Vai al contenuto

A Gaza, tra mille ostacoli alle operazioni umanitarie

Le Nazioni Unite parlano di dieci missioni autorizzate a ritirare aiuti arrivati a Kerem Shalom e Zikim: cibo, vaccini, carburante, forniture mediche. Il portavoce Stéphane Dujarric chiede la revoca delle restrizioni e libertà operativa per i partner umanitari. È la grammatica della tregua: permessi, finestre, corridoi. Intanto Gaza resta un territorio amministrato per quote di respiro.

Nelle stesse ore le autorità sanitarie di Gaza aggiornano i numeri: 591 morti dalla tregua, 1.583 feriti, 724 corpi recuperati dalle macerie. La parola “cessate il fuoco” convive con droni, colpi isolati, ordigni inesplosi che esplodono adesso. La contabilità cresce mentre la diplomazia discute la “seconda fase”.

Dentro le prigioni israeliane la cronaca si sposta sulle celle. Testimonianze legali raccolte da Reuters descrivono razioni insufficienti per detenuti palestinesi nonostante una decisione della Corte Suprema che imponeva maggiori quantità di cibo. Sullo sfondo, la linea del ministro Itamar Ben-Gvir sulle condizioni detentive. Un video rilanciato sui social mostra abusi nel carcere di Ofer durante una sua visita: immagini da verificare, che alimentano la percezione di impunità.

Sul piano politico, Benjamin Netanyahu annuncia l’intenzione di revocare la cittadinanza a due cittadini palestinesi di Israele accusati di attacchi e di deportarli. Il controllo dei confini si salda al controllo dello status giuridico. Territorio, corpi, documenti. La tregua è un timbro su un foglio. Sul terreno restano crateri, file per il pane, celle sovraffollate. L’ONU chiede di rimuovere ostacoli alle operazioni umanitarie. La richiesta è formale. La fame è concreta.

L’articolo A Gaza, tra mille ostacoli alle operazioni umanitarie sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Squadristi condannati, istituzioni inginocchiate

La notizia, se si avesse il coraggio di darla per intero, non è che a Bari sono stati condannati dodici componenti di Casapound. Non è nemmeno che cinque di loro siano accusati di ricostituzione del disciolto partito fascista ai sensi della legge Scelba. Quella è la cronaca giudiziaria. 

La notizia, se il giornalismo facesse il giornalismo, è che i membri di un’organizzazione che ha sostenuto la campagna elettorale di questo governo siano stati certificati come fascisti di ritorno. Gente condannata per «aver partecipato a pubbliche riunioni, compiendo manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ed in particolare per aver attuato il metodo squadrista come strumento di partecipazione politica». 

La notizia è che il ministro dell’Interno Piantedosi, che ama mostrarsi sempre intento a brigare per scovare terroristi veri e presunti, continui a farsi sfuggire un’organizzazione eversiva, forse perché composta da maschi adulti di razza bianca (come direbbe qualcuno) che esultano per i decreti securitari partoriti in fila. 

La notizia è che perfino le reti Mediaset, e non il governo, si sono accorte che quegli eversori occupano abusivamente un immobile nel cuore di Roma. La notizia è che i giornalisti che ricordano al governo e al ministro la persistente illegalità vengano identificati dalle forze dell’ordine e invitati a non disturbare la pax tra fascisti e istituzioni. 

La notizia è che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ha trovato il tempo di intervenire su un comico che si è autocensurato non abbia trovato il tempo di dirci di Casapound. 

Questa è la notizia. 

Buon venerdì. 

foto wikic

L’articolo proviene da Left.it qui

Vertice Ue, Meloni resta sola con Trump mentre l’Europa prende le distanze

Gli europei si riuniscono in un vertice Ue ad Alden Biesen, castello nel cuore del Belgio, per discutere come ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti. La riunione arriva mentre a Monaco si consuma l’ennesimo strappo transatlantico. I numeri raccontano perfettamente l’isolamento di Washington.

Ue, un’alleanza che perde fiducia

Un sondaggio condotto da Public First per Politico su oltre 10 mila adulti in Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia e Germania certifica un crollo di fiducia negli Usa come alleato affidabile. Il campione è stato raccolto tra il 6 e il 9 febbraio. In Canada il 57 per cento degli intervistati definisce gli Stati Uniti “inaffidabili”. In Germania la quota è del 50 per cento. In Francia il 44 per cento. Nel Regno Unito il 39 per cento contro un 35 per cento che li considera ancora affidabili. Il margine di errore dichiarato è 2 punti percentuali per paese.

Il dato che pesa riguarda la deterrenza. In un solo anno nel Regno Unito la percentuale di chi ritiene che i nemici sarebbero scoraggiati dall’attaccare grazie al rapporto con Washington cala di 10 punti. In Francia il saldo peggiora di 22 punti tra chi concorda e chi dissente. In Germania il calo è di 16 punti. Seb Wride, responsabile dei sondaggi per Public First, sintetizza: l’opinione pubblica europea “difficilmente crede che esista” ancora la deterrenza transatlantica. A Monaco, dove gli Stati Uniti arrivano con una delegazione guidata dal segretario di Stato Marco Rubio, la parola “fiducia” diventa un dossier.

Valori e democrazia in discussione

Il sondaggio aggiunge un elemento politico. In Francia solo il 17 per cento ritiene che gli Stati Uniti condividano i propri valori, contro un 49 per cento che dissente. In Germania il 50 per cento afferma che Washington non condivide i loro valori, mentre solo il 18 per cento pensa che protegga la democrazia. Le percezioni negative superano quelle positive anche sulle domande relative alla difesa dell’ordine internazionale.

Nel frattempo i leader europei parlano apertamente di emancipazione strategica. Il ritiro di Alden Biesen viene raccontato come un tentativo di rendere l’Europa meno dipendente dall’America di Trump. Ursula von der Leyen ribalta l’accusa sulla burocrazia e richiama il “gold-plating” nazionale, gli strati aggiunti dagli Stati membri. Friedrich Merz insiste sul taglio delle regole e apre alla revisione di pezzi della politica verde. Nel castello la giornata prevede un pre-vertice con Belgio, Italia e Germania e l’intervento di Mario Draghi, seguito da Enrico Letta. Bart De Wever chiede una “roadmap” ravvicinata, con risultati misurabili.

Emmanuel Macron parla di amministrazione “apertamente antieuropea”. Il premier canadese Mark Carney definisce la fase attuale “una rottura, non una transizione”. Alla cerimonia di apertura dei Giochi Invernali a Milano il vicepresidente americano JD Vance è stato accolto da fischi, episodio citato come segnale di un clima mutato.

La scommessa italiana

Ma in questo scenario l’Italia resta formalmente allineata alla Casa Bianca. Giorgia Meloni ha firmato con Merz un documento che attribuisce a Bruxelles parte della responsabilità della stagnazione economica europea. È una postura che tiene insieme critica interna all’Ue e fedeltà atlantica, mentre altri governi studiano strumenti per rafforzare la capacità industriale e militare europea senza fare affidamento automatico su Washington.

Il punto politico è nei numeri. Tra marzo 2025 e febbraio 2026 la fiducia cala in tutti i principali alleati europei. I governi discutono di autonomia, le opinioni pubbliche segnalano sfiducia, le capitali preparano piani di riduzione della dipendenza. Nel quadro che emerge dai dati, la scommessa di Palazzo Chigi appare sempre più solitaria.

L’articolo Vertice Ue, Meloni resta sola con Trump mentre l’Europa prende le distanze sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

CasaPound, 12 condanne a Bari per riorganizzazione del partito fascista. E smentire chi sostiene che non esiste

C’è chi ripete che il fascismo appartiene ai libri di storia. Che restano solo folklore, nostalgie da bar, simboli svuotati. Poi arriva una sentenza e riporta la discussione alla sostanza giuridica. Il Tribunale di Bari ha condannato 12 militanti di CasaPound per riorganizzazione del disciolto partito fascista e manifestazione fascista, in violazione della legge Scelba del 1952. Le pene arrivano fino a due anni e sei mesi di reclusione, con privazione dei diritti politici per cinque anni.

I fatti risalgono al 21 settembre 2018. Quartiere Libertà, Bari. Un’aggressione contro manifestanti di sinistra scesi in piazza per contestare le politiche sull’immigrazione dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. Diciassette imputati, cinque assolti. Per sette condannati anche l’accusa di lesioni. Le telecamere di sicurezza riprendono l’assalto. In aula, tra le parti civili, l’europarlamentare Eleonora Forenza, colpita durante quell’azione.

La legge c’è. E viene applicata

La legge Scelba vieta la ricostituzione del partito fascista e la manifestazione del disciolto partito. Non è una norma simbolica. È diritto vigente. Il Tribunale di Bari la applica e riconosce il reato di riorganizzazione. La qualificazione giuridica pesa più di ogni dibattito televisivo. Significa che un giudice della Repubblica ha ritenuto provata l’esistenza di un’organizzazione che richiama struttura, metodi e finalità del partito fascista.

Il segretario della Cgil di Bari, Domenico Ficco, parla di «ennesimo segnale di allarme relativo all’attività della destra radicale, xenofoba e violenta» e sottolinea che si tratta di pene comminate per la prima volta in questi termini. Prima ancora dei commenti politici, restano le condanne.

Le richieste di scioglimento

Dopo la sentenza, le opposizioni chiedono lo scioglimento di CasaPound e un’informativa urgente del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Il punto è lineare: se un tribunale accerta la riorganizzazione del partito fascista, lo Stato ha strumenti per intervenire.

Nelle stesse ore ci si si ricorda che CasaPound occupa da anni un immobile pubblico a Roma. Le richieste di sgombero tornano nel dibattito politico. La vicenda giudiziaria di Bari si intreccia così con una questione amministrativa e istituzionale che dura da tempo.

La realtà oltre la rimozione

Ogni volta che si afferma che il fascismo appartiene al passato, conviene aprire le sentenze. Qui si parla di riorganizzazione del disciolto partito fascista, di manifestazione fascista, di aggressione squadrista. Termini che appartengono al codice penale e alla giurisprudenza.

La città di Bari è medaglia d’oro della Resistenza. Il Tribunale ha stabilito che quell’aggressione del 2018 fu un’azione riconducibile a un’organizzazione che si richiama al fascismo. I giudici hanno scritto questo. Le pene sono state comminate in nome del popolo italiano.

Dodici condanne. Fino a due anni e sei mesi. Privazione dei diritti politici. La legge Scelba applicata. Il resto è rumore. Le sentenze, invece, restano.

L’articolo CasaPound, 12 condanne a Bari per riorganizzazione del partito fascista. E smentire chi sostiene che non esiste sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Tra Gaza e Cisgiordania, a braccetto negli abusi

Hanno riaperto Rafah il 2 febbraio. Lo hanno chiamato segnale. Nelle ultime ore Hamas ha diffuso un numero: 488 transiti complessivi. La previsione iniziale parlava di almeno 1.800. All’ospedale Al Shifa indicano 450 pazienti in condizioni critiche. Le autorizzazioni concesse, fin qui, riguardano cinque casi. Il valico è una promessa contata. I corpi aspettano il turno.

Intanto una delegazione tedesca entra nella Striscia. La presidente del Bundestag, Julia Klöckner, resta “circa un’ora” nella porzione sotto controllo israeliano. Nota ufficiale, parole misurate: sostegno alla soluzione dei due Stati, richiamo alla “linea gialla” come demarcazione temporanea, invito a proseguire su una linea di apertura. Accesso con cornice, visione con regia. La diplomazia osserva dove altri decidono.

Da Pechino arriva un’altra dichiarazione. Il ministero degli Esteri parla di “moderazione”, ribadisce la formula dei due Stati, definisce la situazione “molto fragile”. Le conferenze stampa usano il tempo verbale giusto. Sul terreno restano corridoi filtrati e liste chiuse.

A sud di Hebron, a Beit Awa, un escavatore militare abbatte una casa palestinese. I video circolano, le agenzie confermano: demolizione di un’abitazione a due piani. Cisgiordania e Gaza si tengono per mano nella stessa cronaca materiale. Un confine che seleziona, una ruspa che svuota.

Sui social rimbalza una cifra che ferma il respiro: 200.000 morti dall’ottobre 2023. È una stima attribuita a studiosi e ripresa da media internazionali, legata al calo demografico e ai corpi sotto le macerie. Accanto restano i conteggi documentati e gli studi che parlano di sottostima dei decessi traumatici. I numeri viaggiano su piani diversi. I funerali restano uno.

Rafah che apre poco. Una visita guidata. Un appello alla moderazione. Una casa che cade. Le ultime ventiquattro ore tengono insieme parole e macerie.

L’articolo Tra Gaza e Cisgiordania, a braccetto negli abusi sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Tana libera tutti per gli amici del genocidio

Non potendo nascondere il genocidio, non essendo capaci di fermare il mostro israeliano che bombarda anche la tregua e non avendo abbastanza schiena dritta per fermare l’illegale colonizzazione della Cisgiordania ieri il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha accusato Francesca Albanese di aver fatto “dichiarazioni oltraggiose e colpevoli” durante il forum di sabato 7 febbraio organizzato da Al-Jazeera e di aver “preso di mira non il governo israeliano, di cui è lecito criticare la politica, ma Israele come popolo e come nazione, il che è assolutamente inaccettabile”.

Inutile scrivere che una lunga sequela di giornali, politici e scarsi commentatori italiani si è buttata a pesce sulla crocifissione della relatrice Onu. Non vedevano il momento, forse non ci speravano nemmeno.  

C’è un piccolo particolare, però. Albanese non ha mai pronunciato quelle frasi. Ha detto, sì, che “noi che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e armi, ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune. Il nemico comune dell’umanità è il sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina, incluso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile”. E ha aggiunto “noi ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune e le libertà, il rispetto delle libertà fondamentali è l’ultimo strumento di pace che abbiamo per riconquistare la nostra libertà”: quel sistema. 

Chi ne fa parte? Sicuramente tra gli altri anche coloro che oggi accusano Albanese. 

Buon giovedì. 

foto wkcom

L’articolo proviene da Left.it qui

Industria italiana in crisi, il 2026 parte male. Istat: in calo produzione e fatturato

Il 2026 si apre con una sequenza di dati e di vertenze che restituisce un’immagine nitida dello stato dell’industria italiana. La produzione industriale è in calo da quasi tre anni e, a ottobre 2025, con l’ultimo dato disponibile, scende anche il fatturato delle imprese. Secondo l’Istat, su base mensile e al netto della stagionalità, il fatturato dell’industria diminuisce dello 0,5 per cento in valore. Il rallentamento riguarda quindi ciò che si produce e ciò che si vende. È in questo contesto che il nuovo anno prende forma.

Produzione in calo strutturale, ricavi in contrazione

La serie lunga della produzione industriale racconta una tendenza che supera le oscillazioni congiunturali. Negli ultimi tre anni prevalgono nettamente i segni negativi e la ricostruzione elaborata dalla Cgil, su dati Istat, parla di 32 mesi di flessione nel periodo recente. A ottobre 2025 l’indice destagionalizzato scende dell’1 per cento rispetto a settembre, confermando una traiettoria che attraversa settori e territori. Il calo del fatturato registrato nello stesso mese segnala che la debolezza della produzione si sta trasferendo nei bilanci aziendali.

Automotive e metalmeccanica, la crisi che non rientra

Ad Atessa, nello stabilimento Stellantis Europe, ex Sevel, il 1° gennaio è ripartito il contratto di solidarietà, prorogato fino al 31 luglio 2026. Coinvolge il 35 per cento dei 4.350 addetti, in calo rispetto al 41 per cento precedente. È l’ennesima proroga in uno stabilimento che da anni alterna produzione e ammortizzatori sociali, mentre i sindacati chiedono un piano industriale vincolante sul nuovo furgone.

In Molise, alla Sata di Pozzilli, azienda storica della componentistica in ghisa, acciaio e alluminio per l’automotive, è partita un anno di cassa integrazione straordinaria per 47 lavoratori, dopo mesi di contratti di solidarietà. La misura accompagnerà l’intero 2026 fino a novembre.

A Novara, la Tecnomeccanica, fonderia specializzata nella pressofusione di alluminio per automotive e illuminotecnica, ha avviato contratti di solidarietà per 120 dipendenti fino a ottobre 2026, dopo averli già utilizzati nel 2025. A Umbertide, la Proma ha riattivato gli ammortizzatori per la componentistica automotive, estendendoli anche agli impianti di Mignano Monte Lungo e Melfi.

Moda e tessile, la filiera sotto pressione

La crisi industriale colpisce anche il sistema moda e il tessile. A Bianzè, nel Vercellese, la Gammastamp coinvolge 450 lavoratori in un nuovo anno di contratti di solidarietà. A Pordenone, alla Savio Macchine Tessili, 280 dipendenti entrano in un contratto rinnovabile fino a due anni dopo un biennio di cassa integrazione intermittente, a causa delle difficoltà del mercato tessile e del rallentamento degli ordini.

A Bologna, alla Menarini, azienda che produce autobus ed è considerata un presidio industriale strategico, la cassa integrazione straordinaria è stata prorogata fino a ottobre 2026 per 29 lavoratori, tra percorsi di formazione e accompagnamenti alla pensione anticipata.

Dai capannoni ai negozi, l’estensione delle crisi

Il rallentamento della manifattura si riflette ormai anche sul commercio. I tavoli di crisi aperti al ministero delle Imprese e del made in Italy sono arrivati a quota 96 e coinvolgono oltre 120 mila lavoratrici e lavoratori, più del doppio rispetto a due anni fa. È la novità più rilevante segnalata dalla Cgil: alle crisi industriali si affiancano quelle della distribuzione.

Woolrich ha dichiarato una perdita del 30 per cento del fatturato e annunciato il trasferimento di 139 lavoratori da Bologna e Milano a Torino, poi sospeso in attesa di confronto istituzionale. Conbipel, Coin, Conforama e Original Marines contano ciascuna tra 1.400 e 1.600 addetti coinvolti in situazioni di difficoltà. Carrefour, interessata dalla cessione al gruppo NewPrinces, coinvolge circa 18 mila lavoratori tra diretti e indiretti, secondo le stime diffuse dalle testate economiche.

Un inizio d’anno già scritto

Il calo del fatturato rilevato dall’Istat a ottobre si inserisce in questo quadro fatto di stabilimenti in affanno, contratti di solidarietà prorogati e vertenze che si moltiplicano. Quando la produzione arretra per un periodo così lungo e i ricavi iniziano a diminuire, la crisi smette di essere una previsione e diventa cronaca quotidiana. Il 2026 comincia così, con un’industria già sotto pressione e una lunga sequenza di casi concreti che raccontano la stessa traiettoria.

L’articolo Industria italiana in crisi, il 2026 parte male. Istat: in calo produzione e fatturato sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Sanità, il gap delle distanze e una domanda che divide l’Italia: quanto ci vuole per raggiungere un ospedale?

L’analista Lorenzo Ruffino ha fatto una cosa semplice e spietata: ha messo un cronometro tra casa e ospedale. Undici febbraio 2026, una griglia da 100 metri, rete stradale TomTom 2023, popolazione pesata con il Global Human Settlement Layer. Ne esce un numero che sembra rassicurante: in Italia la mediana è 8,5 minuti per raggiungere l’ospedale più vicino.

Poi si guarda meglio. La Campania 6,8 minuti di mediana, l’88 per cento dei residenti entro un quarto d’ora. Trieste 5,6. Napoli 6,0. Cagliari 6,0. Milano 6,3. Rimini 6,3. Torino 6,3. È la fotografia dell’Italia urbana, compatta, dove la densità tiene insieme domanda e offerta.

La coda che la mediana nasconde

La mappa però si incrina appena si esce dalle città e ci si sposta nella provincia. Basilicata 16,1 minuti di mediana. Valle d’Aosta 15,8, con una media di 19,3 e circa il 20 per cento della popolazione oltre mezz’ora. Rieti oltre 23 minuti. Nuoro 21,5. Viterbo 17,2.

E c’è il caso di Foggia: mediana 6,6, media 13,2, circa l’11 per cento oltre trenta minuti, pari a oltre 60 mila persone. La mediana consola, la media tradisce.

Ruffino usa proprio questo scarto per mostrare le “sacche” di distanza. È lì che l’analisi smette di essere statistica e diventa politica. Perché quei minuti si concentrano nelle aree interne, nei territori montani, nei comuni sparsi. Nelle stesse zone che da anni vengono raccontate come laboratorio della sanità di prossimità.

Le promesse del territorio

La distanza dall’ospedale misura la parte fisica del problema. La riforma territoriale avrebbe dovuto intervenire sull’altra metà, quella organizzativa. Il DM 77 del 2022 ha disegnato Case della Comunità, Ospedali di Comunità, Centrali operative territoriali. Missione 6 del Pnrr, cronoprogrammi, target europei.

A metà 2025, secondo il report nazionale di Agenas sul DM 77, su 1.723 Case della Comunità programmate 660 risultano dichiarate con almeno un servizio attivo, incluse sedi provvisorie. Gli Ospedali di Comunità attivi sono 153, per 2.716 posti letto dichiarati attivi. Le Centrali operative territoriali pienamente funzionanti al 31 dicembre 2024 sono 612, di cui 480 rendicontate ai fini del target europeo.

I numeri esistono. La domanda è dove incidono. La provincia di Rieti, indicata da Ruffino come la più distante, conta un’offerta ospedaliera concentrata in due presidi ospedalieri (Rieti e Magliano Sabina) per l’intero territorio provinciale. È un fatto amministrativo prima che geografico. Quando l’offerta si riduce, la mappa si allunga. Quando la popolazione è sparsa, la mediana nasconde la coda.

Il confronto europeo

Eurostat stima che nell’Unione tra l’83,2 e l’83,4 per cento della popolazione viva entro 15 minuti di guida da un ospedale nel 2023, a seconda dell’aggiornamento pubblicato. In Italia solo due aree NUTS3 raggiungono il 100 per cento entro quella soglia: Milano e Monza e Brianza. Il resto del Paese si distribuisce tra accessibilità accettabile e vuoti strutturali.

Ogni minuto in più pesa diversamente su un anziano fragile, su un paziente tempo-dipendente, su un territorio con mobilità passiva elevata. Le reti per ictus, infarto, trauma sono costruite intorno al tempo e monitorate da Agenas con il Programma nazionale esiti. L’accesso fisico resta la prima soglia. Se quella soglia si allarga, il sistema deve compensare con organizzazione, trasporti, integrazione territoriale.

La fotografia di Ruffino mostra un’Italia dove la densità urbana protegge e la dispersione espone. Mostra che la mediana nazionale racconta una storia rassicurante mentre la coda della distribuzione racconta un’altra storia. Mostra che la geografia sanitaria segue la geografia sociale.

Otto minuti e mezzo di mediana possono sembrare un buon risultato. Ventitré minuti a Rieti, oltre trenta per migliaia di persone a Foggia, raccontano altro. Raccontano un Paese in cui la sanità resta più vicina dove la popolazione è concentrata e più lontana dove il territorio si svuota.

L’articolo Sanità, il gap delle distanze e una domanda che divide l’Italia: quanto ci vuole per raggiungere un ospedale? sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Si scava a mani nude tra ciò che resta di Gaza

La mano scava tra i calcinacci di Gaza City. Cerca ossa, brandelli di vestiti, tracce minime di una famiglia rimasta sotto il cemento dal 2023. La scena attraversa le agenzie e resta lì, sospesa. È il fotogramma delle ultime ventiquattro ore: un padre piegato a terra mentre sopra di lui passano dichiarazioni, vertici, comunicati.

La tregua regge sulla carta. Sul terreno arrivano spari, raid mirati, accuse di violazioni reciproche. L’esercito israeliano parla di risposta a movimenti sospetti; da Gaza si contano altri corpi. La parola cessate il fuoco resta scritta nei briefing, intanto le ambulanze fanno la spola tra macerie e ospedali esausti. La Striscia vive dentro una pausa armata, fragile come il vetro.

A Washington Benjamin Netanyahu incontra Donald Trump. Sul tavolo c’è l’Iran, con i colloqui indiretti in Oman e il nodo del programma nucleare. Gaza entra come capitolo collegato, pedina dentro un disegno più ampio. Le priorità si leggono nei tempi e nei sorrisi delle foto ufficiali: sicurezza regionale, deterrenza, equilibri strategici. La Striscia resta scenario.

Da Bruxelles arriva una frase che pesa. L’Alta rappresentante Kaja Kallas definisce “controproducenti” e “incompatibili con il diritto internazionale” le ultime decisioni del gabinetto di sicurezza israeliano sulla Cisgiordania. È un richiamo formale, registrato nei verbali dell’Unione. Le parole europee fotografano l’espansione degli insediamenti e l’aumento delle operazioni nei campi profughi.

Intanto a Torino tre bambini feriti di Gaza entrano al Regina Margherita. Vengono accolti nei reparti pediatrici, lontani dalle sirene. La guerra attraversa il Mediterraneo e prende posto in un corridoio d’ospedale. Restano la mano che scava e i letti bianchi. Tutto il resto gira intorno.

L’articolo Si scava a mani nude tra ciò che resta di Gaza sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Voltagabbana a corrente alternata

Quando i partiti italiani riscoprono l’articolo 67 della Costituzione? Ogni volta che perdono un parlamentare. In quel preciso istante il cambio di gruppo diventa “tradimento”. Il seggio si trasforma in proprietà collettiva. La parola “voltagabbana” torna di moda. Parte la richiesta di introdurre il vincolo di mandato, con decadenza automatica per chi lascia. Poi accade qualcosa di curioso. Lo stesso meccanismo, a parti invertite, cambia significato.

Matteo Salvini, dopo le tensioni interne esplose con il caso Vannacci, ha rilanciato l’idea di modificare la Costituzione per fermare i “traditori” e difendere la volontà popolare. La proposta è semplice: chi cambia gruppo deve perdere il seggio. Torniamo indietro. Dicembre 2019. Tre senatori eletti con il Movimento 5 Stelle – Ugo Grassi, Francesco Urraro, Stefano Lucidi – passano alla Lega. Salvini li accoglie con un “benvenuto nella grande famiglia della Lega” e parla di scelta coerente contro un partito che aveva smarrito i propri ideali. In quel caso il passaggio di gruppo non altera la volontà degli elettori. Anzi, addirittura la interpreta meglio. Ancora: Andrea De Bertoldi lascia Fratelli d’Italia e approda alla Lega nel 2023. Nessuna richiesta di dimissioni. Anche lì nessuna evocazione del vincolo. 

Fratelli d’Italia ha denunciato per anni i “giochi di palazzo” e i cambi di maggioranza come offesa agli elettori. Durante i governi Conte e Draghi il trasformismo era la prova di una politica distante dal voto. Nella XVIII legislatura però Fratelli d’Italia cresce anche grazie a ingressi da altri gruppi. Cambia tutto: in quel caso si parla di adesione a un progetto credibile. I numeri spiegano che non si tratta di episodi isolati. Nella XVIII legislatura si contano 456 cambi di gruppo e 304 parlamentari coinvolti. Quasi un parlamentare su tre ha cambiato collocazione almeno una volta tra il 2018 e il 2022. Il Movimento 5 Stelle, alla Camera, chiude quella fase con un saldo di meno 127 parlamentari rispetto alla partenza. Fratelli d’Italia registra un saldo positivo. La Lega alterna ingressi e uscite. Forza Italia recupera nella legislatura successiva.

Il mandato parlamentare, per la Costituzione, appartiene al rappresentante della Nazione. Senza vincolo. La Corte costituzionale ha già chiarito che dal dissenso rispetto alla linea del partito non possono derivare conseguenze giuridiche sul seggio. Il rapporto con la segreteria è politico. L’eventuale sanzione è elettorale. Così il vincolo di mandato riemerge solo quando conviene. Quando i numeri si assottigliano diventa una battaglia di principio. Quando i numeri crescono torna a essere un dettaglio. La Costituzione resta ferma. Oscillano le convenienze.

L’articolo Voltagabbana a corrente alternata sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui