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Dalla “legge che tutti avrebbero dovuto copiare” a quella copiata male (apposta)

Ci avevano promesso di far tornare “il voto ai cittadini”. Destri, sinistri, cinquestelle, tutti d’accordo. Dopo avere scritto una legge incostituzionale (olè) hanno capito che il segreto stava semplicemente nel trovare un nome che sembrasse affidabile. Devono avere pensato a “Mercedes” o “Bmw” ma poi per problemi di marchio registrato si sono accontentati di “tedesco”.

Hanno scritto una legge elettorale che ci viene proposto come modello di rappresentatività e governabilità e invece non lo è. Rubo la spiegazione che mi ha dato, in una ricca conversazione ieri sera, il professore Andrea Pertici:

Saranno i partiti a scegliere gli eletti. Tutti i seggi sono attribuiti con sistema proporzionale sulla base sostanzialmente di una doppia lista bloccata: quella della circoscrizione (che al Senato è la Regione) e quella data dall’insieme dei candidati nei collegi uninominali della stessa circoscrizione (al Senato, Regione). Collegi uninominali dove non vince il candidato più votato ma semmai quello del partito più votato. E per non rischiare proprio nulla comunque il primo che passerà è il capolista del partito nella circoscrizione, dopo il quale si pescheranno i candidati nei collegi arrivati primi, poi gli altri candidati di lista e infine gli altri candidati dei collegi uninominali che hanno perso. Insomma, quello che conta è il partito. Quello che conta assai meno il nostro voto. Si parte da un modello europeo (questa volta il tedesco, si diceva) ma si finisce sempre con un sistema molto italico.

In pratica io voto il candidato che stimo nel mio collegio ma il mio voto premia prima il capolista bloccato.

 

(continua su Left)

”I gattopardi che hanno affondato Falcone son quelli che oggi salgono sui palchi per commemorarlo”: parola di Gratteri

(di Paolo Casalini, fonte)

Graffiante e senza peli sulla lingua. Così il Procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri, nel dibattito a due voci con Rosy Bindi presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, nella sede vescovile di Arezzo. Moderatore Stefano Mendicino.

Hanno commemorato Giovanni Falcone, a 25 anni dalla sua scomparsa. Hanno ricordato la sequenza dell’orrore: Chinnici, La Torre, Mattarella ed infine Borsellino. Hanno fatto rivivere la stagione stragista di via dei Georgofili, del Velabro e di Milano

Gratteri ha ricordato Falcone, tratteggiando con precisione l’ambiente in cui il giudice assassinato si muoveva. Ha ricordato che i primi a farlo affondare, i primi a lasciarlo solo, prima dei politici, prima delle istituzioni, sono stati gli altri magistrati. Falcone ha sofferto le loro invide e le loro maldicenze. Ha sofferto infine il rapporto con il CSM e con la commissione Antimafia.

Ha concluso il suo intervento con un messaggio di speranza, quello che viene dai tanti giovani che a Palermo ancora onorano la sua memoria, pur essendo nati dopo la sua morte, ma anche con una brutale osservazione: i gattopardi che lo hanno fatto affondare sono gli stessi che oggi salgono sui palchi per commemorarlo!

Sulla morte di Borsellino una tagliente domanda della presidente della Commissione Parlamentare Antimafia: “Ancora mi chiedo, a 25 anni dalla sua morte, perché la Procura di Caltanisetta, dopo che il giudice aveva dichiarato di aver cose da raccontare ai colleghi, ha atteso 57 giorni per convocarlo e soprattutto perchè al 56esimo sia saltato in aria”.

Domande pesanti, a cui forse neppure la storia potrà dare una risposta. Intanto il CSM ha desecretato il fascicolo sul magistrato Falcone: un passo avanti notevole verso la conoscenza storica, ha dichiarato Gratteri.

Il lavoro di Falcone è stato un successo tale che solo a distanza di anni possiamo valutarne la portata – ha stigmatizzato la Bindi – Di fatto Cosa Nostra è stata decapitata, sconfitta, annientata. Questo è uno dei grandi meriti degli uomini che hanno dato la vita per questo risultato.

Contemporaneamente – ha spiegato il magistrato – mentre Cosa Nostra perdeva molti dei suoi tentacoli, avanzava in silenzio e senza clamori la ‘Ndrangheta. Non cercava confronti con la politica nazionale, si limitava ad infiltrarsi in quella locale. Controllava elezioni, consigli comunali, sindaci. Tutt’oggi è in grado di spostare qualcosa come il 15% della forza elettorale, decidendo così chi vincerà e chi no. Non si fa mai problema di posizione politica: destra, centro o sinistra non ha alcuna rilevanza. Rileva solo che non sbaglia mai cavallo.

E questa Ndrangheta, ha spiegato Gratteri, si è molto allargata. Al Centro, al Nord e poi sempre piu’ lontano, fuori dai confini del paese. Dove non esistono reati specifici contro l’associazione mafiosa, dove non si confiscano i beni delle cosche come ad Anghiari, dove le forze di polizia non sanno neppure come fare per fronteggiare il fenomeno ed è quindi molto piu’ semplice negarne l’esistenza. Non è vero che all’estero ci sia meno corruzione, è vero invece che all’estero si preferisce far finta che non ci sia. Parole sferzanti, sostenute dal racconto fatto dallo stesso magistrato, di quando è andato oltralpe a spiegare i rischi delle infiltrazioni e si è sentito prima deridere e poi prendere a pesci in faccia.

La declinazione di questa vicenda tuttavia, avrebbe avuto bisogno di un contradditorio qualificato almeno nella sua visione istituzionale: la differenza fondamentale secondo Gratteri, sta infatti nella rappresentazione del pubblico ministero, che in Italia (e quasi solo in Italia) è anche un magistrato ed è sottoposto all’obbligatorietà della azione penale. E’ un richiamo diretto alla iniziativa delle Camere Penali Nazionali che hanno promosso la raccolta firme per la legge popolare sulla separazione delle carriere. Secondo il magistrato calabrese, un errore madornale, che finirebbe per porre i PM sotto il controllo dell’esecutivo, sostenuto in questa tesi in pieno anche dalla Bindi.

Ironia della sorte e della storia, perchè contrario certamente a Gratteri e alla Bindi invece sarebbe stato proprio Giovanni Falcone che testualmente scrisse:

“Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. Gli occorrono, quindi, esperienze, competenze, capacità, preparazione anche tecnica per perseguire l’obbiettivo. E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para- giudice. Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti.

Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e Pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo. E’ veramente singolare che si voglia confondere la differenziazione dei ruoli e la specializzazione del Pm con questioni istituzionali totalmente distinte”

Forse una vocina in grado di confutare le sue tesi durante la stessa serata, non ci sarebbe stata male. Ma pazienza, nei prossimi giorni cercheremo di approfondire.

Sempre sulle camere penali, che hanno indetto uno sciopero a oltranza per opporsi alla riforma proposta dalla commissione Gratteri (era presidente), il Procuratore ha difeso la sua creatura, spiegando che il concetto di fondo della riforma è quello di cercare di rendere piu’ snello il processo informatizzandolo. Non serve allungare o interrompere i tempi della prescrizione, serve invece mettere i tribunali nella condizione di accellerare, restando così nei limiti stabiliti dalla legge per il giudizio. Facendo prima di tutto in modo che i fascicoli non poltriscano per 4 o 5 anni negli armadi delle procure.

Una giustizia – dice Gratteri – non piu’ fondata sui difetti di notifica, che favoriscono imputati che possono permettersi avvocati scaltri e ben pagati, ma sui processi fatti in aula e le Camere Penali, invece che andare in battaglia contro i mulini a vento, dovrebbero finalmente pretendere una riforma del CSM, per liberarlo dalle correnti.

Il dibattito sarà trasmesso da TSD nei prossimi giorni e sarebbe molto interessante avere un parere opposto, per stabilire una sorta di contradditorio virtuale.

La vacuità del renzismo spiegata con le figure (2)

La prima. Il direttore de l’Unità Sergio Staino disegna una vignetta (su un giornale che non esce ma che i lavoratori non pagati confezionano comunque ogni giorno) in cui i due editori hanno un copia de l’Unita infilata nel culo mentre Renzi fischietta con Il Foglio sottobraccio:

La seconda. Alessio De Giorgi, social media manager e collaboratore di Renzi, amministratore della pessima pagina Facebook che paragona Renzi a Totti e altre cazzate del genere, nel tentativo di smentire di essere l’amministratore della pagina dimentica di sloggarsi e risponde con il nome della pagina:

Vedere per credere. Poi possibilmente prenderne coscienza. Anche.

«Le gallerie sono fatte con lo sputo»: ecco come costruiscono il “mega tunnel” verso la Francia

Hanno chiuso l’appalto a 60 milioni in meno sulla base d’asta. 60 milioni su 170. E poi costruiscono le gallerie “con lo sputo”. E noi ci chiediamo perché cadano i cavalcavia. È che la corruzione ci gocciola in continuazione in testa e se è di cemento alla fine ci uccide. Leggere per credere:

«Guarda che la strada prima o poi si muove, e si spacca tutto». Lo sciovinismo non c’entra nulla, almeno questa volta. «Il problema sai qual è? Sta cedendo da un lato». «Ah, deve essere il lato dove non abbiamo fatto la fondazione». Quando i colleghi italiani gli hanno fatto leggere i dialoghi tra l’ingegnere responsabile dei lavori e un suo dipendente, il procuratore di Nizza non ha potuto fare altro che acconsentire alla richiesta di sequestro del nuovo tunnel del colle di Tenda anche sul versante francese. Ma dopo aver ascoltato certe bestialità, la prudenza non è mai troppa. E adesso la magistratura d’Oltralpe sta valutando anche la chiusura della strada a senso unico alternato, con code ai semafori anche di trenta minuti, che in attesa della fine dei lavori del raddoppio della vecchia galleria risalente alla fine dell’Ottocento costituisce il passaggio oltralpe dalla provincia di Cuneo. Con certe cose non si scherza, a meno di essere dei costruttori italiani. In tal caso, si può anche «eseguire fraudolentemente il contratto d’appalto di lavori, omettendo la costruzione di fondamenta dotate di un’idonea armatura in cemento armato per almeno cinque metri, causandone così lo “spanciamento” ed il cedimento, a loro volta occultati alla committenza mediante la falsificazione dei dati». L’oggetto della conversazione e delle accuse di cui sopra è «OA09», un muro portante dell’altezza di undici metri, la più grande opera di contenimento dell’intero progetto, destinato a sorreggere la strada in uscita dal nuovo tunnel, proteggendola dalle frane e dalla montagna incombente. Ma i titolari della Fincosit, l’azienda che si è aggiudicata l’appalto per il mega scavo che avrebbe dovuto raddoppiare il tunnel tra Limone Piemonte e la francese Tende, il più grande cantiere aperto fino a pochi giorni fa nel nord Italia, avevano piena coscienza del modo in cui procedevano i lavori. «Non c’è molto da fare» chiosavano commentando lo stato dell’opera sul versante italiano. «Se lo sono detti anche gli operai da soli: qua se non muore qualcuno continuiamo a lavorare alla ca… di cane. Esce acqua da tutte le parti, una cosa pazzesca, 24 calotte che pisciano acqua, una cosa da fare schifo».

Il raddoppio del traforo

E dire che il raddoppio del traforo stradale del Col di Tenda nasce nel 2001 all’insegna della necessità di «una maggiore sicurezza», giudicata «una priorità assoluta» dalla Commissione intergovernativa. Il valore iniziale dell’appalto unico è stimato in 176.065.431,16 euro. L’offerta più vantaggiosa è della Grandi Lavori Fincosit, che nel marzo del 2012 si aggiudica i lavori per un importo complessivo di 117.531.538,01 euro. Le carte dell’inchiesta della Procura di Cuneo, che ha portato al blocco totale dei lavori, sono una lettura dolorosa, soprattutto in un Paese dove i cavalcavia e le strade tendono a crollare con una certa frequenza, da Fossano alle Marche passando per Lecco, solo per elencare i casi più recenti. I muri di contenimento e le gallerie sono «fissati con lo sputo, diciamo». Le centine, ovvero i manufatti in metallo il cui principale scopo è sostenere un arco di volta, vengono vendute nuove di zecca ai ferrovecchi della zona, sezionate e tagliate per poter permettere il trasporto sui camion degli acquirenti, per i quali nel cantiere era prevista una apposita zona di carico e di parcheggio. E pazienza se in loro assenza una galleria diventa insicura per chi ci lavora e per chi poi ci passerà sotto. Le cose importanti sono altre. «Mettendo le centine… la profilatura ci farebbe perdere un sacco di tempo! e, quindi, capito? Anche li si risparmia parecchio…».

L’ordinanza della procura di Cuneo

La rivendita in nero dell’acciaio e il suo mancato utilizzo sono fonte di risparmio e di reddito personale degli indagati, uno dei quali non ha mancato di far dirottare a casa propria, in provincia di Salerno, la caldaia che doveva essere installata nel cantiere al confine tra Italia e Francia. Ma non sono neppure questi dettagli e queste ruberie a rendere l’ordinanza della Procura di Cuneo un documento inquietante. È la consapevolezza, la leggerezza degli ingegneri responsabili dell’opera, e della sua sicurezza. Due di loro temono di ricevere la visita di un collega e si preoccupano. Ma solo della propria reputazione. «Che magari uno dice: “ma… qui… che è successo?” …come per dire… “ma si sta muovendo la galleria… e avete continuato a scavare?”… cioè… sai che figure di merda che facciamo?». Un ingegnere commenta con la moglie il crollo di due centine sul versante francese. «Scava!… scava!… scava!… e poi come tanti montoni… riprendiamo da capo a scavare… e il bello è che all’Anas gli hanno detto “ma no… no… adesso le rimontiamo… diamo una pulita… e poi spariamo il cemento!”… come spari?… ti è caduta la montagna e vuoi ancora sparare?». Tutti sapevano. Nessuno faceva niente. I magistrati di Cuneo forse hanno evitato un disastro. Per la nostra figuraccia internazionale invece non hanno potuto fare nulla.

(fonte)

Mafia: rinviato a giudizio a Catania il “cavaliere” Mario Ciancio. Finalmente.

E il commento migliore non poteva non essere di Riccardo Orioles, ovviamente:

Il signor Mario Ciancio, proprietario di quattrocentomila catanesi nonché di un numero indefinito di centri commerciali, sindaci, giornali, politici, tv, massoni, imprese edili e rare monete antiche è stato rinviato a giudizio, poco fa, per concorso esterno in associazione mafiosa. Il processo comincerà il 20 marzo 2018: dieci mesi dunque, ciascuno di 30 giorni, per un totale di circa 300 giorni durante i quali, dedicando alla lettura diciamo tre ore al giorno, potrà riuscire a rileggersi tutto ciò che I Siciliani, negli ultimi trentacinque anni, hanno scritto di lui. Non è una lettura noiosa, e con l’ausilio di essa riuscirà certamente ad arrivare in gran forma al giorno del processo. Buon lavoro.

Ieri ha vinto la camorra. Ancora

Può un avvocato condannato in primo grado per concorso esterno in associazione camorristica tornare a fare l’avvocato in attesa di sentenza definitiva? No, dai, sembra uno scherzo. Vero?

Può un avvocato che si fa portavoce delle minacce di un clan mafioso contro uno scrittore e che ne risulta condannato (con una sentenza che, tra l’altro, assolve i camorristi come se l’avvocato avesse minacciato per un’innata simpatia) tornare a fare l’avvocato con il beneplacito dell’Ordine e del ministro e della politica? Sembra una puntata di qualche fiction sui narcos, vero? Non ci crederebbe nessuno, a scriverlo.

L’ha scritto ieri Roberto Saviano:

Michele Santonastaso, l’avvocato dei boss casalesi condannato a 11 anni per aver portato ordini di morte del clan Bidognetti e per aver minacciato in aula, durante il processo Spartacus, me, la giornalista Rosaria Capacchione, i magistrati Raffaele Cantone e Federico Cafiero De Raho, oggi torna a fare l’avvocato.

 

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«La perseveranza è ciò che rende l’impossibile possibile, possibile il probabile, e il probabile certo»: la lettera di Davide Nicola al figlio che non c’è più

Davide Nicola ha portato il Crotone a una salvezza in Serie A a cui non credeva nessuno. E ha scritto al figlio, che non c’è più. Anzi, che c’è fortissimamente:

«Ciao amore mio. Non so dove sei. Non so cosa starai facendo. Forse sei su quella nuvola che era su di me quella sera quando correvo per far volare la tua lanterna. O forse sei qui accanto a me… Abbiamo lottato insieme in questo anno complicatissimo ma… Oggi so che tu ci sei sempre stato lì con me. Sei riuscito con la tua energia a darmi la forza di lottare e di continuare a inseguire l’impossibile… La perseveranza è ciò che rende l’impossibile possibile, il possibile probabile, e il probabile certo. Ale questa non è la mia vittoria, ma la nostra, proprio come quella della promozione in Serie A del Livorno. Avrei voluto gioire con te, guardare i tuoi occhi e il tuo sorriso, prenderti per mano e insieme correre a festeggiare. Tutto questo è solo per te e ogni mia conquista è la tua, ogni mia vittoria sarà la tua, ogni mio sogno sarà anche il tuo. Voglio che il mio cuore continui a battere per te e tu possa vivere ancora attraverso me…»

Che penna appuntita, è il dolore di un genitore.

Il presidente Toti che rimpatria quelle “bestie straniere”

Sono i più pericolosi. Paciocconi, in giacca e cravatta, fintamente liberali, servetti che simulano autonomia, razzisti capaci però di stare sempre sul filo della potabilità. Giovanni Toti è uno degli esemplari di punta di questi nuovi centrodestristri che fanno l’occhiolino a Salvini ma riescono a sembrarne la parte buona.

E così finisce che su Facebook loro (o i loro social manager, ma in fondo la “linea editoriale” è la stessa che si coglie ascoltandoli) rispondano così:

Poi ovviamente cancellano di fretta e furia. Ma tanto il filo nero è sempre quello.

Tutto normale?