Vai al contenuto

La prossima marcia dell’accoglienza va organizzata in Africa: anche l’Italia costruisce muri. Ma sottovoce.

Un post (terrificante) di Stefano Catone, che per Possibile da tempo studia i numeri piuttosto che rilanciare sensazioni:

Manderemo dei soldati in Africa con lo scopo di rafforzare il confine sud della Libia. Lo aveva anticipato Repubblica alcuni giorni fa, lo aveva smentito il ministero della Difesa (con una smentita che non smentisce, dato che parla di «normale attività addestrativa»), lo ha confermato il ministero dell’Interno, con tanto di foto a corredo dell’accordo raggiunto tra i governi italiano, della Libia (che non si capisce che poteri abbia), del Ciad e del Niger.

L’accordo si pone gli obiettivi di «assicurare la sicurezza dei confini, sostenere la formazione ed il rafforzamento delle guardie di frontiera, sostenere la costruzione in Niger e Ciad e sostenere la gestione in Libia dei centri di accoglienza per migranti irregolari, conformemente agli standard umanitari internazionali, promuovere lo sviluppo di una economia legale». Tradotto: manderemo militari con lo scopo di «sigillare la frontiera a sud della Libia, che significa sigillare la frontiera a sud dell’Europa», parole di Marco Minniti, ministro dell’Interno con la tessera del Partito Democratico in tasca.

Tradotto meglio: le persone devono restare nei luoghi dai quali vorrebbero scappare e, dato che l’accordo con la Libia si sta rivelando inefficace e inattuabile, spostiamo sempre un po’ più a sud i nostri confini. Siamo arrivati al Ciad e al Niger. Perché lo facciamo? Perché non possiamo respingere i migranti in mare, non possiamo sparare ai barconi, non possiamo costruire un muro sulle nostre coste: siamo persone civili, noi. Possiamo, però, delegare ad altri, lautamente finanziati, il tentativo di controllare gli oltre quattromila chilometri di confine terrestre della Libia. Fare un muro nel deserto di queste dimensioni non è semplice: è molto più semplice addestrare militari e costruire campi di accoglienza, dove concentrare i migranti.

Quando parliamo del Ciad parliamo di un paese in cui vige lo stato di emergenza a causa delle condizioni in cui versa l’omonimo lago, in cui è al potere la stessa persona dal 1990, in cui «a seguito di diverse manifestazioni di protesta, le forze dell’ordine sono intervenute con conseguenze a volte tragiche» e in cui è consigliabile «viaggiare in convoglio, tenere le porte chiuse a chiave e portare con se stessi carburante di riserva».

Quando parliamo del Niger, invece, parliamo di un paese in cui «il 3 marzo 2017 è stato proclamato lo stato di emergenza nella regioni di Diffa, Tillaberi e di Tahoua a causa dell’aumento degli attacchi terroristici nel Paese», in cui i terroristi assaltano i campi profughi, in cui la schiavitù è stata abolita nel 2003 (ma rimane un problema preoccupante) e, inoltre, di un paese «soggetto ad instabilità politica, insicurezza alimentare cronica e crisi naturali, in particolare siccità, inondazioni e infestazioni di locuste».

Della Libia sia sufficiente ribadire che è un paese che non ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati, e cioè la più importante convenzione internazionale in materia.

Quando ci indigniamo per il muro al confine tra Serbia e Ungheria, quando ci indigniamo per il muro di Trump e il Muslim Ban, quando ci indigniamo per i muri e quando invochiamo un mondo senza muri, dovremmo ricordarci che il governo italiano a guida Partito Democratico è uno dei principali sponsor e attuatori della strategia dei muri, che in questo caso non hanno natura fisica (solo perché la geografia non ce lo permette, penseranno i maligni), ma natura politica e diplomatica. Saranno altri a respingere, saranno altri a sparare, saranno altri a detenere i migranti. Lontani da questi luoghi migliaia di chilometri noi stiamo solamente armando gli aguzzini.

L’agente sopravvissuto a Capaci: «Hanno distrutto un mondo»

di Paolo Borrometi
“Per distruggere una persona hanno distrutto un mondo. Ricordo che Falcone scendendo dall’aereo aveva in mano una valigetta, ma di quella valigetta non si parla mai e non verra’ piu’ trovata. Lui era solito tornare con quella valigetta, di cui fara’ menzione anche l’autista giudiziario, Costanza. Dove e’ finita? Che cosa aveva dentro? Sarebbe giusto rispondere anche a questi interrogativi”. A parlare con Paolo Borrometi per l’AGI è Angelo Corbo, uno dei tre poliziotti sopravvissuti alla strage di Capaci, in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

Angelo Corbo ricorda quel 23 maggio come “una giornata splendida. La classica giornata di una terra baciata dal sole e cullata dal mare. Quel giorno ero euforico. Avevo giocato al Totocalcio e avevo detto ad Antonio Montinaro, che mi chiedeva il perche’ della mia insolita euforia, che ero sicuro di fare il 13 che avrebbe cambiato la mia vita. Questa affermazione mi pesa ancora oggi, mi pesera’ finche’ la morte non mi chiamera’”.

“Giovanni Falcone con la moglie, la dottoressa Morvillo, scese dall’aereo e si mise alla guida della croma, con l’autista giudiziario, Giuseppe Costanza, seduto dietro. Noi pensavamo gia’ alla giornata dell’indomani. All’improvviso, pero’, cambiò tutto. Ricordo le parole del caposcorta di quel giorno,Gaspare Cervello, che disse ‘cazzo, perchè rallenta cosi’ tanto?’. Poi sentii un fortissimo boato, la sensazione di volare e sbattere all’interno della croma. E massi, tanti massi, che ci cadevano addosso. Scendemmo subito dalla macchina – racconta Angelo Corbo – e davanti a noi quella che doveva essere l’autostrada era diventata un paesaggio lunare.

Quell’aria splendida, celeste, di quella giornata era diventata marrone. Vedevo il mio sangue che colava e all’improvviso la macchina di Falcone a metà. Ci avvicinammo a quella macchina e, insanguinati e con diverse fratture (io il naso rotto, il collega il braccio), riprendemmo il nostro lavoro: proteggere il giudice Falcone. Pur con la consapevolezza che non potevamo piu’ difendere nessuno, per le condizioni in cui ci trovavamo. Sapevamo che loro non avrebbero lasciato incompiuta l’opera, ci aspettavamo che scendessero in campo per finirci. Falcone era ancora vivo, ricorderò per sempre che si girò verso di noi e ci guardò con gli occhi imploranti. Noi eravamo li’, non riuscivamo ad aprire la macchina, così ci rimase solo di fare scudo”. Corbo sapeva sin da giovane quanto la mafia fosse feroce, lo capi’ quando il 7 ottobre 1986 Claudio Domino, suo compagno di giochi, “venne freddato con un colpo alla testa, alla tenera eta’ di 11 anni”. Ed e’ anche per questo motivo che Angelo Corbo decise di entrare in Polizia. “Dopo due anni, nel 1990, venni chiamato dal capo della Mobile, La Barbera, mi disse che dovevo far parte della scorta di Falcone per una ventina di giorni. Da allora passarono quasi tre anni fino a quelle 17:58 del maledetto 23 maggio 1993”.

Corbo lascia scorrere i suoi dolorosi ricordi e racconta che da quel giorno sono stati diversi i tentativi di diminuire il livello di sicurezza del giudice e della sua scorta: “All’inizio avevamo a disposizione 21 uomini, fucili a pompa, auto blindate, radio specializzate e un elicottero che ci sorvolava sulla testa, ci ritrovammo nel ’92 con appena 12 uomini”. Inoltre “a volte ci levavano le pettorine e spesso anche le macchine blindate”. “Avevo la consapevolezza di essere impreparato, non avevo fatto nessun corso scorte ma avevo l’orgoglio di scortare Falcone”. Il lavoro con il giudice, rivela Corbo all’AGI, “era molto difficile. Stavamo con lui 20 ore al giorno, perchè lavorava dalle 7 del mattino alle 10 di sera. Non permetteva un rapporto di amicizia fra lui e noi. Era una persona meravigliosamente professionale e pretendeva un’enorme professionalità da noi che lo dovevamo proteggere”.

Fra i ricordi piu’ belli per il poliziotto c’e’ l’intesa fra Falcone e la moglie. “In quei due anni e mezzo ricordo il loro rapporto come dolcissimo. Ricordo i loro sorrisi, la loro complicità, erano una coppia molto affiatata, sembravano un’unica persona e sono sicuro che, come hanno vissuto insieme, avrebbero voluto rimanere insieme anche nella morte. Diciamocelo, separarli oggi è stata una bastardata”.

Corbo prosegue con amarezza il racconto di un sopravvissuto, dando la sensazione che si senta addosso la responsabilita’ del non essere morto, anche lui, quel 23 maggio a Capaci. “L’essere sopravvissuti è stata una colpa. Sappiamo tutti quanti che per lo Stato fa più piacere che, in casi del genere, non ci siano sopravvissuti, testimoni. Sembra quasi che lo Stato e le istituzioni vogliano nascondere di aver sbagliato, perchè se noi siamo rimasti vivi hanno sbagliato. Il problema, comunque, è che noi ci sentiamo in colpa perchè siamo vivi, mentre i nostri colleghi e la persona che dovevamo proteggere sono morti”. Da allora per loro, sopravvissuti, solo “dimenticanze”. “Mai invitati e anche quest’anno, a 25 anni da Capaci, nessuno di noi ha ricevuto una telefonata per chiederci di partecipare a quelle che definiamo le ‘Falconiadi’, delle vere e proprie sfilate”.

Angelo Corbo non è tenero neanche con Maria Falcone, sorella di Giovanni: “Di noi non le è mai fregato nulla. Non si è mai degnata di considerarci, e dire che siamo state le ultime persone che hanno visto in vita il fratello. E’ giusto che lei faccia di tutto per ricordare il fratello, ma dovremmo avere sempre presente che all’epoca fu abbandonato da tutti. Non potrò mai scordare come in quegli anni il dottor Falcone venne denigrato e ostacolato in tutto, perchè era diventato un personaggio scomodo: veniva trattato come una pezza da piedi. Oggi, invece, viene celebrato da persone che amici suoi sicuramente non lo erano e anche lei, Maria Falcone – spiega Corbo -, oggi ha accanto persone che tutto erano fuorche’ amici del dottore”.

Angelo Corbo oggi è “molto diverso dalle 17:58 di quel 23 maggio. Ho avuto bisogno, ma nessuno ha mai alzato un dito, nessuno mi ha mai aiutato”. Infine un sogno, lo stesso di padre in figlio: “Manuel, mio figlio, sogna di diventare poliziotto, nonostante tutto. Io, da padre, sono orgoglioso – conclude -, ma purtroppo sta prendendo molte porte in faccia: sta pagando l’essere figlio mio”.

Tratto da: laspia.it

Mafia, ucciso Giuseppe Dainotti appena scarcerato. Voleva tornare “da boss”.

(fonte)

I due colpi di pistola echeggiati alla vigilia del venticinquesimo anniversario della strage di Capaci, con un boss del calibro di Giuseppe Dainotti, 67 anni, uscito dall’Ucciardone dopo 24 anni di carcere nonostante una condanna all’ergastolo, riaccendono un tema che allarma l’apparato antimafia. Quello dei capimafia che, dopo avere scontato le loro pene, anche approfittando di alcune norme premiali, tornano in circolazione cercando spazi, sempre più ristretti per una organizzazione disarticolata.

Ritorni eccellenti

Di qui un recentissimo inquietante sfogo del questore di Palermo Renato Cortese che, già un paio di settimane fa, sottolineava la necessità di un controllo sempre più ravvicinato su questi «ritorni eccellenti». E adesso che il cadavere di «Zio Peppino» giace a due passi dal castello della Zisa, la bicicletta su cui era uscito da casa alle sette e mezzo rovesciata per terra e macchiata di sangue, il questore famoso per avere arrestato Bernardo Provenzano conferma: «Sono in tanti ad avere scontato la pena, ad uscire affacciandosi in una Palermo cambiata, con spazi di manovra sempre più ristretti per i clan, per una Cosa nostra sbandata, in cerca di un leader. Ed è questa ricerca di leadership che finisce per contrapporre i vecchi boss usciti dalle celle con esponenti già in difficoltà per l’azione repressiva dello Stato…».

Riduzioni di pena

Il caso di «Zio Peppino» Dainotti è complesso. Non solo perché, nonostante avesse sulla coscienza la spietata fine del capitano dei carabinieri Emanuele Basile e una condanna all’ergastolo, ma anche perché la sua storia è legata ai subbugli di Porta Nuova, il quartiere dominato prima del maxi processo da «don» Pippo Calò, il cassiere dei Corleonesi. Zona calda attraversata in quegli anni dalla tempesta di un discusso pentito come Salvatore Cangemi del quale Dainotti era stato il factotum. Peraltro finito in cella anche per una rapina di finanziamento alla famiglia il colpo miliardario al Monte dei Pegni di Palermo. E, prima ancora, per la lupara bianca di Antonino Rizzuto, scomparso nel 1989. E il boss se ne andava in giro in bici con questo curriculum cucito addosso.

Sconti anche a Bagheria

Fra i pezzi grossi di Cosa nostra tornati in circolazione campeggia la figura di Pino Scaduto, ai suoi tempi indicato come il capo mandamento di Bagheria alla guida delle estorsioni e degli uomini che allora garantivano la latitanza di Bernardo Provenzano. Scontata una condanna nel 2007, l’anno successivo era di nuovo dentro, bloccato dal blitz Perseo mentre cercava di riorganizzare il clan. Poi l’assoluzione per alcune estorsioni. E il ritorno a Bagheria.

Amico dei corleonesi

Una storia simile è quella di Giulio Caporrimo, il boss di San Lorenzo, forse un nome che dice poco a chi segue le cronache sui giornali. Ma per gli inquirenti è un «numero uno». Con una acrobazia legale, i suoi avvocati sono riusciti ad ottenere che l’ultima condanna a dieci anni fosse cumulata, e quindi detratta, da una precedente sentenza. La stessa che aveva finito di scontare nel 2010. Di qui la riacquistata libertà per l’uomo che ha sempre rivendicato come una medaglia i suoi rapporti con gli ergastolani Lo Piccolo. «Figura inquietante», la definisce Cortese conoscendo cosa è accaduto in carcere.

Microspia nella stalla

Liberi come Caporrimo, sono pure, per fine pena e decorrenza dei termini di custodia cautelare, i fratelli Gregorio e Tommaso Di Giovanni, finiti in carcere rispettivamente nel 2010 e 2011. Allora erano frequenti gli incontri fra Caporrimo e uno dei fratelli, Tommaso, perché a lui era stato lasciato lo scettro di Porta Nuova quando suo zio, Calogero Lo Presti, era stato costretto a defilarsi perché individuato grazie ad una microspia installata in una stalla dove organizzava i suoi picciotti.

Summit a tavola

Fu considerato importante in particolare un incontro del giugno 2011. Una «mangiata» in un ristorante fidato, una tavolata dove furono registrati Tommaso Di Giovanni, Caporrimo e Antonino Messicati Vitale, in rappresentanza del clan di Villabate, arrestato e adesso di nuovo libero, come Nicola Milano, altro nome che conta a Porta Nuova. Un elenco troppo lungo per tenere tutti sotto controllo. E infatti hanno potuto agire senza ostacoli i due killer entrati in azione alla Zisa contro l’uomo in bicicletta, mentre scappavano terrorizzati commercianti, impiegati, bimbi e mamme diretti a scuola in una Palermo sempre inquieta.

«Non uno ma tre Rolex»: e Gentiloni che fa?

La sottosegretaria al Ministero dei Trasporti Simona Vicari è finita indagata in una brutta storia di presunta corruzione in cui, tra le altre cose, è accusata di avere ricevuto “in regalo” un Rolex per “agevolare” alcune pratiche. Al di là del fatto che, qualora le accuse siano poi riscontrate, ne uscirebbe una classe dirigente che ormai non si vende più per ingenti finanziamenti al proprio partito e bustarelle di quelle che cambiano la vita ma ormai è disposta a diventare servile per un orologio, la risposta della Vicari al Corriere della Sera mette i brividi:

«Ho letto sulle agenzie che sarei accusata di corruzione. Ma di che parliamo? – ha detto al Corriere della sera – Quell’orologio riguarda rapporti con le persone che uno ha a prescindere. Dalle intercettazioni si capisce benissimo che si tratta di un regalo di Natale. Poi sì, io ho chiamato per ringraziare. Ma se lo avessi fatto per corruzione, secondo lei avrei ringraziato?». L’addio della Vicari potrebbe non essere indolore per il governo. Dopo essersi difesa, l’ex sottosegretaria passa all’accusa e che accusa: «Voglio dirle un’altra cosa – ha aggiunto al Corriere – anche se può suonare un po’ antipatico. Ci sono ministri che hanno preso non uno, ma tre Rolex e sono ancora in carica».

In pratica, dice la Vicari, nel Consiglio dei Ministri siede almeno una persona che è esattamente come lei, solo con un po’ più “fame”.

(continua su Left)

«Dobbiamo credere nell’utopia dell’uguaglianza», parola di Luciano Canfora

(una gran bella intervista da Micromega)

«Come osservò Tocqueville la libertà è un ideale intermittente, l’uguaglianza invece è una necessità che si ripresenta continuamente, come la fame». Luciano Canfora, classe ’42, è professore emerito dell’Università di Bari, storico, filologo classico e saggista. Per ultimo, ha scritto per Il Mulino “La schiavitù del Capitale” (112 pp., 12 euro) nel quale sottolinea, con un pizzico di ottimismo, come il capitalismo abbia vinto «ma forse è solo un tornante della storia». Insomma, la partita sarebbe tutt’altro che chiusa: «L’Occidente si trova di fronte a controspinte molteplici, tutte gravide di conflitti e di tensioni e daccapo ha perso l’offensiva. Più sfida il mondo (per usare la terminologia di Toynbee) e più aspra è la risposta».

Professor Canfora, per lei campeggiano due utopie al mondo: l’utopia della fratellanza e quella dell’egoismo. Non trova che quest’ultima stia stravincendo a livello globale?

Ha quasi sempre vinto sul breve periodo: l’utopia dell’egoismo nella storia ha giocato all’attacco. Come scrive Lucrezio nel quinto libro del De rerum natura essa inizia quando l’uomo scoprì l’oro e la proprietà privata. Il moderno profitto ne è l’equivalente monetario; è connaturato da una spinta biologica. Ma, attenzione, questa egemonia ha la strada in salita, la storia ci ha anche dimostrato che prima o poi all’utopia dell’egoismo si contrappone una reazione. Gli anticorpi consistono nella spinta all’uguaglianza che mette in discussione la supremazia dell’egoismo proiettato verso il profitto. La storia non ha ancora dato la vittoria a nessuno.

Sono più pessimista: come reazione alle politiche dell’Occidente abbiamo il fanatismo religioso dove – lo dimostra il caso della banlieus parigine – gli emarginati ormai scelgono l’integralismo islamico come via di riscatto dall’esclusione sociale. Prima della caduta del Muro di Berlino, in Occidente chi si opponeva allo status quo optava per la “via socialista” mentre ora si iscrive direttamente alle milizie del Califfato?

Nel Novecento pur di sconfiggere il vacillante “socialismo realizzato”, l’Occidente ha preferito armare il peggior fondamentalismo islamico, ad esempio i Talebani in Afghanistan. Così sulle ceneri del socialismo – pensiamo anche alle varie esperienze nel mondo arabo con il partito Baath e alle forme laiche di antimperialismo in Medioriente – si è imposta la barbarie dell’integralismo religioso con la sua escalation di terrore. Anche qui la storia ci può essere d’aiuto: ucciso Robespierre, dopo anni, quel pensiero si è palesato nuovamente, ma in forma ancor più violenta, sotto le sembianze di Stalin. I vuoti vengono riempiti, con modalità sempre più cruente. L’Islam di oggi, comunque, non è surrogato del mondo socialista ma, come dimostra un recente studio di un ex diplomatico USA, pubblicato dall’editore Kopp, è uno dei prodotti della guerra globale della Cia.

Mi sta dicendo che sono “giocattoli” scappati di mano?

L’Isis si muove in modo unitario, come una grande potenza. Il capitalismo è quel titanico stregone che unificando il pianeta nel nome e nel segno del profitto ha suscitato e scatenato forze che non sa e non può più dominare. Pensiamo al rapporto con l’Arabia Saudita wahabita, per gli Usa il criterio realpolitico ha quasi sempre avuto la meglio sulle scelte di principio.

Sicuramente l’Occidente avrà le sue responsabilità, intanto in Europa resta il problema degli attentati…

Bisogna dirsi le verità scomode: da un lato abbiamo la barbarie, dall’altro non ha senso schierarsi con le nostre guerre umanitarie. Siamo dentro una spirale guerra/terrorismo. L’Occidente detiene la ricchezza, le armi, la cultura ed ha in mano le principali carte del gioco. Ha tutto l’interesse, economico e politico, ad alimentare odi e violenza per smerciare le armi che produce. Tra l’altro costruisce l’immaginario e le narrazioni con morti di serie A e morti di serie B: gli attentati in Occidente vengono deprecati col massimo della solennità, mentre le azioni terroristiche che da 14 anni insanguinano l’Iraq dopo la proditoria cacciata di Saddam ottengono un trafiletto sui giornali. Nel luglio 2016 due centri commerciali a Baghdad vengono distrutti da un attentato suicida dell’Isis, le dimensioni dell’enorme carneficina vennero rese note col contagocce. In Occidente utilizziamo due pesi e due misure.

Nella prima parte de La schiavitù del Capitale Lei compie una ri- o de-costruzione storica della categoria di “Occidente”. Non è quindi un blocco unitario come troppo spesso crediamo?

L’ingresso degli Usa negli equilibri europei nel 1917, nella I guerra mondiale, cambia gli scenari. Per Oswald Spengler, in quella data, ha inizio il declino dell’Occidente. Dopo il 1917 il concetto di Occidente prende le sembianze degli Usa: non è un giudizio di valore il mio ma una fotografia dei rapporti di forza tra gli Stati Uniti e l’Europa.

Torniamo all’utopia della fratellanza, come uscire da questo capitalismo che ha ripristinato forme di dipendenza di tipo schiavile?

La crisi non scoppierà ai margini, nelle periferie metropolitane, ma scoppierà dentro il cuore del sistema. Mi spiego meglio: la crisi si produrrà al suo interno, tra le sue classi dirigenti tecnicamente attrezzate ma non dominanti. All’orizzonte non intravedo organizzazioni di qualche peso capaci di contrapporsi – e a livello globale le soluzioni non passano per l’Isis o per la Corea del Nord – soltanto la critica può salvare l’Occidente da se stesso. Il potere finanziario si fonda anche su ceti acculturati i quali non sono complici del profitto, o lo sono in misura marginale rispetto ai veri detentori della ricchezza. Sono questi ceti che vanno scossi tramite l’arma della critica. Consentimi una battuta: una rivista come MicroMega ha più responsabilità di quanto si pensi!

Alla fine del libro, come appendice, c’è un intervento di Alexis Tsipras del giugno 2015 nel quale invita i greci a ribellarsi ai diktat della Troika parlando di recupero della democrazia e di sovranità popolare. Non crede che in Grecia abbiamo visto il vero volto criminale delle Istituzioni? Alla fine il governo ellenico è stato costretto a capitolare accettando i vari memorandum…

Quando ho deciso di inserire questa parte, ero consapevole del fatto che, alla fine, Alexis Tsipras fosse stato costretto alla resa e ad andare contro il suo popolo. Ma quel discorso è di grande importanza simbolica perché mise in crisi il sistema UE. Mi ricordo i giornali dell’epoca che criticarono la scelta del referendum: come aveva osato Tsipras dare la parola ai cittadini disobbedendo alla Troika?

Poi, purtroppo, col coltello puntato alla gola è stato costretto a cedere alle pressioni dell’Eurogruppo. Ma nella sua lotta era isolato ed è stato abbandonato, dal governo spagnolo e dal nostro. Adesso Renzi dice di voler sbattere i pugni a Bruxelles contro Junker, con quale credibilità essendo stato il pugnalatore della Grecia? L’Italia poteva fare fronte con la Grecia e chiedere alla Troika di rinegoziare un debito pubblico assurdo e una serie di parametri di Maastricht. Si poteva venire a patti. Invece… è andata come è andata.

Anche la Francia di Hollande in realtà non si spese molto per la Grecia, non trova?

Certo, è complice in primis. Fa ribrezzo la politica dei socialisti francesi: calpestano i vari parametri europei ma essendo soci di serie A, nessuno gli dirà mai nulla. Un milieu ripugnante.

Rimaniamo in Francia. Adesso in Europa, come si evidenzia dalle elezioni di domenica con il duello tra Le Pen e Macron, lo scontro è tra un nuovo populismo xenofobo e l’ultraliberismo?

Innanzitutto, sarei meno succube della propaganda nostrana che descrive i fenomeni populisti con caratteristiche di fascismo. Andrei più cauto nell’affibbiare etichette. Gli stessi media che per anni hanno accusato la sinistra di utilizzare con troppa leggerezza il termine “fascismo”, vedi la legge Bossi-Fini sull’immigrazione, adesso utilizzano tale categoria con disinvoltura. La storia va analizzata bene: quando Charles De Gaulle prospettò l’Europa delle patrie, dall’Atlantico agli Urali, qualcuno pensò di definirlo fascista? O un sovranista? Potremmo davvero definirlo tale? Direi piuttosto che il gollismo è un fenomeno specifico, con le sue proprie caratteristiche, circoscritto alla storia francese.

Professore, mi sta dicendo che Marine Le Pen non incarna un nuovo fascismo? È sicuro di ciò che sostiene?

È una definizione grossolana. Ha degli elementi in comune con il fascismo ma anche aspetti diversi: per esempio la capacità di intercettare un malcontento sociale della classe operaia francese. Cosa che non fu per il fascismo al suo sorgere: Mussolini, appoggiato dalla Corona, vinse contro la classe operaia. La situazione era diversa. Non vengo intimidito dalle formule dei giornaloni e dico che il lepenismo è una specifica realtà francese che dà voce ad una parte dei francesi che verrà calpestata da Macron e dalle sue banche.

Sì, ma fomenta razzismo e guerra tra poveri. Prende i voti della classe operai al grido «prima i francesi»…

Se l’Europa dei Macron fosse in grado di salvaguardare il welfare, e anzi fosse in grado di estenderlo alle masse impoverite che vengono dai barconi, sarei il primo a dire «viva la Bce». Ma non avviene questo. In Italia abbiamo visto come Renzi col Jobs Act ha destrutturato lo Stato Sociale per poi tacciare di populismo chi invece vuole difenderlo. L’uguaglianza è come la fame, è un bisogno permanente. E Marine Le Pen si rivolge a quelle classi subalterne abbandonate dalla sinistra.

In realtà in Francia il candidato Melenchon ha ottenuto al primo turno il 17% prendendo i voti, in primis, dei ceti sociali più deboli. Non crede possa esistere una terza via, tra i Macron e i Le Pen?

L’unica speranza è questa. E devo dire che, per fortuna, in Europa esistono alcune forze di sinistra alternativa. Ad esempio si parla troppo poco della Linke in Germania, è un modello molto interessante.

Beh, penso a Podemos e al suo “populismo di sinistra”. Così è stato bollato anche Melenchon. Su questo che idea si è fatto?

Respingo in toto la categoria del populismo. È ridicola dal punto di vista lessicale e non ha alcun valore concettuale né pratico. Populisti sarebbero tutti quelli che si richiamano al popolo, e allora lo sono tutti a partire da Giuseppe Mazzini? Altrimenti chi sono? Castro era populista? Il partito popolare, che parlava di “popolo” e rifiutava la nozione di “lotta di classe”, era populista? Lenin era populista? Salvini è populista? Dunque Garibaldi, Lenin, Sturzo tutti populisti? È un termine che viene utilizzato per squalificare coloro che non sono d’accordo col sistema dominante vigente: uno strumento volgare di lotta contro qualcuno.

Colloquio per Ryanair: racconto semiserio di una giornata di ordinaria precarietà

(Sandro Gianni racconta la sua esperienza per Clap, qui)

A giudicare dagli annunci nei portali per la ricerca di lavoro, sembra che sul mercato esistano solo tre tipi di occupazioni disponibili: sistemista Java, dialogatore e operatore call-center. Se non conosci Java e hai zero voglia di vendere il tuo tempo per delle chiacchiere con degli sconosciuti, al telefono o dal vivo, la ricerca pare senza possibili sbocchi. Aggiungi che la percentuale di risposta ai curriculum inviati rasenta lo zero e che la laurea e/o i master di cui sei in possesso non sono particolarmente quotati nella borsa degli skills… il quadro si complica parecchio.

Perciò, quando qualcuno ha finalmente risposto alla mia “iscrizione a un’offerta di lavoro” ho provato una strana sensazione, di affetto quasi. Ho pensato di dover ricambiare, presentandomi al colloquio. Ho detto “qualcuno”, ma in realtà avrei dovuto dire “qualcosa”: un algoritmo, un dispositivo automatico di risposta alle mail, un bot del portale. Non posso saperlo, ma l’invito a comparire in un hotel nella zona di Tor Vergata è arrivato pochi millesimi di secondo dopo l’invio della mia iscrizione. Ciò esclude la mediazione umana e, dunque, una seppur minima selezione del curriculum, che avrebbe potuto equivalere a qualche decimale in più nella stima probabilistica di un’assunzione .

Il lavoro non era proprio quello dei miei sogni, ma provavo a vederci delle sfumature positive: la possibilità di viaggiare, avere un contratto decente, ricevere uno stipendio non troppo basso. Ovviamente, mi sbagliavo.

Nell’atrio dell’hotel di lusso, nella periferia sud-est di Roma, una quarantina di ragazzi e ragazze tirati a lucido, con la barba fatta, il vestito e la cravatta siedono in silenzio. Tra loro, io. Alcuni si muovono sicuri nei completi eleganti, camminano come se nulla fosse, bevono il caffé senza bisogno di sistemarsi di continuo la giacca, muovono le mani sullo smartphone senza domandarsi perché la camicia faccia capolino solo da una delle due maniche. Altri sono impacciati, si toccano insistentemente la cravatta temendo che il nodo si sciolga, cercano delle tasche in cui infilare le mani senza trovarle, provano a controllare la continua fuoriuscita della camicia dalla giacca senza alcun successo. Evidentemente, non sono abituati a conciarsi così. Tra loro, sempre io. C’è anche un ragazzo che deve aver letto male le istruzioni per l’uso: si è presentato in jeans e camicia a quadrettoni, rossi e blu. È imbarazzato, ma resta. Sembra simpatico.

In sala nessuno fiata. Quasi che taller e vestiti abbiano trasmesso per metonimìa un certo dovere di contegno, di formalità. «Dicono che l’abito non fa il monaco, ma non è vero» – argomenta il Totò ladro vestito da carabiniere, nei Due marescialli – «Io a furia di indossare indegnamente questa divisa, marescia’… mi sento un po’ carabiniere».

Ci chiamano e andiamo tutti insieme nel seminterrato dell’albergo, in una sala conferenze. Eliminata la prima decina di candidati con un test di inglese da seconda media, la selezione entra nel vivo. O meglio, nel video. Proiettano una presentazione del lavoro, divisa per sezioni: informazioni tecniche sulle diverse mansioni; procedure di inizio; questioni retributive e contrattuali; possibilità di carriera; criteri di premialità; caratteristiche dell’azienda che offre il lavoro e dell’agenzia di recruitment che assume (due cose diverse: una è Ryan; l’altra una fusione tra Crewlink e Workforce International… sì, si chiama proprio così!). In questa seconda fase, si rivolgono a noi come fossimo già assunti. L’uomo sulla cinquantina, inglese o irlandese, responsabile del reclutamento, allude più volte a quanto staremmo bene con indosso le nuove divise da hostess e steward.

Dalle immagini del video e dagli interventi del selezionatore si capisce che ci sono soprattutto tre caratteristiche importanti per fare questo lavoro: essere disponibili alla relocation immediata; parlare inglese; essere flessibili-e-sorridenti (insieme). Le immagini mostrano giovani di tutti i colori, che sembrano felici e raccontano la loro esperienza con Ryan di fronte a un bastone per i selfie. In particolare, insistono su quanto sia utile e divertente il corso di formazione per diventare personale di bordo. Si nuota, si spengono incendi, si salvano bambolotti, si incontrano persone. «You grow up like a man, not just cabin crew».

Ma è più avanti che le orecchie dei candidati si aguzzano: quando si inizia a entrare nel dettaglio del salario e dei tempi di lavoro. La retribuzione è organizzata secondo una serie di premi e possibili punizioni, un incrocio tra un videogioco e una raccolta punti del supermercato. «Your performance is continually monitored and assessed». Monitorare e valutare. Punire solo come ultima ratio. Soprattutto premiare: per far rispettare le regole, per aumentare la produttività, per migliorare le prestazioni. I like dei clienti danno diritto a delle ricompense: monetarie, ma soprattutto relazionali. Ad esempio, la penna nel taschino è indice di un certo numero di apprezzamenti. Costituisce dunque, tra i colleghi e nell’azienda, l’indicatore di uno status particolare.

Si viene pagati un po’ in base all’orario e un po’ a cottimo. Nel senso: un fisso non esiste; sono retribuite solo le ore di volo; si percepisce il 10% su ogni prodotto venduto (…adesso lo capite il perchè di tanto rumore?). Il contratto è registrato in Irlanda o UK. Si hanno delle agevolazioni sui viaggi in aereo.

Il salario mensile dovrebbe oscillare tra 900 e 1.400 euro lordi, in base al luogo di ricollocamento. «We try to keep the wages homogeneous among our workers». Bella l’uguaglianza, quando non schiaccia tutti verso il basso… penso io. Viene poi fatto cenno a un periodo annuale in cui non si lavora e non si ricevono soldi: da uno a tre mesi. Ma il selezionatore ci assicura che questa pausa non supera (quasi) mai i 30 giorni.

Fino a qui, niente di eccezionale. Ma il rapporto premi-punizioni è più complesso e configura per intero il sistema di retribuzione. Ovviamente, se i diritti diventano premi e i doveri debiti, tutto cambia. Non si parla di tredicesima e/o quattordcesima, ma di bonus, che si ricevono solo il primo anno. 300 euro il primo mese di lavoro, altrettanti il secondo, il doppio il sesto. Chi va via prima della conclusione dei primi 12 mesi, però, deve restituire questi bonus. Inoltre, la divisa (quella bella di cui sopra) costituisce un costo esternalizzato al lavoratore: il primo anno sono 30 euro al mese scalati direttamente dalla busta paga; successivamente pare si ricevano dei soldi, ma non si capisce bene per cosa, se per lavarla o non perderla. Per ultimo, il famoso corso di formazione per diventare hostess o steward si rivela qualcosa di più di un parco giochi in cui fare festini con altri esponenti multikulti della generazione Erasmus. Principalmente, si rivela un’enorme spesa. Se all’inizio era stato comunicato che, in via eccezionale, le registration fees del corso erano dimezzate a 250 euro, è alla fine che viene fuori il vero prezzo da pagare. Ci sono due modalità differenti: 2.649 euro se paghi prima dell’inizio e tutto in un colpo; 3.249 se decidi di farti scalare il costo dallo stipendio del primo anno (299 euro dal secondo al decimo mese, 250 gli ultimi due).

Si aprono le domande. Dopo alcune irrilevanti su sciocchezze burocratiche, alzo la mano. «Ci avete parlato di un massimo di ore di volo a settimana, ma mai delle ore totali di lavoro. Quante sono?», chiedo. «Voi siete pagati in base alle block hours, cioé le ore calcolate dalla chiusura delle porte prima del decollo, all’apertura dopo l’atterraggio. I tempi di preparazione dell’aereo, prima e dopo il volo, possono variare». Varieranno pure, ma di sicuro non vengono pagati, nonostante siano tempi di lavoro.

Alza la mano quello dietro di me. «Scusi la domanda, ma ho bisogno di fare dei conti. Diciamo che uno stipendio per una destinazione non troppo cara è di 1.000 euro. Ve ne devo restituire 330 al mese tra corso e divisa. Ne rimangono 670. Dovrò prendere una stanza in affitto, diciamo 300 euro. Ne rimangono 370. In più avrò bisogno di pagare un abbonamento ai mezzi per raggiungere l’aeroporto e coprire almeno le spese della casa anche nella pausa annuale in cui non si lavora. Diciamo che, se va bene, rimangono 300 euro. E non ho scalato le tasse, perché non so come si calcolano in Irlando o UK. Secondo lei, con questi soldi si può vivere?». Sbem.

Il selezionatore della società di recruitment, fino a quel momento cordiale e spiritoso, accusa il colpo. Deglutisce. Tossisce. Arrosisce. Si butta sulla fascia, prova un diversivo. «With this work you don’t get rich, but it’s in accordance with your capacity and affords your lifestyle». Alla fine, anche qui le nostre capacità valgono poco più di un pacchetto di sigarette al giorno. Chissà, invece, come ha calcolato il nostro stile di vita!

Finito il video, io e gli altri candidati usciamo e andiamo a mangiare insieme. Da come siamo vestiti, sembriamo un gruppo di giovani businessmen in carriera, lanciati alla conquista del mercato e pronti a scalare colossi finanziari. Invece siamo lì per un colloquio che, se va bene, ci farà guadagnare meno della persona che ci serve la pizza.

Comunque, i calcoli veloci del ragazzo che ha fatto la domanda dopo di me hanno sciolto l’iniziale freddezza tra i candidati. In molti hanno perso interesse per questo lavoro. Anche per questo, si scherza e si chiacchiera. Alcuni hanno appena finito la scuola superiore, altri l’università. Altri ancora hanno già diversi anni di precarietà e i capelli brizzolati. Tra loro…

Rimango fino all’intervista, per sport. Mi capita la collaboratrice del selezionatore. Legge il mio curriculum. Niente di eccezionale, però insomma… neanche da buttare. Tutti i titoli di studio con il massimo dei voti, laurea e due master, cinque lingue, numerose esperienze di lavoro materiale e immateriale, in Italia e all’estero. «Are you sure you want to do this work?», mi chiede. Bleffo: «Eeeeeh. Why not?». «Do you know people working for us?». «No». «So, what do you know about this work?». «What you told me today», rispondo. Lei arriccia il labbro inferiore e muove la testa dal basso verso l’alto e poi in senso inverso, fissandomi con gli occhi corrucciati. Ho l’impressione che stia pensando sardonicamente “devi essere proprio una volpe, tu!”.

Saluto, me ne vado. Sulla vespa faccio i conti: due caffé al bar dell’albergo = 3 euro; un pezzo di pizza e una bottiglia d’acqua = 4 e 50; giri vari alla ricerca di vestito, cravatta e scarpe e poi fino al colloquio = almeno 5 euro; stirare la camicia = 2 euro; stampare 7 fogli di curriculum dal cristiano-copto su via di Torpignattara, che sembra sapere quando non puoi dirgli di no = 2,10 euro. Barba e capelli costo zero, taglio autoprodotto in casa. Alla fine, non mi è andata nemmeno tanto male. Qualcuno è arrivato in treno da lontano, spendendo molto di più. Per l’ennesima offerta di lavoro precario e sottopagato.

Almeno una cosa l’ho capita: nella compagnia aerea, quel low che precede il cost non è riferito soltanto ai prezzi dei biglietti, ma anche al costo del lavoro.

«Seguite i soldi, troverete la mafia»

Due ore spese bene, che valgono molto di più di qualche editoriale fumosamente tranquillizzante e del nulla cosmico di certi convegni.

In occasione del 25° anniversario della strage di Capaci.

Intervengono: Roberto Scarpinato (procuratore generale di Palermo), Sebastiano Ardita (procuratore aggiunto di Messina), Gianni Dragoni (giornalista del Sole24Ore), il direttore di ANTIMAFIADuemila Giorgio Bongiovanni.

Alla conferenza, moderata da Aaron Pettinari, caporedattore di ANTIMAFIADuemila, danno i loro saluti Brizio Montinaro, fratello di Antonio Montinaro, e Valentina Muratore, portavoce di ContrariaMente.

Convegno ““Seguite i soldi, troverete la mafia”. Dalle parole di Falcone ad oggi. Cosa è cambiato 25 anni dopo

Capaci””, registrato a Palermo sabato 20 maggio 2017 alle 17:00.

Sono intervenuti: Aaron Pettinari (capo redattore della rivista Antimafia Duemila), Valentina Muratore (presidente dell’ associazione studentesca Contrariamente), Brizio Montinaro (fratello di Antonio Montinaro), Giorgio Bongiovanni (direttore della rivista “Antimafia Duemila”), Roberto Scarpinato (procuratore generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Palermo), Sebastiano Ardita (procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Messina), Gianni Dragoni (giornalista de “Il Sole 24 ore”), Vincenzo Agostino (padre di Nino Agostino), Gabriella Accetta.

Quella marcia è bellissima. Ma politicamente è un imbroglio.

Quindi Milano ancora una volta (e per fortuna) ci ha mostrato il lato “umano” di un Paese che continua a gorgogliare tra le sabbie molli di una classe dirigente che strumentalizza la paura. Bello, bellissimo sapere che nonostante il vento che va per la maggiore esistano migliaia di persona disposte a metterci la faccia contro i razzismi più o meno sottili che imperversano sotto al nostro cielo.

Ma, perdonatemi, quelle persone che sanno tenere ancora la barra dritta nonostante la merda buttata addosso a ONG, rifugiati e stranieri di ogni sorta, noi le abbiamo in mente da un bel po’. E le teniamo a mente sempre. Quello spirito solidale che Milano ha tentato di rappresentare (e un po’ di “lisciare”) c’è in decine di mozioni e proposte di legge in Parlamento, è in centinaia di organizzazioni che ogni giorno si prendono la responsabilità di praticare accoglienza, sta scritto in decine di studi e saggi che (per fortuna) vengono scritti e discussi in giro per il Paese e sta nelle parole e nelle azioni di tanti che non si arrendono alla xenofobia di questo tempo.

Ma la nobilissima marcia di Milano politicamente è un imbroglio. È un imbroglio perché se si marcia contro la sottocultura alimentata dalle politiche di governo e se chi marcia è parte del gruppo dirigente allora c’è qualcosa che non torna. Passare dalla Turco-Napolitano alla Minniti-Orlando e passare dai Cpt ai Cpr per poi invocare la discesa in piazza è una truffa. Se Milano vuole essere capofila della solidarietà allora rifiuti l’applicazione del decreto Minniti, pubblicamente, ad alta voce. Se dentro il PD qualcuno pensa (giustamente) che anche tra i democratici ci sia una malsana idea di sicurezza allora attacchi frontalmente il suo segretario, il suo Ministro dell’Interno oppure esca a costruire l’alternativa.

Il partito che sta al governo non organizza marce contro se stesso: compie atti politici, di governo. Il resto, anche se bellissimo, è una truffa. Una truffa bellissima e profondamente umana, ma una truffa. Perché siamo arrivati a Renzi, mi permetto di ricordare, anche per tutte quelle volte che abbiamo pensato che “nel PD ci sono anche persone che la pensano come noi”. E ci siamo tenuti Renzi.

«Santa Mamma, un libro che non ti aspetti»: la recensione di Articolo21

(di Salvo Ognibene, fonte)

“Forse è meglio che mi presenti ma non sono mai stato forte, vi confesso, né con gli inizi e ancora meno con i finali: solitamente finisco dentro qualcosa da cui mi sfilo vigliaccamente nel modo più indolore possibile. Cerco il protagonismo e poi ne soffro. Ogni volta ci ricasco. Deve essere per questa mia ossessione di scrivermi un inizio. Sono Carlo Gatti e sono nato con un buco” Ecco chi è il protagonista di “Santa Mamma”. Un bambino adottato all’età di tre anni che, alla soglia dei 70 anni, racconta la sua storia  con un’indole poetica e narrativa che solo la penna di Giulio Cavalli poteva raccontare. In Santa Mamma ci ricorda il valore degli affetti e non nasconde le debolezze dell’uomo che ogni tanto viene sopraffatto dal peso di una società troppo egoista per vedere al di là del proprio naso.

Un romanzo legato a storie del presente che segue “Mio padre in una scatola da scarpe” (Rizzoli, 2015) e “L’innocenza di Giulio. Andreotti e la mafia” (Chiarelettere, 2012). Un libro sull’essere figli e genitori, sull’importanza della scuola e delle insegnanti che ci mettono il cuore, l’anima e la testa. Una storia che stupisce, intima a tal punto da far provare vergogna a chi legge e dove non manca uno schiaffo all’antimafia che “non scende il naso”, che non incide. Restituisce dignità a chi immancabilmente fa bene il proprio lavoro, anche quello del clown Exupéry, che per il solo fatto di far bene il suo mestiere (far ridere la gente) si ritrova a vivere sotto scorta.

Impossibile non notare le diverse coincidenze biografiche tra il protagonista del romanzo ed il suo autore: dalla data del giorno di nascita fino a giungere ad una vita sottoscorta. Dettagli che in una storia densa e avvolgente come questa cadono in secondo piano ma che lasciano il segno.

A Giulio Cavalli il riconoscimento di aver saputo raccontare una storia difficile e che lo toglie da quell’imbarazzo di chi non vorrebbe scrivere un libro perchè “ogni lettore annoiato su una storia che è costata sangue e cuore è una doppia dannazione e io, scusatemi, sono troppo fragile per correre questo doppio rischio”.

E rimane il sorriso,  di chi, nonostante tutto, continua a farcela.

Leggetelo, vi farà bene.