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A Gaza la tregua resta una parola, l’assedio è una realtà

A Gaza la parola “tregua” continua a funzionare solo nei comunicati. Sul terreno, nelle ultime ventiquattro ore, restano almeno tredici morti sotto i raid israeliani, cinque bambini. Una tenda per sfollati colpita nel sud, una casa distrutta nella parte orientale di Gaza City, bombardamenti tra Jabalia e Khan Younis. I luoghi sono sempre gli stessi, cambia soltanto il conteggio dei corpi. Intanto il vento e la pioggia sferzano le tendopoli: l’assedio aggiunge anche il freddo.

L’esercito israeliano parla di “obiettivi terroristici” e di risposta a un proiettile partito da Gaza e caduto prima di raggiungere Israele. È la formula standard, ripetuta, che cancella il contesto: colpire aree dove vivono sfollati significa colpire civili, anche quando il bersaglio dichiarato ha un altro nome. Hamas risponde accusando Israele di violare gli impegni della tregua e, nello stesso tempo, prova a mostrare disponibilità sul dopo, evocando la consegna del governo di Gaza a un’entità palestinese. Parole contro macerie.

Fuori da Gaza, il boomerang è politico. Rula Jebreal scrive che l’“ordine mondiale basato sulle regole” è morto a Gaza. Nelle stesse ore il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier accusa gli Stati Uniti di distruggere quell’ordine, legittimando il diritto del più forte. Gaza smette di essere un’eccezione umanitaria e diventa un precedente: ciò che passa lì diventa norma altrove.

L’Italia si muove su un altro registro. Giorgia Meloni ribadisce che Gaza “resta nei radar”, annuncia fondi per la cooperazione, offre l’addestramento dei Carabinieri alle future forze di sicurezza palestinesi e apre, con molte cautele, a una forza multinazionale sotto egida Onu. Mentre sul terreno si colpiscono tende, a Roma si discute di addestramento e mandati parlamentari. Il linguaggio della gestione prende il posto di quello della protezione.

La chiusura arriva da un atto istituzionale che pesa più di mille analisi. Papa Leone XIV parla di “grave crisi umanitaria” in Terra Santa, richiama la prospettiva dei due Stati e segnala l’aumento delle violenze in Cisgiordania contro i civili palestinesi. Gaza e West Bank nello stesso respiro. La tregua resta una parola tecnica. L’assedio, una realtà quotidiana.

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Meloni, il potere raccontato come una televendita

Giorgia Meloni si presenta in conferenza stampa come se fosse sul palco di una televendita: voce ferma, slogan pronti, responsabilità assenti. Il governo, ancora una volta, è un dettaglio secondario rispetto alla sua narrazione personale. La bugia più grave riguarda il caso Paragon. Alla domanda elementare – che cosa sta facendo il governo per chiarire uno spionaggio che coinvolge giornalisti e cittadini – Meloni risponde spostando tutto su di sé. «La spiata sono io». È il solito ribaltamento della realtà.

Non solo perché nessuna evidenza la riguarda, ma perché serve a cancellare il punto. È il suo metodo, sempre: chiagnere e fottere. Poi c’è la libertà di stampa, evocata come una bandiera mentre viene svuotata nei fatti. Meloni sostiene che l’Italia punirebbe già le querele temerarie. Ma non esiste una legge specifica. La direttiva europea viene recepita senza volontà di protezione reale, mentre ministri e maggioranza continuano a usare le cause come clava. Una premier allergica alle conferenze stampa che finge di difendere i giornalisti mentre governa un sistema che li logora per anni in tribunale.

Sulla sicurezza, il copione diventa grottesco. Arresti e sequestri vengono messi in vetrina come meriti dell’esecutivo, mentre i fallimenti vengono scaricati sui giudici. L’esempio dell’imam di Torino viene citato come “pericolosità provata”, quando procure e Corti hanno stabilito l’opposto. Qui la bugia è giuridica prima ancora che politica: si spaccia una valutazione amministrativa per una prova giudiziaria. E così lo stato di diritto finisce ridotto a slogan. Infine l’economia. Crescita evocata per fede, salari raccontati come in ripresa, potere d’acquisto gonfiato a colpi di dichiarazioni. I dati dicono stagnazione industriale, stipendi reali erosi, occupazione sostenuta dagli ultracinquantenni e aumento degli inattivi. Meloni non governa questi numeri: li aggira, li piega, li nega.

La conferenza stampa non è stata un confronto. È stata un esercizio di autoassoluzione. Le domande cercavano atti, tempi, responsabilità. Le risposte hanno offerto vittimismo, propaganda, spostamenti di campo. È il tratto costante di un potere che tollera il contraddittorio solo come scenografia. E la democrazia resta fuori dall’inquadratura. Insieme alla realtà.

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La moralità al posto del diritto

Dice Donald Trump che l’unico limite al suo potere è la propria moralità. Lo afferma mentre rivendica un’azione militare priva di autorizzazione del Congresso e mentre liquida il diritto internazionale come un orpello. La frase arriva dopo il blitz in Venezuela e mentre il Senato americano tenta, in modo simbolico, di rimettere un argine ai poteri di guerra della Casa Bianca. Il punto politico sta tutto lì: la legge arretra, la coscienza del capo avanza.

È una torsione del linguaggio familiare anche qui da noi, anche in Italia. Matteo Salvini parla spesso “da padre” quando giustifica scelte pubbliche. Giorgia Meloni rivendica decisioni prese “da madre” o in nome del “buon senso”. Il meccanismo resta identico: la legittimità smette di discendere da regole verificabili e viene ancorata a una qualità personale, presentata come naturale, immediata, indiscutibile.

Ovvio che in questo schema il diritto diventa un impaccio tecnico, qualcosa da aggirare quando rallenta l’azione. Il controllo parlamentare appare come un fastidio. I giudici come un ostacolo ideologico. Al loro posto si insedia un criterio emotivo, cucito addosso al leader, che si propone come bussola morale della comunità. Chi contesta quella bussola viene descritto come distante dalla realtà, ostile alla “gente”, prigioniero di cavilli.

Trump esplicita ciò che altrove resta implicito. Salvini e Meloni lo declinano in forma domestica, rassicurante, quotidiana. Cambiano i toni, resta la sostanza. Quando il limite coincide con la coscienza di chi governa, il limite perde consistenza pubblica. Quando la legge cede il passo al “buon senso” del potere, la politica entra in una zona grigia dove tutto diventa possibile e dove la forza trova sempre una giustificazione morale pronta all’uso.

Buon venerdì. 

 

Foto Gov

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Caso Renee Nicole Good, si accende lo scontro politico negli Stati Uniti sul metodo Trump

Minneapolis, 7 gennaio 2026. Ore 9.35. Nel quartiere di Powderhorn, a sud della città, durante un’operazione dell’Immigration and Customs Enforcement, un agente federale spara contro una donna alla guida della propria auto. Si chiamava Renee Nicole Good, aveva 37 anni, cittadina statunitense, madre di tre figli. Muore pochi istanti dopo.

L’Immigration and Customs Enforcement (Ice) stava conducendo l’operazione “Metro Surge”, un dispiegamento straordinario di agenti federali in un’area residenziale. Nelle ore successive, il Department of Homeland Security sostiene che la donna abbia “usato il veicolo come arma” e che l’azione rientri nella risposta a una “minaccia terroristica interna”. La segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem parla di legittima difesa. Il presidente Donald Trump, sui social, definisce la vittima un’“agitatrice professionale”.

I video e la versione federale

Peccato che non sia così. I video amatoriali diffusi nelle ore successive mostrano una sequenza diversa. L’auto di Good è ferma. Due agenti si avvicinano e tentano di aprire la portiera. La donna inserisce la retromarcia per allontanarsi. Poi ingrana la marcia avanti, sterzando per aggirare gli agenti. Un terzo agente, posizionato lateralmente e fuori dalla traiettoria del veicolo, estrae l’arma e spara tre colpi a distanza ravvicinata. I proiettili colpiscono parabrezza e finestrino laterale. La donna viene raggiunta alla testa. L’auto prosegue per alcuni metri prima di schiantarsi contro veicoli parcheggiati.

Dalle immagini risultano agenti in piedi subito dopo lo sparo. I soccorsi vengono ritardati mentre l’area viene isolata dagli agenti federali. L’inchiesta viene rapidamente ricondotta sotto giurisdizione federale.

Sul piano politico, a Washington la difesa dell’operato dell’ICE arriva dal Dipartimento per la Sicurezza interna e viene rilanciata dalla Casa Bianca come conferma della linea di “tolleranza zero” verso chi intralcia le operazioni federali. Sul fronte opposto, la deputata del Minnesota Ilhan Omar chiede verifiche indipendenti sull’uso della forza. Il governatore Tim Walz invoca “chiarezza rapida”, ricordando che la competenza resta federale.

Le reazioni in Italia e la linea atlantica

A meno di un miglio dal luogo dell’uccisione, nel 2020, George Floyd moriva durante un arresto della polizia locale. Sei anni dopo, nello stesso quadrante urbano, la forza letale viene esercitata da un’agenzia federale durante un’operazione di ordine pubblico.

L’episodio si inserisce nella deforme spinta dell’Ice: reclutamento accelerato, standard di addestramento ridotti, agenti operativi spesso senza identificativi visibili, catena di comando direttamente dipendente dall’esecutivo. Il professore di Economia de La Sapienza, Fabio Sabatini, descrive l’agenzia come un apparato che risponde alla presidenza con un sistema di detenzione parallelo e una dottrina operativa centrata su obiettivi numerici. Quasi “alla Ceausescu”. 

In Italia, la reazione politica resta compressa. Palazzo Chigi evita dichiarazioni, per non urtare l’amato Trump. Alla Farnesina, il ministro degli Esteri Antonio Tajani richiama in forma generale “i valori democratici e lo stato di diritto”: una frase di comodo, che non dice nulla. Dalle opposizioni arrivano invece prese di posizione dirette: Elly Schlein chiede una condanna formale, Giuseppe Conte parla di violenza politica coperta da retorica securitaria. Nel campo della maggioranza pesa anche il silenzio di Matteo Salvini, abitualmente rapido nel sostegno alle politiche di frontiera trumpiane. Oggi insolitamente zitto. 

L’agente che ha sparato resta in servizio. L’operazione federale prosegue. La qualificazione dell’episodio come terrorismo resta agli atti. Intanto il presidente Trump è ormai in guerra con tutti: con gli arabi per Gaza, con il Sudamerica, con la Cina, con la Russia, con l’Europa e ora anche con i suoi stessi cittadini. Voleva il Nobel per la pace, ricordiamolo. 

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Referendum sulla giustizia, i cartelloni del No mandano in tilt il fronte del Sì. E pure gli avvocati si dividono

Alla stazione Centrale di Milano la campagna referendaria sulla giustizia entra nel vivo con un cartellone del comitato per il No che chiede ai passanti se davvero vogliano «giudici che dipendono dalla politica». La reazione è immediata. Pronti, via e il fronte del Sì denuncia un messaggio fuorviante, parla di allarmismo e chiede di ricondurre il dibattito su binari “corretti”. La “correttezza” ovviamente starebbe in un comitato del No che abbracci le valutazioni di quello di Sì. Fantastico. E così la polemica diventa il primo fatto politico rilevante del referendum: la discussione sul merito viene sospinta ai margini, mentre lo scontro si concentra sul linguaggio e sulle cornici.

Il No difende quel messaggio come una sintesi del nodo centrale della riforma: la separazione delle carriere e la riscrittura degli equilibri del Consiglio superiore della magistratura incidono sul rapporto tra potere politico e giurisdizione. Il Sì risponde con una contro-campagna che riprende e riscrive graficamente i manifesti avversari, arrivando a usare l’immagine del presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Cesare Parodi, come bersaglio polemico. È una scelta che sposta definitivamente la campagna sul piano simbolico e segnala quanto il tema dell’autonomia della magistratura resti il punto più sensibile dello scontro. I cosiddetti “competenti” giocano tutto sui messaggi degli avversari. 

Il messaggio che divide

Dietro la disputa sui cartelloni si consuma una frattura politica netta. Il Sì insiste su responsabilità, efficienza, modernizzazione del sistema. Il No replica che la riforma produce un riequilibrio a favore dell’esecutivo, presentato come tecnica neutra. Il cartellone di Milano funziona proprio perché costringe a esplicitare questa alternativa. Le reazioni scomposte diventano, per il No, la prova che la questione dell’indipendenza dei giudici resta irrisolta.

Nel dibattito entrano anche le parole del ministro della Giustizia Carlo Nordio, rivendicate dai comitati come conferma dell’impianto politico della riforma. Le dichiarazioni vengono richiamate e interpretate come il segnale di una volontà di “riequilibrio” dei poteri che va oltre la semplice riorganizzazione interna della magistratura. È su questo terreno che la campagna del No prova a inchiodare il confronto, trasformando ogni reazione comunicativa in un atto politico.

La crepa nell’avvocatura

Il secondo elemento che complica la narrazione arriva dall’avvocatura. Accanto alle iniziative per il Sì promosse dall’Unione delle Camere Penali, a dicembre nasce il comitato “Avvocati per il No”, presieduto da Franco Moretti. La tesi è esplicita: la riforma altera i contrappesi costituzionali e incide sull’equilibrio tra accusa e giudice, con ricadute dirette sulle garanzie dei cittadini.

Nei giorni successivi circola un manifesto sottoscritto, secondo i promotori, da centinaia di legali. La sua diffusione rompe un cliché consolidato e rende evidente che la separazione delle carriere divide anche il mondo forense. Da un lato l’avvocatura che vede nella riforma una bandiera storica, dall’altro chi la legge come un passo che rafforza l’interferenza politica sugli organi di autogoverno della giurisdizione. La frattura interna diventa così un fatto politico, utile al No per mostrare che il referendum attraversa i corpi professionali e non si riduce a una contrapposizione ideologica.

La politica prende posizione

Mentre la polemica sui manifesti continua ad alimentare il dibattito pubblico, la campagna del No si struttura anche sul piano organizzativo. Il 10 gennaio a Roma viene presentato il comitato “Società civile per il No”, con la presidenza di Giovanni Bachelet e una rete di promotori che comprende Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni e il segretario della CGIL Maurizio Landini. È il passaggio che segna l’ingresso pieno della politica nella campagna referendaria.

Il quadro che emerge è quello di una consultazione già polarizzata. Da una parte la rissa comunicativa, dall’altra una faglia che attraversa magistratura, avvocatura e partiti. Il referendum sulla giustizia prende forma così, tra stazioni ferroviarie e conferenze stampa, come un confronto sul potere e sui suoi limiti. La scelta del No si costruisce dentro questa sequenza di atti e reazioni, più che nelle dichiarazioni di principio, ed è per questo che un cartellone diventa il detonatore di una campagna che promette di restare aspra fino al voto.

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E la chiamano tregua

A Jabalia, ieri, la tregua ha il corpo di una bambina di undici anni colpita da un proiettile mentre stava fuori casa. È successo a ovest del campo, area Al-Faluja. Da quando il cessate il fuoco è entrato in vigore, dicono le cifre diffuse dalle autorità sanitarie locali e riprese dalle agenzie internazionali, i morti palestinesi sono centinaia. La parola resta la stessa, il conto cresce.

A est di Gaza City, quartiere Al-Zaytoun, arrivano segnalazioni di fuoco pesante verso civili. A poche ore di distanza, un bombardamento colpisce una casa della famiglia Alwan in via Yafa, ad Al-Tuffah: due morti, diversi feriti. Le immagini circolano, le versioni si accavallano, la scena è sempre quella. Una tregua che sul terreno assomiglia a una linea gialla invisibile: la oltrepassi e sparano, resti fermo e il cielo decide.

Israele parla di un razzo partito da Gaza City e caduto all’interno della Striscia, vicino a un ospedale. La risposta, dicono, è “mirata” contro il punto di lancio. La formula è collaudata, il risultato no. Ogni colpo aggiunge detriti alla narrazione del cessate il fuoco, la svuota di senso pratico e la riempie di note a piè di pagina.

Fuori dalla Striscia, la Turchia accusa violazioni e chiede che gli aiuti entrino senza interruzioni. Dentro Israele, la cronaca si piega su sé stessa: proteste degli ultra-ortodossi contro la leva, un ragazzo di quattordici anni investito e ucciso da un autobus, l’appello del primo ministro alla calma. Anche qui la parola è sempre la stessa, tregua, declinata come ordine pubblico.

Intanto i convogli umanitari entrano a singhiozzo. I numeri vengono elencati, i camion contati. A Gaza la parrocchia della Sacra Famiglia perde il suo parroco: il visto non viene rinnovato, deve partire. Restano le persone, le stanze vuote, le promesse scritte nei comunicati. La tregua esiste nei testi. Sul terreno, continua a sparare.

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Acca Larentia. Ogni anno, tutti gli anni, sempre di più

Come ogni anno, come ogni 7 gennaio, anche ieri ad Acca Larentia è andato in scena il rigurgito fascista che insozza questo tempo e questo Paese. Di anno in anno – e sarà sempre peggio – l’adunata di nostalgici fascisti farà sempre meno rumore. Merito dell’assuefazione, l’arma più potente di ogni declino politico e morale. 

Gli ingredienti del fetido menù sono sempre gli stessi: il “presente” urlato, il braccio teso, il nero vomitato per le strade di Roma. A inspessire la boria c’è anche la consapevolezza dei fascisti di avere punti di riferimento nei ruoli apicali del Paese.  Ieri erano presenti alla manifestazione il presidente della Commissione Cultura della Camera ed eseponente di Fratelli d’Italia Federico Mollicone e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca oltre al vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, la vicepresidente della Regione Lazio Roberta Angelilli, il senatore di Fdi Andrea De Priamo.

Ogni anno, sempre di più, la morte di Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, appartenenti al Fronte della Gioventù, e di Stefano Recchioni serve per puntellare la storia e rivendicare il diritto di esibizione. Il mazzo di fiori dell’organizzazione neonazista Veneto Fronte Skinheads accanto alla corona del Comune di Roma è un’immagine che parla da sola. 

Ogni anno la soglia del ridicolo si sposta. Ieri ci siamo sorbiti Mollicone mentre ci insegnava che la croce celtica non è un simbolo nazista ma un simbolo religioso. E poi ha dato degli «analfabeti» ai giornalisti presenti. Ogni anno, tutti gli anni, sempre di più.  

Buon giovedì. 

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Immigrazione record, l’ipocrisia del governo: respinge per consenso mentre accoglie per necessità

La maggioranza parla di “stop” e costruisce campagne sulla paura, poi governa con un’altra lingua: la contabilità. L’ipocrisia del governo Meloni sull’immigrazione sta tutta in questo scarto: promessa di chiusura come identità politica, programmazione di ingressi come manutenzione dello Stato. I dati messi in fila da Lorenzo Ruffino raccontano una scelta già presa e mimetizzata.

Il paese che serve e quello raccontato

Nel 2024 in Italia sono arrivate dall’estero 451 mila persone, massimo degli ultimi sedici anni; il precedente picco indicato nell’analisi è 527 mila nel 2007. Nello stesso anno hanno lasciato il paese 188 mila persone, record dal 2002. Il saldo migratorio netto resta positivo per 262 mila unità mentre il paese registra 370 mila nascite e oltre 600 mila decessi: un buco demografico che qualcuno deve riempire, anche se in pubblico si continua a negarlo.

Ecco il punto che in conferenza stampa viene trattato come dettaglio: il governo ha autorizzato per il triennio 2026-2028 l’ingresso di 500 mila lavoratori stranieri tramite decreti flussi, quota più alta mai fissata. Fino al 2020 le autorizzazioni annue stavano tra 13 mila e 30 mila. La retorica agita l’assedio, l’atto amministrativo apre corsie perché agricoltura, edilizia, logistica e assistenza familiare chiedono manodopera che il paese non è più in grado di produrre da solo.

Il profilo degli arrivi dice la stessa cosa. Nel 2024 sono arrivati 260 mila uomini e 191 mila donne; la fascia 18-39 anni vale 248 mila ingressi. L’immigrazione diventa più maschile perché cresce la domanda di lavoro fisico e di turni massacranti. È una selezione economica, non umanitaria, che però viene raccontata come emergenza di ordine pubblico.

Il doppio binario come metodo

Anche la geografia degli arrivi smentisce la narrazione comoda di un fenomeno “europeo”. Nel 2024, sulle 451 mila persone: 115 mila arrivano dall’Africa, 100 mila dall’Asia, 84 mila dalle Americhe, 149 mila dall’Europa. L’Europa pesa oggi il 33 per cento, nel 2007 era il 76 per cento. Cambia il mondo, cambia l’Italia, però in pubblico si continua a recitare il copione di vent’anni fa, perché funziona meglio alle urne.

Dentro questo quadro la comunicazione diventa tecnica di governo. Si alza il volume contro l’irregolare, si amplia il regolare. Si criminalizza chi arriva via mare e si moltiplicano le quote per chi serve nei campi, nei cantieri, nei magazzini, nelle case degli anziani. Perfino il sistema dei flussi viene celebrato come canale “ordinato” e poi lasciato marcire nel click day. Nel 2024 solo il 7,8 per cento delle quote autorizzate si è trasformato in permessi di soggiorno e impieghi stabili, in calo rispetto al 13 per cento dell’anno precedente. Il resto resta sospeso, precario, ricattabile.

L’altra faccia della medaglia

Il governo conosce anche l’altro lato della storia. Gli stranieri occupati sono 2,5 milioni, il 10,5 per cento del totale; producono 177 miliardi di valore aggiunto, circa 9 per cento, e il saldo tra entrate e uscite per lo Stato è positivo per 1,2 miliardi. Però una parte consistente resta schiacciata nella bassa qualifica: solo 9 per cento accede a professioni tecniche o qualificate contro il 39 per cento degli italiani. È un modello che consuma persone e abbassa il lavoro, mentre finge di difenderlo.

Intanto la società cambia davanti ai decreti: i residenti stranieri superano 5,3 milioni, circa 9 per cento della popolazione; aggiungendo i naturalizzati si arriva a 6,7 milioni, 11 per cento. L’integrazione resta il grande rimosso: il 30 per cento delle famiglie straniere in povertà assoluta, il 35 per cento in povertà relativa; tra i giovani stranieri il 29 per cento Neet contro il 18 per cento degli italiani; a scuola oltre uno studente straniero su quattro è in ritardo sul percorso regolare. Numeri che raccontano una scelta incompiuta, lasciata marcire.

La verità politica è questa: l’Italia accoglie per necessità e respinge per consenso. Il governo usa l’immigrazione irregolare come spauracchio, però pianifica quella regolare a livelli record. Poi chiama tutto questo “controllo”, mentre costruisce dipendenza economica e rancore sociale nello stesso gesto.

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Minacce Usa alla Groenlandia: Trump mette in imbarazzo Ue, Nato e Italia

Le parole pronunciate da Donald Trump sulla Groenlandia hanno smesso da tempo di sembrare una boutade. Tra il 6 e il 7 gennaio, la Casa Bianca ha chiarito che l’acquisizione dell’isola «è una priorità di sicurezza nazionale» e che «l’opzione militare resta sul tavolo». Una dichiarazione attribuita ufficialmente alla portavoce dell’amministrazione e rilanciata dalle agenzie internazionali, che ha prodotto un cortocircuito senza precedenti dentro l’Alleanza atlantica.

Un’alleanza che minaccia se stessa

C’è un piccolo non trascurabile particolare: la Groenlandia è territorio autonomo del Regno di Danimarca, Stato membro dell’Unione europea e della Nato. La minaccia di un alleato contro un altro alleato incrina il presupposto politico dell’Occidente: l’intangibilità dei confini interni allo spazio euro-atlantico. Bruxelles ha reagito con una dichiarazione di principio sul rispetto dell’integrità territoriale danese e sull’applicazione dei principi della Carta Onu. Una presa di posizione necessaria, scontata, ma formulata in termini difensivi, quasi notarili, per evitare lo scontro frontale con Washington. A vederla da fuori sembra la stessa reazione che l’Ue ebbe quando Trump cominciò a minacciare dazi e la conclusione di quella vicenda non lascia certo ben sperare.

In questo equilibrio fragile, come spesso accade, l’Italia continua ad essere uno dei punti più scoperti. Giorgia Meloni ha aderito alla dichiarazione congiunta dei leader europei ribadendo che la Groenlandia «appartiene al suo popolo» e che la sicurezza dell’Artico va garantita «insieme alla Nato e agli Stati Uniti». Una formula che prova a tenere insieme tutto ma che evita accuratamente di nominare il nodo politico: la minaccia americana. Ed è un silenzio che pesa, soprattutto alla luce della postura apertamente atlantista rivendicata dal governo italiano in ogni dossier internazionale.

Il silenzio italiano e la paralisi della Nato

L’imbarazzo non è solo italiano. Alla Nato, fonti diplomatiche citate da Politico descrivono un clima di paralisi: l’articolo 5 è pensato per rispondere a un’aggressione esterna, non per gestire l’ipotesi di una pressione militare interna all’alleanza. Il segretario generale evita commenti diretti, mentre a porte chiuse cresce il timore che la crisi groenlandese renda esplicita una frattura strutturale tra potenza egemone e alleati.

Sul piano politico interno l’opposizione italiana ha colto subito la contraddizione. Dal Partito democratico al Movimento 5 Stelle, le dichiarazioni parlamentari parlano di «balbettii», «assenza di una condanna chiara», «sudditanza diplomatica». La maggioranza risponde minimizzando, definendo le uscite di Trump «provocatorie» e confidando che «prevarranno le ragioni dell’Occidente unito». È la linea dell’attesa che però lascia l’Italia senza voce propria proprio mentre l’architettura euro-atlantica viene messa alla prova.

Il contesto strategico intorno alla Groenlandia

Il contesto strategico rende la questione ancora più esplosiva. Scioglimento dei ghiacci, rotte artiche, terre rare, competizione con Russia e Cina: la Groenlandia è un nodo centrale della nuova geopolitica globale. La cleptocrazia americana punta a molto di più. Trump lo rivendica apertamente, arrivando a sostenere che «nessuno combatterà contro gli Stati Uniti per la Groenlandia». Una frase che, letta a Bruxelles e a Roma, suona come un test di resistenza politica più che come un’analisi militare.

La crisi non riguarda solo un’isola lontana. Riguarda la credibilità dell’Unione europea come spazio politico e quella della Nato come alleanza basata su regole condivise. E riguarda l’Italia, costretta a scegliere se continuare a nascondersi dietro formule prudenti o riconoscere che, quando è l’alleato a minacciare l’ordine comune, il silenzio diventa una posizione politica. Pochi mesi fa la presidente del Consiglio disse in Parlamento che «chi tenta di scavare un solco tra l’Europa e gli Usa indebolisce l’Occidente». E ora che gli Usa si vogliono mangiare un pezzo d’Europa

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Il valico di Rafah resta chiuso

Rafah resta chiuso. Un valico trasformato in leva politica: se una salma non viene restituita, il confine non si apre. Il messaggio passa dai canali ufficiali israeliani e diventa subito pressione negoziale. Nel frattempo, sul terreno, la vita continua a cedere per dettagli che dettagli non sono. A ovest di Gaza City una tenda crolla, un muro improvvisato cede, una donna muore tre giorni dopo il matrimonio. Un incidente, dicono. In realtà è la misura di cosa significhi vivere appesi a ripari che riparo non sono. Anche l’Onu lo scrive senza retorica: le tende offrono protezione temporanea. Qui il tempo è finito da mesi.

La tregua raccontata come tregua convive con l’incendio come normalità. Un quadcopter colpisce un generatore su un tetto, un edificio residenziale prende fuoco nel quartiere di Al-Tuffah. Un generatore: elettricità, acqua, sopravvivenza minima. Il bersaglio è tecnico, l’effetto resta civile.

La stessa logica attraversa i luoghi del sapere. A Birzeit, in Cisgiordania, le forze israeliane entrano nel campus universitario durante le lezioni. Gas, proiettili, arresti. A Gaza le università sono macerie, in Cisgiordania diventano obiettivi. L’istruzione trattata come una minaccia da contenere.

Poi c’è il fronte dei testimoni. A Medici Senza Frontiere viene imposto di fermare le attività a Gaza. La motivazione ufficiale parla di “neutralità”, di un report che accusa l’organizzazione di usare parole considerate politiche: genocidio, apartheid, fame come arma. Il linguaggio diventa prova d’accusa.

Lo stesso schema vale per i giornalisti. La stampa internazionale resta fuori da Gaza per “ragioni di sicurezza”, mentre i reporter palestinesi continuano a morire uno dopo l’altro.

Valichi chiusi, tende che crollano, università invase, ONG fermate, giornalisti respinti. L’assedio funziona anche così: restringendo lo spazio, il tempo e le parole. Finché raccontare diventa un atto da autorizzare.

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