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Il Viminale riscopre la colpa per prossimità

Se l’infantile e sbagliato assioma di Matteo Piantedosi sui manifestanti di Torino avesse un benché minimo fondamento il mondo sarebbe semplicissimo da leggere, quasi comodo. Dice il ministro dell’Interno che sfilare nelle strade della città per contestare e ribellarsi al governo liberticida di cui fa parte significhi “essere scudo dei violenti”, e quindi pari a loro. 

Teniamo la lente in mano. Quindi chi sta in un partito che ha fatto scomparire 49 milioni di euro sarebbe scudo e connivente dei ladri. Chi è tesserato per un partito con condannati per mafia in via definitiva sarebbe un copri-picciotti con il colletto bianco. Chi siede in un Consiglio dei ministri con un’accusata di truffa allo Stato sarebbe un nemico della Patria. Chi sta in un partito fondato da un pregiudicato per frode fiscale e un condannato per mafia sarebbe un pericolo per la democrazia. 

Anzi, a ben vedere, chi stringe le mani (e addirittura si fotografa) con un presidente ricercato dalla Corte penale internazionale sarebbe corresponsabile di un genocidio. Chi accetta di ospitare i gaglioffi americani dell’ICE sarebbe un coimputato, seppur morale, per l’omicidio di due cittadini americani. E poi ancora: chi scrive su un giornale fondato da un agente infiltrato e prezzolato della CIA sarebbe corresponsabile di guerra ibrida. Chi governa con l’appoggio di qualche sgangherata truppa fascista sarebbe lo scudo dell’occupazione abusiva di un palazzo storico romano. E così via, all’infinito, tutti dentro una merda che potrebbe spandersi in lungo e largo in tutti i campi, in tutto il Paese. 

Buon giovedì. 

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Recessione democratica globale: il rapporto Human Rights Watch 2026 dagli Stati Uniti al caso Italia

Anno nuovo e sempre meno diritti. Il World Report 2026 di Human Rights Watch (HRW) fotografa un mondo che arretra sul terreno dei diritti mentre continua a proclamarsi democratico. Human Rights Watch è un’organizzazione internazionale indipendente che documenta violazioni dei diritti umani sulla base di ricerche sul campo, atti ufficiali e analisi giuridiche.

Il filo che attraversa il rapporto è quello che l’organizzazione definisce una “recessione democratica”: elezioni che continuano a celebrarsi, istituzioni che restano formalmente in piedi, ma diritti civili, libertà fondamentali e garanzie giuridiche progressivamente svuotati. A fare da apripista, secondo HRW, sono gli Stati Uniti di Donald Trump, tornati a esercitare un’influenza globale che legittima pratiche autoritarie e normalizza l’abuso come strumento di governo.

La recessione democratica come metodo di governo

Il rapporto ricostruisce come l’amministrazione Trump abbia attaccato frontalmente il sistema multilaterale dei diritti umani. Le sanzioni contro giudici e procuratori della Corte penale internazionale impegnati sulle indagini per Gaza, il boicottaggio degli organismi Onu, la politicizzazione dei report ufficiali sui diritti umani e l’uso disinvolto della forza contro migranti e oppositori interni vengono indicati come elementi di una strategia coerente. Non episodi isolati, ma un messaggio politico: le regole valgono finché servono. Quando diventano un vincolo, si aggirano o si delegittimano.

Questo clima, osserva HRW, ha effetti a catena. Governi autoritari trovano una copertura internazionale, mentre democrazie formali adottano pratiche di compressione dei diritti presentandole come risposte tecniche a problemi di sicurezza, migrazione o ordine pubblico. L’Europa, in questo quadro, appare sempre meno come un argine. Le politiche di esternalizzazione delle frontiere, la criminalizzazione della solidarietà, l’espansione dei poteri di polizia e la riduzione degli spazi di protesta vengono descritte come una tendenza continentale, accelerata dal nuovo Patto europeo su migrazione e asilo.

Il rapporto e il capitolo Italia

Dentro questo scenario si colloca il capitolo italiano, che Human Rights Watch tratta come uno dei casi più avanzati di adattamento nazionale alla recessione democratica. L’Italia viene descritta come un Paese che “ha adottato un approccio repressivo nel controllo della migrazione, detenendo in Albania persone in attesa di rimpatrio e ostacolando le operazioni umanitarie di soccorso in mare”, accettando frizioni crescenti con il diritto internazionale come nel caso in cui “ha apertamente ignorato il mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale per un funzionario libico (Almasri, ndr) accusato di crimini contro l’umanità”.

Il modello dei centri in Albania, prima concepiti per l’esame delle domande d’asilo e poi riconvertiti in strutture di detenzione per persone già destinatarie di espulsione, è indicato come esempio emblematico. I ripetuti stop dei tribunali italiani, le riserve del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e la sentenza della Corte di giustizia Ue che certifica l’inadempienza italiana sugli standard d’asilo non modificano l’impianto politico della misura.

Il rapporto insiste anche sulla continuità della cooperazione con la Libia, rinnovata automaticamente nonostante le violazioni documentate nei centri di detenzione e gli episodi di violenza in mare.

Sicurezza, controllo e svuotamento delle garanzie

Sul piano interno, Human Rights Watch conclude il rapporto con una valutazione sullo Stato di diritto, nel quale segnala un rafforzamento dell’approccio securitario che travalica il tema migratorio. ll decreto sicurezza, convertito in legge a giugno, “inasprisce le pene per la partecipazione a manifestazioni non autorizzate, introduce il reato di rivolta per le proteste nelle carceri, nei centri di detenzione e nei centri di accoglienza per migranti (anche attraverso la resistenza passiva agli ordini o alle regole), e prevede nuove aggravanti per i reati di violenza, minaccia o resistenza a un pubblico ufficiale”.

Nel quadro tracciato da Human Rights Watch, l’Italia non appare come un’eccezione, ma come un Paese che sperimenta, anticipa e rende praticabili scelte che altrove restano oggetto di dibattito. La recessione democratica, suggerisce il rapporto, non arriva con i carri armati o con la sospensione delle elezioni. Avanza per accumulo di atti amministrativi, decreti, accordi bilaterali e silenzi istituzionali. Ed è proprio in questa normalità operativa che, oggi, si misura la sua pericolosità.

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Olimpiadi Milano-Cortina, la cabinovia “imprescindibile” che non c’è: 35 milioni spesi e mobilità nel caos

La chiamavano “imprescindibile”. La cabinovia Apollonio-Socrepes doveva reggere l’intero sistema di mobilità olimpica di Cortina, assorbire i flussi, evitare il collasso della valle, diventare la prova che l’eccezione olimpica serviva a qualcosa. Ma a un giorno dall’apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, quell’impianto non c’è. In compenso, il conto è arrivato per intero: 35 milioni di euro.
L’opera chiave che salta

La vicenda è ormai certificata anche nei documenti interni. La cabinovia non entrerà in funzione in tempo utile per le gare, salvo ipotesi residuali e parziali legate a singoli eventi. Il responsabile operativo dei Giochi lo ha messo nero su bianco: il venir meno dell’impianto genera rilevantissime criticità organizzative, con effetti diretti sulla sicurezza, sulla gestione dei flussi e sulla tenuta complessiva del sistema. È la presa d’atto formale di un fallimento annunciato.

L’impianto avrebbe dovuto collegare il centro di Cortina alle aree di gara, funzionando come una metropolitana di montagna in una valle priva di ferrovia. Al suo posto arriva il “Piano B”: navette, mega-parcheggi, limitazioni alla circolazione privata e una richiesta che pesa come un atto d’accusa, la chiusura delle scuole secondarie nei giorni delle gare femminili di sci alpino. La soluzione tampone diventa così un costo sociale scaricato sulla comunità locale, chiamata a compensare un’infrastruttura che non c’è.

Ieri però la richiesta della Fondazione Milano-Cortina è stata rispedita al mittente dal Tavolo sulla sicurezza e l’ordine pubblico. L’istituto omnicomprensivo Ampezzo Cadore resterà aperto e farà lezione regolarmente.

Fino a pochi giorni prima, la stazione appaltante Simico aveva continuato a rassicurare sul rispetto del cronoprogramma. Il commissario straordinario Fabio Massimo Saldini parlava di lavori in linea con le previsioni. Il 28 gennaio, una comunicazione interna costringe la Fondazione Milano-Cortina a cambiare piano e a correre ai ripari. Ne nasce uno scontro istituzionale, con Simico che rivendica una competenza limitata alle opere fisse e respinge ogni responsabilità sulla logistica, definendo estranei al proprio perimetro temi come la chiusura delle scuole o la gestione dei volontari.

Trentacinque milioni per un’assenza

Il dato economico resta quando il resto si sfalda. L’appalto della cabinovia parte da una base di 22 milioni di euro. Nell’agosto 2025 sale a 28 milioni, ufficialmente per integrare monitoraggi geotecnici e prescrizioni ambientali. A febbraio 2026 arriva la stima finale: 35 milioni, un aumento di circa il 60 per cento. L’incremento viene collegato alle criticità del tracciato e agli interventi d’urgenza resi necessari dal cedimento del terreno nell’area di Mortisa, dove durante i lavori si è aperto un cratere di quindici metri. Problemi geologici noti da tempo, sottovalutati nella fase di progettazione.

A pochi giorni dalle gare, l’impianto non ha ancora ottenuto l’omologazione per il trasporto pubblico. L’ipotesi più realistica è un utilizzo posticipato, forse in occasione delle Paralimpiadi. Nel frattempo, l’opera simbolo della mobilità sostenibile olimpica resta inutilizzabile, mentre il sistema viario della valle del Boite si prepara a reggere flussi straordinari con strumenti ordinari.

Il quadro generale delle opere conferma che il caso Socrepes non è un’eccezione. Su 98 interventi previsti dal piano commissariale, solo 40 risultano conclusi; 29 sono ancora in esecuzione, 27 in progettazione, 2 in gara. Le infrastrutture considerate essenziali hanno viaggiato a lungo sotto il 20 per cento di completamento, costringendo a consegne in extremis e test ridotti al minimo.

La cabinovia da 35 milioni che non c’è diventa così una sintesi del modello Milano-Cortina: opere dichiarate irrinunciabili, tempi compressi, costi che lievitano, responsabilità che si disperdono. Alla fine resta una certezza aritmetica e una domanda politica aperta: chi doveva garantire che quell’impianto fosse davvero necessario e davvero pronto?

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Fine del segreto in busta paga: in arrivo il decreto

Ci siamo. Il Consiglio dei ministri si prepara a varare il decreto che recepisce la direttiva europea 2023/970 sulla trasparenza salariale. Il termine imposto da Bruxelles è il 7 giugno 2026. Il testo arriva dopo mesi di confronto tecnico e politico e interviene su un terreno che in Italia resta opaco: la costruzione degli stipendi, la distribuzione dei premi, le progressioni di carriera. La cornice è quella della parità retributiva tra uomini e donne per lavori di pari valore, principio scritto da decenni nei trattati europei e ancora distante dalla realtà dei redditi.

I dati elaborati da Istat e Inps mostrano che il divario retributivo esplode quando si osservano i redditi annui complessivi e le carriere. Nei comparti manifatturieri la distanza supera il 20 per cento, nel commercio arriva al 23,7, nelle attività finanziarie oltrepassa il 32. Una forbice che resiste anche a parità di ruolo e anzianità e che trova terreno fertile nella segretezza salariale, nella discrezionalità dei superminimi e nella parte variabile delle retribuzioni. Il decreto prova a intervenire su questi meccanismi spostando l’asse dalla repressione ex post alla prevenzione strutturale.

Dalla selezione al rapporto di lavoro: come cambia la trasparenza in busta paga

La prima frattura riguarda il reclutamento. Le offerte di lavoro dovranno indicare la retribuzione prevista o almeno la fascia salariale. Ai candidati non potrà essere chiesto lo storico retributivo. La logica è chiara: impedire che disuguaglianze accumulate nel tempo continuino a trasferirsi da un impiego all’altro. La direttiva europea impone anche un linguaggio neutro negli annunci e criteri di determinazione della paga fondati su parametri oggettivi.

Durante il rapporto di lavoro, il decreto riconosce a lavoratrici e lavoratori un diritto di accesso alle informazioni senza precedenti nel sistema italiano. Su richiesta scritta, il datore di lavoro dovrà fornire entro due mesi i livelli retributivi medi della categoria di appartenenza, disaggregati per genere. I dati restano aggregati, ma sufficienti a rendere visibile lo scostamento. Cade anche il divieto informale di parlare di stipendio: le clausole di riservatezza diventano inefficaci quando ostacolano la trasparenza retributiva.

Report, soglia del 5 per cento e responsabilità delle imprese

Il cuore del decreto sta negli obblighi di rendicontazione. Le imprese con più di 250 dipendenti dovranno pubblicare ogni anno un report completo sul divario retributivo di genere. Per quelle tra 150 e 249 dipendenti la cadenza sarà triennale, mentre gli obblighi per le realtà sotto i 100 addetti scatteranno più avanti, con forme semplificate. Se dal report emerge un divario superiore al 5 per cento privo di giustificazioni oggettive, l’azienda è tenuta ad avviare una valutazione congiunta con le rappresentanze sindacali e a definire un piano correttivo con tempi certi.

Il sistema sanzionatorio accompagna il meccanismo di trasparenza. Le multe per l’omissione degli obblighi informativi possono arrivare a diverse migliaia di euro, con importi parametrati alla dimensione aziendale. Nei casi più gravi è prevista la sospensione temporanea di incentivi e agevolazioni pubbliche. Il passaggio più delicato riguarda l’inversione dell’onere della prova: quando l’azienda non rispetta gli obblighi di trasparenza, spetta al datore di lavoro dimostrare in giudizio l’assenza di discriminazioni.

Sul piano politico il decreto è il risultato di una mediazione complessa. Il Ministero del Lavoro ha convocato 43 sigle tra sindacati e associazioni datoriali. La contrattazione collettiva viene indicata come perno per definire cosa sia un lavoro di pari valore e per governare la parte variabile dei salari. Restano aperti ancora i nodi delle piccole imprese, della tutela della privacy nei contesti con organici ridotti e delle capacità di controllo dell’Ispettorato del lavoro.

La trasparenza salariale entra così nel mercato del lavoro italiano come obbligo giuridico e test politico. Ma non è tutto così facile: la sua efficacia dipenderà dall’attuazione concreta, dalle risorse di vigilanza e dalla volontà di rendere visibili criteri che per anni sono rimasti chiusi nelle buste paga. E su questo in molti nutrono dei dubbi. 

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Doppia emergenza a Gaza, umanitaria e sanitaria

A Rafah anche oggi si entra e si esce a ore, Le evacuazioni mediche previste sono state annullate all’ultimo momento, con i pazienti già pronti e le ambulanze in attesa. Il collasso funziona così: la sopravvivenza diventa un permesso revocabile. 

L’Organizzazione mondiale della sanità parla di oltre 18.500 persone nella Striscia che necessitano di cure specialistiche indisponibili sul territorio. Il numero resta fermo mentre i giorni scorrono e le finestre di uscita si chiudono. 

Nelle stesse ore, lungo la Linea Gialla nel nord della Striscia, colpi d’arma da fuoco feriscono gravemente un riservista israeliano. La risposta è immediata: carri armati, raid aerei, bombardamenti. Il ministero della Salute di Gaza aggiorna il bilancio: almeno ventuno morti. Le agenzie annotano che la fonte non distingue tra civili e combattenti.

Da Gaza arriva anche la voce del parroco della Sacra Famiglia, Gabriel Romanelli. Parla di una crisi umanitaria e sanitaria senza precedenti e avverte che l’idea di un conflitto in esaurimento è una rappresentazione lontana dalla realtà quotidiana.

Intanto, in Cisgiordania, il governo israeliano accelera su un altro fronte. Il ministro della Difesa Israel Katz annuncia l’avanzamento della legalizzazione di 140 avamposti agricoli, con il sostegno di Netanyahu e Smotrich. Terra occupata che diventa autorizzata, violenza coloniale trasformata in atto amministrativo.

E mentre sul terreno si decide chi può curarsi e chi perde casa, in Italia il dibattito scivola sulla punizione simbolica. Il senatore Maurizio Gasparri annuncia un’interrogazione contro Francesca Albanese per la sua iniziativa su Gaza alla Camera. Qui il confine si stringe sulle parole, là sui corpi. Il meccanismo resta riconoscibile.

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Cinque minuti di propaganda: Vespa cancella i fatti e distribuisce colpe

Quei cinque minuti dicono molto più di quanto sembrino. Dicono cosa diventa il servizio pubblico quando smette di fare domande e comincia a distribuire colpe. A “Cinque minuti”, Bruno Vespa trasforma un’intervista ad Angelo Bonelli in un processo sommario: la violenza di Torino diventa una clava retorica, la complessità scompare, la distinzione tra chi manifesta e chi devasta viene azzerata.

Lo segnala con parole nette Roberto Natale, consigliere Rai, parlando di “livorosa faziosità” e di assenza totale di volontà nel ricostruire i fatti nel loro svolgimento reale. È un’accusa pesante perché chiama in causa il cuore del mandato del servizio pubblico: informare, contestualizzare, evitare scorciatoie. Qui accade l’opposto. Si insinua una corresponsabilità politica per semplice contiguità, si forza il nesso tra libertà di manifestare e violenza, si alza la voce per chiudere il campo.

Il risultato è una narrazione che oscura la realtà. A Torino decine di migliaia di persone hanno manifestato pacificamente; alcune migliaia si sono infiltrate e hanno provocato violenze da condannare. Quel dato sparisce. Resta l’equazione utile a chi governa e prepara nuove strette sul diritto di dissentire. Quando il conduttore si fa megafono di quella linea, il danno supera il singolo format: scredita la Rai e allontana pubblico verso altre fonti, come avverte Natale.

Non è una questione di toni o di stili televisivi. È una questione di metodo e responsabilità. In cinque minuti si può scegliere di fare giornalismo o propaganda. Qui la scelta è stata evidente. E il servizio pubblico, ancora una volta, paga il prezzo di una scorciatoia che scambia il contraddittorio con l’accusa.

Buon mercoledì.

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Sanità, l’analisi Gimbe sulle liste d’attesa: il decreto che doveva risolvere tutto non ha risolto nulla. Ecco perché

Diciotto mesi dopo la conversione in legge del decreto sulle liste d’attesa, il bilancio resta fermo. I cittadini continuano ad aspettare, a pagare di tasca propria o a rinunciare alle cure. I risultati concreti promessi dal governo restano sulla carta. È la fotografia chiara che emerge dall’ultima analisi della Fondazione Gimbe, che ha monitorato lo stato di attuazione del DL 73/2024 e il funzionamento della Piattaforma nazionale delle liste d’attesa sui dati del 2025.

La piattaforma raccoglie quasi 57,8 milioni di prestazioni erogate in un anno tra visite specialistiche ed esami diagnostici. Un volume imponente, che avrebbe dovuto restituire trasparenza e consentire ai cittadini di capire dove e perché il sistema si inceppa. Invece i dati pubblicati restano aggregati a livello nazionale, privi di qualsiasi dettaglio regionale, aziendale o per singola prestazione. Nessuna distinzione tra pubblico e privato accreditato, nessuna fotografia delle differenze territoriali. In pratica, uno strumento che osserva molto ma spiega poco.

I decreti mancanti e la macchina bloccata

Il cuore del problema resta normativo. A oggi risultano adottati solo quattro dei sei decreti attuativi previsti dalla legge. Mancano ancora quelli decisivi: la metodologia per stimare il fabbisogno di personale del Servizio sanitario nazionale e le linee di indirizzo per la gestione delle prenotazioni e delle disdette nei Cup. Due snodi essenziali per intervenire sulle liste. Senza quei provvedimenti, il sistema continua a funzionare con le stesse fragilità strutturali di prima, mentre le rassicurazioni istituzionali si accumulano senza produrre effetti misurabili.

Nel frattempo la piattaforma resta ferma alla versione iniziale, nonostante annunci ripetuti di aggiornamenti mai arrivati. Solo a gennaio 2026 è stato pubblicato il decreto che ripartisce alle Regioni oltre 27 milioni di euro per realizzare l’infrastruttura informatica necessaria all’interoperabilità dei sistemi. Un ritardo che ha azzerato le tempistiche promesse e rimesso il contatore a zero.

Indicatori opachi, diritti invisibili

Il monitoraggio dei tempi di attesa viene restituito attraverso mediane e quartili, indicatori tecnici che escludono sistematicamente il 25 per cento delle prenotazioni con le attese più lunghe. Un metodo che attenua l’impatto reale dei ritardi e rende difficile capire se i tempi massimi garantiti vengano rispettati. La conseguenza è una “coda invisibile” di pazienti che resta fuori dal racconto ufficiale.

Gli esempi analizzati da Gimbe parlano chiaro: per prestazioni molto diffuse come la prima visita oculistica o l’ecografia dell’addome completo, una quota consistente di cittadini attende ben oltre i limiti previsti, con punte che arrivano a diversi mesi. In quel tempo sospeso si collocano le rinunce alle cure e l’aumento della spesa privata, confermato anche dai dati Istat: nel 2024 quasi 5,8 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria.

L’intramoenia come scorciatoia strutturale

Un altro dato pesa come un macigno. Dalla differenza tra le prenotazioni totali e quelle considerate per il rispetto dei tempi emerge una stima: circa il 30 per cento delle prestazioni viene erogato in intramoenia. Una quota stabile, che indica come la libera professione resti una valvola di sfogo sistemica per aggirare le attese, spostando il costo sulle famiglie.

La piattaforma, però, non offre alcun supporto informativo ai cittadini quando i tempi garantiti vengono superati. Nessuna indicazione su tutele, segnalazioni o percorsi alternativi. Il diritto alla salute resta formalmente riconosciuto, ma privo di strumenti operativi per essere esercitato.

Il decreto sulle liste d’attesa nasceva come risposta urgente a un’emergenza cronica. A distanza di un anno e mezzo, il ritardo normativo e quello tecnologico raccontano un fallimento che in molti avevano previsto. Le liste del resto sono il sintomo di un indebolimento progressivo del Servizio sanitario nazionale, aggravato dalla carenza di personale e dall’assenza di riforme organizzative incisive e da una digitalizzazione incompleta. Intanto, l’attesa continua a trasformarsi in esclusione silenziosa, con costi sanitari ed economici scaricati sui cittadini. Fino alla prossima promessa. 

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Ponte sullo Stretto, perché i fondi “intoccabili” di cui parla Salvini in realtà si possono utilizzare per altri interventi

Matteo Salvini continua a ripetere che i fondi del Ponte sullo Stretto “non si toccano”, che spostarli sarebbe impossibile, che la legge lo vieta. È una frase semplice, ripetuta con sicurezza. Ma è vero?

Il finanziamento del Ponte poggia in larga parte sul Fondo sviluppo e coesione 2021-2027, lo strumento con cui lo Stato dovrebbe ridurre i divari territoriali. Un fondo pluriennale, programmabile, appositamente costruito per essere adattato alle priorità. La sua architettura prevede risorse che diventano rigide solo quando maturano obbligazioni giuridicamente vincolanti. Sul Ponte questo passaggio risulta ancora centrale nel racconto politico, molto meno nei fatti.

La flessibilità che lo Stato ha già usato

Negli ultimi anni lo Stato ha spostato fondi FSC più volte. Durante la pandemia per sostenere sanità e imprese. Nel 2022 e nel 2023 per compensare l’aumento dei costi delle materie prime. Dopo l’alluvione in Emilia-Romagna per finanziare interventi urgenti di messa in sicurezza. Nel 2025 la stessa Regione Siciliana ha rimodulato risorse di coesione per rispondere a eventi calamitosi. Tutto attraverso atti formali, delibere, variazioni di bilancio. Nessuna forzatura. Nessuna eccezione.

Anche il Ponte ha già beneficiato di questa elasticità. Nel 2023 un emendamento alla manovra ha ridotto il contributo diretto dello Stato, compensando con un prelievo di circa 1,6 miliardi dalle quote FSC di Sicilia e Calabria, oltre a risorse ministeriali destinate al Mezzogiorno. È il punto che smonta l’intera narrazione dell’intoccabilità: se i fondi territorializzati sono stati spostati per finanziare l’opera, la reversibilità esiste. Ed è stata esercitata.

La cornice giuridica resta quella ordinaria. Il FSC nasce nel decreto legislativo 88/2011, viene rifinanziato e rimodulato con le leggi di bilancio, entra nel ciclo attuale con gli stanziamenti impostati dalla legge 178/2020. Con il decreto-legge 124/2023 arrivano gli Accordi per la coesione, che legano risorse e cronoprogrammi, lasciando aperture esplicite alle variazioni quando emergono priorità sopravvenute o calamità. Il meccanismo passa dal CIPESS: lo stesso circuito che ha già deliberato rimodulazioni per adeguamenti e riallocazioni. 

I fondi tolti alla Sicilia e l’ordine delle priorità

C’è poi un passaggio che Salvini evita accuratamente. I fondi del Ponte, per oltre un miliardo, arrivano da risorse sottratte alla Sicilia. Erano destinate a interventi diffusi: manutenzione, messa in sicurezza idrogeologica, reti stradali e ferroviarie interne. Sono state concentrate su un’unica opera. Dire che “non si possono togliere soldi ai siciliani per aiutare i siciliani” significa cancellare questa cronologia.

Nel frattempo l’iter del Ponte continua a rallentare. Rilievi della Corte dei conti, atti aggiuntivi contestati, slittamenti continui. Nella manovra per il 2026 il governo ha rinviato centinaia di milioni agli anni successivi proprio per l’assenza di impegni perfezionati. Risorse iscritte a bilancio ma ancora nella fase della prenotazione.

Il quadro è semplice e chiaro. La normativa consente la rimodulazione. La prassi dello Stato la conferma. Il governo l’ha già praticata quando serviva al Ponte. L’impossibilità evocata dal ministro risulta priva di base normativa. Solo che questa volta a farne le spese sono i cittadini che continuano a essere in emergenza nonostante l’emergenza sia già scomparsa dalle prime pagine dei giornali. Sullo sfondo resta una scelta politica consapevole: difendere un simbolo, anche mentre il territorio chiede messa in sicurezza. Salvini parla di vincoli. I documenti raccontano un’altra storia. 

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A Gaza la tregua nuoce alla salute

A Gaza la sanità diventa un atto amministrativo. Israele annuncia lo stop alle operazioni di Medici Senza Frontiere e lo fa invocando una richiesta di elenchi del personale palestinese. MSF risponde parlando di sicurezza violata e di un pretesto per bloccare l’assistenza. Il risultato è concreto: reparti che chiudono, équipe che si fermano, emergenze che restano scoperte. La cura entra nel perimetro del permesso.

Francesca Albanese lo scrive senza ambiguità: creare “condizioni di vita” significa anche smantellare l’infrastruttura medica, fino ai servizi d’emergenza. A Gaza questa formula prende corpo. Ospedali colpiti, ambulanze fermate, ora una ONG medica espulsa con un atto burocratico. La guerra prosegue quando finisce il bombardamento.

Nelle stesse ore, da Madrid arriva una richiesta ufficiale di ritiro del provvedimento: l’attività di MSF viene definita essenziale per salvare vite a Gaza e in Cisgiordania. La risposta internazionale resta confinata alle parole, mentre sul terreno la medicina diventa sospetta per definizione. Chi cura viene trattato come parte del problema.

Poi c’è l’altro gesto, più politico e altrettanto rivelatore. L’ufficio del primo ministro israeliano dichiara che Israele rifiuta l’uso di simboli dell’Autorità Palestinese e che la PA resterà fuori dall’amministrazione di Gaza. Si discute di un logo mentre si decide chi può esistere come interlocutore. Anche qui il controllo passa dai segni: nomi, liste, emblemi.

Oggi, a Roma, il rapporto di Albanese arriva alla Camera e scatena reazioni di rigetto nella maggioranza. Stesso copione, latitudine diversa: delegittimare chi descrive i fatti mentre si restringe lo spazio della vita. A Gaza la sanità viene autorizzata, la politica viene simbolizzata, l’esistenza viene regolata. È una gestione per sottrazione, dove perfino curare diventa una concessione.

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Trump, le sei politiche discriminatorie degli Usa e le inquietanti convergenze di metodo con l’Italia

C’è una linea che attraversa l’Atlantico e tiene insieme Washington e Roma. Non passa dai proclami ma dagli atti amministrativi, dai tagli selettivi, dalle parole chiave ripetute come giustificazione. L’Economic Policy Institute, in un’analisi firmata da Ismael Cid-Martinez e Valerie Wilson, ha messo in fila sei azioni dell’amministrazione Donald Trump che colpiscono in modo diretto e sistemico le minoranze negli Stati Uniti. Letta in controluce, quella lista racconta molto anche dell’Italia di oggi.

Sei azioni, un metodo

La prima riguarda il lavoro. L’amministrazione Trump ha indebolito gli strumenti federali che servivano a far rispettare il Titolo VII del Civil Rights Act del 1964. La Equal Employment Opportunity Commission è stata svuotata di personale e dati, l’Office of Federal Contract Compliance Programs ridotto all’irrilevanza. Il risultato è semplice: discriminare sul lavoro diventa più facile, soprattutto per chi ha contratti fragili o dipende dagli appalti pubblici. L’Epi parla di un arretramento di sessant’anni. In Italia, la discussione ricorrente sull’abrogazione o sul ridimensionamento della legge Mancino e il controllo politico sull’Unar raccontano una stessa diffidenza verso l’idea che lo Stato debba vigilare sulle discriminazioni.

La seconda azione colpisce l’istruzione. Trump ha sabotato l’accesso equo all’università, smantellando il Dipartimento dell’Istruzione e attaccando i programmi di diversità, equità e inclusione. L’Epi segnala anche le restrizioni verso studenti nati all’estero, fino alla minaccia di esclusione da atenei come Harvard. In Italia, il lessico è diverso ma il meccanismo converge: centralità del “merito” sganciato dalle condizioni di partenza, proposte di tetti alla presenza di alunni stranieri, retorica disciplinare che colpisce soprattutto chi parte svantaggiato.

La terza azione riguarda l’economia delle minoranze. Negli Stati Uniti è stata di fatto eliminata la Minority Business Development Agency, creata nel 1969 per sostenere le imprese di proprietà di neri e latinos nell’accesso al credito e ai contratti. L’Epi parla di “omicidio istituzionale” rallentato solo dai tribunali. In Italia non esiste un’agenzia analoga e la politica industriale resta cieca rispetto all’imprenditoria migrante, mentre cresce una narrazione identitaria sul “made in Italy” che esclude chi non rientra nel perimetro simbolico della nazione.

La quarta azione passa dal cibo. Il Congresso a maggioranza repubblicana ha tagliato il Supplemental Nutrition Assistance Program, 230 miliardi di dollari in dieci anni. A fine 2024 il programma sosteneva oltre 42 milioni di persone, con una quota altissima di famiglie nere e native. L’Epi documenta l’impatto sproporzionato su chi già vive sotto la soglia di povertà. In Italia, l’abolizione del Reddito di cittadinanza e i requisiti più rigidi dell’Assegno di inclusione hanno prodotto l’esclusione di centinaia di migliaia di persone, molte delle quali straniere o lavoratori poveri.

La quinta azione riguarda la sanità. Trump ha ridotto i fondi a Medicaid e al programma sanitario per l’infanzia, preparando quello che l’Epi definisce una futura crisi di salute pubblica. I tagli ai Centers for Disease Control e ai National Institutes of Health colpiscono anche la ricerca sulle disuguaglianze razziali. In Italia, il definanziamento reale del Servizio sanitario nazionale, certificato dai dati Gimbe, produce un effetto territorialmente e socialmente selettivo: chi ha meno risorse rinuncia alle cure.

La sesta azione è ideologica ma produce effetti materiali. L’amministrazione Trump ha legittimato la teoria della “discriminazione inversa”, presentando le tutele per le minoranze come un attacco alla maggioranza bianca. È la cornice che rende accettabili tutte le altre misure.

L’eco italiana

Qui la distanza si riduce. In Italia, la retorica del “razzismo anti-italiano”, le evocazioni della “sostituzione etnica”, la criminalizzazione dei poveri e dei migranti svolgono la stessa funzione. Trasformano politiche di taglio e di esclusione in atti di autodifesa nazionale. L’analisi dell’Epi descrive un progetto coerente: smantellare le conquiste del movimento per i diritti civili senza dirlo apertamente, usando leve amministrative, bilanci, criteri di accesso. La comparazione con l’Italia mostra una convergenza di metodo, prima ancora che di contenuti.

Negli Stati Uniti come in Italia, il punto è l’accumulo. Lavoro, scuola, impresa, cibo, sanità, linguaggio pubblico. Ogni tassello sposta il confine di ciò che viene considerato normale. Quando la protezione delle minoranze diventa un fastidio ideologico, l’uguaglianza smette di essere un principio e diventa una concessione revocabile. È questo il filo che lega Washington a Roma.

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