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Trump perde terreno: Texas ribelle, sondaggi in calo e prime crepe nel consenso

I segnali arrivano dal luogo che più di ogni altro aveva certificato la solidità del consenso trumpiano. Il Texas, bastione elettorale e simbolico del 2024, restituisce due risultati che incrinano la rappresentazione di un Paese compatto dietro la Casa Bianca. Nelle elezioni speciali di gennaio, in distretti considerati politicamente blindati, i repubblicani cedono seggi rilevanti. Il dato pesa per ciò che indica prima ancora che per l’aritmetica parlamentare e apre una crepa nel racconto dell’egemonia presidenziale.

Nel nono distretto del Senato statale, Taylor Rehmet supera Leigh Wambsganss, candidata sostenuta apertamente dal presidente. Il distretto aveva premiato Donald Trump con un margine di 17 punti alle presidenziali. A Houston, Christian Menefee conquista il seggio federale rimasto vacante dopo la morte di Sylvester Turner, rafforzando una componente democratica che costruisce la propria identità politica sul conflitto diretto con le politiche migratorie federali. Alla Camera, la maggioranza repubblicana scende a 218 contro 214. Ogni voto diventa una verifica di tenuta.

Il Texas come laboratorio politico

Il valore delle due vittorie va al di là della dimensione locale. Le campagne elettorali intercettano un clima di tensione crescente attorno all’operato dell’ICE e della Border Patrol, finite al centro di accuse per abusi e uso arbitrario della forza. A Minneapolis, in Minnesota, l’uccisione dei due cittadini americani, Renée Good e Alex Pretti, da parte di agenti federali ha aperto una crisi di legittimità che travalica i confini statali. I video diffusi dai testimoni incrinano la ricostruzione governativa e continuano ad alimentare una mobilitazione diffusa.

Le proteste hanno portato in strada centinaia di migliaia di persone, nonostante le temperature estreme. A New York il termometro segna meno dieci gradi, a Minneapolis meno diciassette. Un dettaglio che è un importante dato politico: la partecipazione regge anche quando il costo fisico cresce. Le dichiarazioni di Trump su un presunto sostegno popolare alle agenzie federali sono poca cosa rispetto alla realtà delle piazze e delle urne. In molte città, reti civiche spontanee monitorano l’operato degli agenti e documentano gli interventi con telefoni e telecamere, e così ogni arresto si trasforma in un atto pubblico.

Consenso in ritirata e corti federali

Il logoramento emerge con chiarezza anche dai sondaggi. Secondo il Pew Research Center, il 61 per cento degli americani boccia l’azione dell’amministrazione. Ancora più significativo il giudizio sulla capacità di governo: il 52 per cento degli intervistati ritiene Trump privo delle condizioni mentali per guidare il Paese. Tra gli elettori repubblicani, la fiducia sull’idoneità scende dal 75 al 66 per cento in dodici mesi. La credibilità morale si ferma al 42. I numeri descrivono una frattura interna al campo conservatore che erode la disciplina politica.

A rendere più fragile il quadro contribuisce la nuova ondata di rivelazioni legate ai file Epstein. Trump reagisce come al solito, evocando complotti e annunciando azioni legali contro il giornalista Michael Wolff. Ma le minacce restano sul piano delle dichiarazioni, mentre documenti sensibili compaiono e spariscono dal sito del Dipartimento di Giustizia, alimentando altri sospetti e nuove tensioni istituzionali.

Sul piano dei poteri, la magistratura federale continua a contenere le follie dell’inquilino della Casa Bianca. Il caso del piccolo Liam Ramos, fermato dall’ICE insieme al padre, si è chiuso con il rilascio ordinato da un giudice del Texas. Nella sentenza, il giudice Fred Biery accusa il governo di ignorare la Dichiarazione d’Indipendenza e richiama gli avvertimenti di Thomas Jefferson contro le derive autoritarie. Un richiamo che arriva da uno Stato conservatore e per questo assume un peso politico ulteriore.

Trump continua a rivendicare il sostegno del Paese. I fatti dicono altro: distretti che cambiano colore, maggioranze che si assottigliano, consenso che arretra, giudici che intervengono. I segnali di cedimento restano parziali, è vero, ma sono convergenti. Ed è proprio questa convergenza a trasformarli in un problema politico strutturale.

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La piazza, la melma, il potere

Facciamola fuori subito: nessuno difende il pestaggio del poliziotto a Torino. La melma che sta sulle prime pagine di alcuni pessimi giornali e sulle bocche di certi aizzatori politici immagina difese che non esistono per estrarre un’inesistente realtà dagli intestini del Paese e poi agitarla come clava. Su questo non vale la pena spendere nemmeno queste righe.

Ma quella melma non seppellirà la pacifica protesta di cinquantamila persone, ora sporcate dalla propaganda di qualche giornale che vende una decina di copie. Quella melma non nasconde le manganellate che hanno spaccato le facce di cittadini, non distrae dai fumogeni lanciati ad altezza uomo. Quella melma non seppellisce nemmeno la repressione che da tempo ha trasformato Torino in un avamposto di gestione autoritaria del dissenso. Una città su cui piovono sequestri, perquisizioni, daspo, arresti di persone incensurate che si sgretolano in archiviazioni e assoluzioni.

Quella melma non nobilita una presidente del Consiglio che convoca i giornalisti solo per le foto posate con il poliziotto ferito, di fretta e furia per arrivare in tempo prima delle sue dimissioni dall’ospedale. Quella melma non cancella l’imbarazzo per un governo che si precipita a Torino dopo avere indugiato su Niscemi. Quella melma non ha niente a che vedere con l’Ice e la postura da scendiletto di questo governo attaccato alla sottana di Trump. Quella melma sta biecamente usando il poliziotto ferito per stringere ancora di più il pugno. E si marcerà contro l’autoritarismo con la bava alla bocca. Si protesterà, ancora. Perché questo è solo il primo capitolo di una repressione che quelli vorrebbero fare diventare sistema.

Buon lunedì. 

Foto di Marioluca Bariona

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Sanità pubblica, boom dei consumi intermedi: la Corte dei conti smaschera il costo del lavoro precario

C’è un numero che pesa più di molte dichiarazioni politiche. È scritto nero su bianco nella Relazione al Parlamento sul Servizio sanitario nazionale approvata il 19 gennaio dalla Corte dei conti. Nel triennio 2022-2024 la voce di spesa cresciuta più di tutte è quella dei “consumi intermedi”, con un aumento del 7,5 per cento. Nello stesso periodo, complice l’inflazione e il finanziamento fermo del Fondo sanitario deciso dal governo Meloni, la spesa sanitaria complessiva è cresciuta di circa l’1 per cento in termini reali. La distanza tra questi due dati racconta una scelta strutturale, con ricadute immediate su bilanci e corsie.

Dentro i consumi intermedi

I consumi intermedi dovrebbero indicare farmaci, dispositivi, servizi. Oggi raccontano altro. In quella voce finiscono i contratti esternalizzati che tengono in piedi reparti e turni: cooperative che forniscono infermiere e infermieri, professionisti a partita Iva, medici a gettone. Personale che svolge le stesse mansioni dei dipendenti del Ssn, con salari più bassi e tutele ridotte, pagato però molto di più dalle aziende sanitarie. Un paradosso certificato dai magistrati contabili e ricostruito anche da Collettiva: si risparmia sugli organici stabili e si spende di più comprando lavoro sul mercato.

Qui entra il tema che la Corte mette al centro: la leggibilità dei conti. Quando ore di lavoro diventano “servizi acquistati”, lo stipendio si trasforma in fattura e il costo cambia forma prima ancora che sostanza. La spesa di personale scivola dentro un capitolo pensato per beni e servizi, rendendo più complicato misurare quanto vale davvero l’esternalizzazione, confrontare aziende, valutare scelte e responsabilità. La Corte richiama l’esigenza di chiarire presupposti giuridici ed economici di queste operazioni e di indicare con precisione le voci di conto economico in cui vengono registrate: trasparenza contabile come condizione minima di governo della spesa.

Il fenomeno era stato indicato come emergenziale. Il ministro della Salute Orazio Schillaci aveva annunciato l’uscita dei gettonisti da ospedali e ambulatori. Intanto la Corte osserva che, dopo una breve flessione, nel 2024 la dinamica dei consumi intermedi torna a salire. La ragione è nota: tetti di spesa sul personale ancora operativi, concorsi lenti, dimissioni in aumento. Il risultato è un sistema che affitta turni per garantire i Lea e sposta costi di natura salariale in capitoli di bilancio meno trasparenti.

Sanità, il costo del lavoro comprato

La distorsione ha un impatto diretto sui conti e sulla qualità dei servizi. Un medico a gettone può costare all’azienda sanitaria il doppio o il triplo di un dipendente, senza continuità organizzativa e senza investimento sul capitale umano. La Corte invita a seguire il fenomeno “con particolare attenzione” perché intreccia due rischi immediati: l’aumento strutturale della spesa e la fragilità dell’assistenza. Dove il ricorso alle esternalizzazioni è più alto, la carenza di personale è più grave. E la continuità clinica diventa un problema operativo: turni coperti “a chiamata”, reparti in cui chi entra resta il tempo di una guardia, procedure e protocolli imparati al volo, passaggi di consegne compressi.

La lettura sindacale coincide con quella dei magistrati. Per Michele Vannini, segretario nazionale della Fp Cgil, il gettonismo è diventato una risposta ordinaria a vuoti di programmazione. Gli ultimi rinnovi contrattuali hanno recuperato solo una parte dell’inflazione accumulata. Chi può lascia il pubblico e spesso rientra dalla porta laterale, come esterno, alimentando un circuito che drena risorse. Ogni euro speso per comprare turni è un euro sottratto a organici stabili, formazione, continuità di cura.

Il dato del +7,5 per cento pesa perché descrive una sanità che tiene aperti i reparti pagando di più il lavoro e svalutando chi resta. Finché il personale dipendente resterà il capitolo da comprimere, i consumi intermedi continueranno a crescere. La Corte dei conti lo registra, la politica lo conosce, il conto arriva ai pazienti e ai bilanci pubblici.

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A Gaza anche i numeri sono diventati ingestibili

I numeri sono diventati ingestibili e quindi la propaganda è caduta. L’IDF “accetta” il bilancio delle vittime fornito dal Ministero della Sanità di Gaza perché non ha più margine per negarlo. Non perché sia improvvisamente affidabile. Perché è già vecchio.

Chi racconta questo genocidio sa bene che i numeri ufficiali arrivano sempre in ritardo rispetto alla realtà. Arrivano quando i corpi sono stati recuperati, identificati, registrati. Arrivano quando esistono ancora ospedali funzionanti, registri consultabili, personale vivo. A Gaza tutto questo è saltato da mesi. Le cifre pubblicate raccontano ciò che è stato contato, non ciò che è accaduto.

L’IDF sa che il totale reale supera quello che oggi viene discusso nei comunicati. Sa che sotto le macerie ci sono morti senza nome. Sa che i decessi indiretti, per fame, infezioni, mancata assistenza, stanno crescendo fuori da qualsiasi statistica. Accettare il bilancio ufficiale serve a chiudere il fronte del dibattito pubblico, non serve a dire la verità. Non cascateci. 

Per mesi il lavoro dei giornalisti palestinesi è stato liquidato come propaganda. Hanno mostrato corpi, elenchi, nomi. Hanno raccontato la distruzione mentre venivano accusati di gonfiare i numeri. Oggi quelle cifre diventano improvvisamente “utilizzabili”. Perché? perché sono inferiori alla realtà che incombe.

Il negazionismo ha avuto una funzione politica precisa: guadagnare tempo. Ogni giorno passato a discutere se i morti fossero davvero così tanti è stato un giorno sottratto alla responsabilità. Ogni dubbio seminato sui numeri ha protetto le decisioni che li producevano.

Quando anche l’esercito che bombarda accetta il conteggio delle vittime, significa che quel numero non fa più paura. È già stato superato. E chi lo ha raccontato dall’inizio aveva ragione. Non per ideologia. Perché era lì.

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Il fatalismo dello scaricabarile

Sapevano. I documenti c’erano, le firme pure. E oggi, davanti al disastro, la linea è una sola: spostare la colpa, abbassare il volume dei fatti, riscrivere la cronologia. È il copione che accompagna ogni emergenza annunciata e ogni responsabilità evitata. Niscemi rientra in questa categoria. Quando il ministro Nello Musumeci scarica sui sindaci la mancata segnalazione della frana, prova a costruire una narrazione comoda: l’inerzia locale, il fatalismo siciliano, l’imprevedibilità. Peccato che quella versione non regga alla carta. Nel marzo 2022, da presidente della Regione, Musumeci approva l’aggiornamento del Piano per l’assetto idrogeologico del Comune. Negli allegati si parla esplicitamente di frana “attiva”, di pericolosità elevata, di zona rossa a ridosso del centro abitato. Non una scoperta improvvisa, ma una conferma tecnica di ciò che era noto da decenni.

Un fronte attivo, però, non è un dettaglio lessicale. È una condizione che impone atti conseguenti come sgomberi, protezione civile e interventi urgenti. Competenze che in Sicilia fanno capo alla Presidenza della Regione. Eppure nulla accade. Né allora né negli anni successivi. La Regione, che oggi dice di avere appreso tutto solo di recente, aveva già incrociato Niscemi almeno dal 2016, quando chiede finanziamenti alla struttura di missione di Palazzo Chigi per il consolidamento del versante. I progetti preliminari esistono, le cifre sono nero su bianco, i dossier circolano.

Anche sul fronte delle emergenze la storia non cambia. Dal 1997 al 2002 la Protezione civile regionale emana nove ordinanze urgenti per Niscemi. Si avvia un appalto, si rescinde il contratto, i lavori restano incompiuti. Dal 2014 al 2023, sotto i governi Crocetta e Musumeci, il silenzio. Solo nel 2023 arrivano altri dieci milioni, ancora fermi. Le informazioni c’erano, sono le decisioni che mancano.

In questo quadro, attribuire tutto ai sindaci serve solo a evitare di spiegare perché, pur sapendo, si è scelto di aspettare. La sottovalutazione diventa colpa altrui, l’inerzia fatalismo. Ma la verità prima o poi presenta il conto: quella che arriva dopo anni di omissioni, quando l’emergenza esplode e qualcuno deve dire di non aver visto. Anche se aveva firmato.

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Tassa sui pacchi cinesi: perché il balzello sull’e-commerce del governo sui pacchi sta danneggiando l’Italia

La tassa sui pacchi doveva essere il vessillo della “sovranità economica”: colpire l’e-commerce cinese, riequilibrare la concorrenza, incassare risorse per lo Stato. A poche settimane dall’entrata in vigore è diventata l’ennesima prova di un sovranismo che promette controllo e produce solo caos. I pacchi continuano ad arrivare, i soldi promessi restano immaginari, il sistema logistico italiano paga il prezzo. Un disastro annunciato, l’ennesimo. 

Un’imposta nazionale contro un mercato che non esiste più

Dal primo gennaio 2026 l’Italia applica un contributo fisso di due euro su ogni spedizione sotto i 150 euro proveniente da Paesi extra-Ue, con un bersaglio esplicito: le piattaforme cinesi. Il governo l’ha presentata come atto di forza, una correzione “italiana” a un problema europeo. In realtà è stata una mossa solitaria in un mercato unico privo di frontiere doganali interne. Bruxelles ha già calendarizzato una riforma comune da luglio 2026; Roma ha scelto di anticiparla da sola, regalando agli operatori globali sei mesi di arbitraggio perfetto.

Il risultato era facilmente prevedibile e ampiamente previsto: le grandi piattaforme non hanno ridotto vendite o spedizioni ma hanno semplicemente spostato i punti di ingresso. I pacchi entrano in Europa da altri scali, vengono sdoganati lì e poi circolano liberamente fino ai destinatari italiani. Facendo così non c’è nessuna violazione, nessuna furbizia: è semplice utilizzo delle regole del mercato unico che il governo dice di difendere a parole e ignora nei fatti.

Malpensa come danno collaterale

Il primo effetto concreto è stato la desertificazione dell’hub cargo di Milano Malpensa. Oltre trenta voli merci cancellati in poche settimane, spedizioni leggere in calo di circa il 40 per cento. Gli italiani comprano come prima ma lo Stato ha deciso di rendere il proprio territorio meno competitivo dei vicini. Un capolavoro di autolesionismo economico: meno traffico, meno lavoro e quindi meno indotto. In compenso ci sono più camion sulle autostrade e più emissioni lungo i valichi alpini.

La promessa di gettito, sbandierata in legge di Bilancio, è già dissolta. I due euro a pacco non entrano perché i pacchi non entrano più da qui. Il sovranismo fiscale si è fermato alla dogana, superato da algoritmi logistici che leggono le norme meglio dei ministri che le firmano.

Il sovranismo che perde il controllo

Quindi ancora una volta una misura nata per “difendere l’Italia” finisce per penalizzare infrastrutture italiane e favorire hub esteri. Una tassa pensata per colpire i colossi globali colpisce lavoratori e filiere nazionali. È la fotografia di un governo che confonde la bandiera con la realtà: alza muri dove non servono e scopre di avere le porte spalancate altrove.

Non a caso ora si corre ai ripari. L’emendamento al Milleproroghe proposto da Forza Italia chiede di rinviare tutto a luglio, quando l’Europa introdurrà un dazio uniforme. Tradotto: sospendere l’atto di forza per evitare altri danni. La copertura finanziaria riguarda risorse già fantasma, perché il gettito promesso non si è mai materializzato.

Questa tassa racconta più di una cattiva scelta tecnica. Racconta un metodo: il sovranismo declamato come soluzione diventa, alla prova dei fatti, un moltiplicatore di problemi. Si agisce in solitaria, si ignora il contesto europeo e infine scopre (troppo tardi) che il mercato non obbedisce agli slogan. E mentre i pacchi trovano altre strade, all’Italia restano i danni e l’ennesima retromarcia mascherata da correzione tecnica.

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I 71mila uccisi di Gaza: prima «inventati», ora utilizzati

L’ammissione passa da una riga di agenzia e vale più di mille smentite. Il 30 gennaio 2026 Rainews, citando il Times of Israel, scrive che l’Idf conferma il bilancio del ministero della Sanità di Gaza: 71.667 gazawi uccisi dal 7 ottobre 2023. Per mesi Israele aveva bollato quelle cifre come gonfiate e utili a Hamas. Oggi le usa come base di lavoro e studia la quota tra civili e miliziani.

Quando il fatto sfonda, la propaganda arretra e si ricompone. Dalla tesi “i numeri sono falsi” si passa al bisturi: contabilità per categorie, morte “diretta” contro morte “indiretta”. L’agenzia AGI, sempre il 29 gennaio, riferisce che un alto funzionario della sicurezza citato dal Times of Israel parla di statistiche “manipolate” perché includerebbero persone con gravi patologie pregresse. AGI riporta pure il dato del ministero di Gaza: almeno 440 morti per malnutrizione e fame. L’agenzia di stampa Nova riporta la risposta: Israele sostiene che a Gaza nessun abitante della Striscia sia morto di fame.

Conviene ricordare la linea usata durante la guerra: cifre definite “esagerate”, respinte per due anni, salvo poi ammettere che in passato le stesse Idf le consideravano affidabili. Restano in circolo anche le certezze comode: prima del cessate il fuoco dell’ottobre 2025 le Idf dichiaravano 22.000 combattenti uccisi e 1.600 uomini armati durante l’attacco in Israele e un rapporto di due o tre civili per ogni “terrorista”, insieme alla formula “scudi umani”. Il totale ora accettato resta lì, pesante, e inchioda chi ha spostato il racconto invece dei fatti: una bugia cade, un’altra prende posto. Settantunmila persone e passa. Con il dubbio che “accettare” quei settantunmila morti significhi che in realtà siano molti di più. 

Buon venerdì.

Foto WC

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Intelligenza artificiale e competenze digitali: l’Italia resta indietro tra divari sociali e scuole senza infrastrutture

Il mondo accelera sull’intelligenza artificiale, investe in automazione, algoritmi, sistemi predittivi. L’Italia osserva da bordo campo con un problema strutturale che precede qualsiasi dibattito sull’Ai: quasi metà della popolazione non possiede competenze digitali almeno di base. Nel 2025, secondo Openpolis, solo il 54,3% degli italiani rientra in questa soglia minima, sei punti sotto la media europea. Un dato che colloca il Paese nella parte bassa della classifica Ue, davanti a pochi altri Stati e lontano dai Paesi che stanno guidando la trasformazione tecnologica.

Un divario che parte dalla società

La distanza tra retorica dell’innovazione e realtà sociale emerge ancora più netta se si guarda ai giovani. Anche nella fascia 16-29 anni, quella che dovrebbe rappresentare il serbatoio naturale delle competenze digitali, l’Italia resta sotto la media europea: il 69,1% possiede competenze di base contro il 74,7% dell’Ue. In termini concreti significa che circa tre giovani su dieci non hanno strumenti adeguati per muoversi con consapevolezza in un ambiente digitale sempre più complesso, dove l’accesso all’informazione convive con la disinformazione, la sorveglianza e l’automazione delle decisioni.

Il dato non è neutro ma svela i buchi del Paese. Le competenze digitali crescono con il titolo di studio: tra chi ha livelli di istruzione più bassi la quota di competenze adeguate resta minoritaria, mentre sale nettamente tra i diplomati e raggiunge valori molto più alti tra i laureati. Il digitale, invece di ridurre le disuguaglianze, finisce così per riprodurle e consolidarle.

La scuola come snodo irrisolto

Il nodo centrale resta la scuola. Nel dibattito pubblico l’intelligenza artificiale viene evocata come frontiera imminente, ma il sistema educativo italiano fatica ancora a garantire l’infrastruttura di base. Nell’anno scolastico 2024/25 solo il 40,7% degli edifici scolastici statali risultava dotato di aule di informatica. In oltre 1.800 comuni la quota è pari a zero: nessuna scuola con spazi dedicati all’informatica, una condizione che riguarda soprattutto realtà di piccole dimensioni e territori interni.

E così il divario territoriale diventa materiale. Allontanandosi dai poli urbani la presenza di aule informatiche diminuisce progressivamente, fino a scendere sotto il 35% nei comuni periferici e ultraperiferici. La distanza tra centro e margine si traduce in una diseguaglianza educativa che pesa sulle opportunità future di studenti e studentesse.

L’intelligenza artificiale senza fondamenta

Su questo terreno fragile si innesta il tema dell’intelligenza artificiale nella didattica. L’Italia ha scelto un approccio prudente, con sperimentazioni limitate e senza un’integrazione strutturale nei curricula. Le linee guida ministeriali sottolineano l’Ai come strumento di supporto, richiamando i rischi legati a privacy, protezione dei dati e perdita di autonomia critica. Una cautela che riflette una realtà evidente: introdurre tecnologie avanzate in un sistema dove mancano competenze diffuse e dotazioni minime rischia di ampliare i divari anziché ridurli.

A questo si aggiunge un ulteriore elemento critico: nel 26,7% dei plessi scolastici manca perfino una dichiarazione ufficiale sulla presenza di aule informatiche, segno di una governance frammentata e di una conoscenza incompleta dello stato reale delle infrastrutture. Senza una mappatura piena ovviamente qualsiasi strategia sull’innovazione resta parziale.

Così l’ennesimo paradosso è servito: mentre il mondo costruisce il proprio futuro sull’intelligenza artificiale, l’Italia continua a fare i conti con un deficit di alfabetizzazione digitale e con scuole prive degli strumenti essenziali. Il digitale resta una promessa diseguale, legata al territorio, al reddito, al livello di istruzione, come molte altre cose. In questo scenario l’Ai non rappresenta una scorciatoia salvifica, ma uno specchio che restituisce l’immagine di un Paese ancora in ritardo sulle basi, prima ancora che sulle frontiere tecnologiche.

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Meno camion per Gaza, meno aiuti ai civili

Rafah oggi è un atto politico concreto. È il punto in cui il potere si esercita senza bisogno di proclami. Il valico resta formalmente aperto al transito delle persone, mentre sulle merci si consuma una trattativa che riguarda quantità, tempi, autorizzazioni. Nelle ultime 24 ore fonti israeliane hanno fatto filtrare l’ipotesi di ridurre i camion degli aiuti dagli attuali circa 600 al giorno a 200, con l’obiettivo dichiarato di arrivare a 120. Ogni cifra è una decisione sulla sopravvivenza.

Nello stesso tempo Hamas afferma di essere pronto a trasferire la gestione della Striscia a un comitato palestinese di tecnici, subordinando la mossa alla riapertura “completa” di Rafah, in entrata e in uscita, senza controllo israeliano. Il lessico è quello della transizione amministrativa. La sostanza resta il confine come strumento di comando. Rafah governa Gaza più di qualsiasi organigramma.

Il rientro in Israele del corpo dell’ultimo ostaggio chiude una fase simbolica del conflitto. Con quella chiusura, la pressione si sposta tutta sul dopo. Si parla di “fase due”ma il passaggio decisivo resta logistico: chi decide cosa passa dal valico decide la forma della pace. 

I dati sui bambini rendono visibile il costo di questo controllo. Secondo UNICEF, oltre 336.000 minori sono coinvolti in programmi educativi di emergenza, mentre circa il 60% dei bambini in età scolare resta escluso da qualsiasi forma di scuola in presenza. Più del 90% degli edifici scolastici risulta danneggiato o distrutto. L’istruzione dipende anche da Rafah: materiali didattici, evacuazioni mediche, ricongiungimenti familiari passano da lì. Ogni giorno di chiusura parziale allunga una frattura che diventa strutturale.

Cento camion in più o in meno. Dentro quei numeri c’è la differenza tra assistenza e carestia, tra scuola e sospensione infinita. Gaza oggi viene amministrata così: a colpi di valico. Rafah è il luogo dove la politica smette di essere discorso e diventa immediatamente destino.

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TikTok diventa americana, la censura cambia bandiera e supera quella cinese

Eccoci qui, TikTok è “americana”. Dal 22 gennaio 2026 le operazioni statunitensi della piattaforma sono confluite in TikTok USDS, una joint venture a maggioranza Usa costruita sotto minaccia di bando e blindata da Donald Trump con la solita retorica della sicurezza nazionale. La promessa era semplice: sottrarre l’algoritmo all’influenza di Pechino. Il risultato, segnalano creator, giuristi e osservatori, è un sistema di controllo del discorso pubblico più opaco e selettivo di quello imputato alla Cina. La censura cambia bandiera e diventa infrastruttura. Insomma, gli Usa di Trump sono più cinesi dei cinesi. 

Dalla vendita forzata al controllo sovrano

L’operazione nasce dalla pressione legislativa americana che imponeva il disinvestimento o l’espulsione dal mercato. TikTok USDS è controllata da investitori statunitensi, con Oracle nel ruolo di “custode tecnologico”: dati localizzati su server Usa, revisione del codice, supervisione algoritmica. ByteDance resta con una quota minoritaria. La governance è affidata a un board allineato alle priorità di sicurezza nazionale. Non si tratta di una nazionalizzazione formale, ma una assimilazione di fatto: proprietà privata, regole pubbliche, obiettivi politici. Il modello ricorda ciò che Washington ha sempre criticato altrove.  

Il passaggio operativo è stato immediato e turbolento. Nei giorni successivi alla chiusura, alcuni creator hanno registrato “zero view”, blocchi selettivi e feed sterilizzati sui temi sensibili. La piattaforma ha parlato di problemi tecnici legati alla migrazione. Ma la coincidenza temporale e la selettività tematica hanno alimentato il sospetto di un’epurazione algoritmica.

Shadowban patriottico e sorveglianza ampliata

I casi si accumulano. Contenuti sui raid dell’Immigration and Customs Enforcement, sulle proteste interne e sui conflitti in Medio Oriente hanno visto un crollo della portata. Video informativi sul Venezuela sono stati declassati. Le rimozioni non arrivano come takedown visibili, ma come shadowban: la censura invisibile che rende difficile la prova e impossibile il ricorso. Il processo di appello è una scatola nera.

Contestualmente, i nuovi Termini di servizio autorizzano una raccolta più ampia di dati sensibili, dalla geolocalizzazione agli identificatori biometrici, giustificata con moderazione e verifica dell’età. Nel contesto politico del 2026, la convergenza tra piattaforma sociale e apparato di sicurezza inquieta le associazioni per i diritti civili. L’ordine esecutivo sulla “libertà di parola” firmato dal presidente Trump cozza con una architettura che interiorizza il controllo: non serve premere dall’esterno quando il filtro è nel codice.

Il paradosso è evidente. Per “proteggere” l’ecosistema digitale, gli Stati Uniti adottano gli strumenti della sovranità algoritmica: localizzazione dei dati, revisione del codice, allineamento del feed alle sensibilità nazionali. È la Splinternet che si materializza: internet cinese chiuso, internet europeo regolato, internet americano securizzato e monopolizzato. In mezzo, la fuga degli utenti verso alternative che promettono cronologia e trasparenza, segnale di una fiducia incrinata.

TikTok è ora un asset sovrano. È ospitato, controllato e addestrato in casa. Ma nel passaggio ha perso l’imprevedibilità che lo rendeva spazio di circolazione del dissenso. L’algoritmo saluta una nuova bandiera ma la libertà resta uno slogan. In fondo con i sovranisti d’ogni specie, Trump in primis, finisce sempre così: l’unica libertà consentita è quella di non andare contro la propaganda del potere. Come in Cina, ma con le stelle e le strisce. 

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