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Dove sono adesso quelli che ridevano, anzi si sbellicavano?

Dove sono adesso quelli che ridevano, anzi si sbellicavano, quando si scriveva del ritorno del fascismo, dello stesso autoritarismo, della violenza come forma di comando istituzionalizzata Adesso, ora, dove sono?

Dove sono quelli, che cosa dicono di fronte all’esecuzione con pistola alla nuca di Alex Pretti, infermiere armato di telefono davanti agli scagnozzi fascisti dell’Ice, braccio armato dello psicopatico nazista Donald Trump? Che ne dicono delle squadracce nere che hanno minacciato a Minneapolis i giornalisti italiani della Rai Laura Cappon e Daniele Babbo?
Ad esempio, che ne dice il ministro, fino a un certo punto, Antonio Tajani, il monarchico che rassicurava tutti che «non c’è nessun pericolo per la democrazia con Donald Trump» e che ora si ripulisce i polsini da liberale prendendo le distanze dal suo pari Matteo Salvini, che incontra un altro fascista

Dove sono certi liberali italiani (quelli che insegnavano agli antifascisti come essere antifascisti mentre tubano con i fascisti per ottenere un posticino) che interpretavano le elezioni americane con la posa di certi thé con le amiche delle cinque mentre irridevano gli allarmi?

Stanno lì, dove sono sempre stati, nelle file dei fiancheggiatori e dei cretini. Sono lì a spiegare che il premio Nobel che Giorgia Meloni vorrebbe per Trump è solo “una boutade”. Sono lì a dirci che «Salvini non conta nulla», da vicepresidente del Consiglio. Dicono che i decreti sicurezza italiani sono solo “riorganizzazione dell’ordine pubblico”. Dicono: «Ma figurati se questa destra filo-Trumpiana vuole assoggettare la magistratura». Non c’è scritto da nessuna parte, dicono. C’è anche il bollino su Facebook.

Buon lunedì.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #133

La chiamano “linea gialla”. Avrebbe dovuto essere una convenzione tecnica ma alla fine è la sindone della ferocia israeliana. È diventata un confine mobile che avanza. Le immagini satellitari raccontano blocchi di cemento piazzati decine e poi centinaia di metri dentro Gaza City, nuove fortificazioni che riscrivono la mappa senza dichiararlo. La linea resta “gialla” solo nel linguaggio; nella pratica sposta accessi, quartieri, vite.

Mentre le IDF parlano di operazioni “oltre la linea concordata”, la linea stessa cambia posizione. È urbanistica militare: si costruisce mentre si annuncia una pausa. La tregua diventa così un dispositivo spaziale, utile a riorganizzare il controllo. Sullo sfondo, il “Board of Peace” prende forma come catena decisionale: riunioni, emissari, piani a punti. La pace promessa è un’altalena di apri e chiudi i varchi. 

Rafah torna al centro per la stessa ragione. Ogni discussione sulla riapertura passa da tavoli diplomatici e da un nome che resta appeso, l’ultimo ostaggio. Il varco è semplicemente una leva politica, il passaggio è solo concessione. Intanto la linea avanza altrove, silenziosa, e la parola “fase” sostituisce la parola “confine”.

Poi c’è UNRWA. Sedi demolite e incendiate a Gerusalemme Est, cliniche colpite nel nord di Gaza, ambulanze che corrono sotto il tiro. Colpire i presìdi umanitari significa svuotare la tregua di contenuto materiale. Senza ambulatori, senza scuole, senza magazzini, la pausa resta un comunicato. La vita quotidiana è un campo minato.

La cronaca internazionale si accorcia mentre quella locale si fa rischiosa. Per questo pesa il riconoscimento assegnato a chi racconta da dentro, a chi resta quando l’accesso si chiude. La “linea gialla” vale per i corpi, per i camion, per le ambulanze, per le parole. E ogni giorno che passa, quel colore serve solo a nascondere il movimento.

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La diplomazia del mattone: Trump, Gaza e il business della pace – Lettera43

Il cosiddetto Board of Peace è un incubo geopolitico. In cui i diritti dei palestinesi vengono cancellati a colpi di rendering. Così ogni crisi umanitaria diventa un business.

Se pensavate di aver visto tutto con la diplomazia affidata ai tweet, preparatevi: siamo entrati ufficialmente nell’era della diplomazia del real estate. Quello che sta accadendo sotto i nostri occhi con il cosiddetto Board of Peace voluto da Donald Trump è la distopia finale del neoliberismo applicata a un campo di macerie. È un incubo geopolitico dove la sovranità si compra, la pace si appalta a fondi di private equity e i diritti umani vengono “tokenizzati” su una blockchain.

L’adesione ridotta a un sistema pay-to-play

Dimenticate le Nazioni Unite. Il Board of Peace è stato disegnato per renderle obsolete, sostituendo il diritto internazionale con le logiche di un club esclusivo a pagamento. La struttura è verticistica e padronale: Donald Trump ne è il presidente a vita, con potere di veto assoluto. Ma il vero scandalo è il meccanismo di adesione: un sistema “pay-to-play” spudorato. Vuoi un seggio permanente per decidere il destino del Medio Oriente? Il prezzo del biglietto è di 1 miliardo di dollari. In contanti. Dal multilateralismo siamo passati alle aste. Stati come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, abituati a comprare influenza, si sono già messi in fila, mentre democrazie come il Canada esitano di fronte a un esborso che trasforma la diplomazia in una transazione commerciale. È la mercificazione definitiva della politica estera: chi paga comanda, chi non paga osserva. E chi sta sotto le bombe? Di quelli ce ne fottiamo. Non hanno voce. Troppo poveri e troppo palestinesi. 

La diplomazia del mattone: Trump, Gaza e il business della pace
Donald Trump a Davos presenta il “Board of Peace” (Ansa).

Witkoff, il genero Kushner, Blair e gli altri

Scorrendo la lista dei membri del board, la sensazione di grottesco diventa fisica. Non ci sono pacificatori, storici o esperti di diritti umani. Ci sono immobiliaristi e finanzieri. Al centro di tutto c’è Jared Kushner, il genero-consigliere che, senza vergogna, ha definito il lungomare di Gaza una «proprietà immobiliare di grande valore» (waterfront property). Mentre la gente moriva di fame, lui guardava le mappe sognando resort di lusso. Il suo fondo, Affinity Partners, è finanziato proprio da quei Paesi arabi che siedono nel board, creando un conflitto di interessi grande quanto la Striscia stessa. Accanto a lui troviamo Steve Witkoff, un magnate del mattone di New York senza alcuna esperienza diplomatica, nominato Inviato Speciale. Un uomo che tratta la pace tra popoli come la chiusura di un deal per un grattacielo a Manhattan. E poi Sir Tony Blair, resuscitato nonostante la sua eredità tossica legata all’Iraq, per dare una patina di rispettabilità a questa operazione predatoria e il segretario di Stato Marco Rubio. Nel comitato esecutivo per Gaza, tra gli altri figurano Marc Rowan, CEO del fondo avvoltoio Apollo Global Management, e Yakir Gabay, miliardario israeliano del settore immobiliare. Personaggio che incarnano la finanziarizzazione della ricostruzione.

La diplomazia del mattone: Trump, Gaza e il business della pace
Tony Blair (Ansa).

Il progetto Gaza Riviera e la “deportazione” dei palestinesi

Il cuore pulsante del progetto folle è il piano “Gaza Riviera“. A Davos, Kushner ha presentato slide generate dall’Intelligenza artificiale che mostrano la Striscia trasformata in una Dubai del Mediterraneo: grattacieli scintillanti, marine per yacht e “smart cities”. Ma dietro i rendering patinati si nasconde l’orrore. Il piano prevede la rimozione delle macerie (e con esse della memoria storica) per fare spazio a zone franche per data center e turismo d’élite. E la popolazione? Qui il cinismo raggiunge vette inesplorate. Si parla di «ricollocamento volontario» in zone sicure o Paesi terzi, una perifrasi elegante per la deportazione di massa vietata dalla IV Convenzione di Ginevra. Per chi possiede terre, la proposta è la “tokenizzazione”: cedere i diritti di proprietà reali in cambio di “token digitali” e un pugno di dollari (5.000 e sussidi), trasformando titoli fondiari storici in crypto-asset volatili. È un esproprio 2.0, una pulizia etnica digitale venduta come innovazione finanziaria. Esperti legali e organizzazioni come CAIR e Trial International hanno già definito questo schema un potenziale crimine di guerra e un saccheggio legalizzato.

La diplomazia del mattone: Trump, Gaza e il business della pace
Un frame tratto dalla diretta video della Casa Bianca mostra una delle slide mostrate da Jared Kushner, nel suo intervento a Davos (Ansa).

Se a garantire la ricostruzione è un club di autocrati

E chi sono i garanti di questo piano? Un “Club degli Autocrati” a cui venerdì ha aperto anche Giorgia Meloni. E dire che il board finora ha attratto regimi che figurano agli ultimi posti di ogni indice di democrazia. Dall’Arabia Saudita all’Egitto, dagli Emirati Arabi Uniti all’Azerbaigian di Aliyev (fresco di pulizia etnica in Nagorno-Karabakh), fino all’Ungheria di Orbàn e alla Bielorussia di Lukashenko. Mentre le democrazie europee come Francia e Norvegia si sfilano disgustate, il Board of Peace diventa una lavanderia reputazionale per dittatori o aspiranti tali, felici di pagare il biglietto d’ingresso per sedere al tavolo di Trump. La legittimità democratica è assente; la rappresentanza palestinese è affidata a un comitato tecnocratico (NCAG) guidato da Ali Sha’ath, privo di mandato popolare e visto da molti come un mero esecutore testamentario della sovranità palestinese. Come se l’orrore legale e umano non bastasse, c’è l’aspetto estetico e morale che scivola nel grottesco puro. Trump quasi un anno fa aveva rilanciato un video generato dall’IA che mostrava una “Gaza del futuro” surreale: statue d’oro giganti, Elon Musk sotto una pioggia di banconote e, in un tocco di delirio kitsch, uomini barbuti che ballano in bikini. Nato forse come satira, nelle mani del Presidente è diventato propaganda ufficiale. È la banalizzazione suprema della tragedia: mentre a Gaza si muore di fame e freddo tra le tende, il mondo osserva Trump e Netanyahu che sorseggiano cocktail a bordo piscina. È la gamification del genocidio.

La diplomazia del mattone: Trump, Gaza e il business della pace
Una slide sulla nuova Rafah che avrebbe in mente Jared Kushner (Ansa).

Ogni crisi umanitaria rischia di diventare un affare

Il Board of Peace nei fatti è un piano di liquidazione. Tratta un popolo come un inquilino moroso da sfrattare per ristrutturare l’immobile e aumentarne il valore di mercato. Ignora sistematicamente il diritto all’autodeterminazione, la sovranità e le leggi di guerra, sostituendole con contratti smart e accordi privati. Se questo modello dovesse passare, creerà un precedente devastante: ogni crisi umanitaria diventerà un’opportunità di investimento, ogni territorio devastato una asset class da tokenizzare. Non siamo di fronte solo a una cattiva politica estera, sarebbe troppo facile. Qui siamo di fronte alla cancellazione della politica stessa in favore del profitto più brutale. E il silenzio, o la complicità, di chi dovrebbe opporsi è forse l’aspetto più spaventoso di tutti.

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Alloggi per studenti, gli affitti rallentano ma il diritto allo studio resta un lusso: l’analisi sui numeri di HousingAnywhere

Il mercato degli affitti per studenti rallenta. Non perché sia diventato più giusto, ma perché ha smesso di trovare qualcuno disposto a pagare ancora di più. I numeri dell’ultimo trimestre 2025 certificano una correzione che arriva dopo anni di rincari fuori scala: le stanze scendono in media del 3,1%, gli appartamenti dell’1,3%, i monolocali del 4,4%. L’International Rent Index by City di HousingAnywhere (piattaforma europea di affitti per gli studenti) mostra una frenata oggettiva. Ma, a ben vedere, il sistema si è fermato contro il muro della capacità di spesa.

Europa: il mercato rientra, la disuguaglianza resta

Nel Nord Europa i prezzi calano dopo aver superato ogni soglia di sostenibilità. Amsterdam resta la città più cara, con stanze attorno ai 990 euro al mese. Subito dietro Rotterdam e Monaco di Baviera, mentre Parigi continua a occupare stabilmente la fascia alta. Qui il rallentamento racconta la fine di un ciclo: per anni i canoni sono cresciuti molto più dei redditi e ora la domanda si è semplicemente ritirata.

Dall’altra parte del continente la fotografia è opposta. Budapest e Atene oscillano tra 370 e 400 euro, Valencia e Porto restano sotto i 500. La distanza tra città universitarie europee continua a tradursi in una differenza secca: studiare in alcune capitali costa il doppio che in altre. La mobilità studentesca segue il prezzo di una stanza più di qualunque strategia accademica.

Il rientro più netto si vede nei mercati che avevano spinto di più. In Germania le stanze crollano a doppia cifra in diverse città: Amburgo, Berlino, Stoccarda, Francoforte. Il segmento che soffre maggiormente è quello dei monolocali, diventati un lusso rinviabile. Quando il costo della vita cresce, la privacy è la prima voce a saltare. La condivisione torna una necessità.

Italia: stessa media, tre Paesi diversi

In Italia la media nazionale come sempre nasconde fratture profonde. Milano resta la città più cara, con una stanza a 664 euro, ma registra un calo che segnala saturazione. Bologna segue a 655 euro, con una discesa più marcata dopo anni di tensione continua. Firenze scende a 600 euro, mentre Torino rimane stabile attorno ai 530, confermandosi l’ultima grande città ancora relativamente accessibile.

Poi c’è Roma. Qui accade l’opposto. Le stanze crescono del 4,8% e arrivano a 650 euro, in piena controtendenza. L’effetto Giubileo ha svuotato il mercato degli affitti di lungo periodo, spingendo migliaia di immobili verso il breve termine. Meno offerta per studenti, più rendita turistica, prezzi che salgono anche mentre il resto d’Europa rallenta. I monolocali romani, intanto, scendono: segno di un mercato deformato dall’aspettativa dell’evento e non dalla domanda reale.

Anche dove le stanze tengono, altre voci esplodono. A Torino gli appartamenti crescono oltre il 20% in un solo anno. A Milano restano sopra i 1.700 euro, a Bologna superano i 1.600. La pressione si sposta, non scompare. Cambia forma.

La correzione che non restituisce accessibilità

Il punto resta uno. Tra Milano, Bologna e Roma una stanza costa ormai sempre intorno ai 650 euro. Il rallentamento percentuale non sposta questa soglia. Per uno studente fuorisede significa che l’affitto continua a divorare la parte principale del bilancio mensile. La correzione dei prezzi segnala che il mercato ha finito lo spazio per spingere, non che abbia iniziato a includere.

Il risultato è una selezione silenziosa. Le università competono sui ranking, ma gli studenti scelgono in base al prezzo di un letto. Dove l’offerta resta scarsa e il pubblico arretra, l’accesso allo studio diventa una questione di reddito familiare. La frenata degli affitti arriva tardi, dopo lo strappo. E non rimette in carreggiata chi è già rimasto indietro.

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Mondiali 2026, l’Europa valuta il boicottaggio: il calcio come leva geopolitica contro Trump

L’idea circola da giorni nei palazzi europei con una formula che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata grottesca: usare il calcio come leva geopolitica contro Donald Trump. Il bersaglio sono i Mondiali Fifa 2026, organizzati negli Stati Uniti insieme a Canada e Messico. La miccia ovviamente è la Groenlandia, che l’amministrazione americana continua a trattare come un obiettivo strategico negoziabile, tra minacce di dazi e pressioni politiche sugli alleati europei. Ed è proprio in questo contesto che l’ipotesi di un boicottaggio europeo del torneo entra nel dibattito politico come strumento di deterrenza. Sarebbe una leva economica e di immagine.

La valutazione che circola tra diverse capitali Ue è lineare: la Coppa del Mondo rappresenta uno degli asset più sensibili per la Casa Bianca, un evento da miliardi di dollari e un pilastro della narrazione internazionale del secondo mandato di Donald Trump. Togliere l’Europa dal Mondiale significherebbe svuotarlo di valore sportivo, televisivo e commerciale. Per questo l’idea viene discussa come l’unico strumento capace di colpire davvero Trump, più di sanzioni o contromisure commerciali frammentate.

Il calcio come ritorsione diplomatica

Il boicottaggio prende forma sullo sfondo di una crisi transatlantica innescata dall’uso aggressivo della leva commerciale da parte di Washington. Le minacce di dazi collegate alla Groenlandia hanno spinto diversi governi europei a ragionare su risposte asimmetriche. Militarmente dipendente dagli Stati Uniti e divisa sul piano economico, l’Europa resta però dominante sul piano calcistico. E un Mondiale senza Germania, Francia, Inghilterra, Spagna e Paesi Bassi perderebbe il suo asse competitivo e gran parte dell’interesse globale.

Le prese di posizione politiche iniziano a emergere. In Germania, esponenti della CDU parlano apertamente del boicottaggio come “ultima risorsa” in caso di escalation. In Francia, il ministero dello Sport mantiene una linea prudente, ma una parte del Parlamento pone una questione di legittimità politica: partecipare a un torneo ospitato da un Paese che minaccia apertamente un alleato europeo. Nei Paesi Bassi, la mobilitazione è partita con una petizione pubblica che chiede alla federazione di ritirarsi. Tutti ribadiscono lo stesso passaggio formale: la decisione spetterebbe alle federazioni sportive, non ai governi. Una distinzione che serve banalmente a evitare lo scontro diretto con i regolamenti FIFA sull’interferenza politica.

FIFA, Infantino e il nervo scoperto

Il nodo centrale è la posizione della FIFA, sempre più percepita in Europa come sbilanciata verso la Casa Bianca. Le scelte simboliche e operative degli ultimi mesi hanno scalfito l’idea di neutralità, rendendo credibile uno scontro frontale con le federazioni europee. Per questo la Uefa valuta scenari di risposta collettiva: un’azione coordinata renderebbe quasi impossibile colpire singole federazioni senza danneggiare l’intero sistema calcistico globale.

I numeri spiegano perché la minaccia viene presa sul serio. I ricavi del ciclo mondiale dipendono in modo strutturale dall’Europa: diritti televisivi, sponsor, turismo sportivo ad alta capacità di spesa. Un’assenza europea attiverebbe clausole di rimborso con i principali broadcaster e ridurrebbe drasticamente il valore commerciale del torneo. Anche l’impatto economico sugli Stati Uniti verrebbe ridimensionato: senza tifosi europei, verrebbe meno una delle principali fonti di entrate per città ospitanti, hotel e compagnie aeree.

Il boicottaggio resta, per ora, una minaccia. Ma il solo fatto che venga discusso segna una rottura. Il calcio entra esplicitamente nel campo delle ritorsioni geopolitiche. Se la crisi sulla Groenlandia dovesse riaccendersi, l’Europa ha già individuato dove colpire. E questa volta il bersaglio vale miliardi.

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Asili nido, il Pnrr arranca: tra ritardi, fondi europei non spesi e servizi pubblici a rischio

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, sul capitolo asili nido e servizi per l’infanzia, procede a passo fermo. I numeri ufficiali raccontano una traiettoria che si allontana dagli obiettivi dichiarati. A pochi mesi dalla scadenza del giugno 2026, la Missione 4 del Pnrr mostra un accumulo di ritardi che trasforma l’investimento bandiera sul welfare educativo in una sequenza di fondi non spesi, cantieri incompiuti e strutture a rischio inutilizzo.

Il ridimensionamento è già avvenuto sulla carta. L’obiettivo iniziale di oltre 260 mila nuovi posti tra asili nido e scuole dell’infanzia è stato ridotto a circa 150 mila con la rimodulazione concordata a Bruxelles nel dicembre 2023. Anche le risorse sono scese, da 4,6 a poco più di 3,2 miliardi di euro. La revisione è stata motivata con l’aumento dei costi e le difficoltà nelle gare, ma il risultato misurabile è un piano meno ambizioso e comunque in affanno.

Cantieri lenti e risorse bloccate

Lo stato di avanzamento finanziario conferma la criticità. A fine 2024 risultava spesa poco più di un quarto delle risorse disponibili; le rilevazioni successive indicano che la percentuale resta lontana dalla soglia necessaria per rispettare il cronoprogramma europeo. I cantieri aperti sono numerosi, ma solo una quota minima delle opere risulta completata e collaudata. Oltre il 60 per cento dei progetti accumula ritardi sulla fine lavori e una parte deve ancora avviare i cantieri, quando il conto alla rovescia verso il 2026 è già iniziato.

Il rallentamento è sistemico. L’aumento dei prezzi delle materie prime ha reso insufficienti i quadri economici originari, costringendo i comuni a rivedere progetti e a cercare risorse integrative. A questo si aggiunge una capacità amministrativa ridotta: gli enti locali, soprattutto i più piccoli, si trovano a gestire una mole di investimenti straordinaria con organici tecnici depotenziati da anni. Il risultato è una catena di proroghe, rinvii e riallocazioni che congela la spesa e comprime i tempi effettivi di realizzazione.

Il rischio delle “scatole vuote”

Il nodo centrale, segnalato con insistenza dalla Cgil, va oltre la costruzione degli edifici. Il Pnrr finanzia i muri, non la gestione. La spesa corrente per personale, utenze e funzionamento resta a carico dei bilanci comunali, già compressi dai vincoli di finanza pubblica. È qui che prende forma il rischio delle “scatole vuote”: strutture nuove che, anche se consegnate in tempo, potrebbero restare chiuse per mancanza di educatori e risorse stabili.

Le difficoltà emergono con maggiore forza nei territori che avrebbero più bisogno dell’intervento. Nel Mezzogiorno, dove la copertura dei nidi resta ben al di sotto degli standard europei, i pagamenti Pnrr procedono più lentamente. Sicilia, Calabria e Campania registrano livelli di spesa inferiori alla media, mentre solo poche regioni del Nord superano la metà delle risorse utilizzate. La dimensione dei comuni pesa: quelli più piccoli faticano a partecipare ai bandi e a sostenere iter amministrativi complessi, con un effetto selettivo che penalizza le aree più fragili.

Ed è qui che si inserisce il tema della gestione esternalizzata. L’impossibilità di assumere personale pubblico spinge molti enti locali verso concessioni e affidamenti a soggetti privati o del terzo settore. Il rischio segnalato dal sindacato riguarda la precarizzazione del lavoro educativo e l’aumento delle rette per le famiglie, con una progressiva riduzione del carattere universale del servizio. Una traiettoria che, letta insieme ai tagli agli obiettivi e ai ritardi strutturali, restituisce l’immagine di un Pnrr che arretra proprio mentre proclama la centralità della natalità e dell’occupazione femminile.

I dati parlano chiaro. L’investimento nasceva per colmare divari storici e sostenere i diritti educativi fin dai primi anni di vita. Oggi, a ridosso della scadenza europea, il rischio concreto è quello di consegnare all’Europa un rendiconto formale e al Paese un sistema incompleto, dove le risorse straordinarie hanno costruito contenitori fragili. La distanza tra annunci e attuazione si misura in percentuali di spesa e cantieri in ritardo, ma si traduce soprattutto in servizi pubblici sacrificati lungo il percorso.

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A Davos si fa il plastico, a Gaza si brucia la plastica

A Davos si costruisce il plastico. A Gaza si brucia plastica per scaldarsi. È il contrasto che regge tutta la giornata e rende superfluo ogni commento aggiuntivo. Mentre il Board of Peace si presenta come laboratorio del “dopo”, a Khan Younis le famiglie rovistano tra i rifiuti per accendere un fuoco che tolga il gelo dalle ossa. Lo raccontano le agenzie senza aggettivi, come se fosse un dato di contesto. È invece il centro della scena: la pace promessa in Svizzera e la sopravvivenza improvvisata nella Striscia stanno su due pianeti diversi.

Il primo test concreto arriva da Rafah. Ali Shaath annuncia la riapertura del valico “in entrambe le direzioni” per la prossima settimana. Israele risponde con una formula sospesa, “valuteremo”. Il lato palestinese resta sotto controllo militare israeliano. In mezzo, la cronaca che smonta il palco. Tre giornalisti uccisi mentre viaggiavano in auto, tra loro un collaboratore dell’AFP. L’agenzia chiede un’indagine completa. Israele continua a impedire l’ingresso alla stampa internazionale, salvo visite accompagnate. Gaza viene raccontata da chi ci vive e ci muore, mentre la “pace” viene spiegata altrove. 

Sul piano politico europeo, la frattura è ormai esplicita. António Costa parla di “seri dubbi”. Pedro Sánchez si sfila. Ungheria e Bulgaria entrano. L’Italia resta in una terra di mezzo: Trump dice che Meloni “vuole unirsi”, Meloni evita di dirlo per iscritto. In Parlamento l’opposizione chiede conto, la Costituzione diventa improvvisamente un oggetto citato a corrente alternata. Intanto, lontano dai riflettori di Davos, la Cisgiordania continua a bruciare piano. A Hebron, operazione congiunta di esercito, Shin Bet e polizia: perquisizioni di massa, arresti, armi sequestrate. La “fase dopo” convive con la repressione quotidiana. Il filo che tiene insieme tutto è semplice e spietato. Si parla di pace senza guardare chi, oggi, deve bruciare immondizia per non morire di freddo.

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Bentornato, Miniculpop

È bastato un video. Un professore che parla. Un referendum che entra finalmente nelle case. Poi la mano invisibile che abbassa il volume.

Meta ha deciso che l’intervento di Alessandro Barbero sul referendum sulla giustizia doveva essere rallentato, meglio ancora affossato. Ufficialmente per “fact-checking”. In concreto per eccesso di diffusione. Troppo visto e troppo condiviso. In una parola: troppo politico.

Il meccanismo è noto: si prende un contenuto che contiene un’opinione, lo si passa al setaccio di una verifica pensata per le bufale grossolane, si isola una frase discutibile e la si trasforma in un giudizio totale. “Falso”. Da lì scatta la sanzione che conta davvero: il declassamento algoritmico. Il video resta online, come un soprammobile, ma smette di circolare. Non c’è bisogno di vietarlo, è già muto. 

Il punto non è Barbero. Il punto qui è il precedente che si crea. In una campagna referendaria, una piattaforma privata (con l’aiuto di un media italiano) decide che una posizione politica deve smettere di arrivare alle persone perché “virale”. È una dichiarazione di potere. E anche di metodo: si governa il dibattito regolando la portata, invece di discutere nel merito il contenuto. E così si altera il campo senza sporcarsi le mani.

C’è un dettaglio che andrebbe scolpito. I fact-checking che hanno ispirato l’intervento non smontano l’intero discorso di Barbero. Al massimo distinguono, correggono un passaggio. È il normale funzionamento del confronto pubblico. Meta prende quella complessità e la schiaccia in un bollino binario, buono per l’algoritmo e pessimo per la democrazia.

Così la campagna referendaria viene inquinata due volte. Prima perché una voce viene resa meno udibile nel momento in cui conta. E poi perché la discussione si sposta dal merito del referendum al teatro della censura, tra indignazioni, vittimismi e sospetti. Un favore gigantesco a chi non vuole discutere di giustizia ma solo controllare il rumore.

Tecnicamente si chiama censura per sottrazione. Funziona benissimo perché non lascia tracce visibili. E perché viene venduta come tutela ma in realtà è una scelta politica esercitata senza responsabilità politica. Un algoritmo che decide cosa è troppo, quando è troppo e per chi è troppo.

Bentornato, Miniculpop. 

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Crollo della produttività, perché nell’ultimo quarto di secolo l’Italia è rimasta ferma mentre l’Europa cresceva

L’Italia si è fermata mentre il resto d’Europa continuava a muoversi. I numeri sono noti da anni, ma restano politicamente rimossi. Dal 2000 al 2024 la produttività reale per ora lavorata in Italia è cresciuta dello 0,3 per cento. Nello stesso periodo la media dell’Unione europea è salita di circa il 25 per cento. La Germania ha segnato +22 per cento, la Francia +15, la Spagna +19. Il dato è di Eurostat. È il punto di partenza, non una conseguenza.

Lorenzo Ruffino lo scrive con chiarezza: quando la produttività si ferma, i salari si fermano. In Italia i salari reali sono più bassi di quelli degli anni Novanta, un’anomalia unica tra le grandi economie Ocse. La relazione è aritmetica. Se ogni ora di lavoro produce lo stesso valore di vent’anni fa, non esiste spazio per redistribuire reddito senza erodere margini o competitività. Ma la relazione funziona anche al contrario. Salari compressi rendono conveniente continuare a usare lavoro invece di investire in tecnologia. Il risultato è un sistema che occupa, ma non cresce.

Il circolo vizioso che blocca salari e produttività

La produttività totale dei fattori, quella che misura progresso tecnologico, organizzazione e qualità manageriale, in Italia smette di crescere negli anni Novanta. Lo rilevano Banca d’Italia e Ocse da tempo. È la fase in cui l’economia globale entra nella rivoluzione digitale e l’euro elimina la svalutazione come scorciatoia competitiva. Altri paesi ristrutturano. L’Italia no.

Negli ultimi anni l’occupazione aumenta soprattutto nei servizi a basso valore aggiunto. Istat certifica che nel 2024 la produttività del lavoro è calata proprio nei settori dove il lavoro è cresciuto di più: commercio, logistica, attività ricettive, sanità e assistenza. Si creano posti, ma il valore prodotto per addetto diminuisce. È crescita apparente, che diluisce l’efficienza media e rafforza la stagnazione salariale.

Le riforme del lavoro degli ultimi decenni hanno ampliato l’occupazione, ma soprattutto nella parte bassa della scala qualitativa. Contratti intermittenti, bassa intensità lavorativa, turnover elevato. In questo contesto le imprese investono poco in capitale umano e i lavoratori hanno pochi incentivi a specializzarsi. La produttività resta ferma perché il sistema è progettato per restare fermo.

Imprese piccole, incentivi sbagliati

La struttura produttiva completa il quadro. L’Italia è un paese di microimprese. Milioni di persone lavorano in aziende con meno di dieci addetti. I dati Eurostat mostrano che queste imprese occupano una quota elevata di lavoratori ma generano un valore aggiunto per occupato nettamente inferiore rispetto alle imprese medio-grandi. La tecnologia moderna richiede scala, capitale, organizzazione. Il sistema italiano scoraggia tutto questo.

Il regime forfettario è un esempio evidente. La soglia degli 85 mila euro crea un incentivo esplicito a non crescere. Superarla significa un salto fiscale e burocratico che riduce il reddito netto. La conseguenza è una miriade di attività che si fermano deliberatamente prima di espandersi, come mostrano i dati dell’Agenzia delle Entrate sulle concentrazioni appena sotto soglia. È una politica pubblica che premia la piccolezza e penalizza la produttività.

Gli investimenti restano insufficienti. Istat segnala che lo stock di capitale produttivo cresce a ritmi minimi da un decennio. Molte imprese operano con macchinari e organizzazioni datate. Il ritardo digitale è certificato anche dagli indicatori europei sull’adozione delle tecnologie ICT. Dove il lavoro costa poco, automatizzare conviene meno.

Il risultato è quello che Ruffino definisce un equilibrio di basso livello: un sistema stabile, occupato, ma povero. Produttività bassa genera salari bassi. Salari bassi scoraggiano gli investimenti che servirebbero ad aumentare la produttività. Nel frattempo il capitale umano qualificato se ne va, come mostrano i dati sulle migrazioni Istat. L’Italia resta ferma perché ha costruito, pezzo dopo pezzo, le condizioni per restare ferma. E continua a chiamarlo modello.

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Dalla crisi dell’auto all’economia di guerra: dalla Francia all’Italia, così l’Europa riconverte l’industria civile in militare

Si vendono sempre meno auto europee. La crisi dell’automotive europeo ha superato da tempo la soglia dell’emergenza congiunturale. I volumi persi non rientrano, gli impianti restano sottoutilizzati, l’indotto si assottiglia. Ed è qui che prende forma una risposta facile e comoda, che evita di interrogarsi sul modello industriale e sceglie una scorciatoia: spostare la capacità produttiva verso la difesa. È una riconversione che viene raccontata come pragmatica e necessaria, ma che introduce un cambio di paradigma più profondo. La manifattura civile trova nel riarmo una nuova normalità. L’Europa delle armi prende forma giorno dopo giorno. 

Renault e l’industrializzazione dell’arma come prodotto di serie

Il caso francese è un punto di svolta. Renault è il primo grande marchio automobilistico europeo ad aver firmato un contratto diretto con la Direction Générale de l’Armement per la produzione di droni d’attacco a lungo raggio. Il progetto Chorus, sviluppato insieme a Turgis Gaillard, nasce su richiesta esplicita dello Stato francese e risponde a un’esigenza precisa: disporre di sistemi offensivi meno costosi, rapidamente replicabili, prodotti in grandi volumi.

Il cuore dell’operazione non è tecnologico, ma industriale. Renault mette a disposizione ciò che l’industria della difesa tradizionale non possiede: logiche di produzione di massa, ottimizzazione dei costi, catena di montaggio. I droni Chorus vengono riprogettati per essere assemblati come un’automobile, con materiali standardizzati e processi mutuati dall’automotive. Gli stabilimenti di Le Mans e Cléon, storicamente legati a telai e motori, ospitano ora linee dedicate alla produzione militare, con centinaia di lavoratori riallocati su base volontaria.

La scala dichiarata è quella che ridefinisce il concetto stesso di armamento europeo: centinaia di unità all’anno, con la possibilità di accelerare in caso di necessità. È la normalizzazione industriale della guerra, in cui l’arma diventa un bene “consumabile”, progettato per essere prodotto in serie e sostituito rapidamente. Il finanziamento pubblico fa il resto, garantendo continuità di commesse in un momento in cui il mercato dell’auto fatica a sostenere investimenti e occupazione.

La scelta non sostituisce formalmente il core business automobilistico, ma ne indica la fragilità. Dove la transizione ecologica prometteva riconversione civile e innovazione, la realtà mostra un approdo più immediato: la domanda militare come stabilizzatore industriale. È qui che il confine tra difesa e industria pesante si assottiglia fino quasi a scomparire.

L’Italia e la riconversione come politica di contenimento

In Italia il quadro è più disordinato, ma la direzione è molto simile. La produzione di autoveicoli ha toccato livelli in basso che non si vedevano da decenni, con impianti fermi e una filiera in affanno. In assenza di una strategia industriale civile credibile, il governo ha indicato nella difesa uno sbocco possibile. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha legato apertamente la sopravvivenza dell’indotto automotive alla diversificazione verso settori considerati strategici, a partire da quello militare.

Il segnale più chiaro arriva dalla redistribuzione delle risorse. Il ridimensionamento del Fondo automotive, nato per accompagnare la trasformazione tecnologica del settore civile, coincide con l’aumento degli investimenti nella difesa. La scelta politica è evidente: meno sostegno alla mobilità civile, più spinta al comparto bellico. A trainare la domanda è il rafforzamento del polo nazionale guidato da Leonardo, impegnato in un processo di consolidamento con Rheinmetall per la produzione di mezzi terrestri pesanti destinati all’Esercito.

In questo schema, l’indotto dell’auto viene chiamato a trasformarsi in fornitore militare. Meccanica, elettronica, lavorazioni di precisione diventano asset trasferibili dalla mobilità civile ai veicoli corazzati. È una riconversione che riguarda soprattutto la filiera, meno le grandi linee di assemblaggio, ma che ridefinisce il senso stesso della politica industriale: la difesa come ammortizzatore sistemico.

Sul fondo resta Stellantis, che continua a ridurre la produzione nazionale senza assumere un ruolo diretto nella riconversione militare. Il risultato è un modello frammentato, in cui lo Stato spinge, l’indotto si adatta e il grande costruttore resta defilato. Più che una strategia di sviluppo, appare una gestione dell’emergenza occupazionale.

Il filo che lega Francia e Italia è la trasformazione del riarmo in risposta industriale. La crisi dell’auto non produce un ripensamento del modello produttivo ma uno slittamento verso un settore protetto, finanziato e politicamente legittimato. L’economia di guerra entra così nella normalità manifatturiera europea, presentata come scelta tecnica e inevitabile. La domanda che resta aperta riguarda il prezzo di questa stabilità apparente: quando la continuità industriale dipende dalla produzione di armi, la transizione civile smette di essere una priorità e diventa una promessa rinviata.

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