle carriere «non è punitiva», il pubblico ministero «rimarrà indipendente esattamente com’è oggi». Giorgia Meloni parla di intervento tecnico, di garanzia della terzietà, di modernizzazione dell’ordinamento. Poi arrivano le decisioni sgradite.

Quando il Tribunale di Roma ha negato la convalida dei trattenimenti nei centri per migranti in Albania applicando il diritto europeo, il ministro ha definito la sentenza «abnorme». La presidente del Consiglio ha accusato i giudici di occupare spazi che non competono loro. Esponenti di maggioranza hanno evocato ispezioni e responsabilità disciplinari. La linea ufficiale resta quella dell’autonomia intatta; la reazione politica, invece, colpisce il merito della decisione e il magistrato che l’ha firmata.

Il caso della mail del magistrato Marco Patarnello, divulgata da alcuni media e rilanciata dalla premier dopo uno scambio interno all’Anm, completa il quadro. La riforma viene presentata come strumento per rafforzare la dignità delle toghe; la comunicazione politica espone al pubblico ludibrio un magistrato per un’opinione espressa in un circuito privato. Le due traiettorie viaggiano parallele.

“Non politicizzate”, mentre la campagna del referendum è politica

Nordio invita a non trasformare il referendum in un voto sul governo. Arianna Meloni dichiara che la consultazione riguarda principi ordinamentali, non la sorte dell’esecutivo. L’impostazione ufficiale richiama sobrietà istituzionale.

Intanto la campagna del Sì assume un profilo identitario. Sulle pagine social di Fratelli d’Italia compaiono card con slogan come «Vota Sì per una giustizia più efficace e veloce», nonostante lo stesso ministro abbia riconosciuto che la riforma costituzionale non incide sui tempi dei processi. Altre immagini associano il No a giudici che rimettono in libertà i clandestini o a magistrati che ostacolano i trasferimenti in Albania. Il messaggio è lineare: il referendum diventa lo scontro tra il governo e una magistratura dipinta come controparte politica.

Matteo Salvini parla di «toghe rosse» in relazione a decisioni giudiziarie. La presidente del Consiglio definisce «menzogne» le critiche dell’Anm. Un manifesto del comitato per il Sì accosta la scritta «Loro votano No» a immagini di scontri di piazza. L’appello alla moderazione convive con una comunicazione che carica di significato politico ogni atto giurisdizionale.

Indipendenza proclamata, controllo evocato

Altro passaggio: il pubblico ministero. Nordio assicura che resterà indipendente. In più occasioni, però, esponenti della maggioranza sostengono che i magistrati «non possono più fare quello che vogliono» e che devono «rispondere» delle loro scelte investigative. Il ministro definisce i Pm superpoliziotti «senza alcuna reale responsabilità». La categoria della responsabilità viene evocata in termini che richiamano modelli nei quali l’azione penale è legata a priorità fissate dal potere politico.

Sul rapporto tra autorità giudiziaria e polizia giudiziaria, disciplinato dall’articolo 109 della Costituzione, si registrano dichiarazioni di apprezzamento per sistemi in cui le forze investigative dipendono dall’esecutivo. In pubblico si afferma che l’assetto resta invariato; nel dibattito politico si suggerisce un riequilibrio che sposta il baricentro verso il governo.

La sequenza è costante. Si nega che la riforma incida sulla libertà dei giudici. Si chiede di non politicizzare il referendum. Si accusa il fronte del No di alzare i toni. Poi si attaccano sentenze, si etichettano magistrati, si trasforma la consultazione in un giudizio sull’esecutivo, si utilizzano immagini e slogan che riducono l’avversario a caricatura. Le dichiarazioni restano agli atti. E mostrano una frattura tra ciò che viene detto in sede istituzionale e ciò che viene praticato nella comunicazione politica quotidiana.

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