Vai al contenuto

Visti promessi agli studenti palestinesi, gli impegni mancati del governo italiano

Trentotto studenti palestinesi vincitori di borse di studio italiane restano intrappolati nella Striscia di Gaza. Hanno superato selezioni, ottenuto preiscrizioni su Universitaly, ricevuto lettere di accettazione dagli atenei. Attendono un visto che tarda. Il governo italiano aveva annunciato corridoi universitari, impegno diplomatico e tutela del diritto allo studio. Oggi restano telefonate che nessuno fa.

Vite da studenti palestinesi

Mohammed Al-Ashi, portavoce del gruppo, ha raccontato a Fanpage che ai ragazzi viene chiesto di «restare vicini al telefono» in vista di una partenza imminente. L’attesa dura da mesi. Nel frattempo Gaza è senza università: secondo i dati raccolti nel dossier che ricostruisce la crisi dei visti, il 100% degli atenei della Striscia risulta distrutto e oltre 625 mila studenti hanno perso l’anno accademico 2023-2024. A rendere tutto più brutale c’è la logistica: Erez e Rafah restano chiusi, chi riesce a spostarsi verso Il Cairo o Amman spesso resta senza status legale utile per completare pratiche consolari.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha più volte rivendicato l’arrivo di studenti palestinesi con voli speciali dalla Giordania. I numeri ufficiali parlano di 49 ingressi attraverso i corridoi universitari. Restano centinaia di pratiche sospese, comprese quelle dei 38 bloccati a Gaza. Fa rumore anche il silenzio della sede consolare competente per graduatorie e borse Iupals: chi aspetta resta appeso a una reperibilità trasformata in procedura.

Tra promesse e i fatti

Nel maggio 2025 la ministra dell’Università Anna Maria Bernini definiva gli atenei italiani «semi di pace». A ottobre 2025 una nota ministeriale confermava la prosecuzione dei corridoi. Nello stesso periodo, secondo il progetto Iupals coordinato dalla Crui, venivano messe a bando 97 borse distribuite in 35 università, con appena 12 destinate specificamente a Gaza.

Le università hanno fatto la loro parte. Siena, Milano-Bicocca, Palermo hanno deliberato proroghe e iscrizioni con riserva. L’Asgi ha richiamato il Dpr 394/1999: se il ritardo dipende dal mancato rilascio del visto per cause imputabili agli uffici, l’ateneo può perfezionare l’iscrizione fino al 30 giugno. Alcuni rettori hanno applicato questa interpretazione ma i consolati restano fermi. Nel frattempo vari atenei si trovano a coprire costi di vitto e alloggio cercando fondazioni bancarie e donatori, perché la catena istituzionale si interrompe sempre allo stesso punto: il visto.

Il Tar è intervenuto più volte tra giugno e ottobre 2025 ordinando il rilascio dei visti in casi di diniego privo di motivazioni individualizzate. Le tre studentesse ammesse a Siena sono arrivate dopo una pronuncia favorevole. In altri casi l’amministrazione ha insistito sulla presenza fisica a Gerusalemme anche davanti a decisioni giudiziarie e ostacoli materiali. È emblematico il caso di Heba Alnajjar, ammessa a un master in Piemonte, respinta di nuovo dopo una procedura online e richieste impossibili da soddisfare.

Il diritto trasformato in concessione

Il governo ha spiegato in Parlamento che le evacuazioni dipendono dal nulla osta israeliano ed egiziano. Resta però un altro fatto: l’Italia decide come trattare le pratiche di visto, come interpretare il rischio migratorio, come applicare procedure d’urgenza. Le organizzazioni Yalla Study e Asgi hanno proposto colloqui a distanza, raccolta posticipata dei dati biometrici, accettazione di garanzie economiche fornite da enti terzi, visti di emergenza educativa.

Ora quelle soluzioni attendono una direttiva politica. Ogni giorno che passa, le borse rischiano di scadere, le preiscrizioni di decadere, le graduatorie di svuotarsi. Le università italiane competono nel mondo per attrarre talenti. In questo caso i talenti li hanno selezionati loro.

Resta un elenco di nomi in attesa. Resta una promessa pubblica. E mentre si celebrano i corridoi nei comunicati si lasciano trentotto studenti a Gaza a controllare il telefono.

L’articolo Visti promessi agli studenti palestinesi, gli impegni mancati del governo italiano sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Santanché indagata, Meloni afona

La turista al ministero del Turismo, Daniela Santanché, è indagata per bancarotta. Per la precisione, la ministra del Turismo è indagata in un nuovo caso di bancarotta, sempre a Milano, per il fallimento della società Bioera, che si occupava di cibo biologico.

È la seconda inchiesta per bancarotta che coinvolge direttamente la ministra. L’altra riguarda invece Ki Group srl, un’altra società dello stesso gruppo e controllata da Bioera stessa. Poi c’è anche un rinvio a giudizio per la vicenda Visibilia in cui Santanché è indagata per falso in bilancio.

Il governo Meloni, addirittura Meloni stessa, negli ultimi mesi ha martellato persone colpevoli di scendere in piazza a manifestare il proprio dissenso, anche se pacifici. Negli ultimi mesi il governo Meloni, e Meloni stessa, hanno messo alla gogna coloro che denunciano il genocidio a Gaza.

Negli ultimi mesi il governo Meloni, e Meloni stessa, hanno attaccato storici, cantanti, professori universitari, giornalisti (a iosa) e un’altra dozzina di persone di diverse categorie professionali per avere espresso delle idee. Nelle ultime ore il governo Meloni, e Meloni stessa, hanno sprecato quintali di fiato e inchiostro per difendere un comico scarso che si è autocensurato a un festival canoro.

Da mesi la presidente del Consiglio non trova un alito, nemmeno una virgola, per parlarci di una ministra che, come un Re Mida al contrario, ha trasformato in fallimento molte delle sue attività imprenditoriali. Meloni che parla di tutto, quella con il pugno duro, scodinzola di fronte alla sua ministra. Bene, dai.

Buon mercoledì.

 

Foto Wkc

L’articolo proviene da Left.it qui

Cutro, il processo inizia in sordina: la strage entra in aula con i sei imputati, le telecamere restano fuori

Il processo per la strage di Cutro si apre a tre anni dal naufragio con un’aula piena e un vuoto tutto intorno. Le udienze cominciano, dinanzi al Tribunale di Crotone, le responsabilità vengono formalmente chiamate in causa, ma tutto avviene a telecamere spente. La morte di 94 persone, 35 delle quali minori, entra finalmente in dibattimento mentre il racconto pubblico viene ridotto al minimo indispensabile.

Il procedimento riguarda il naufragio del caicco Summer Love, distrutto nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 a pochi metri dalla spiaggia di Steccato di Cutro. Sei imputati, quattro militari della Guardia di finanza e due della Guardia costiera, rispondono di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo. Tutti erano in servizio nelle sale operative quella notte. Tutti hanno scelto di testimoniare. L’accusa ruota attorno a una sequenza di omissioni, ritardi, valutazioni che hanno trasformato un avvistamento in una strage annunciata.

La scelta che pesa più dei ritardi

Il cuore del processo è la distinzione tra controllo delle frontiere e soccorso in mare. Frontex individua il caicco la sera precedente al naufragio. I segnali arrivano ai centri di coordinamento italiani. Il natante viene trattato come un’operazione di polizia marittima, non come un evento di ricerca e soccorso. Le motovedette della Guardia di finanza escono e rientrano per il mare mosso. Le unità della Guardia costiera, progettate per operare in condizioni peggiori, restano fuori dalla catena decisionale perché l’allarme Sar non viene mai dichiarato. Il risultato è noto: l’imbarcazione si spezza contro una secca, i soccorsi arrivano da terra, quando il mare ha già restituito i corpi.

Dentro il quadro tecnico si inserisce la decisione di spegnere le telecamere. Il collegio giudicante ha vietato riprese audio e video per tutta la durata del dibattimento, consentendo solo materiali prodotti dal personale del Tribunale e previa autorizzazione. Una misura motivata con l’ordine dell’istruttoria, contestata da giornalisti, avvocati e parti civili. Trentasette cronisti hanno firmato una protesta formale. Le organizzazioni costituite parte civile parlano di un processo che nasce sotto traccia, mentre altri procedimenti di grande rilevanza, celebrati nello stesso tribunale, hanno goduto di piena visibilità.

Un processo che interroga la politica

Le parti civili sono 86. Tra queste Emergency, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity, SOS Méditerranée. La Cgil Calabria denuncia un vulnus al principio di trasparenza: la giustizia, quando riguarda la morte di decine di persone, deve essere anche visibile. Il silenzio, in questo contesto, viene percepito come un secondo abbandono. Le vittime diventano numeri, le responsabilità rischiano di restare confinate agli atti.

Il processo, però, non si ferma. Nelle liste testimoniali compaiono anche i nomi dei ministri Matteo Piantedosi e Matteo Salvini. Il Tribunale per ora si è riservato di decidere sulla loro audizione. Ma la sola richiesta chiarisce la posta in gioco: capire se quella notte le scelte operative siano state il prodotto di errori individuali o l’esecuzione coerente di un indirizzo politico che ha subordinato il soccorso alla deterrenza.

Intanto fuori dall’Aula…

Intanto fuori dall’aula, il Mediterraneo continua a produrre morti. Nel 2025 più di 1.300 persone hanno perso la vita sulla rotta centrale. Nel gennaio 2026, durante il cosiddetto ciclone Harry, oltre mille risultano disperse. Il processo di Cutro si svolge mentre la stessa dinamica si ripete: avvistamenti, rimbalzi di competenze, ritardi, silenzi. La giustizia arriva tardi ma soprattutto si preoccupa di parlare a bassa voce

Cutro entra in tribunale senza clamore, come se il tempo avesse consumato anche l’indignazione. Ma ciò che viene giudicato non riguarda soltanto una notte, sei ufficiali, una catena di comando. Riguarda la scelta di cosa vedere e cosa lasciare fuori campo. Durante il processo si discuterà delle omissioni ma il buio qui fuori è già una scelta. Per questo si insiste perché il collegio giudicante cambi idea. 

L’articolo Cutro, il processo inizia in sordina: la strage entra in aula con i sei imputati, le telecamere restano fuori sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Ddl antisemitismo, l’allarme di Amnesty International: norme in contrasto con la Costituzione e la Cedu

Amnesty International entra a gamba tesa nel dibattito parlamentare e smonta l’architettura dei ddl sull’antisemitismo all’esame del Senato. Non lo fa per negare la necessità di contrastare l’odio antiebraico, che resta un obbligo inderogabile dello Stato, ma perché quei testi, così come sono scritti, producono secondo l’Ong l’effetto opposto: incrinano le garanzie costituzionali, violano la Convenzione europea dei diritti umani e spostano il diritto penale dentro il terreno del dissenso politico.

La presa di posizione di Amnesty International è cristallina. I disegni di legge che incorporano nel diritto italiano la definizione operativa di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (Ihra), adottata nel 2016, finiscono per comprimere la libertà di espressione, la libertà accademica e il diritto di manifestare il proprio pensiero, tutelati dalla Costituzione agli articoli 21 e 33 e dalla Cedu agli articoli 10 e 11. Il problema non è l’obiettivo dichiarato, ma lo strumento.

Amnesty International ritiene che “la definizione di antisemitismo dell’Ihra, che vieta alcune condotte descritte come “esempi contemporanei di antisemitismo”, costituisca una restrizione dell’espressione politica, protetta dal diritto internazionale dei diritti umani, e avrebbe un effetto raggelante sugli sforzi di difenderli”. Trasformarla in parametro giuridico significa caricare la legge di concetti vaghi, opinabili, politicamente connotati.

In particolare, sulla base degli esempi della definizione dell’Ihra, “sono stati descritti come espressione dell’antisemitismo contemporaneo anche i rapporti che denunciano i crimini di apartheid di Israele nei confronti della popolazione palestinese, incluso quello di Amnesty International pubblicato nel 2022. Allo stesso modo, le accuse di antisemitismo investono le richieste di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni nei confronti di Israele da parte della società civile internazionale e, più recentemente, l’attivismo contro la campagna genocidiaria israeliana a Gaza”.

Il principio di legalità messo in discussione

A sostegno della sua critica Amnesty richiama il parere legale di Maria Luisa Cesoni e Jan Fermon, allegato ai lavori parlamentari. Un testo che non lascia margini. L’introduzione della definizione IHRA nel diritto positivo italiano, direttamente o come criterio interpretativo, viola il principio di legalità sancito dall’articolo 25 della Costituzione e dall’articolo 7 della Cedu. Il diritto penale democratico richiede norme chiare, tassative, prevedibili. Espressioni come “ostilità”, “avversione”, “denigrazione” o “lotta”, inserite nei ddl o fatte filtrare attraverso la definizione IHRA, dissolvono quella prevedibilità. Nessuno può sapere in anticipo quale parola, slogan o analisi critica rischi di essere qualificata come antisemitismo penalmente rilevante.

Il parere Cesoni–Fermon sottolinea anche l’inutilità giuridica dell’operazione. L’ordinamento italiano dispone già di strumenti adeguati per punire l’istigazione all’odio, alla discriminazione e alla violenza, a partire dall’articolo 604-bis del codice penale. I ddl non colmano vuoti normativi: introducono ambiguità, proprio laddove la giurisprudenza europea pretende il massimo livello di precisione.

Libertà di espressione sotto sorveglianza

Il punto più delicato resta la libertà di espressione. Amnesty avverte del rischio di un effetto raggelante sul dibattito pubblico. Alcuni degli “esempi contemporanei” allegati alla definizione Ihra assimilano l’anti-sionismo o la critica radicale allo Stato di Israele all’antisemitismo. Un cortocircuito che collide frontalmente con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani, che ha più volte riconosciuto il conflitto israelo-palestinese come tema di interesse generale, meritevole di una protezione rafforzata.

Nel parere legale si ricorda che il dibattito sulle violazioni del diritto internazionale da parte di Israele, incluse quelle accertate o ritenute plausibili dalla Corte internazionale di giustizia, rientra pienamente nella sfera della discussione legittima. Criminalizzare o scoraggiare quel dibattito significa spostare il confine tra critica politica e repressione penale.

Dal contrasto all’odio al controllo del dissenso

Non è un vago rischio teorico. Le criticità, secondo Amnesty, investono anche la libertà di riunione e associazione. Alcuni ddl consentono di vietare manifestazioni pubbliche in presenza di un “rischio potenziale” legato a simboli o slogan ricondotti alla definizione Ihra. Una clausola elastica che affida alla discrezionalità amministrativa la compressione di diritti fondamentali, senza il filtro rigoroso richiesto dalla Cedu.

Il giudizio finale di Amnesty e del parere Cesoni–Fermon è politico oltre che giuridico: la lotta all’antisemitismo trae forza dalla coerenza con i diritti fondamentali, non dalla loro compressione. Inserire nella legge una definizione controversa e ideologica apre un precedente pericoloso: oggi contro chi critica Israele, domani contro chiunque metta in discussione un assetto di potere. Ed è proprio questo il rischio che il Parlamento è chiamato ad assumersi, se sceglie di ignorare l’allarme.

L’articolo Ddl antisemitismo, l’allarme di Amnesty International: norme in contrasto con la Costituzione e la Cedu sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Se la politica abdica, subentra la violenza

Il cessate il fuoco continua a produrre bollettini. Dall’11 ottobre, a Gaza, i morti contati dopo la firma dell’accordo sono 586, i feriti 1.558. I numeri arrivano mentre i raid proseguono a intermittenza nel centro della Striscia e a Rafah, sempre spiegati come “risposte a violazioni”. La tregua resta una formula, la realtà un referto.

Intanto Israele sposta il baricentro. Mentre Gaza brucia a bassa intensità, la Cisgiordania viene riscritta per decreto. Il governo rafforza i poteri civili sui territori occupati, accelera procedure e acquisti, rende strutturale ciò che doveva restare provvisorio. Washington protesta a parole, Berlino registra “preoccupazione”, sul terreno cambia il perimetro del controllo. L’annessione smette di essere una minaccia e diventa prassi amministrativa.

La guerra, però, entra anche in un’altra stanza. Quella del diritto penale. In Israele avanzano disegni di legge che reintroducono la pena di morte su base etnica, riservata ai palestinesi. Le Nazioni Unite e Amnesty parlano di violazione del diritto alla vita e di discriminazione istituzionalizzata. È il linguaggio della legge che normalizza la selezione.

A Gaza, nello stesso tempo, emergono storie che non lasciano corpi. Un’inchiesta giornalistica ricostruisce migliaia di persone “evaporate”, senza resti identificabili, compatibili con l’uso di armi ad altissima temperatura. Famiglie che cercano nomi in registri vuoti. Anche questo è un effetto di guerra: l’impossibilità del lutto.

E l’Italia. Gli aiuti umanitari restano bloccati oltre confine, in Giordania. Le opposizioni chiedono un’informativa urgente al ministro degli Esteri. Il governo prende tempo. Gaza continua a insegnare una lezione semplice e brutale: quando la politica rinvia, la violenza compila i moduli al posto suo. E li timbra ogni giorno.

L’articolo Se la politica abdica, subentra la violenza sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Milano-Cortina sputtana RaiSport: quando il potere si prende anche il microfono

Quello che sta accadendo a RaiSport durante Milano-Cortina racconta molto più di una telecronaca sbagliata. Racconta un metodo. Racconta un’idea di servizio pubblico piegata alla fedeltà e all’obbedienza, svuotata di competenza, ridotta a vetrina personale. Paolo Petrecca che si auto assegna la telecronaca della cerimonia inaugurale, dopo aver fatto fuori il suo vice, non è una gaffe isolata: è l’atto finale di una gestione che la redazione giudica talmente intollerabile da ritirare le firme da servizi e telecronache, mettendo a nudo una frattura profonda e irreversibile.

Quando una redazione intera decide di non firmare il proprio lavoro, il problema non è l’orgoglio ferito di un direttore. È il collasso di una catena di responsabilità. È la certificazione di un danno inflitto ai telespettatori che pagano il canone, all’azienda e a chi lavora. E il fatto che l’azienda reagisca con una convocazione e una moral suasion tardiva dice tutto sulla normalizzazione del disastro.

Il governo osserva e tace, come sempre quando la Rai diventa terreno di occupazione. Perché Petrecca non è un incidente, è un prodotto coerente della stagione meloniana: dirigenti scelti per allineamento, protetti finché servono, sacrificabili solo quando l’imbarazzo supera la soglia di sopportazione. La protesta di RaiSport viene derubricata a “questione interna”, mentre Usigrai denuncia comportamenti antisindacali e altre redazioni esprimono solidarietà. Un servizio pubblico che censura i comunicati sindacali durante le Olimpiadi mostra il suo vero volto: la paura di perdere il controllo.

Milano-Cortina doveva essere la vetrina dell’Italia. Sta diventando il promemoria di come questo governo tratta l’informazione: occupazione, incompetenza, silenzio. E quando i giornalisti arrivano allo sciopero, significa che la linea è stata superata da tempo.

Buon martedì.

Foto WC

L’articolo proviene da Left.it qui

Mangiaplastica, i rilievi della Corte dei Conti sul programma: fondi fermi, dati assenti e impatto marginale

La Corte dei conti lo scrive nero su bianco: il programma “Mangiaplastica” non consente di misurarne l’efficacia reale e presenta criticità tali da ridimensionarne il valore come strumento di politica ambientale. La certificazione arriva con la delibera n. 2/2026 della Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato e chiude lo spazio alla difesa politica che finora aveva liquidato le critiche come semplice polemica dell’opposizione.

Il fondo, istituito nel 2019 con il decreto Clima e finanziato con 41 milioni di euro, è entrato a regime con anni di ritardo. Il primo sportello, relativo al 2021, è l’unico formalmente concluso e registra un tasso di realizzazione del 77,5 per cento. Gli altri, dal 2022 al 2024, restano sospesi tra erogazioni lente, rendicontazioni incomplete e dati non omogenei. Per la Corte il problema è strutturale: senza informazioni comparabili e sistematiche, valutare l’impatto degli eco-compattatori sulla raccolta differenziata del PET diventa impossibile.

I fondi bloccati e la gestione amministrativa

C’è poi un dato che pesa politicamente più di altri. Revoche e rinunce hanno liberato circa 2,8 milioni di euro, pari al 7 per cento della dotazione complessiva, che l’amministrazione non ha riallocato, nonostante la presenza di istanze ammissibili rimaste escluse per esaurimento dei fondi. Risorse pubbliche ferme mentre decine di Comuni aspettavano.

Il referto contabile ridimensiona anche la narrazione dell’impatto ambientale. La raccolta selettiva del PET tramite eco-compattatori viene definita strumento complementare, con un apporto allo stato non determinante ai fini della raccolta differenziata complessiva. I quantitativi intercettati dipendono dall’uso effettivo delle macchine e dal livello di sensibilizzazione dei cittadini, due fattori che il ministero non monitora in modo strutturato. Sul piano economico, aggiunge la Corte, i benefici per i Comuni possono risultare incapaci di compensare i costi di gestione e manutenzione, lasciati interamente a carico degli enti locali.

Lo scontro politico e il nodo europeo

La fotografia alimenta lo scontro politico. Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra parlano di programma insufficiente e di fondi spesi senza una strategia industriale coerente. In Parlamento le opposizioni chiedono conto del perché il governo continui a rifinanziare una misura che la stessa magistratura contabile giudica priva di indicatori affidabili e incapace di incidere sui volumi complessivi di plastica raccolta. La mancata riallocazione delle risorse liberate è diventata, per l’opposizione, il simbolo di una gestione approssimativa travestita da transizione ecologica.

La maggioranza difende l’impianto sperimentale del “Mangiaplastica” come strumento di supporto ai Comuni, soprattutto nel Centro e nel Sud, da cui proviene oltre l’80 per cento delle domande ammesse. Anche su questo punto però la Corte avverte: senza campagne informative coordinate e sistemi di incentivazione, gli eco-compattatori rischiano di restare presenze isolate, incapaci di modificare i flussi reali dei rifiuti.

Il giudizio contabile arriva mentre l’Unione europea spinge verso modelli obbligatori di deposito cauzionale, che in diversi Paesi hanno portato i tassi di raccolta del PET oltre il 90 per cento. L’Italia resta agganciata a un programma sperimentale che intercetta quote marginali e produce dati fragili. La Corte dei conti non entra nel merito delle scelte politiche, ma mette agli atti un fatto preciso: senza correzioni profonde, il “Mangiaplastica” resta un esperimento costoso e opaco. A circolare in modo fluido, per ora, rimane solo la plastica. 

L’articolo Mangiaplastica, i rilievi della Corte dei Conti sul programma: fondi fermi, dati assenti e impatto marginale sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Olimpiadi Milano-Cortina, la Cgil denuncia: precariato e sfruttamento nei cantieri e nei servizi

La retorica dei grandi eventi promette lavoro, indotto, occasioni. Nei cantieri e nei servizi delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina, racconta la Cgil, il risultato è un altro: precarietà strutturale e sfruttamento. La denuncia arriva dai luoghi di lavoro, dai turni, dai contratti, dalle condizioni materiali. E restituisce un quadro che stride con la narrazione patinata dei Giochi.

Secondo il sindacato, il “record olimpico” è già stato battuto: dodici ore di lavoro al giorno come standard, di giorno e di notte, per mansioni diverse da quelle contrattualizzate, spesso senza adeguate tutele su salute e sicurezza. Non episodi isolati, ma una prassi che attraversa vigilanza, accoglienza, controllo accessi, cantieri edili e servizi informatici. Giovani, lavoratori maturi, migranti e cittadini italiani arruolati con contratti part-time si ritrovano a coprire funzioni multiple, esposti a stress termico e condizioni ambientali avverse, con dotazioni ridotte all’osso.

Dodici ore come standard

Il caso che ha riacceso i riflettori è la morte di un vigilante in un cantiere del Veneto, durante un turno notturno a temperature rigide. Da lì la Cgil ha rimesso in fila le criticità: catene di appalto lunghe, promesse disattese, controlli difficili. Nei siti milanesi, raccontano i rappresentanti dei lavoratori, addetti assunti come hostess e steward operano all’esterno in attività di guardiani e vigilanza non armata, senza dispositivi di protezione individuale adeguati. Le indicazioni operative arrivano via messaggio: portarsi i vestiti da casa, indossare una pettorina, evitare colori “sgargianti”. La sostanza resta invariata: turni estesi e mansioni spostate.

La responsabilità del committente è centrale. La Fondazione Milano Cortina, sottolinea il sindacato, governa scelte che incidono direttamente sulle condizioni di lavoro. Eppure la collaborazione promessa sui temi di sicurezza, contratti e regole degli appalti si è rivelata intermittente. Le imprese cambiano, subentrano nuovi soggetti, e il presidio sindacale fatica a seguire flussi e responsabilità.

Appalti opachi e sicurezza negata

Un accordo era stato costruito con l’intervento delle istituzioni locali, fissando due assi: riduzione dei subappalti a cascata e rafforzamento delle tutele su salute e sicurezza. Per rendere effettivo il controllo, ai rappresentanti confederali era stato garantito l’accesso a un portale informativo con dati su forniture, tipologie contrattuali, orari, mansioni e contratti applicati. Dopo una settimana, l’accesso è stato chiuso. I delegati possono entrare nei siti con un badge, ma senza conoscere prima cosa troveranno. Una limitazione che svuota la rappresentanza.

La “soluzione” proposta – accesso solo da un computer nella sede della Fondazione e previa firma di una malleva che vieta la diffusione delle informazioni persino alle federazioni – è stata respinta unitariamente da Cgil, Cisl e Uil. La richiesta è semplice e verificabile: piena agibilità e ripristino immediato degli strumenti di controllo. Il sospetto, dichiarato, è che il tempo venga usato come variabile organizzativa: rinviare, sapendo che l’evento è a termine e che il tavolo rischia di sciogliersi con la fine dei Giochi.

Il sindacato ha già presentato esposti all’Ispettorato del lavoro dei Carabinieri, destinati alla Procura. Nel frattempo, resta l’urgenza di tutelare lavoratori e volontari, oggi esposti a un modello che scarica il costo dell’eccezionalità sugli ultimi della filiera. Se questa è la vetrina, la medaglia d’oro l’ha vinta il precariato. E lo sfruttamento è salito sul podio senza nemmeno bisogno di un cronometro.

L’articolo Olimpiadi Milano-Cortina, la Cgil denuncia: precariato e sfruttamento nei cantieri e nei servizi sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Remigrazione e rimpatri non sono la stessa cosa: l’ambiguità lessicale su cui gioca l’estrema destra

Il 31 gennaio la proposta di legge di iniziativa popolare “Remigrazione e Riconquista” ha superato, sulla piattaforma del Ministero della Giustizia, la soglia delle 50 mila firme necessarie per essere depositata in Parlamento. Il dato politico è arrivato il giorno dopo l’annullamento della conferenza stampa che avrebbe dovuto presentare il testo alla Camera dei deputati. L’evento del 30 gennaio è saltato quando alcuni deputati delle opposizioni hanno occupato la sala stampa per impedirne lo svolgimento. «Questa è la casa della democrazia. Sarebbe stato inammissibile consentire l’ingresso di nazisti e fascisti dichiarati», aveva spiegato Angelo Bonelli, coportavoce di Europa Verde.

Il blocco ha prodotto l’effetto che i promotori cercavano: trasformare il testo in un caso politico, rivestendo l’operazione di una retorica vittimistica che parla di censura e libertà negate. È il solito copione. Prima si forza il perimetro democratico, poi ci si dichiara perseguitati quando quel perimetro reagisce.

Il punto, però, non è l’incidente di Montecitorio. Il punto è l’ambiguità lessicale su cui la proposta si regge. Remigrazione e rimpatri non hanno nulla in comune, se non l’uso strumentale della parola “ritorno” per rendere digeribile un progetto di esclusione su base identitaria.

Rimpatri: diritto amministrativo, non propaganda

Nel diritto europeo e italiano il rimpatrio è una procedura amministrativa. Riguarda cittadini di Paesi terzi privi dei requisiti per soggiornare. È disciplinato dalla direttiva 2008/115/CE e dal testo unico sull’immigrazione. Prevede valutazioni individuali, diritto al ricorso, motivazione degli atti, preferenza per la partenza volontaria. Esclude categorie specifiche come minori non accompagnati, vittime di tratta, persone in condizioni di vulnerabilità sanitaria.

Il rimpatrio interviene su una condizione giuridica, non su un’identità. Non produce categorie permanenti, non distingue tra cittadini di serie A e di serie B, non tocca la cittadinanza. È uno strumento amministrativo sottoposto a limiti e controlli, pensato proprio per evitare arbitri e automatismi.

Questo impianto giuridico viene scientemente rimosso dal discorso pubblico sulla remigrazione. Parlare di rimpatri serve a evocare legalità. Parlare di remigrazione serve a promettere espulsioni di massa senza dover pronunciare parole storicamente indigeribili.

Remigrazione: l’ideologia travestita da norma

La remigrazione non nasce nel diritto. Nasce nell’immaginario dell’estrema destra europea come risposta identitaria alla presenza migrante. Nel testo promosso in Italia il salto è esplicito. La platea non si limita agli irregolari. Comprende cittadini regolari, naturalizzati, persone giudicate non assimilate.

Il disegno è chiaro: revoca della cittadinanza, patti di allontanamento definitivo mascherati da volontari, confische patrimoniali estese, repressione delle organizzazioni che salvano vite in mare. Qui il criterio smette di essere amministrativo e diventa politico. Si costruisce una cittadinanza condizionata, revocabile, fragile. Una cittadinanza che dipende dall’origine e dalla conformità.

È un attacco frontale alla Costituzione. L’articolo 3 sull’uguaglianza viene svuotato. L’articolo 10 sugli obblighi internazionali viene aggirato. L’articolo 22, che vieta la privazione della cittadinanza per motivi politici, viene trattato come un fastidio del passato. Chi sostiene la remigrazione lo sa. E proprio per questo insiste nel confonderla con i rimpatri.

La parola “riconquista” completa l’operazione. Trasforma lavoratori, studenti, famiglie in un corpo estraneo da rimuovere. Sposta il conflitto sociale dall’economia all’identità. È una scorciatoia vecchia, efficace, pericolosa.

I dati, intanto, restano lì. Secondo le analisi del Centro Studi Emigrazione Roma, i cittadini stranieri generano circa il 9 per cento del PIL, garantiscono un saldo fiscale positivo, tengono in piedi settori cruciali come l’assistenza agli anziani, l’agricoltura, l’edilizia. La Ragioneria generale dello Stato ha indicato la necessità di un saldo migratorio positivo per la sostenibilità del sistema previdenziale. Chi invoca la remigrazione chiede consapevolmente un danno strutturale al Paese, mascherandolo da difesa nazionale.

Il passaggio parlamentare della proposta, se ci sarà, costringerà a chiamare le cose con il loro nome. I rimpatri esistono già, sono regolati, limitati, sottoposti a garanzie. La remigrazione è altro. È un progetto politico di espulsione identitaria che usa il linguaggio del diritto per legittimarsi.

Chi la sostiene mente quando la confonde con i rimpatri. Mente sapendo di mentire. E lo fa perché senza quell’equivoco la proposta resterebbe per ciò che è: una sfida aperta all’ordinamento costituzionale e alla democrazia repubblicana.

L’articolo Remigrazione e rimpatri non sono la stessa cosa: l’ambiguità lessicale su cui gioca l’estrema destra sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

La tregua a Gaza dietro a un cancello

Rafah funziona a intermittenza. Due giorni di stop, poi un varco contingentato, poi di nuovo l’attesa. Le evacuazioni sanitarie passano “a tranche”, poche decine alla volta, mentre migliaia restano in lista. La tregua si misura così: con un cancello che decide chi respira e chi aspetta. È il quadro degli ultimi tre giorni, raccontato dalle agenzie e confermato sul terreno, dove l’uscita dalla Striscia resta un’eccezione amministrativa, non un diritto.

Dentro questa cornice tornano i colpi “di contorno”. Fuoco su tende di sfollati a est di Gaza City. Un ventenne ucciso a Deir al-Balah. Segnalazioni di spari nel nord per il superamento di una linea “gialla” che cambia di giorno in giorno. Episodi presentati come incidenti, poi sommati in bollettino. La parola tregua resta in alto, la pratica resta bassa. E intanto l’imbuto sanitario si stringe: feriti cronici, dialisi, oncologici che dipendono da una finestra di poche ore.

Sullo sfondo, la pace entra in calendario. A Washington prende forma un Board of Peace, investimenti annunciati, fase due, tavolo arabo. La diplomazia come evento, con date e foto. In Europa si discutono compatibilità statutarie, mentre sul terreno la normalità viene rinviata. La distanza tra i comunicati e i varchi è tutta qui.

Il controcampo è la Cisgiordania. Raid notturni nei villaggi, case perquisite, giovani presi di mira. L’Unione europea annuncia fondi a UNRWA per Gaza e Cisgiordania insieme, riconoscendo che la linea è una sola anche quando si finge di spezzarla. Le famiglie dormono in abitazioni danneggiate, nella paura, mentre le operazioni “di sicurezza” producono paura come effetto collaterale.

Rafah che apre e chiude, tende colpite, villaggi rastrellati, tavoli di pace apparecchiati. Negli ultimi tre giorni il conflitto ha mostrato la sua grammatica: la tregua come parola, la violenza come procedura, l’uscita come concessione. Finché questa resta la sintassi, ogni annuncio suona come un titolo senza testo.

L’articolo La tregua a Gaza dietro a un cancello sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui