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Intanto la Basilicata muore sepolta dal petrolio. Ma all’ENI tutti baciano le mani.

Il federalismo della responsabilità e la servitù verso l’ENI ha già prodotto un grande risultato: un’intera regione è stata lasciata sola a marcire sotto il petrolio. Ecco l’aggiornamento del Fatto Quotidiano:

Il 28 marzo scorso veniva rilevato un livello di benzene nelle aree esterne al Centro Olio dell’Eni di Viggiano (Cova) 2.380 volte superiore la soglia consentita. Soglia che invece il primo marzo, nell’area interna all’impianto, superava ben 19 mila volte i limiti. Parliamo di un’area di circa 6 mila metri quadri, grande quasi come un campo da calcio. È in quest’area che, da uno dei serbatoi – come denunciato dal Fatto e da Striscia la Notizia – tra agosto e novembre 2016 fuoriuscirono 400 tonnellate di greggio. Di queste, fa sapere l’azienda, 280 sarebbero state recuperate. Ma i danni restano. E sulla vicenda, nei mesi scorsi, la Procura di Potenza ha aperto un fascicolo d’indagine. L’allarme è confermato dai dati depositati dalla stessa Eni e resi pubblici dalla Regione Basilicata. Il movimento Nuovo Senso Civico Onlus e l’associazione Intercomunale Lucania denunciano: “È una situazione gravissima – spiega Augusto De Sanctis, referente del movimento – e confermano una contaminazione di acqua e suolo. Dal 15 aprile all’11 maggio di quest’anno, solo per il drenaggio della zona Fossa del Lupo, l’acqua estratta risulta contaminata per 6.425 metri cubi”. Il Cova di Potenza, lo ricordiamo, è fermo dal 18 aprile, dopo la delibera della giunta regionale della Basilicata che ne chiedeva lo stop a fronte delle “inadempienze e dei ritardi” da parte dell’Eni.

Sempre nel documento si legge come a inquinare acque e sottosuolo intorno al Cova ci sarebbe anche l’m,p-Xilene, un idrocarburo aromatico: in uno dei campionamenti risulta 39 volte la soglia, gli idrocarburi totali invece la superano di 5 volte. Le perforazioni nel sottosuolo attraverso cui viene monitorata la falda, fotografano una situazione preoccupante. A partire dai livelli di toluene. Nel comunicato si legge infatti che l’idrocarburo aromatico, classificato come sostanza nociva e facilmente infiammabile, supera di 20 volte i livelli consentiti (campione del 19 marzo). Anche Arpab – Agenzia regionale per l’Ambiente della Basilicata – dal 9 marzo al 15 aprile, rileva che i campioni delle acque sotterranee registrano un livello di manganese nelle aree esterne al Cova quasi 12 mila volte i limiti consentiti. Nello stesso punto gli idrocarburi, invece, superano di 9.800 volte la soglia. “L’attenzione è alta, c’è un’importante contaminazione dell’area – spiega l’ingegnere Arpab Maria Angelica Auletta – tanto che la fase di messa in sicurezza che spetta a Eni in quanto soggetto che ha inquinato, è seguita anche dalla nostra agenzia. Dopo l’incidente di gennaio (in cui si verificò uno sversamento di greggio da uno dei serbatoi dell’impianto, ndr) abbiamo richiesto una serie di prescrizioni, tra cui il monitoraggio del dreno con cadenza bisettimanale”.

A vigilare sul Cova c’è anche il ministero dell’Ambiente. Il caso è diventato di “rilevante interesse” nazionale. Per questo Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e Arpa Basilicata stanno lavorando insieme per monitorare messa in sicurezza e funzionamento complessivo dell’impianto.

E se all’esterno del Centro Olio della Val d’Agri i livelli di contaminazione sono elevati, nell’area interna la situazione peggiora. “È un impianto – dichiara Augusto De Sanctis – che non va assolutamente riaperto. È troppo pericoloso per la salute e per l’ambiente”.

Per l’Eni “i dati riportati sono superati”. Secondo la compagnia le concentrazioni dei contaminanti sono in drastica diminuzione: “Nell’area interna al Centro Olio il benzene è passato da 19.100 microgrammi per litro di marzo a 7.410 microgrammilitro il primo aprile. L’m,p-Xilene è passato a 2.020 microgrammi/lt il primo aprile con una riduzione del 98%”. Eni inoltre precisa che “non si è verificata alcuna contaminazione di falde acquifere al di fuori dell’area industriale grazie alle barriere idrauliche e all’efficacia degli interventi realizzati” e che “il problema che ha causato la perdita è stato chiaramente identificato e bloccato”. C’è grande attenzione anche sull’invaso del Pertusillo, che con suoi 155 milioni di metri cubi fornisce acqua a Puglia e Basilicata, ma Arpa rassicura: “Per quanto riguarda fiume Agri e Pertusillo – spiega l’ingegnere Auletta – non ci sono dati che evidenzino la contaminazione delle acque rispetto ai limiti di legge”.

Una pessima legge elettorale. Un pessimo silenzio tutto intorno. E una petizione.

È una pessima legge elettorale. L’ennesima legge elettorale di nominati in cui la fedeltà al proprio capo garantisce l’elezione più di una reale connessione con i propri elettori. Essere servi conterà più dell’avere voti. Sul perché ne ho scritto (qui, qui e qui) ma sarebbe utile e curioso anche riflettere sul perché a molti vada bene così.

E qui, di solito, si colgono alcune giustificazioni abbastanza ridicole. C’è chi dice che l’importante è votare per rinnovare il Parlamento (giuro) come se il compito della politica non fosse quello di costruire modelli e meccanismi ma semplicemente un gioco puerile di figurine in cui la presunta superiorità etica delle persone (e non dello Stato e del suo funzionamento) sia una garanzia. Che, in fondo, è la stessa favola che ci hanno propinato negli ultimi anni.

Poi c’è chi dice “tanto noi facciamo le primarie” (che siano fisiche o di click) e poi sono quelli che hanno portato al governo tutti i loro concittadini oppure hanno segato candidati sindaci vincitori delle primarie per volere del capo.

Poi ci sono quelli che cadono nel tranello: se ci dicono che è una buona legge elettorale allora gli credo perché lo dice il mio leader.

E infine, permettetemelo, ci sono quelli che hanno lottato per difendere la Costituzione e poi chissà perché non alzano la voce contro una legge elettorale che di spirito costituzionale ne ha proprio poco.

Intanto c’è una petizione che forse vale la pena firmare. Qui.

Oddio si vota già e la sinistra non sa cosa mettersi

(un mio editoriale per Linkiesta, satirico ma anche no)

Oddio, si vota e la sinistra non sa cosa mettersi. Ancora. Come tutte le ultime votazioni da quando ero bambino e quando la campagna elettorale la riconoscevi dall’alito inferocito dei banchetti elettorali e dagli altoparlanti starnazzanti legati a fiocco sul tetto delle auto. Sono passati Roberto Baggio, Maldini e finanche Totti eppure la sinistra è sempre lì: tra l’indecisione di cosa indossare e la brama pericolosa di scegliere prima che arrivi l’orario di chiusura.

Si vota a settembre, si mormora nei corridoi del Parlamento. Lo spettro della smobilitazione rovescia gli sguardi sazi e tronfi in accaldate discussioni su soglie di sbarramento, collegi elettorali, promesse e crediti gelosamente custoditi nel cassetto. Nei dintorni di Montecitorio si torna con sforzo a sorridere un po’ a tutti:l’istinto dell’autopreservazione è il sentimento comune della prima Repubblica, della Seconda e di tutte le legislature che sono venute e che verranno. Matteo Renzicerca la sponda giusta per uccellare il governo Gentiloni con la promessa di farne un altro uguale ma da Presidente del Consiglio, secondo la sua consueta logica egoriferita di confondere il governo con il potere e il proprio ruolo come più alta certificazione e garanzia; Silvio Berlusconi, al solito, si gode la posizione del sornione spendendo carezze e rimbrotti ma parlando soprattutto con i silenzi; Salvini rovista tra le macerie del lepenismo anti europeo, ormai rancido, e spera di trafugare qualche feticcio ad effetto per uscire dai binari (usurati e usuranti) dell’invasione straniera; Grillo prega che non si fermi la spinta, che non venga eletta un’altra Raggi e che il mare non rabbonisca troppo la rabbia mentre gli alfaniani (minuscoli seppur pieni di rivoli) mimano di voler essere l’ago della bilancia ma si sono persi l’ago.

E a sinistra? A sinistra s’ode un mormorio incagliato, la stessa nota di sempre.

Ci sono i sommatori, innanzitutto. Sempre loro. Li riconosci perché hanno una penna nel taschino e scrivono calcoli dappertutto, dalle tovagliette del ristorante, alle carte intestate e, se serve, anche sui depliant pubblicitari: ogni volta che incontrano qualcuno che sentono “affine” iniziano a sottolineare le addizioni del “noi, se ci mettiamo con voi, più quelli altri e se convinciamo anche Pisapia” credendo che la politica sia banale come una somma in colonna da prima elementare. Esultano come per un sorpasso all’ultimo giro se riescono a inglobare un movimento indipendentista dello zero virgola zero e considerano i sondaggi il capitale sociale di un’azienda travestita da partito. Per loro l’unità della sinistra è l’ammucchiamento delle loro disperazioni. E poi perdono. Ovvio.

I disconnessi. Specie di ceto politico (bipartisan ma ben impiantato a sinistra) che misura la propria popolarità secondo astrusi metodi personali a cui vorrebbero dare validità scientifica. Sono convinti che i sondaggi tutti siano un complotto di Big Pharma (che non c’entra un cazzo ma sentite come suona bene, Big Pharma, messa dappertutto) e si basano sulle loro “sensazioni”. Così aspirano almeno a un ministero dopo una serata in Val Camonica in cui hanno “riempito un teatro” che era parrocchiale da venticinque posti. Sono quelli che dicono di sentire “aria positiva intorno a noi” perché al bar sotto casa gli hanno offerto un caffè e sono quelli che hanno messo la scritta “onorevole” sul citofono, per “restare semplici”.

(continua sul sito de Linkiesta qui)

Il Pentagono ammette di avere ucciso 300 civili siriani in due mesi. Ma “per sbaglio”, eh.

Due mesi di sangue, quelli di marzo e aprile 2017, per i civili di Siria e Iraq, vittime innocenti dei raid della coalizione a guida Usa. Sessanta giorni in cui il numero di quelle che con un eufemismo vengono chiamate “vittime collaterali” è più che raddoppiato: 332 contro i circa 150 morti da agosto 2014, ovvero dall’inizio dell’operazione Inherent Resolve contro lo Stato Islamico. È quanto si legge nell’ultimo rapporto diffuso dal dipartimento della Difesa statunitente.

Qualcosa nell’offensiva militare deve essere cambiato. Secondo alcune organizzazioni non governative come AirWars, osservatorio sulle operazioni militari in Siria e Iraq guidato da un gruppo di giornalisti, gli Stati Uniti avrebbero abbassato gli standard di sicurezza utilizzati per difendere i civili durante gli attacchi per la liberazione delle zone controllate dall’Isis.

La coalizione, tuttavia, rifiuta le accuse mosse da AirWars e spiega l’aumento delle vittime con l’intensificarsi delle operazioni condotte su territori densamente abitati, e quindi a maggior rischio per i civili.

Non solo: per AirWars sarebbe da rivedere al rialzo anche il numero di vittime dichiarato dal Pentagono. Per la Difesa Usa 484 in tre anni, per l’Ong almeno 3817.

Numeri estremamente più alti. Secondo l’osservatorio solo ad aprile sarebbero morte tra le 283 e le 366 persone nei territori in cui si sta combattendo. “Con il terzo mese consecutivo di attacchi aerei sotto la presidenza Trump, stiamo ora vedendo l’emergere di tendenze chiare – ha affermato Chris Woods direttore dell’osservatorio – intorno a Raqqa in particolare, dove la maggior parte degli attacchi aerei sono degli Stati Uniti,  si osservano le perdite maggiori di civili. Numeri che fino a sei mesi fa non ci saremmo mai immaginati. Questo è la prova più chiara che le protezioni per i civili sul campo di battaglia sembrano essere state ridimensionate, con l’inevitabile conseguenza di un aumento nel numero di morti e feriti”.

“Dal momento che la battaglia si avvicina, siamo estremamente preoccupati per la sorte di centinaia di migliaia di civili ancora intrappolati all’interno della città”, conclude Woods.

In un comunicato diffuso dalla Difesa americana sono elencati gli interventi compiuti contro i miliziani. Ad aprile 2017 sono stati 19 gli attacchi condotti in Siria, 13 quelli in Iraq. In entrambi in casi sono stati colpiti pozzi di petrolio, veicoli, postazioni dei miliziani e anche 132 civili. E marzo è stato il meso più cruento, con le bombe cadute dal cielo di Mosul che dovevano colpire gli jiiadisti ma hanno in realtà ucciso 200 persone tra civili e attivisti dei diritti umani. I militari Usa ammisero quell’errore, dieci giorni dopo.

L’errore di Tabqa. Dopo la strage dei civili di marzo, a aprile gli americani hanno colpito una postazione curda nella città siriana Tabqa. A morire furorno almeno 18 ribelli impegnati a combattere contro l’Isis. “Il raid – aveva affermato Washington – era stato richiesto dai nostri partner militari, che avevano identificato una postazione dell’Isis” ma in realtà “nel mirino sono finite le Forze democratiche siriane”, alleate degli Usa nella lotta all’Isis.

Tabqa è l’ultima roccaforte dello Stato islamico prima di Raqqa, da cui dista circa 40 km. L’offensiva per riconquistarla era cominciata solo da poche settimane. Fu il primo bombardamento espressamente voluto da Donald Trump, come risposta all’attacco chimico di Dayr az Zor, nell’omonima regione confinante con l’Iraq, che in molti hanno attribuito al presidente siriano Bashar al Assad, ma cui colpevole certo non è stato ancora individuato.

Gli ultimi tre quartieri di Mosul. Con la battaglia agli sgoccioli, nei prossimi mesi, il bilancio potrebbe aggravarsi anche a Mosul. Secondo le analisi militari, lo Stato Islamico in Iraq ha le ore contate. “Gli iracheni stannp progredendo in modo costante – ha detto il colonnello dell’esercito Usa Ryan Dillon in teleconferenza da Bagdad – i soldati si stanno avvicinando agli ultimi tre quartieri occidentali di Mosul ancora occupati dallo Stato islamico”. Ai miliziani è rimasto il controllo di circa dieci chilometri quadrati di città. “Recuperarli – ha proseguito il colonnello – non sarà semplice, sarà l’operazione più complicata che le forze irachene dovranno affrontare per sconfiggere l’Isis”. Nel frattempo continua l’evacuazione dei civili dalle zone di combattimento.

 (fonte)

Mafia, Gratteri: «Ragazzi studiate, fottiamoli»

Ne scrive Claudia Pepe per HP:

Gratteri ha parlato agli studenti: «Dovete studiare, comportarvi bene, essere educati. A 18 anni donare il sangue e andare a trovare gli anziani nelle strutture. Solo da voi può giungere il vero segnale di cambiamento della Calabria! Noi ce la stiamo mettendo tutta».

Il Procuratore Capo di Catanzaro, la scorsa settimana, è stato ospite della sede Rai regionale per presentare il volume “L’inganno della mafia” (edito da Rai Eri), scritto in collaborazione con Antonio Nicaso, studioso dei fenomeni criminali.

Nicola Gratteri, dall’aprile del 2016 Procuratore della Repubblica del capoluogo della regione Calabria, ha spiegato come è nato il libro: «Tutto è iniziato quando abbiamo visto ragazzini delle scuole medie emulare protagonisti di fiction e film sulla mafia. Cit Maurizio Costanzo show. Il suo libro nasce anche dai racconti di noi docenti: “Molti insegnanti ci hanno raccontato che davanti alle scuole medie i bambini giocano a parlare, a vestirsi e ad avere soprannomi dei protagonisti mafiosi dei film e delle fiction” Il dramma è che i ragazzi, soprattutto in quell’età così difficile, non capiscono che non esiste la Mafia buona che crea posti di lavoro, che salva famiglie dal lastrico, e la Mafia cattiva che brucia bambini nell’acido, distrugge famiglie, fa pagare il pizzo a commercianti finché nella loro vita l’unica via d’uscita rimane il suicidio. L’emulazione è quell’atto, costituente esercizio di un diritto soggettivo, che non abbia altro scopo che quello di nuocere o recare molestia ad altri, configurandosi così come abuso del diritto. Pensiamo un attimo ai nostri ragazzi quanta televisione guardano: da pomeriggio con Uomini e Donne, per passare a telefilm dove la violenza è il leitmotiv della trama. Poi passano alle trasmissioni alimentate solo da delitti, assassini, criminalizzazioni di extra comunitari. Una televisione diseducativa dove appaiono noti sociologi, o psichiatri che danno la colpa alla Scuola di tutto il male che imperversa il mondo adolescenziale. E, non si rendono conto, che qualcuno di quei ragazzi li ascolta e a priori fa rimbalzare i problemi che lo attraversano, non attraverso il dialogo, ma nell’aggressività. In casa, a Scuola, con gli amici, con loro stessi. Pensiamo a come i nostri ragazzi vivono la “Scuola” di “Amici”. Arrivano a pensare che quella è la vera Scuola. Non quella che ti dà la cultura per aver il diritto della scelta, ma quella che ti dà, una blanda occasione per poter apparire in un monitor. Non sapendo che si può spegnere, spegnendo anche tutti i loro sogni. Gratteri dice: Dovete studiare, comportarvi bene, essere educati. A 18 anni donare il sangue e andare a trovare gli anziani nelle strutture. Solo da voi può giungere il vero segnale di cambiamento della Calabria! Noi ce la stiamo mettendo tutta” Loro, sono procuratori che lottano non un giorno solo, ma tutta la vita per renderci liberi, per rendere cittadini quei ragazzi che giocano a fare i camorristi, Scarface, i Padrini. Forse proprio perché davanti ai Padrini del Paese, anche la Madonna guidata da uomini senza anima, la fanno inchinare per rendere grazie al “benefattore”. L’invito di Gratteri assomiglia all’appello di Gramsci che diceva ai ragazzi: Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza. Studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza.” Non tutti avevano capito l’importanza di quelle parole, infatti ci troviamo davanti ad un Paese devastato dalla corruzione, da politici indagati, da mazzette che aprono le porte della malavita, un Paese che poteva essere un grande Paese, ma distrutto dalla mancanza di eticità e di morale. Il ruolo dell’Auditel, è diventato sovrano su ogni significato corretto che il mezzo televisivo dovrebbe trainare. La sua influenza su menti fragili può portare a pensare che lo status-quo di un ragazzo, debba essere il bullo, lo sfrontato, lo sbruffone. Quello che noi costruiamo a Scuola viene preso a picconate da una fiction qualsiasi.

Solo chi vive la realtà sul campo come Gratteri e tutti quegli eroi sconosciuti, possono capire il guasto morale che certe opere nate come denuncia, possono essere trasformate in macchiette, imitate non solo da chi vive nella feccia fino al collo, ma anche da ragazzi cresciuti senza problemi e in famiglie benestanti. Ho visto bambini, figli di gente ” normali” esibirsi orgogliosamente col taglio dei capelli alla Genny Savastano. Nelle nostre patrie realtà abbiamo bisogno di innocenza e bellezza da insegnare e far imitare ai nostri figli e studenti. Gratteri ha poi posto l’attenzione sulla Scuola esponendo un concetto che noi insegnanti della Scuola pubblica affermiamo da tempo: “La mattina bisogna prima studiare, poi – ha detto – incontri e dibattiti sulla legalità si possono organizzare di pomeriggio. Oggi gli insegnanti sono poco pagati e poco valorizzati mentre il loro ruolo è fondamentale. I giovani vedono il ragazzetto con la macchina di grande cilindrata e lo considerano un mito, poi vedono l’insegnante con una utilitaria e lo considerano un morto di fame” E noi, dobbiamo continuare a lottare perché negli occhi di un ragazzino che vede un’insegnante che dalla mattina alla sera sta a Scuola, e magari non ha neanche la patente come me, si serve di mezzi pubblici, e continua a credere nelle Istituzioni, nell’ agitazione dei nostri studenti, nel loro entusiasmo, nella loro forza e nella loro intelligenza, scelga il cambiamento, scelga la ragione, scelga la libertà. Ragazzi dobbiamo abbattere questo sistema: studiamo, pensiamo, curiamo l’ardore e la passione. Fottiamoli.

“In Parlamento andranno solo i nominati e le liste bloccate saranno addirittura due”

(Andrea Pertici intervistato da Antonella Mascali per Il Fatto Quotidiano)

Porcellum, Italicum, Rosatellum (mai nato) e ora Tedeschellum. Professor Andrea Pertici, da costituzionalista ci spiega cosa ha in comune questa proposta di legge col sistema tedesco?

Nulla, tranne la soglia di sbarramento del 5%, se rimane. Mentre in Germania chi vince nel collegio uninominale viene eletto in Parlamento, nel caso italiano i candidati dell’uninominale non fanno altro che mettersi in fila per essere tra gli eletti del loro partito. E non sono neppure tra i primi. La priorità spetta al capolista del listino bloccato poi, eventualmente, il candidato arrivato primo nel collegio uninominale, seguono gli altri della lista bloccata, infine, se il partito ha ancora diritto a ulteriori seggi, passano i candidati dei collegi uninominali che non sono arrivati primi.

Quindi, come con il Porcellum e con l’Italicum, abbiamo sempre dei nominati in Parlamento?

Esattamente. Sono tutti nominati e le liste bloccate sono addirittura due. Una evidente, che compare sulla scheda, cioè il listino, e l’altra formata dai candidati della lista per i collegi uninominali, all’interno di una circoscrizione.

Dunque, per il meccanismo che ci ha spiegato, le segreterie scelgono anche i numeri uno dei collegi uninominali, per controllare chi sarà eletto?

I primi di cui hanno cura sono i capilista del listino bloccato: anche se vanno in vacanza senza fare campagna elettorale, saranno eletti. Seguiranno i numeri 1 della parte uninominale, anche questi indicati dalle segreterie di partito.

Ma gli elettori cosa scelgono?

Scelgono il partito. Accanto al suo simbolo c’è il candidato uninominale, che cambia di collegio in collegio, dall’altra parte del simbolo c’è il listino bloccato uguale per tutta la circoscrizione.

Il Porcellum è stato bocciato dalla Consulta, l’Italicum idem. E il Tedeschellum ha recepito o ignorato quanto indicato dalla Corte costituzionale?

La cosa positiva è l’eliminazione dei premi di maggioranza, che la Consulta non reputa di per sé incostituzionale, ma sono a forte rischio quando assicurano sempre e comunque una maggioranza. Viceversa, è stata aggirata la necessità di non avere lunghe liste bloccate e di consentire agli elettori di scegliere gli eletti. Tanto è vero che perfino il candidato nel collegio uninominale anche se vince non ha certezza di entrare in Parlamento.

Dunque, ci risiamo? Si va di nuovo davanti ai giudici costituzionali?

Sulla incostituzionalità avrei qualche dubbio in più, il sistema valorizza molto poco il voto dell’elettore ma certamente dal punto di vista formale non c’è un’unica lunga lista bloccata ma una evidente e un’altra occulta, più corta.

Lei è stato chiamato alle audizioni parlamentari. Cosa aveva suggerito?

Un compromesso per valorizzare la rappresentanza e tenere ferma l’esigenza di stabilità di governo. In sostanza un sistema misto, in parte maggioritario e in parte proporzionale, che sembrava il preferito. Era venuto fuori il cosiddetto Rosatellum, non congegnato benissimo ma si poteva lavorare per perfezionarlo. Invece, si è abbandonato e si è intrapresa questa strada, sicuramente peggiore.

Qual è secondo lei la ratio di questa scelta?

La volontà di trovare una legge che passi rapidamente per assecondare una spinta al voto anticipato di cui non si comprende l’esigenza a questo punto, quasi finale, della legislatura.

E la fretta non porta a nulla di buono…

Mai. È una legge non in linea con il risultato del referendum costituzionale del 4 dicembre, quando gli italiani hanno ribadito che vogliono scegliere direttamente i propri rappresentanti.

Ops. Lo dice anche Imposimato che la legge elettorale è una cagata pazzesca.

Scrive Ferdinando Imposimato:

La nuova legge elettorale è presa a modello dalla Germania con sbarramento del 5%. Ma è un tedesco truccato . In Italia candidati saranno indicati tutti su una sola scheda. Troveremo il nome di un candidato in un collegio uninominale per ciascun partito , e una lista di partito bloccata con un minimo di due e un massimo di sei candidati per la parte proporzionale. Non potremo scegliere i candidati con le preferenze. E questo viola l’art 48 sulla libertà di voto. Il voto sarà espresso in blocco: un solo segno sarà sufficiente a indicare insieme partito o movimento, il candidato uninominale e quelli del listino. Chi non gradirà la formazione della propria squadra, avrà due alternative: cambiare bandiera o non votare. La scelta per la scheda unica in Italia rende impossibile il voto disgiunto, come invece avviene in Germania : dove votare un candidato e un partito nell’uninominale e un partito diverso nella proporzionale è possibile . Bisognerà mettere sulla scheda una sola croce, pena l’annullamento del voto.

Inoltre in Germania c’è la certezza che chiunque arrivi primo nei collegi uninominali verrà eletto, perfino nel caso in cui le percentuali nazionali del proprio partito non lo giustificano. In Italia, vincere nel collegio uninominale non darà garanzia di farcela. Bisognerà che il partito superi il 5%.
Vista dall’alto, la geografia del prossimo Parlamento sarà rigorosamente proporzionale. Ogni partito avrà i seggi che si merita in base alla percentuale dei voti. Se nessuno, come è prevedibile, vincerà nel proprio collegio con oltre ll 50%, scatterà un diverso meccanismo, fatto apposta per tutelare i vertici: verrà eletto il numero 1 del listino proporzionale. Con la conseguenza che tutti i caporioni dei partiti o movimenti pretenderanno di occupare la posizione di numeri 1 del listino circoscrizionale. Tornano i capilista bloccati imposti dall’alto ,contro il principio che il voto è libero , personale ed eguale, di cui all’art 48 della Costituzione.

Su richiesta del PD, si è deciso di iniziare l’assegnazione dei seggi a livello circoscrizionale, partendo dai numeri uno dei listini proporzionali che l’elettore troverà sulla colonna di destra della scheda. Solo dopo questa prima scelta , scatteranno i seggi per i vincitori dei collegi uninominali in quella stessa circoscrizione, e ove ci fosse la disponbilità di voti , verrebbero pescati i numeri 2 e 3 dei listini proporzionali.
Poi se il partito avrà conquistato altri seggi nella circoscrizione, scatteranno i vincitori del rispettivo collegio uninominale. Se resteranno seggi da occupare , scatteranno i vincitori del rispetivo collegio uninominale.

Sono previste multicandidature per i big dei partiti. Ogni candidato, a discrezione assoluta del suo segretario , potrà candidarsi in un collegio uninominale e fruire di tre paracadute in altrettanti posti di capolista nel listino proporzionale. La corsia preferenziale per i capilista bloccati e le multicandidature, conferiscono ai capi bastone un potere di controllo dei rispettivi gruppi parlamentari.
Il metodo scelto appare un sistema infallibile per mettere le oligarchie dei partiti e i loro fedeli peones al riparo dal rsichio di essere trombati, anche se immeritevoli. I più furbi sono catapultati nei collegi sicuri e blindati, E comunque avranno tre opzioni proporzionali da sfruttare. La soglia del 5% fa scattare un premio implicito per i partiti più grandi. I voti dei piccoli partiti che non raggiungono il 5% vanno ai grandi partiti .
Quelli che non amano la versione italica del modello tedesco , tra cui chi scrive, sanno che in Germania, tutti i candidati, nessuno escluso, vengono scelti dagli iscritti ai partiti con nome e regole stabilite da una legge sui partiti. In Italia, invece, non avverrà; Moro ammonì: i partiti “devono operare con metodo democratico quale è universalmente riconosciuto; ed è evidente che se non vi è una base di democrazia interna, i partiti non potrebbero trasfondere un indirizzo democratico nella vita politica del paese”.

La legge sui partiti in attuazione dell’art 49 della Costituzione, approvata dalla Camera, langue al Senato: le segreterie di partiti in Italia potranno fare come voglino, scegliendo non i più capaci ma i più protetti. Se per semplificare il quadro politico , si restituisce alle segreterie dei partiti e dei movimenti il potere di scegliere chi eleggere e lasciare che le segrerie o i vertici facciano una maggioranza su misura, non è la scelta migliore. La scelta dei parlamentari viene fatta non sulla base della competenza ma della obbedienza al capo.
I 5 stelle avranno le parlamentarie on line. Certo ma chi sarà di fatto a fare le liste? Staremo a vedere se verrà rispettata la democrazia diretta che è un pregio del M5S, ma talvolta vacilla
La legge non darà stabilità all’Italia. Dopo le elezioni sarà difficile formare una maggioranza stabile , anche unendo le forze del PD e di FI. Mentre il M5S, anche se fosse il maggiore partito , potrà fare un governo di minoranza che non durerà, perché sarà ostacolato dall’opposizione che difende la legge sul Job act, la buona scuola , le grandi opere intili e il finanziamento della Banche.
La decisione della Consulta di dichiarare incostituzionale il doppio turno fu errata ed illegittima; conseguente alle pressioni del governo Renzi sulla Corte Costituzionale : una decisione in contrasto col referendum popolare abrogativo del 18 e 19 aprile 1993 che bocciò il mattarellum:gli italiani espressero la volontà inequivocabile di abbandonare il sistema proporzionale ( con i seggi ripartiti tra le formazioni politiche, anche piccolissime, sulla base dei voti conseguiti) utilizzato ininterrottamente in Italia dalle elezioni del ’48 fino ad allora.

A motivare il desiderio di cambiamento, nel clima del dopo tangentopoli, c’era la convinzione che fosse stato proprio quel sistema la causa di alcuni mali endemici del sistema politico italiano, quali l’instabilità dei governi, la complessità e la fragilità delle maggioranze (con tanti mini partiti capaci di condizionare l’esecutivo in modo sproporzionato al loro peso elettorale reclamando vantaggi ingiustificati), la corruzione e l’aumento della spesa pubblica. Noi siamo per il doppio turno, il solo che consente alternanza

A Lecco il bar storico è “chiuso per mafia”

Chiuso per mafia. Dalla prefettura hanno imposto la serrata dello storico Caffè Cermenati della centralissima piazza Mario Cermenati di Lecco per il sospetto di possibili infiltrazioni o connivenze mafiose. Il locale risulta intestato alla Laureande Srl, fondata nel 2011, che appartiene alla 34enne Claudia Marinaro di Seriate, socia di maggioranza con l’80% delle quote, e ad Alexandra Pezzati, 30enne di Lecco, sebbene l’amministratore unico sia Marco Padovani, 39enne di Malgrate. La licenza dell’esercizio pubblico è stata però rilevata nel 2013 dalla Giucladeb di Debora Marinaro subentrata a Giuseppina Coco, sorella del boss della ‘ndrangheta lombarda Franco Coco Trovato, che, a 70 anni ormai compiuti, sta scontando l’ergastolo in un carcere di sicurezza, e moglie di Salvatore Marinaro, padre di Debora Marinaro, anche lui arrestato durante la retata di Wall Street.

Dalla prefettura nessuno spiega i motivi per i quali è stata emessa l’informazione interdittiva antimafia in base alla quale poi da Palazzo Bovara hanno dovuto emettere e notificare ai titolari del locale il divieto immediato di prosecuzione dell’attività. Dagli ambienti investigativi trapela tuttavia che durante alcuni accertamenti, compiuti sia dai carabinieri sia dagli agenti della Mobile, sarebbero stati riscontrati legami di carattere finanziario con esponenti della criminalità organizzata, verosimilmente durante il passaggio di consegne del 2013. Il sospetto sarebbe dunque quello che il bar possa fungere da centrale di riciclaggio di soldi di dubbia provenienza e da collegamento economico per gli uomini d’onore. La chiusura del Caffè Cermenati testimonia ancora una volta quando il tessuto sociale lecchese sia a rischio infiltrazioni mafiose, come dimostrano le ripetute inchieste giudiziarie, da Wall Strett a I Fiori della notte di San Vito, da Oversize a Crimine, da Tenacia e Infinito a Metastati, da Braintenopea a Insubria, che hanno tutte coinvolto il territorio provinciale. «Dall’inizio del mandato è il quarto provvedimento antimafia che assumiamo e mettiamo in atto», sottolinea dal canto suo il sindaco Virginio Brivio.

(fonte)

‘Ndrangheta, arrestato Giuseppe Giorgi

Colpo alla ‘ndrangheta. I carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria hanno arrestato Giuseppe Giorgi, 56 anni, detto “u capra”, era ricercato dal 1994. L’uomo è stato bloccato stamani poco dopo le 8 a San Luca, nella sua abitazione dai carabinieri del Reparto operativo di Reggio Calabria insieme a quelli dello Squadrone Cacciatori Calabria. Deve scontare una condanna a 28 anni e 9 mesi per associazione finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti.

Giorgi è ritenuto elemento di vertice della cosca Romeo alias “Staccu” operante prevalentemente a San Luca e con ramificazioni in tutta la provincia e a livello nazionale e internazionale. Era ritenuto latitante di massima pericolosità e il suo nome era inserito nell’elenco dei cinque latitanti più pericolosi d’Italia e nel programma speciale di ricerca.