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Tra macerie e freddo, Gaza è alla fase zero

Mar-a-Lago promette soluzioni rapide. Gaza misura soltanto procedure e macerie. Nelle ultime ventiquattro ore il racconto ufficiale è salito di tono: ultimatum, fasi, disarmo evocato come scorciatoia. Sul terreno, invece, il tempo resta amministrativo e decide chi vive e chi aspetta. Trump minaccia “l’inferno” se Hamas non consegna le armi, Netanyahu costruisce la cornice politica della fase due. A Gaza ogni fase coincide con la precedente. A Shuja’iyya, a est di Gaza City, continuano le demolizioni di edifici residenziali. Quartieri ridotti a planimetrie, case sbriciolate come pratica ordinaria.

La morsa passa dagli uffici. Israele avvia revoche e mancati rinnovi di licenze per organizzazioni internazionali attive fra Cisgiordania e Striscia, motivando con registri e presunti legami. Il lessico è quello delle carte, l’effetto è quello dell’assedio: aiuti più fragili, corridoi più stretti, civili più esposti al ricatto del timbro. Intanto l’inverno entra nelle tende. Pioggia e freddo aggravano la vita degli sfollati, ammassati in campi improvvisati dove la protezione è una plastica tesa. Le immagini raccontano un’emergenza che scorre parallela ai comunicati, senza mai incrociarli.

Fuori dalla Striscia, l’assedio cambia forma e resta sostanza. In Cisgiordania e a Gerusalemme gli arresti continuano a crescere, diventano statistica, includono giornalisti. Stessa logica di saturazione: controllo e normalizzazione della forza. Altrove, in Europa, si prova a incidere sulla normalità quotidiana, persino sul turismo legato agli insediamenti. Qui si discute di fasi. Gaza resta un luogo senza fasi, dove ogni giorno ricomincia dall’inizio, fra macerie, carte e freddo.

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La pace secondo Salvini: togliere un aggettivo

Fino a quanto possa essere grottesca la politica non lo possiamo sapere. È un confine insondabile poiché ogni volta si riesca a fare peggio del peggio precedente. Di sicuro la giornata di ieri ci ha restituito un passaggio che resterà nella memoria. 

Tema del giorno: gli aiuti all’Ucraina. Lì la questione è semplice, lineare. Il governo italiano, Meloni in primis, rivendica di essere un affidabile protagonista della linea Nato ed europea. La strategia delle armi è stata rivendicata dalla presidente del Consiglio sui tavoli internazionali ed è sostenuta ardentemente in patria dal ministro della Difesa Guido Crosetto. Non staremo ora qui a discutere la squinternata strategia di attaccarsi alle braghe dei Trump o delle Kallas di turno. La scelta di campo è quella, legittimamente portata avanti e pubblicizzata. 

Peccato che il governo e la maggioranza professino una linea che non tiene tutti insieme. Matteo Salvini infatti da tempo rivendica uno scarto invocando una “pace” di cui conosce molto poco e molto male il significato. Salvini sa bene che una fetta del suo elettorato è infastidito dal prolungamento del conflitto e dal conseguente impegno economico. Anche questo è legittimo, è la democrazia. Non staremo qui a discutere l’antica abitudine di bollare come collaborazionisti tutti quelli che non sono d’accordo.

Le due posizioni così distanti ieri hanno fatto baruffa sul termine “militari” usato nel decreto. Badate bene: non hanno discusso della sostanza. Hanno duellato su una parola, come se fossero sceneggiatori intorno a un tavolo con la testa china su un copione. Il leghista Borghi ha esultato per essere riuscito a togliere “militari” dal titolo del decreto, nonostante rimanesse nel corpo. Poi l’aggettivo è ritornato, pure nel titolo. L’invio di armi non è mai stato in discussione. “Così si fa politica”, hanno detto dalla Lega. Contenti voi. 

Buon martedì. 

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Gaza non fa più notizia ma continua a morire

Eccoci di nuovo sotto la pioggia. A Gaza piove davvero: acqua fredda che entra nelle tende, scende sui muri rimasti in piedi per inerzia, trasforma la sopravvivenza in una lotta contro l’umidità. Nelle ultime ore il ministero della Salute dell’enclave ha comunicato la morte di Arkan Firas Musleh, due mesi. Ipotermia. Terzo neonato ucciso dal freddo dall’inizio dell’inverno. Non da una bomba, dal freddo. In una Striscia dove vivere all’aperto è diventata una condizione strutturale, la pioggia è una sentenza.

Mentre Gaza gela, la diplomazia posa. A Mar-a-Lago Netanyahu incontra Trump e le agenzie parlano di “seconda fase”, piani futuri, governance da definire. Parole sospese. Le stesse fonti americane ammettono il rischio di una ripresa delle operazioni militari e lo stallo sull’attuazione degli impegni. Il tempo dei vertici scorre in una dimensione parallela rispetto a quello dei civili che cercano una coperta asciutta.

Sul terreno l’occupazione continua con il suo linguaggio quotidiano. In Cisgiordania, a Masafer Yatta, un video mostra un soldato israeliano che immobilizza e trascina un anziano palestinese amputato. Non è un’eccezione, è una pratica. Il controllo passa dai documenti ai corpi.

In questo quadro circola anche una voce che va maneggiata con cautela: durante una discussione pubblica online, un analista vicino a importanti ambienti israeliani ha parlato di un’ipotesi di ricollocazione di massa dei palestinesi fuori da Gaza, citando presunte disponibilità di territori lontani, come il Somaliland. Affermazione priva, allo stato, di riscontri ufficiali. Ma il solo fatto che venga pronunciata dice molto sull’orizzonte immaginato da una parte del dibattito.

Resta il dato più semplice. Secondo le Nazioni Unite, i fragili miglioramenti sul piano alimentare rischiano di saltare e decine di migliaia di bambini potrebbero trovarsi in malnutrizione acuta nei prossimi mesi. Pioggia, freddo, fame. Gaza continua a morire anche quando smette di fare notizia. E il silenzio, come l’acqua che entra nelle tende, fa il suo lavoro.

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Nessuna novità da Gaza: così la catastrofe ha già vinto

Ieri a Gaza è successo poco. È successo come ieri. Come l’altro ieri. Come domani. Le tende hanno continuato a riempirsi d’acqua, le coperte a perdere peso sotto la pioggia, i bambini a dormire con il freddo che entra dal basso. Le strade restano fango, le ambulanze rallentano, i corpi si spostano a mano. Nessun evento, nessuna svolta, nessuna notizia capace di interrompere il flusso. Gaza procede.

Nel frattempo, fuori, il mondo funziona. I voli decollano, le mappe scorrono sugli schermi, i negoziati avanzano per fasi, con parole pulite: sicurezza, governance, stabilizzazione. Si discute di linee, di confini, di responsabilità future. Sul terreno, quelle stesse linee si muovono di pochi metri alla volta, abbastanza per cambiare una strada, una casa, una via di fuga. Succede senza rumore.

Anche la verità ha trovato il suo posto. I giornalisti continuano a raccontare, quando possono. Le loro famiglie continuano a morire, quando serve. I numeri crescono, le cifre si assestano, la notizia si deposita. Diventa statistica. Non ferma nulla. Questa è la fase più avanzata dell’assedio: quando smette di apparire straordinario. Quando la violenza entra in regime ordinario, compatibile con tutto il resto. Con il calendario, con le festività, con l’agenda internazionale. Gaza diventa uno sfondo operativo, una condizione data, un luogo dove accade ciò che accade sempre.

Ieri a Gaza è successo poco. Ed è proprio questo che dovrebbe spaventare. Perché quando ogni giorno è uguale, la catastrofe ha già vinto: ha trovato il modo di esistere senza disturbare più nessuno.

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Hamas come pretesto, Gaza come alibi

Eccoci qui. Con due giorni di ritardo, come mi scrive, quasi accusa, qualcuno. Ma se non dovessi mai prendermi pause dalla merda sarei qui a scrivere ventiquattr’ore su ventiquattro, sempre in giro a parare gli schizzi a mani nude. La direzione nazionale antimafia, con perfetto tempismo sulla breccia politica, ha ordinato arresti di presunti affiliati ad Hamas. Soldi ai terroristi invece che agli affamati, agli orfani e ai bisognosi. Sarebbe vergognoso.

Dentro l’indagine c’è tutto quello che fa venire l’acquolina in bocca ai fiancheggiatori del genocidio: c’è un importante esponente della comunità palestinese in Italia, Mohamed Hannoun, che è il boccone perfetto per un po’ di islamofobia e per il percorso marcio di israelizzazione del nostro diritto.

I giornali di destra con la bava alla bocca che si accaniscono a trafugare foto per condannare, come se fosse Cassazione. Questi sono i cosiddetti garantisti, quelli di Ruby nipote di Mubarak, quelli di Berlusconi che pagava la mafia senza saperlo.
Peggio di loro sono i presunti esponenti di centrosinistra, vicepresidenti inclusi, che hanno stretto le mani ai barboncini del genocidio e ora si ergono a moralizzatori con qualche intervista a qualche quotidiano con più direttori che lettori, o a qualche sito aspirante gemello. Fantastici, quelli. Per loro il genocidio a Gaza è solo un ambito dialettico da attraversare per sembrare competenti. Il mondo è un carpet, nero, su cui sculettare per piacersi tra loro.


Dice quel ministro dell’Interno (che ha rinchiuso un antipatico islamico in un Cpr per calcolo politico) che questa è un’operazione che farà la storia. Non ha torto: scegliere i terroristi sulla base delle classificazioni di un governo come quello israeliano, zeppo di accusati di crimini internazionali, è già un bel capolavoro di servilismo. Avventarsi come sciacalli su presunte responsabilità personali per accusare milioni di persone del resto è la cifra di questo governo. 

Siamo tornati dalle vacanze. Eccoci qui. Buon lunedì.

Foto Gov

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La semantica del manganello

“Disperato gesto di un disoccupato. Si brucia vivo padre di cinque figli”. Una lezione di semantica applicata all’informazione. Ma mi pare evidente che la parola “disperato” è gonfia di valori polemici. Se poi me la unisce alla parola “disoccupato”, beh allora ci troviamo di fronte a una vera e propria provocazione, ma compiuta la quale tu prendi questo povero uomo di lettore e gli sbatti in faccia cinque orfani e un cadavere carbonizzato. No, dico, cosa vogliamo farne di questo povero uomo di lettore? Un nevrotico? Che dia fuoco a lui, al giornale, a tutto quanto?

La scena qui sopra è del film “Sbatti il morto in prima pagina”, diretto da Marco Bellocchio, uscito nel 1972. Questo povero uomo di lettore ieri è stato coperto da titoli che hanno raccontato come Greta Thunberg sia stata arrestata a Londra “durante una manifestazione pro-Pal”. È il titolo perfetto. C’è l’evocazione di sedicenti manifestazioni con il retrogusto di disordini e devastazioni e c’è la faccia di Thunberg che solletica i mostri da tastiera. Tutto a puntino. 

Peccato che Thunberg fosse semplicemente seduta sul marciapiede tenendo un cartello in mano: “I support the Palestine Action prisoners. I oppose genocide” (“Sostengo i prigionieri di Palestine Action. Mi oppongo al genocidio”). La polizia è intervenuta appellandosi al Terrorism Act britannico  che ha messo fuori legge il gruppo Palestine Action. 

L’arresto per opinione pericolosa è solo l’ultimo atto di un gorgo di autoritarismo repressivo che soffia sull’Europa. Qualcuno l’ha introiettato, il genocidio. 

Buon mercoledì. 

foto wikipedia

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A Gaza la morte non è un incidente, spesso lo è solo la verità

A Qabatiya, in Cisgiordania, un ragazzo di sedici anni viene ucciso durante un raid. L’esercito israeliano parla di un gesto minaccioso. Un video di sorveglianza racconta altro: Rayyan Mohammad Abu Mualla cammina, poi cade. Le immagini smentiscono la versione ufficiale. Succede spesso che la verità emerga per incidente, quando una telecamera resta accesa. Succede meno spesso a Gaza, dove lo sguardo viene sistematicamente respinto.

Mentre un filmato incrina una dichiarazione, Gaza continua a vivere senza immagini sufficienti. La parola “tregua” circola nelle capitali, ma sul terreno resta una formula astratta. I negoziati promettono una seconda fase a inizio 2026, dicono i mediatori. È un calendario diplomatico. Intanto il tempo reale è quello dei raid che proseguono, dei corpi che non tornano, delle famiglie che aspettano.

La tregua raccontata fuori è una pausa amministrativa. Dentro, Gaza è un luogo dove la scuola è sparita per centinaia di migliaia di bambini, al terzo anno senza istruzione formale. Dove le chiese diventano rifugi e il Natale si celebra sotto protezione armata, con la consapevolezza che basta poco perché la protezione svanisca. La normalità ridotta a eccezione.

Ogni volta che un video smonta una versione ufficiale, il problema si sposta altrove: quante storie restano invisibili perché non c’è una telecamera, perché l’accesso è negato, perché il racconto arriva filtrato? L’assedio funziona anche così: comprimendo lo sguardo, rallentando la verifica, rendendo ogni morte una cifra.

La politica internazionale continua a parlare di fasi, di tavoli, di date future. Gaza resta inchiodata al presente. Un presente fatto di fame, macerie e silenzio. Quando la tregua diventa una parola che non ferma i fatti, resta solo la cronaca dei dettagli che sfuggono. E ogni dettaglio, quando emerge, pesa come un atto d’accusa.

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La deterrenza che funziona sempre, soprattutto dopo

Lunedì Giorgia Meloni, dal Comando operativo di vertice interforze, ha legato per l’ennesima volta la pace alla deterrenza militare. Una forza «credibile», ha detto, serve a «tenere lontana la guerra». È la stessa formula che accompagna da mesi l’aumento delle spese per la difesa e il racconto di una sicurezza fondata sull’equilibrio armato. È la formula magica che piace all’Ue. 

Il problema è che la deterrenza, fuori dal linguaggio politico, è da tempo un concetto instabile. Richard Ned Lebow e Janice Gross Stein, in un saggio pubblicato su World Politics nell’aprile 1990, la definiscono una «variabile dipendente elusiva» e osservano che le analisi empiriche «dedicano attenzione insufficiente alla validità e all’affidabilità dei dati». Ne deriva, spiegano, una difficoltà strutturale nel dimostrare che l’assenza di un conflitto sia effettivamente causata dalla deterrenza.

Nello stesso anno, Paul Huth e Bruce Russett, sempre su World Politics, mettono in guardia da conclusioni automatiche. «Fra gli studiosi manca un consenso su come testare in modo sistematico le ipotesi sulla deterrenza», scrivono, mostrando come gli esiti delle crisi dipendano anche da fattori difficilmente controllabili: percezioni dei leader, credibilità politica, pressioni interne, possibilità di arretrare senza pagare costi simbolici eccessivi. E qui, sulla percezione e sulla credibilità dei leader non serve aggiungere altro. 

Anche il terreno spesso indicato come prova definitiva, quello nucleare, presenta crepe documentate. Nina Tannenwald, in un articolo pubblicato su International Organization nel 1999, ricostruisce l’emergere di «una proibizione normativa sull’uso delle armi nucleari», spiegando che il mancato impiego dal 1945 si lega anche a stigma morale e costi reputazionali. Attribuire il non-uso esclusivamente alla deterrenza militare, avverte, rischia di semplificare il quadro.

Una cautela simile emerge in ambiti istituzionali. Michael J. Mazarr, in uno studio del 2018 per la RAND Corporation, sottolinea che la deterrenza «dipende in modo decisivo dalla motivazione dell’aggressore» e opera in un contesto segnato da psicologia, errori di calcolo e politica interna. Trattarla come un meccanismo automatico, scrive, porta a sottovalutare la probabilità di fallimenti.

Insomma, la deterrenza è un argomento efficace nei discorsi pubblici, molto meno una garanzia. Funziona come titolo di apertura ma convince inevitabilmente con la possibilità di errore. E quando l’errore arriva, la spiegazione è già pronta.

Buon martedì.

Foto Gov

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L’assedio come metodo: demolire e spostare

A Gerusalemme Est la polvere arriva prima delle parole. A Silwan un edificio residenziale viene abbattuto, decine di persone costrette a lasciare casa, ruspe e agenti a fare da cornice. È una scena che sembra periferica rispetto a Gaza e invece la spiega. L’assedio esce dalla Striscia e diventa metodo: demolire, spostare, registrare, revocare. Tutto con moduli, ordinanze, comunicati. Nelle stesse ore, a Gaza, l’emergenza umanitaria viene ricondotta a una questione amministrativa. Medici Senza Frontiere avverte che le nuove regole di registrazione imposte da Israele mettono a rischio la presenza delle Ong dal primo gennaio. Senza licenza, senza accesso. Senza accesso, senza cure.

Sembra un dettaglio tecnico, produce amputazioni, infezioni, reparti chiusi. Intanto le agenzie Onu rilanciano un dato che pesa come una sentenza: oltre centomila bambini rischiano la malnutrizione acuta nei prossimi mesi. La fame come effetto collaterale di una firma. Il controllo passa anche dai corpi. Dal carcere di Damon arrivano denunce sulle detenute palestinesi: perquisizioni violente, umiliazioni, rimozione forzata dell’hijab. La disciplina si fa gesto fisico, esposizione pubblica, punizione simbolica. Casa e corpo, la stessa grammatica. A Silwan si rade al suolo un edificio, a Damon si spezza una persona. Cambia il luogo, resta il dispositivo.

Sul fondo, la regione trattiene il respiro. Israele informa Washington di possibili mosse iraniane mascherate da esercitazioni militari. La tensione sale, i vertici parlano di deterrenza, di scenari. È il rumore geopolitico che copre tutto il resto e rende normale l’anomalia: mentre si invocano equilibri regionali, l’assedio quotidiano procede senza ostacoli. Si continua a discutere di fasi, di tregue, di calendari. Sulla carta. Sul terreno avanza un’altra fase, già operativa: demolizioni, permessi revocati, aiuti condizionati, carceri come laboratori di controllo. Oggi la notizia sta qui. La tregua resta una bozza, l’assedio resta un sistema. E la polvere di Silwan arriva prima delle spiegazioni.

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La manovra presenta il conto ai più stanchi

Il maxi-emendamento alla legge di bilancio parla, come nella smorfia napoletana. Non se ne conosce il numero corrispondente ma è chiesto il messaggio: fare cassa dove il costo politico sembra minore. A pagare, ancora una volta, sono i lavoratori che hanno iniziato presto e quelli impiegati nelle mansioni usuranti. Persone che hanno già consegnato allo Stato anni di vita, salute e contributi, e che ora si vedono presentare il conto finale come se fosse una voce residuale di bilancio.

Il governo ha scelto di intervenire sui requisiti di accesso alle pensioni anticipate, irrigidendo le condizioni e restringendo le platee. La misura viene raccontata come un “aggiustamento”, un allineamento necessario per la sostenibilità dei conti pubblici. Ma nei fatti. Sotto la coltre della propaganda, è una sottrazione secca di diritti maturati, costruiti su percorsi lavorativi segnati dalla fatica fisica, dalla discontinuità e spesso da salari bassi. Chi ha cominciato a lavorare da minorenne o appena maggiorenne scopre che quell’anticipo sulla vita adulta diventa ora un anticipo di sacrificio senza compensazione.

La logica del resto è sempre la stessa: si sposta l’onere su chi ha meno margini di difesa individuale e collettiva. I lavori usuranti, riconosciuti come tali da anni, vengono trattati come una variabile contabile da comprimere. La retorica del “premio al merito” e della “valorizzazione del lavoro” evapora davanti a un bilancio che chiede sacrifici selettivi. Non a caso il provvedimento arriva dopo settimane di confusione politica e smentite, dentro una maggioranza incapace di assumersi apertamente la responsabilità delle proprie scelte.

In questa manovra c’è una verità che il governo evita di nominare: il risanamento dei conti viene perseguito attraverso una redistribuzione al contrario. Si risparmia sulle schiene già piegate, si rinvia il problema strutturale del lavoro povero e discontinuo, si consolida l’idea che la fatica precoce sia una colpa da pagare due volte. La prima in fabbrica, in cantiere, in corsia. La seconda al momento di uscire, quando la pensione diventa un traguardo che arretra di nuovo.

Buon lunedì.  

 

Foto Gov

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