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Dal Venezuela alla Groenlandia: le mire di Trump svelano l’irrilevanza politica dell’Ue

Alle due del mattino del 3 gennaio 2026, mentre Bruxelles dormiva il sonno dei giusti (o forse solo degli inconsapevoli) a tremila chilometri di distanza il cielo di Caracas si illuminava per l’effetto combinato di 150 velivoli dell’aeronautica statunitense. L’obiettivo era prelevare un capo di stato, Nicolás Maduro, caricarlo su un volo diretto a New York e processarlo per narcotraffico come un criminale comune.

Di fronte a quello che storici e giuristi faticheranno a non definire un atto di guerra unilaterale contro uno stato sovrano, l’Europa si è svegliata e ha guardato l’orologio, incerta se fosse l’ora di indignarsi o quella di tacere. La cronaca delle ore successive al blitz è il referto medico di un continente politicamente afono.

Bruxelles tra comunicati inconsistenti e formule di rito

La prima reazione ufficiale dell’Unione Europea è arrivata per bocca dell’Alto Rappresentante Kaja Kallas. In un comunicato limato fino all’inconsistenza, Bruxelles ha chiesto “moderazione” e ha ricordato che i principi della Carta delle Nazioni Unite “devono essere rispettati”. Nessuna condanna, nessun cenno alla violazione dei confini, nessuna menzione del fatto che un alleato NATO avesse appena deposto un governo straniero con la forza bruta.

La Commissione Europea, guidata da Ursula von der Leyen, si è rifugiata in una formula di rito: “Siamo solidali con il popolo venezuelano e sosteniamo una transizione pacifica”. Una transizione che, nei fatti, è avvenuta sotto la minaccia dei fucili d’assalto americani e senza che l’Europa fosse nemmeno avvertita. 

Berlino prende tempo, Washington decide

Mentre a Washington si decideva il destino del Sud America, a Berlino il Cancelliere tedesco Friedrich Merz offriva ai giornalisti una dichiarazione che fotografa la paralisi strategica tedesca: “La valutazione legale dell’intervento è complessa e richiede tempo”.

La Germania, motore economico del continente, di fronte al più grande stravolgimento dell’ordine internazionale degli ultimi anni, ha scelto di “prendersi del tempo”. Quel tempo che Donald Trump non ha concesso a nessuno.

Machado, Trump e l’irrilevanza europea

Ancora più rivelatrice è la vicenda di María Corina Machado. L’Unione Europea aveva investito tutto su di lei, conferendole il Premio Sakharov e riconoscendola come l’unica interlocutrice legittima per la democrazia venezuelana. La strategia di Bruxelles era chiara: caduto Maduro, tocca a lei.

Ma Donald Trump ha stracciato questo copione con una singola frase pronunciata durante la sua conferenza stampa: “Non ha il supporto o il rispetto all’interno del paese”. Il Presidente degli Stati Uniti ha scelto invece di dialogare con Delcy Rodríguez, la vicepresidente del regime chavista, avvertendola che se non avesse fatto “la cosa giusta” avrebbe pagato un prezzo più alto di Maduro.

Così l’Europa, con i suoi premi e le sue risoluzioni, è stata semplicemente tagliata fuori dalla stanza dei bottoni. Ancora una volta.

L’Italia rompe il fronte e la Groenlandia entra nel mirino

In questo quadro di irrilevanza collettiva, l’Italia ha deciso di giocare una partita a sé stante, rompendo l’unità di facciata del blocco continentale. Giorgia Meloni è stata l’unica leader di un grande paese europeo a definire l’operazione “legittima”, inquadrandola come un “intervento difensivo” contro la minaccia del narcotraffico.

Una posizione che allinea Roma perfettamente alla “Dottrina Donroe” della Casa Bianca e la distanzia anni luce da Madrid, dove il governo di Pedro Sánchez ha parlato apertamente di “attacco imperialista” e violazione del diritto internazionale. L’asse franco-tedesco tace o balbetta, l’asse mediterraneo si spacca: l’Europa non esiste più come entità politica unitaria sullo scacchiere globale.

Ma se il Venezuela è lontano, la minaccia successiva è arrivata direttamente nel cortile di casa. Poche ore dopo il raid a Caracas, Katie Miller, moglie del vice capo staff di Trump, ha pubblicato sui social media una mappa della Groenlandia – territorio autonomo della Danimarca, stato membro dell’Ue e della Nato – coperta dalla bandiera americana con una sola parola sovrimpressa: “SOON” (PRESTO).

Non era una battuta. Trump ha rincarato la dose dichiarando che gli Usa “hanno bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale” e che la Danimarca “non è in grado di gestirla”.

Solidarietà senza forza

La reazione di Copenaghen è stata di puro panico diplomatico. La Premier Mette Frederiksen ha dovuto ribadire l’ovvio: “Non potete annettere altri paesi”. L’intelligence danese ha classificato gli Stati Uniti come un potenziale fattore di rischio per la sicurezza e ha istituito una “guardia notturna” per monitorare le mosse dell’alleato.

E Bruxelles? Bruxelles ha espresso solidarietà. Un concetto nobile, ma che non ferma le portaerei. L’articolo 5 della Nato protegge l’Europa dai nemici esterni, ma i trattati non prevedono clausole di salvaguardia quando a minacciare l’integrità territoriale di uno stato membro è il capo dell’Alleanza stessa.

L’imbarazzo come presa d’atto

La cronaca di questi primi giorni del 2026 ci restituisce un’immagine nitida e impietosa. L’imbarazzo Ue nasce dalla consapevolezza. La consapevolezza che nel nuovo mondo del “might makes right”, la forza fa il diritto, l’Europa è diventata un osservatore.

Kaja Kallas ha detto che l’Ue sta “monitorando la situazione”. È la frase che si usa quando non si ha più il potere di influenzarla.

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Il neocolonialismo ha cambiato nome, non la sostanza

Neocolonialisti, nient’altro. Non c’è differenza tra Donald Trump, Benjamin Netanyahu e Vladimir Putin. Neocon che costruiscono la propria carriera sulla demolizione del diritto internazionale perché quest’ultimo avrebbe dovuto essere l’unico intralcio a una visione della forza come bussola della politica estera ed economica del proprio Paese.

Tutti e tre intendono il mondo come un piatto ricco da agguantare pezzo per pezzo. Il premier israeliano fagocita per cancellare, il russo usa l’invasione come merce di scambio e l’inquilino della Casa Bianca è un rabdomante di petrolio e di terre rare.

La vera differenza tra le tre metastasi di questo tempo incerto sta nell’accoglienza delle loro azioni criminali. Putin è considerato dall’Italia e **dall’**Europa un criminale da sconfiggere per disfarsene. In quel caso il diritto internazionale viene sventolato come stella cometa da seguire a ogni costo. Netanyahu è maledetto per l’evidenza della sua fame genocidiaria. La sensazione è che se fosse stato solo un po’ più furbo, solo un po’ più cauto, l’Ue e il governo italiano non avrebbero nemmeno dovuto fingere di imbarazzarsi per il genocidio.

Trump invece è addirittura adulato. Circolano in questi giorni sui giornali italiani svalvolate ipotesi di lotta al narcotraffico. A Giorgia Meloni nessuno ha mai raccontato che Trump è lo stesso che un mese fa ha graziato l’ex presidente dell’Honduras, Juan Orlando Hernández, condannato a 45 anni di carcere per traffico di droga: aveva portato 400 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti.

Altri sottolineano come conti il fine e non il mezzo e che l’avere tolto di torno l’autocrate Maduro sia l’unica cosa che conta. Il fine giustifica i mezzi, dicono, dimenticando che la politica invece sta tutta lì: perseguire gli obiettivi nel rispetto della legge.

«State difendendo Maduro!», titolano certi giornalacci. No, vi sbagliate: ci fate schifo, semplicemente.

Buon lunedì.

Foto di Pau Casals su Unsplash

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Infortuni, malattie professionali, morti sul lavoro: un altro anno di occasioni mancate -Lettera43

Il decreto sicurezza e la legge di bilancio non hanno cambiato nulla. La novità della patente a crediti? Inutile. Così nel 2025 le vittime sono rimaste, in media, tre al giorno. E non si può parlare più di un’emergenza improvvisa.

Tra gennaio e ottobre 2025 le denunce di infortunio sul lavoro sono arrivate a 497.341: 5.902 casi in più rispetto allo stesso periodo del 2024, pari a un aumento dell’1,2 per cento. Le morti accertate sono cresciute da 890 a 896. Le denunce di malattia professionale hanno fatto un salto più netto: da 73.922 a 81.494, con un incremento del 10,2 per cento. La media è rimasta invariata: tre lavoratori morti al giorno. Il 2025 si è chiuso così, senza scarti, senza inversioni, senza alibi. Il manifesto della distanza tra i buoni propositi e i fatti.

La retorica della fatalità perde consistenza

L’Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro (Anmil) ha parlato di «anno delle stragi» e di occasione mancata. I numeri non raccontano un’emergenza improvvisa, ma una continuità. Quando crescono insieme infortuni, morti e malattie professionali, la retorica della fatalità perde consistenza. Qui il tema è l’organizzazione del lavoro, il modo in cui si produce, si appalta, si risparmia.

Infortuni, malattie professionali, morti sul lavoro: un altro anno di occasioni mancate
Una manifestazione contro le morti sul lavoro davanti al ministero del Lavoro (foto Ansa).

La misura simbolo del 2025 doveva essere la patente a crediti. Il bilancio reale è minimo: tre ritiri effettivi in un anno. Tre. Un deterrente che resta sulla carta, mentre la sua applicazione si trasforma in burocrazia. Le risorse utilizzate arrivano dall’Inail, quindi dai contributi dei lavoratori. La sicurezza viene finanziata da chi subisce il rischio, non da chi lo genera.

Corsi sulla sicurezza in video: un paradosso operativo

Nel frattempo la formazione sulla sicurezza viene spinta verso modalità a distanza, anche per attività ad alto rischio. Un paradosso operativo: corsi seguiti in video mentre si lavora. La tutela diventa un adempimento, perde fisicità, perde efficacia. Nello stesso pacchetto restano esclusioni che segnano un arretramento dei diritti, come quella delle coppie di fatto dalle tutele previste in caso di morte sul lavoro.

Infortuni, malattie professionali, morti sul lavoro: un altro anno di occasioni mancate
Un vecchio flash mob “Basta morti sul lavoro” organizzato dai sindacati in piazza Montecitorio (foto Ansa).

Il decreto sicurezza e la legge di bilancio non intervengono sul nodo centrale. Il modello produttivo resta quello che ha già mostrato i suoi effetti: precarietà strutturale, subappalti a cascata, compressione dei costi, contratti collettivi aggirati. Lo stop ai subappalti multipli nei cantieri resta fuori dall’agenda. La procura nazionale del lavoro resta una proposta. Il reato di omicidio sul lavoro continua a non esistere. Le famiglie delle vittime restano senza patrocinio automatico. Tutto rimane com’era.

Gli irregolari che non entrano nelle statistiche

Il numero ufficiale delle 896 vittime racconta solo una parte della storia. L’aggettivo “accertate” segnala un confine. Oltre ci sono i morti che non entrano nelle statistiche: lavoratori irregolari, sfruttati, spesso vittime di caporalato, che muoiono nel silenzio o vengono cancellati. È una strage che procede senza nemmeno il riconoscimento pubblico, senza nome, senza conteggio. Qui il problema diventa anche linguaggio: ciò che non viene contato tende a non esistere.

Infortuni, malattie professionali, morti sul lavoro: un altro anno di occasioni mancate
Corteo contro le morti sul lavoro (foto Ansa).

La distribuzione delle vittime ha un profilo netto. Si muore nei cantieri, nei capannoni, nei magazzini, nei campi agricoli, sulle strade percorse per lavorare. Dentro questa mappa rientrano anche i lavoratori (come i rider) gestiti dalle piattaforme digitali, formalmente autonomi, sostanzialmente esposti agli stessi rischi. Chi muore appartiene sempre allo stesso perimetro sociale: chi non può permettersi di rifiutare una mansione pericolosa, chi non può dire no.

L’allungamento della vita lavorativa e le mansioni pensate per corpi giovani

Nel 2025 pesa anche l’età. Un morto su tre ha più di 60 anni. Nel 2024 erano 315 su 1.090. Nel 2025 il rapporto resta simile: 323 vittime over 60 su 962 (sono le vittime totali, fino a dicembre), con una presenza significativa di lavoratori oltre i 70 anni. L’allungamento della vita lavorativa incontra mansioni pensate per corpi giovani. Il rischio cresce, l’organizzazione del lavoro resta ferma.

Infortuni, malattie professionali, morti sul lavoro: un altro anno di occasioni mancate
Circa 200 bare, di cartone, posizionate in piazza della Signoria a Firenze, di fronte a Palazzo Vecchio, per commemorare le vittime sul lavoro in Toscana (foto Ansa).

Si muore in agricoltura, edilizia, autotrasporto, industria, taglio della legna. Si muore anche nei servizi, nel commercio, nel giardinaggio, fino agli infortuni domestici legati ad attività lavorative. Il rischio aumenta con l’età, ma non viene compensato da tutele aggiuntive. Si continua a lavorare come prima, più a lungo.

A morire sono sempre gli stessi, non certo gli amministratori delegati

Il bilancio del 2025 è tutto qui. Più infortuni, più malattie, più morti. In mezzo, decreti che non toccano il cuore del problema e un sistema produttivo che resta identico. A morire sono sempre gli stessi. Gli amministratori delegati restano fuori dalla conta. I nomi dei luoghi si accumulano: Calenzano, Brandizzo, Firenze, Suviana, Casteldaccia, Bologna. Cambiano le città, resta la stessa responsabilità rimossa.

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A Gaza si muore di freddo, ma le Ong vengono cancellate

Stanotte a Gaza si muore di freddo. Una madre e suo figlio sono morti a Gaza City nell’incendio di una tenda, acceso da una candela usata per scaldarsi durante un blackout. A Nuseirat una neonata è morta per ipotermia. La tregua promette quiete, produce combustione domestica. È la morte minuta che accompagna ogni cessate il fuoco raccontato come normalità ritrovata.

Nello stesso tempo Israele ha notificato la revoca delle licenze a 37 organizzazioni non governative operative nella Striscia. Dal primo gennaio le autorizzazioni decadono, dal primo marzo le attività dovranno cessare. Medici Senza Frontiere parla di criteri opachi e assenza di garanzie. Oxfam valuta ricorsi. Caritas richiama gli accordi internazionali che tutelano la presenza umanitaria. L’ONU avverte che l’impatto sarà immediato su acqua, elettricità, assistenza sanitaria di base. La macchina dell’aiuto viene ridotta per atto amministrativo, mentre le tende bruciano.

Dieci Paesi occidentali hanno firmato un appello congiunto per chiedere a Israele di garantire l’operatività delle ONG a Gaza. L’Italia non ha aderito. L’assenza pesa perché arriva mentre il governo rivendica centralità diplomatica e rispetto del diritto internazionale. Qui il diritto resta evocato, mai praticato. Poi c’è il cielo. Mentre a terra si chiudono le ONG e si muore per il freddo, l’aereo di Benjamin Netanyahu ha attraversato lo spazio aereo italiano senza ostacoli, con l’assenso del nostro governo. Non è un dettaglio logistico. È una scelta politica. La stessa Italia che resta fuori dall’appello umanitario apre i propri cieli al primo ministro accusato di crimini internazionali. Netanyahu non passa: viene lasciato passare.

Intanto la cronaca continua. A Jabalia al Nazla un minore è stato ucciso dalle forze israeliane. Dall’11 ottobre, secondo fonti palestinesi, i morti “durante la tregua” sono 417, i feriti 1.153. È un bilancio che racconta attrito, non pace. La tregua assume così una forma precisa: meno bombe, più burocrazia; meno rumore, più freddo. Le candele restano accese. Le ONG vengono spente. I cieli restano aperti.

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Aumenti scritti in piccolo, famiglie spremute in grande

Nel 2026 il carrello della spesa, il pieno di carburante, la polizza auto e perfino il pacchetto di sigarette costeranno di più. Non c’è stata una crisi improvvisa e nemmeno uno shock esterno. Accade per una scelta politica precisa: rinviare oggi, scaricare domani. La legge di Bilancio ha scritto aumenti ordinari, automatici, programmati. Invisibili singolarmente, pesanti quando si sommano.

Il gasolio salirà per la rimodulazione delle accise, colpendo pendolari e lavoratori che già pagano il prezzo più alto della mobilità. Le autostrade adegueranno i pedaggi, con rincari diffusi e qualche punta più alta sulle tratte strategiche. Le assicurazioni aumenteranno attraverso la tassazione sulle garanzie accessorie, trasformando una tutela in un lusso mascherato. Il fumo e le sigarette elettroniche diventeranno più care per scelta fiscale, mentre lo Stato incasserà e si dirà virtuoso.

Il filo che lega tutto è la prevedibilità. Nulla è emergenziale. Tutto era noto, tutto è stato rinviato. Il governo ha scelto di non dire la verità oggi per evitare il costo politico, caricando il conto sul 2026. È una strategia che protegge i saldi di bilancio e lascia scoperti i bilanci familiari. I redditi restano fermi, le tariffe salgono. La propaganda parla di stabilità, la realtà consegna un’inflazione quotidiana, fatta di centesimi che diventano euro.

Così l’anno nuovo si aprirà con una certezza: pagheranno sempre gli stessi. Senza annunci roboanti, senza titoli allarmistici. Solo con una normalità più cara. E con un governo che potrà dire di non avere aumentato nulla, mentre avrà aumentato quasi tutto.

Buon venerdì.

Foto Gov

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Buon 2026, dissenso

Se sei contro la guerra sei un pacifinto. Capita di venire circondato, letteralmente e metaforicamente, da guerriglieri da divano oppure da zimbelli retorici rimasti allo slogan dei fiori e dei cannoni. Irresistibili anche i presunti competenti: stanno in partiti che non vota quasi nessuno, scrivono su giornali che non legge nessuno, si stimano tra loro come fedelissimi massoni in fila indiana e hanno coniato l’equazione “guerra uguale serietà”. Sono rottami smentiti dalla storia, fermi sulle stesse posizioni che da mesi vengono smentite alla luce dei fatti. 

Se sei schifato dalle azioni del governo di Israele sei un amico dei terroristi. Se lecchi il deretano di Netanyahu sei un campione di antisemitismo. Se invece lecchi quello di Putin allora lì no, sei un nemico dell’Occidente. Se chiedi un Paese meno diseguale sei un invidioso, se rivendichi la priorità della sanità pubblica su quella privata sei un illiberale, se chiedi la patrimoniale sei un sabotatore del Pil nazionale, se ritieni indispensabile un salario minimo legale sei un fottutto sindacalista. Ma attenzione: i sindacati non funzionano perché si occupano dei poveri – dicono loro – perdendo di vista i problemi reali, come la nuova acconciatura di Santanché o la temperatura del Prosecco alle prossime Olimpiadi. 

Se chiedi il rispetto della laicità sei un nemico di dio ma se chiedi il rispetto delle vite umane per mare e per terra sei un buonista nemico della patria. Se dissenti sei un nemico delle Forze dell’ordine, se chiedi il rispetto della legge sei un manettaro, e per fortuna c’è il referendum. 

Buon 2026, dissenso. Che l’anno nuovo ti preservi in questo Paese. 

Foto di Marioluca Bariona

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Tra macerie e freddo, Gaza è alla fase zero

Mar-a-Lago promette soluzioni rapide. Gaza misura soltanto procedure e macerie. Nelle ultime ventiquattro ore il racconto ufficiale è salito di tono: ultimatum, fasi, disarmo evocato come scorciatoia. Sul terreno, invece, il tempo resta amministrativo e decide chi vive e chi aspetta. Trump minaccia “l’inferno” se Hamas non consegna le armi, Netanyahu costruisce la cornice politica della fase due. A Gaza ogni fase coincide con la precedente. A Shuja’iyya, a est di Gaza City, continuano le demolizioni di edifici residenziali. Quartieri ridotti a planimetrie, case sbriciolate come pratica ordinaria.

La morsa passa dagli uffici. Israele avvia revoche e mancati rinnovi di licenze per organizzazioni internazionali attive fra Cisgiordania e Striscia, motivando con registri e presunti legami. Il lessico è quello delle carte, l’effetto è quello dell’assedio: aiuti più fragili, corridoi più stretti, civili più esposti al ricatto del timbro. Intanto l’inverno entra nelle tende. Pioggia e freddo aggravano la vita degli sfollati, ammassati in campi improvvisati dove la protezione è una plastica tesa. Le immagini raccontano un’emergenza che scorre parallela ai comunicati, senza mai incrociarli.

Fuori dalla Striscia, l’assedio cambia forma e resta sostanza. In Cisgiordania e a Gerusalemme gli arresti continuano a crescere, diventano statistica, includono giornalisti. Stessa logica di saturazione: controllo e normalizzazione della forza. Altrove, in Europa, si prova a incidere sulla normalità quotidiana, persino sul turismo legato agli insediamenti. Qui si discute di fasi. Gaza resta un luogo senza fasi, dove ogni giorno ricomincia dall’inizio, fra macerie, carte e freddo.

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La pace secondo Salvini: togliere un aggettivo

Fino a quanto possa essere grottesca la politica non lo possiamo sapere. È un confine insondabile poiché ogni volta si riesca a fare peggio del peggio precedente. Di sicuro la giornata di ieri ci ha restituito un passaggio che resterà nella memoria. 

Tema del giorno: gli aiuti all’Ucraina. Lì la questione è semplice, lineare. Il governo italiano, Meloni in primis, rivendica di essere un affidabile protagonista della linea Nato ed europea. La strategia delle armi è stata rivendicata dalla presidente del Consiglio sui tavoli internazionali ed è sostenuta ardentemente in patria dal ministro della Difesa Guido Crosetto. Non staremo ora qui a discutere la squinternata strategia di attaccarsi alle braghe dei Trump o delle Kallas di turno. La scelta di campo è quella, legittimamente portata avanti e pubblicizzata. 

Peccato che il governo e la maggioranza professino una linea che non tiene tutti insieme. Matteo Salvini infatti da tempo rivendica uno scarto invocando una “pace” di cui conosce molto poco e molto male il significato. Salvini sa bene che una fetta del suo elettorato è infastidito dal prolungamento del conflitto e dal conseguente impegno economico. Anche questo è legittimo, è la democrazia. Non staremo qui a discutere l’antica abitudine di bollare come collaborazionisti tutti quelli che non sono d’accordo.

Le due posizioni così distanti ieri hanno fatto baruffa sul termine “militari” usato nel decreto. Badate bene: non hanno discusso della sostanza. Hanno duellato su una parola, come se fossero sceneggiatori intorno a un tavolo con la testa china su un copione. Il leghista Borghi ha esultato per essere riuscito a togliere “militari” dal titolo del decreto, nonostante rimanesse nel corpo. Poi l’aggettivo è ritornato, pure nel titolo. L’invio di armi non è mai stato in discussione. “Così si fa politica”, hanno detto dalla Lega. Contenti voi. 

Buon martedì. 

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Gaza non fa più notizia ma continua a morire

Eccoci di nuovo sotto la pioggia. A Gaza piove davvero: acqua fredda che entra nelle tende, scende sui muri rimasti in piedi per inerzia, trasforma la sopravvivenza in una lotta contro l’umidità. Nelle ultime ore il ministero della Salute dell’enclave ha comunicato la morte di Arkan Firas Musleh, due mesi. Ipotermia. Terzo neonato ucciso dal freddo dall’inizio dell’inverno. Non da una bomba, dal freddo. In una Striscia dove vivere all’aperto è diventata una condizione strutturale, la pioggia è una sentenza.

Mentre Gaza gela, la diplomazia posa. A Mar-a-Lago Netanyahu incontra Trump e le agenzie parlano di “seconda fase”, piani futuri, governance da definire. Parole sospese. Le stesse fonti americane ammettono il rischio di una ripresa delle operazioni militari e lo stallo sull’attuazione degli impegni. Il tempo dei vertici scorre in una dimensione parallela rispetto a quello dei civili che cercano una coperta asciutta.

Sul terreno l’occupazione continua con il suo linguaggio quotidiano. In Cisgiordania, a Masafer Yatta, un video mostra un soldato israeliano che immobilizza e trascina un anziano palestinese amputato. Non è un’eccezione, è una pratica. Il controllo passa dai documenti ai corpi.

In questo quadro circola anche una voce che va maneggiata con cautela: durante una discussione pubblica online, un analista vicino a importanti ambienti israeliani ha parlato di un’ipotesi di ricollocazione di massa dei palestinesi fuori da Gaza, citando presunte disponibilità di territori lontani, come il Somaliland. Affermazione priva, allo stato, di riscontri ufficiali. Ma il solo fatto che venga pronunciata dice molto sull’orizzonte immaginato da una parte del dibattito.

Resta il dato più semplice. Secondo le Nazioni Unite, i fragili miglioramenti sul piano alimentare rischiano di saltare e decine di migliaia di bambini potrebbero trovarsi in malnutrizione acuta nei prossimi mesi. Pioggia, freddo, fame. Gaza continua a morire anche quando smette di fare notizia. E il silenzio, come l’acqua che entra nelle tende, fa il suo lavoro.

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Nessuna novità da Gaza: così la catastrofe ha già vinto

Ieri a Gaza è successo poco. È successo come ieri. Come l’altro ieri. Come domani. Le tende hanno continuato a riempirsi d’acqua, le coperte a perdere peso sotto la pioggia, i bambini a dormire con il freddo che entra dal basso. Le strade restano fango, le ambulanze rallentano, i corpi si spostano a mano. Nessun evento, nessuna svolta, nessuna notizia capace di interrompere il flusso. Gaza procede.

Nel frattempo, fuori, il mondo funziona. I voli decollano, le mappe scorrono sugli schermi, i negoziati avanzano per fasi, con parole pulite: sicurezza, governance, stabilizzazione. Si discute di linee, di confini, di responsabilità future. Sul terreno, quelle stesse linee si muovono di pochi metri alla volta, abbastanza per cambiare una strada, una casa, una via di fuga. Succede senza rumore.

Anche la verità ha trovato il suo posto. I giornalisti continuano a raccontare, quando possono. Le loro famiglie continuano a morire, quando serve. I numeri crescono, le cifre si assestano, la notizia si deposita. Diventa statistica. Non ferma nulla. Questa è la fase più avanzata dell’assedio: quando smette di apparire straordinario. Quando la violenza entra in regime ordinario, compatibile con tutto il resto. Con il calendario, con le festività, con l’agenda internazionale. Gaza diventa uno sfondo operativo, una condizione data, un luogo dove accade ciò che accade sempre.

Ieri a Gaza è successo poco. Ed è proprio questo che dovrebbe spaventare. Perché quando ogni giorno è uguale, la catastrofe ha già vinto: ha trovato il modo di esistere senza disturbare più nessuno.

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