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Mentre tutti guardano il mare la ‘Ndrangheta (e un prete) si mangiano i rifugiati sulla terraferma

Forse è che alla fine ci consola avere nemici estranei e quindi assistiamo a dibattiti che si infiammano per il pericolo straniero mentre per i corrotti e corruttori di casa nostra dobbiamo accontentarci al massimo di qualche ordinanza d’arresto (e dei processi che ne seguono) ma stamattina, dopo la giornata di ieri passata a leggere i dettagli dell’operazione Johnny che ha svelato la bava della ‘Ndrangheta sui soldi dell’accoglienza, viene da chiedersi perché su questa turpe storia non si accapiglino tutti come invece è successo per i dubbi mai provati delle settimane scorse.

Anche per la ‘Ndrangheta i migranti del CARA di Isola Capo Rizzuto (il secondo più grande d’Europa, secondo solo al CARA di Mineo) sono semplicemente dei “negri”: «Questi negri girano per Isola Capo Rizzuto… di conseguenza tutto ciò che li riguarda è competenza nostra» dice intercettato Antonio Poerio, l’uomo che avrebbe dovuto occuparsi dell’alimentazione dei rifugiati e che serviva come pasto “cibo per maiali”. Poi c’è il ras Leonardo Sacco (governatore della Confraternità della Misericordia di Isola Capo Rizzuto e già vicepresidente nazionale della confraternità con sede in Toscana) e i suoi rapporti con il clan Arena e, per chiudere in bellezza, il parroco don Edoardo Scordio che intascava 132 mila euro all’anno per offrire “assistenza spirituale” ai migranti che disprezzava in privato. Sullo sfondo, ovviamente, la potente cosca degli Arena. Don Eduardo, tra l’altro, è un altro souvenir dell’antimafia di plastica che dispensa omelie di fuoco contro i mafiosi in pubblico per poi slinguazzarli in privato.

 

(continua su Left)

Mafie e LIDL (e vigilantes nei tribunali), per fare il punto. Bene.

Ne hanno scritto compiutamente i colleghi de Il Fatto Quotidiano:

Quattro direzioni generali che gestiscono più duecento supermercati Lidl, cinque società con seicento dipendenti che si occupano della vigilanza al palazzo di giustizia, un filo rosso che lega Milano e Catania. L’ultima inchiesta della direzione antimafia meneghina conduce direttamente nella città siciliana che negli anni ’80 si era conquistata i gradi di “Milano del Sud” grazie all’alta concentrazione di aziende e fabbriche. Solo che l’indagine del procuratore aggiunto Ilda Boccassini e del sostituto Paolo Storari non si occupa soltanto d’imprese: dentro c’è anche la mafia. A finire proiettata sulla città del Duomo è infatti l’ombra della famiglia Laudani, lo storico clan di Cosa nostra catanese.

I quattordici arrestati – Sono quattordici le persone che stamattina sono state arrestate dalla squadra mobile di Milano e dal nucleo di Polizia Tributaria dellaGuardia di Finanza di Varese: sono accusate di far parte di un’associazione per delinquere che ha favorito gli interessi del clan catanese. “L’indagine – scrivono gli investigatori della Guardia di Finanza – avviata a giugno 2015, ha consentito di accertare che la citata famiglia mafiosa dei Laudani è riuscita, attraverso una serie di società e cooperative riconducibili al cosiddetto gruppo Sigilog di Cinisello Balsamo e facenti capo a diversi imprenditori – tra i quali Luigi Alecci, Giacomo Politi, Emanuele Micelotta ed i fratelli Alessandro e Nicola Fazio, tutti collegati a Orazio Salvatore Di Mauro, organico dei Laudani – ad infiltrarsi nel tessuto economico lombardo. Alecci è la figura di riferimento del sodalizio, in grado di gestire e mediare i rapporti tra gli imprenditori con i quali è in affari, mentre i fratelli Fazio, su sollecitazione del predetto, di Politi e di Micelotta, concorrono ad inviare, per il tramite dell’affiliato Enrico Borzì, somme di denaro contante in Sicilia destinate al sostentamento economico delle famiglie dei detenuti appartenenti alla famiglia mafiosa”.

I colletti bianchi – Tra i 14 arrestati anche un ex dipendente della Provincia di Milano, Domenico Palmieri, definito peraltro “facilitatore“. L’ex dipendente pubblico risponde del reato di traffico di influenze: per una “paghetta” mensile di 1000/2000 euro, avrebbe messo a disposizione “le proprie relazioni con esponenti del comune di Milano, di sindaci e assessori” dell’hinterland “al fine di ottenere commesse e appalti da proporre ai propri clienti” e cioè i cinque imprenditori finiti in carcere stamane. Palmieri, che è anche sindacalista, sarebbe riuscito a far ottenere alle imprese degli indagati l’assegnazione dell’appalto per le pulizie degli edifici scolastici comunali per 40 mila euro, grazie alla sua conoscenza con Giovanna Rosaria Maria Afrone, responsabile del Servizio Gestione Contratti Trasversali ora ai domiciliari. La dirigente, si legge in un passaggio del provvedimento del giudice, si sarebbe impegnata ad aggiudicare agli imprenditori, tramite la procedura di affidamento diretto la gara.

I dirigenti Lidl e la mafia –  La parte fondamentale dell’inchiesta è rappresentata però dalle connessioni del clan Laudani. La sezione misure di prevenzione del tribunale di Milano ha ordinato sei mesi di amministrazione giudiziaria per quattro direzioni generali su dieci della Lidl Italia:  sono quelle di Volpiano, Biandrate, Somaglia e Misterbianco e gestiscono più di duecento punti vendita in tutto il Paese. La presunta associazione per delinquere – si legge infatti nelle carte dell’inchiesta – avrebbe ottenuto “commesse e appalti di servizi in Sicilia” da Lidl Italia e Eurospin Italia (citata nell’indagine ma che non è destinataria di provvedimenti giudiziari) attraverso “dazioni di denaro a esponenti della famiglia Laudani”, clan mafioso “in grado di garantire il monopolio di tali commesse e la cogestione dei lavori in Sicilia”. Gli arrestati, inoltre, avrebbero ottenuto lavori da Lidl Italia “in Piemonte” attraverso “dazioni corruttive“. Dalle indagini, scrive il Tribunale, “è emerso che le modalità attraverso cui le cooperative gestite dagli indagati acquisiscono tali commesse sono differenti tra sud e nord: mentre in Sicilia gli appalti vengono ottenuti tramite l’interessamento remunerato delle organizzazioni mafiose, al nord i pagamenti sono effettuati direttamente a favore di figure dirigenziali della stessa Lidl ed a titolo corruttivo”. A riprova di ciò, si legge ancora, “il pm cita gli avvenimenti registrati in Sicilia e Piemonte nelle giornate del 13 e 14 dicembre: in queste giornate l’indagato Politi si trova a Catania per incontrare dapprima Greco (emittente fatture false) e poi Borzì Enrico, referente e cassiere della famiglia Laudani (a cui consegna il denaro provento delle false fatture)”. Nel frattempo, “il giorno 14 dicembre, a Chivasso, Micelotta (anche lui arrestato, ndr) incontra Suriano (funzionario Lidl) e gli consegna la somma di euro 4.000 con finalità corruttive”.

Le accuse nelle carte – Nell’ordinanza di custodia cautelare il gip Giulio Fanales parla di “stabile asservimento di dirigenti della Lidl Italia, preposti all’assegnazione degli appalti, onde ottenere l’assegnazione delle commesse, a favore delle imprese controllate dagli associati, in spregio alle regole della concorrenza e con grave nocumento per il patrimonio della società appaltante”. Gli arrestati avrebbero messo le mani su appalti Lidl riguardanti “l’organizzazione della logistica presso i magazzini ove è custodita la merce di natura non alimentare, l’allestimento di nuovi supermercati, il rifacimento di negozi preesistenti, le manutenzioni periodiche, o le riparazioni occorrenti in caso di guasti improvvisi”.

Le intercettazioni: “E diamogli un pacco”- Nelle conversazioni intercettate i due imprenditori Emanuele Micelotta e Giacomo Politi fanno riferimento alle “regalie da elargire per le festività natalizie ai vari dirigenti” del Lidl al “fine di favorire l’acquisizione dei lavori”. I due avrebbero suddiviso “l’importanza del regalo a seconda della funzione rivestita dal soggetto all’interno del quadro direttivo”. In una intercettazione ambientale del 19 dicembre scorso e riportata nel provvedimento, i due “parlano chiaramente del regalo importante da fare a Tomasella, responsabile del magazzino di Volpiano, in provincia di Torino, e di quello da fare a Simone Suriano (dirigente Lidl finito agli arresti domiciliari,ndr). Nei confronti del secondo Politi ha intenzione di “voler predisporre non un cesto ma solo un pacco, visto che già lo sovvenzionano con 4.000 al mese”. “A lui gli diamo un cesto grande”, dice Politi a Micelotta nell’intercettazione. E l’altro: “Eh…diamogli il cesto grande… e però”. Poco dopo, ancora Politi: “ma poi…un cesto…minchia un pacco…eh… già 4000 euro al mese che si prende …”. La replica: “E diamogli un pacco”.

I motivi del commissariamento – “Non può essere invocata una posizione di buona fede” dei dirigenti delle quattro direzioni generali Lidl in quanto “non solo percepiscono denaro per assegnare lavori in favore degli indagatima intrattengono, in via diretta o indiretta (questo allo stato non è noto) rapporti con soggetti appartenenti alla famiglia mafiosa dei Laudani in grado di orientare le scelte” della catena della grande distribuzione nell’assegnare gli appalti dei servizi. È questa la conclusione alla quale arriva la sezione misure di prevenzione del tribunale di Milano, presieduta da Fabio Roia, disponenìdo l’amministrazione giudiziaria dei centri Lidl “in relazione alle direzioni in cui si è realizzata l’infiltrazione mafiosa”. Con una nota l’azienda si dichiara però “completamente estranea a quanto diffuso in data odierna dai principali media in relazione all’operazione gestita dalla ddaa. L’Azienda, che è venuta a conoscenza della vicenda in data odierna da parte degli organi inquirenti, si è resa da subito a completa disposizione delle autorità competenti, al fine di agevolare le indagini e fare chiarezza quanto prima sull’accaduto. Lidl Italia precisa, inoltre, che l’Azienda non risulta indagata e non vi sono sequestri in atto”.

“Corrompere come pescare in un lago” – “È stata una indagine molto complessa, condotta in perfetta sinergia tra la Polizia e la Guardia di Finanza. Sono stati seguiti i passaggi di denaro, il denaro raccolto a Milano veniva consegnato alla famiglia Laudani”, ha spiegato il procuratore aggiunto Boccassini. “Per coloro che volevano corrompere – ha aggiunto il pm – era come pescare trote in un laghetto sicuro: sapevano esattamente chi, come e dove trovare le persone da corrompere”.

I vigilantes del tribunale commissariati – Ma non solo. Perché sempre la sezione misure di prevenzione del tribunale meneghino ha disposto un anno di amministrazione giudiziaria della società che si occupava della sorveglianza privata del palazzo di giustizia del capoluogo lombardo. “In merito alla vicenda giudiziaria che vede coinvolte alcune società del Gruppo Securpolice, esprimiamo piena fiducia nell’operato della polizia giudiziaria e della magistratura. Confermiamo la propria disponibilità verso gli inquirenti per fornire ogni elemento utile a chiarire circostanze e fatti che vedono, a vario titolo, coinvolte alcune sue società”, fa sapere Mario Ortello, presidente del cda di Securpolice Group scarl, la società coinvolta nell’inchiesta.

Le fatture di Cosa nostra – Dai rivoli dell’indagine emerge poi come ai familiari dei detenuti che ricevevano aiuti economici dal clan mafioso Laudani, veniva richiesto dal “cassiere” della cosca di sottoscrivere “una ricevuta”.  Parte dei versamenti fatti alla cosca mafiosa, infatti, andava alle famiglie dei detenuti del clan. Il denaro, si legge negli atti del gip Fanales, “viene da un indagato portato in Sicilia e da costui consegnato nelle mani del cassiere del clan, Borzì Enrico“. Il cassiere “tiene un apposito registro, in cui vengono indicati i riferimenti dei versamenti in ingresso (nominativi, date e importi relativi alle somme introitate) ed i riferimenti dei pagamenti in uscita (nominativi, date e importi relativi alle somme corrisposte)”. Al familiare del detenuto, “beneficiario del versamento, il cassiere richiede la sottoscrizione di una ricevuta”.

Briatore, vorrebbe insegnare l’etica del lavoro e intanto gli sequestrano il Twiga per abuso edilizio

Lo scrive l’Ansa:

Carabinieri forestali e carabinieri della sezione di Pg della Procura di Lecce , congiuntamente alla polizia provinciale, stanno eseguendo un provvedimento di sequestro preventivo nei confronti dello stabilimento balneare Twiga Beach Club, il noto marchio dell’imprenditore Flavio Briatore. La struttura è in realizzazione sul litorale di Otranto. Il provvedimento di sequestro è a firma del sostituto procuratore di Lecce Antonio Negro; l’ipotesi di reato è di abusivismo edilizio.

Briatore estraneo, sospeso l’accordo con la Cerra srl – “Billionaire Lifestyle, proprietaria del marchio Twiga, dichiara di aver sospeso, in accordo con la stessa Cerra srl, sino a quando la situazione non sarà chiarita a livello giuridico, l’unico legame che legava le due società: il contratto di licenza del marchio Twiga”. Lo rende noto la società Billionaire dopo le notizie relative al sequestro, ad Otranto, dello stabilimento balneare Twiga. La società Cerra è l’impresa che si occupa del progetto dei lavori che erano in corso e che la magistratura ritiene non conformi alle autorizzazioni rilasciate dagli organi competenti. La precisazione di Billionaire Lifestyle – è detto nel comunicato – è finalizzata a “tutelare il nome Twiga e quello del suo fondatore, il signor Flavio Briatore, che sono del tutto estranei agli accertamenti in corso. Si ribadisce ancora come il signor Briatore non sia socio di Cerra Srl e non abbia alcun legame con le sue attività, al di là di aver stretto un accordo di licenza del marchio Twiga tramite Billionaire Lifestyle Sarl che permetteva di denominare il locale stesso Twiga”.

Indagato candidato sindaco – Ci sono due indagati nell’inchiesta della Procura di Lecce che oggi ha portato al sequestro probatorio, per abusivismo edilizio, del cantiere dove sta sorgendo lo stabilimento balneare Twiga di Flavio Briatore. Si tratta dell’imprenditore che sta realizzando l’opera, Raffaele (detto Mimmo) De Santeis, rappresentante legale della società ‘Cerra srl’, e dell’ingegnere progettista responsabile dei lavori, Pierpaolo Cariddi, fratello del sindaco uscente di Otranto Luciano Cariddi. Pierpaolo Cariddi è in lizza come candidato sindaco a Otranto per una lista civica alle prossime elezioni amministrative. Ad entrambi questa mattina i carabinieri hanno notificato un avviso di garanzia. Le accuse che vengono contestate sono di abuso edilizio in zona soggetta a vincolo paesaggistico e di occupazione abusiva del demanio marittimo. Questa mattina i carabinieri hanno provveduto ad apporre i sigilli a tutti gli accessi dell’area, mentre è stata concessa la facoltà d’uso per la manutenzione del verde. L’attività investigativa avrebbe consentito di accertare consistenti interventi di sbancamento e spianamento del terreno, lavori edili e modifiche allo stato dei luoghi in violazione della normativa e in difformità con le opere per le quali il Comune di Otranto ha rilasciato la relativa autorizzazione.

‘Ndrangheta: ecco gli arrestati dell’operazione Jonny

Questi i nomi delle persone per le quali la Dda ha disposto il fermo nell’operazione “Jonny”, che ha messo nel mirino le infiltrazioni della cosca Arena nel Cara di Isola Capo Rizzuto:

ABBRUZZO Salvatore, alias “Tubetto”, nato a Catanzaro il 05.07.1977;
ARENA Antonio Francesco il 27/03/1991 (figlio di Giuseppe ARENA tropeano);
ARENA Francesco cl. ’79, nato Crotone il 12/03/1979;
ARENA FRANCESCO Antonio detto “Antonio” nato il 19.09.1980 (figlio di ARENA Pasquale alias “Nasca”);
ARENA Francesco cl. ’60, nato a Isola Capo Rizzuto il 21/11/1960;
ARENA Giuseppe nato il 16.06.1986 (figlio di ARENA Pasquale alias “Nasca”);
ARENA Pasquale nato a Crotone il 03.12.1992 (figlio di Giuseppe ARENA tropeano);
ARENA Salvatore “Scrucco” , nato il 20.09.1959, nato a Isola di Capo Rizzuto il 20.09.1959, residente a Isola Capo Rizzuto, via Fiume Naviglio;
ARENA Salvatore, alias “ricchia” nato il 25.7.1969;
BABBINO Luciano, nato a Catanzaro il 08.03.1979;
BRUNO Francesco cl. 70, nato a Vallefiorita il 24.07.1970;
CATARISANO Leonardo, (detto Nando), detto Nando, nato a Borgia (CZ) il 15.06.1954;
COLACCHIO Salvatore, nato ad Isola Capo Rizzuto il 23.09.1971;
COSCO Giuseppe, nato a Catanzaro il 13.07.1980;
DANIELI Salvatore (detto Turi), nato a Catanzaro il 30.05.1984;
DI GENNARO Raffaele, alias “Lello”, nato a Crotone (Kr) il 02.07.1970;
FOSCHINI Salvatore, nato a Crotone (Kr) il 02.11.1962;
GARERI Luigi “giobbo”, nato a Isola di Capo Rizzuto il 13.10.1958;
GENTILE Tommaso cl. 80, nato a Crotone il 08.09.1980;
GIOFFRE’ Nicola, nato a Taurianova il 29.12.1975;
GODANO Vincenzo, nato a Crotone il 23.12.1987;
GRECO Maurizio n. il 18.03.1980 “spinzu”, nato il 18.03.1980;
GUALTIERI Francesco, nato a Catanzaro il 19.10.1980;
GUARNIERI Andrea, nato a Milano il 02.05.1994;
KANE Leye detto “marco” nato Dakar (Senegal) il 28.04.1981;
LENTINI Paolo, alias “pistola” nato a Crotone il 07.11.1964;
LENTINI Rosario, alias “liborio” nato il 19.10.1960;
LENTINI Vincenzo di Paolo, nato a Crotone il 06.08.1990;
LIONETTI Costantino, nato a Melito Porto Salvo (RC) il 7.6.1973;
MAMMONE Francesco, nato a Catanzaro il 26.08.1979;
MANFREDI Antonio alias “mussutu” o porziano, nato a Crotone il 29.05.1978;
MARTIRADONNA Francesco nato a Bari 27.03.1973;
MINIACI Luigi, nato a Catanzaro il 19/10/1975;
MORELLI Pasquale cl. 1947 alias “cavuzi larghi”, nato a Isola di Capo Rizzuto il 11.07.1947;
MORELLI Pasquale cl. 92, nato a Crotone il 07.01.1992;
PIRRO’ Fortunato, alias “barzetta” nato il 14.10.1969;
POMPEO Antonio, nato a Isola Capo Rizzuto il 22.04.1968;
PULLANO Giuseppe alias “tifune” o “molla” nato a Isola di Capo Rizzuto il 04.12.1962;
ROMANO Francesco, nato a Crotone (Kr) il 10.01.1982;
ROMANO Salvatore, nato a Rocca di Neto (Kr) il 18.03.1950;
ROMEO Pietro, nato a Cropani il 01.10.1967;
SAPORITO Antonio, nato a Crotone il 16.12.1978;
TAVERNA Francesco, nato a Crotone (Kr) il 09.02.1974;
VALEO Roberto, alias Killer, nato a Scherzingen (Svizzera) il 14.07.1972;
POERIO Antonio, nato a Isola di Capo Rizzuto (KR) il 31/07/1971;
POERIO Domenico, nato a Crotone il 30.12.1974;
POERIO Fernando, nato a Isola di Capo Rizzuto (KR) il 06/09/1966;
POERIO Pasquale, nato a Crotone il 10.03.1974;
SACCO Leonardo, nato a Cariati (CS) il 12/10/1979;
SCORDIO Edoardo, nato a Petilia Policastro (KR) il 07/01/1947;
LANATA’ Maria, nata a Isola di Capo Rizzuto il 23.05.1972;
CANTORE Francesco, nato a Scandale (KR) il 27/11/1975;
COZZA Aurora, nata a Isola di Capo Rizzuto il 24.12.1972;
DE FURIA Salvatore, nato a Catanzaro il 12.01.1974;
MANFREDI Luigi, cl. 74 alias “Gino Porziano”, nato a Crotone il 18/08/1974;
MANFREDI Mario nato a Crotone il 23/12/1991;
MERCURIO Domenico, nato a Crotone il 30/06/1970;
MURACA Angelo, nato a Isola di Capo Rizzuto il 11.09.1959;
MURACA Stefania, nata a Crotone il 14.02.1979;
MUTO Beniamino, nato a Isola di Capo Rizzuto (KR) il 26/01/1972;
MUTO Benito, nato a Crotone l’8 marzo 1976;
NICOSCIA Domenico, nato a Crotone il 7 agosto 1978;
NICOSCIA Pasquale, nato a Crotone il 23 ottobre 1991;
RANIERI MARIO, nato a Crotone il 22 marzo 1980;
RASO Ercolino, nato a Isola Capo Rizzuto il 30 agosto 1972;
TIPALDI Santo, nato a Crotone il 12 settembre 1978;
POERIO Antonio, nato a Crotone il 10 febbraio 1981;
GUARERI Mario, nato a Isola Capo Rizzuto il 16 febbraio 1963.

CROTONE I soldi destinati dallo Stato per l’accoglienza dei migranti finivano dritti dritti nella “bacinella” del clan Arena. Cifre da capogiro: su 103 milioni stanziati in meno di dieci anni, almeno 36 sono stati distratti in un modo tanto semplice quanto ingegnoso. I protagonisti di questo vorticoso giro di denaro sono il governatore delle Misericordie, Leonardo Sacco, e don Edoardo Scordio, parroco della chiesa di Maria Assunta di Isola Capo Rizzuto. Entrambi sono finiti in carcere, con l’accusa di associazione mafiosa, nell’ambito dell’operazione “Jonny” condotta dalla Dda di Catanzaro, che ha svelato gli interessi del clan Arena nel Cara crotonese. Sono loro i veri promotori di un business illecito che in un solo anno, il 2009, ha permesso di stornare qualcosa come 6 milioni di euro, sul totale dei 13 a disposizione della Fraternita di Misericordia di Isola in virtù di convenzioni stipulate con il ministero dell’Interno per la gestione dei centri per l’accoglienza. In quell’anno Sacco avrebbe distratto, «con il concorso morale e materiale del prete don Edoardo Scordio, beneficiario della condotta», somme pari a 3 milioni di euro: 528mila destinati proprio alla parrocchia per non meglio precisati prestiti e saldi di note di debito; 432mila attraverso prelievi in contanti dai conti della Fraternita; 2 milioni per mezzo di investimenti immobiliari.

LA VECCHIA LOCANDA Ma Sacco, secondo gli inquirenti, poteva contare anche su Stefania Muraca, titolare della ditta “La vecchia locanda”, che gestiva l’appalto di catering per la fornitura di pasti nel centro di accoglienza Sant’Anna, e sui suoi soci Angelo Muraca e Antonio e Fernando Poerio. Gli investigatori hanno annotato voce per voce le somme destinate a finalità che con l’accoglienza c’entravano poco: ci sono 105mila euro prelevati in contanti per fini non chiariti, altri 180mila distratti a favore di Stefania Muraca, 385mila ad Antonio Poerio, 234mila a Fernando Poerio, 209mila e Silvia Muraca, 386mila e Maria Lanatà. Il totale fa 2,8 milioni. Nel solo 2009, annotano ancora gli inquirenti, le somme non destinate alle finalità di pubblico interesse sono state pari a 5,8 milioni, «con la circostanza aggravante dell’avere agito al fine di agevolare le illecite attività consortili della locale di ‘ndrangheta (gli Arena, ndr)», destinando quindi parte dei proventi illeciti alla «bacinella» della cosca, «in tal modo concorrendo all’acquisizione di maggiori profitti e di fatto incrementando le capacità economiche di quest’ultima».
Stesso canovaccio illegale nel 2010, quando il “sistema” messo in piedi da Sacco e Scordio ha “ingoiato” circa 3 milioni di euro, tramite prelievi in contanti, acquisto di immobili, finanziamenti e pagamenti di fatture alla società Sea Lounge srl, di fatto riconducibile a Sacco e ad Antonio e Fernando Poerio. Così la bacinella cresceva sempre più.

(fonte)

Ecco chi lucra sui migranti: gente da terraferma (amica di Angelino Alfano)

Impeccabile Giovanni Tizian (qui):

C’è un’inchiesta antimafia che fa tremare i signori dell’accoglienza. Descrive nei dettagli le origini di un impero fondato sul business dei migranti. Con la ’ndrangheta protagonista, infiltrata nelle pieghe dell’emergenza. Pronta a lucrare sulla pelle dei rifugiati. Un crinale, quello dell’accoglienza, in cui si intersecano interessi diversi. Capi bastone, imprenditori e politici. Ognuno con un ruolo ben determinato. Ecco perché l’indagine sull’accoglienza dell’antimafia di Catanzaro fa paura a molti. E crea imbarazzo a quei politici, ministri, sottosegretari e prefetti che negli ultimi anni hanno avuto a che fare con Leonardo Sacco, il governatore della Misericordia di Isola Capo Rizzuto, satellite calabrese della storica Confraternita delle Misericordie, che ha visto la luce nel lontano 1244 e oggi conta su 800 cellule sparse per l’Italia. Sacco ha ricoperto peraltro la carica di vicepresidente nazionale della Confraternita.

Ora è presidente della federazione Basilicata-Calabria, che partecipa al Consorzio “Opere di Misericordia”. L’indagine in realtà va avanti da tempo. La prima informativa reca la data del 2007. Sono trascorsi dieci anni. Un’eternità, che ha permesso al sistema su cui il Ros dei Carabinieri aveva acceso un faro di sopravvivere serenamente e di continuare a fare incetta di appalti, da Crotone a Lampedusa. Sacco può contare su amicizie trasversali, dal centrosinistra al centrodestra. Nel tempo ha costruito una rete di rapporti diplomatici con le istituzioni che si occupano dell’emergenza immigrazione.

ACCOGLIENZA E’ POTERE

Sacco è tante cose. Imprenditore di successo, spazia fino al noleggio di imbarcazioni. Manager della solidarietà. Presidente della squadra di calcio locale che milita in Eccellenza. Ma mister Misericordia è soprattutto un personaggio abile nel tessere relazioni istituzionali. Per capire meglio la sostanza di questi rapporti è utile ricordare un’immagine scattata nel febbraio di tre anni fa alla convention dei vertici calabresi del partito del Nuovo centrodestra convocata a Cosenza. In quell’istantanea c’è Leonardo Sacco in posa con il ministro Angelino Alfano, all’epoca numero uno del Viminale. Il ministero con competenza diretta nell’emergenza sbarchi.

All’evento era presente anche Giuseppe Scopelliti: un mese dopo sarà condannato in primo grado e darà le dimissioni da presidente della Regione. Quella sera con Leonardo Sacco, al fianco di Alfano, c’era anche un sorridente Antonio Poerio, che fino al 2011 ha gestito il servizio catering all’interno del centro di accoglienza crotonese. Fino a quando la prefettura non gli ha revocato la certificazione antimafia. Poerio è l’imprenditore che il Ros già nel 2007 definiva in contatto con alcuni personaggi del clan Arena di Isola Capo Rizzuto. Qualche mese dopo la foto di rito tra Alfano, Sacco e Poerio, l’associazione Misericordia ottiene un’importante commessa. La prefettura di Agrigento, con procedura negoziata e d’urgenza, gli affida la gestione del centro di prima accoglienza di Lampedusa. Per dirigere la struttura viene scelto Lorenzo Montana. Travolto, però, dalle polemiche per la sua parentela con il fratello del ministro dell’Interno. Infatti la moglie di Alessandro Alfano è la figlia di Montana. Messo alle strette il prescelto ha poi deciso di rinunciare all’incarico.

Ora, però, l’Espresso è in grado di ricostruire la vicenda. Fu la Misericordia a fare il suo nome, come Montana stesso ha ammesso. Risulta tuttavia che il curriculum del suocero di Alfano junior non fosse adatto a quel ruolo. Lui, in fondo, proveniva dall’Agenzia delle Entrate e con l’immigrazione non aveva mai avuto a che fare. Ma il dato rilevante è un altro: quella nomina e la successiva bufera mediatica hanno mandato su tutte le furie il prefetto Mario Morcone, capo dell’Immigrazione del Viminale, che con Leonardo Sacco è in contatto continuo. I bene informati riferiscono di un Morcone decisamente irritato per la mossa ritenuta un vero azzardo. E di un Leonardo Sacco che avrebbe persino sollecitato l’intervento della sottosegretaria ai Beni culturali Dorina Bianchi. Con l’obiettivo di far capire ad Alfano che non era sua intenzione metterlo in difficoltà con la nomina di Montana.

L’episodio è tra quelli che gli investigatori dell’antimafia stanno rileggendo alla luce di quella sbiadita informativa di dieci anni fa, in cui il nome di Sacco e Poerio veniva accostato al potente clan Arena di Isola Capo Rizzuto. Dorina Bianchi, 50 anni, è molto vicina al ministro fresco di nomina agli Esteri. La storia politica della parlamentare è costellata da cambi di casacca: in quindici anni sette partiti. Democristiana di base con alcune puntate nel centro sinistra, Pd incluso, per poi tornare a destra, Pdl prima e Ncd dopo con il collega Alfano. Bianchi è in ottimi rapporti con il governatore Sacco. La parlamentare d’altronde è di Crotone. E qui ha corso come candidata a sindaco nel 2011. Era la parentesi berlusconiana.

Il Cavaliere in persona chiuse la campagna elettorale della sottosegretaria. Non bastò, perché perse al ballottaggio. Dorina l’alfaniana, tuttavia, si è distinta anche per un’altra battaglia che stava molto a cuore a Leonardo Sacco: l’aeroporto di Crotone. Sacco, infatti, è stato nel Cda della società di gestione. Per questo nell’onorevole Bianchi ha sempre cercato un appoggio, anche solo per sollecitare l’intervento dell’allora ministro Ncd Maurizio Lupi. Che in effetti volerà nel crotonese per rassicurare gli interessati. Insomma, Sacco aveva trovato in Bianchi una chiave per parlare ai ministri della Repubblica. Eppure, per quanto il governatore calabrese della Misericordia cercasse di presentarsi come un paladino della legalità, organizzando convegni sulla mafia insieme a illustri ospiti, le ombre e i sospetti sulla sua figura erano noti da tempo. Dicevamo della trasversalità politica di Sacco. Ha, infatti, ottimi rapporti con alcuni Democratici renziani. Alle primarie del centrosinistra per scegliere il candidato alla presidenza della Regione, ha fatto il tifo per Gianluca Callipo, sindaco di Pizzo Calabro di rito renziano e membro dell’Assemblea nazionale del Pd assai quotato tra gli eletti del giglio magico. Il governatore dell’accoglienza ha poi avuto la grande fortuna di conoscere Matteo Renzi, poco prima che diventasse premier. Era il 2012 e Sacco, ai tempi numero due della Confraternita, ha incontrato l’allora sindaco di Firenze durante un evento pubblico sul volontariato. Alle buone relazioni politiche, si aggiungono poi quelle col mondo cattolico ed ecclesiastico. L’enfant prodige dell’accoglienza calabrese è l’allievo di don Edoardo Scordio: il parroco fondatore della Misericordia di Isola, e in contatto con i vertici dei padri Rosminiani, ordine a cui appartiene il sacerdote.

I SOLITI SOSPETTI

Tornando al rapporto dei detective di dieci anni fa, dal contesto descritto dai carabinieri del Ros poco o nulla è cambiato. Fatta eccezione per qualche sigla aziendale. Di quell’informativa dettagliata, tuttavia, si sono perse le tracce. Già allora gli investigatori gettavano un’ombra inquietante sulla gestione del centro di accoglienza crotonese. L’ipotesi mai tramontata è che il clan Arena di Isola Capo Rizzuto si fosse inserito nel business dell’accoglienza. Grazie proprio alla fornitura dei pasti all’interno della struttura dello Stato. Non deve sorprendere, del resto questa ’ndrina è dotata di uno spiccato fiuto per gli investimenti di nuova generazione. È accaduto, per esempio, con il boom delle energie alternative. Gli Arena hanno riempito di pale eoliche le campagne circostanti, in combutta con società estere. Il capostipite è il boss Nicola Arena. Il nipote, Carmine, fu ucciso nel 2004 a colpi di bazooka mentre si trovava nella sua auto blindata. Le nuove leve continuano a dettare legge.

DAL VENTO AI MIGRANTI

Che siano pale eoliche, rifiuti o immigrati, agli imprenditori delle cosche interessa relativamente. Per il semplice fatto che dove girano quattrini il clan locale mette il naso ed entrambe le mani. Nel documento investigativo del 2007, letto dall’Espresso, un’intercettazione rafforza il sospetto che i boss abbiano mangiato una fetta della torta milionaria dell’affare: «Questi neri girano per Isola Capo Rizzuto… di conseguenza tutto ciò che li riguarda è competenza nostra». Il sistema lo spiegava Antonio Poerio, altro grande protagonista dell’accoglienza calabrese che compare nello scatto insieme ad Alfano e all’amico governatore delle Misericordia. Poerio è un imprenditore noto nel settore del catering. Nell’informativa del Ros già veniva indicato come in contatto con una famiglia della ’ndrangheta locale. Fino al 2011 con la sua impresa – la Vecchia Locanda- riforniva ufficialmente la struttura d’accoglienza gestita dalla Misericordia. Pasta, patate, riso, pollo e verdure entravano nel centro a bordo dei mezzi targati Vecchia Locanda. Questo fino a quando la prefettura di Crotone non è intervenuta sospendendo il certificato antimafia alla società di Poerio. Un incidente di percorso che ha obbligato la Misericordia a rescindere il contratto. Al suo posto è subentrata la Quadrifoglio Srl. Il proprietario si chiama Pasquale Poerio, cugino del Poerio della Vecchia Locanda. Insomma, l’affare è rimasto in famiglia. Tuttavia l’azienda di Pasquale gode di referenze molto in alto: la società Quadrifoglio, infatti, aveva stipulato con la prefettura una convenzione per fornire il servizio di mensa ai poliziotti della questura crotonese. Un curriculum, perciò, al dì sopra di ogni sospetto. Il titolare, Pasquale Poerio, è anche consigliere comunale di Isola Capo Rizzuto, area centrodestra, e appoggia l’attuale sindaco. Due anni fa Sacco, rispondendo a un articolo pubblicato sull’Espresso definiva l’associazione che rappresenta «il braccio dello Stato» nell’accoglienza. Al pari, in pratica, dei colossi legati a Comunione e liberazione e di Legacoop che hanno trasformato l’accoglienza in un business, come mafia Capitale ha insegnato.

IL PADRINO

Alcune foto raccontano la vita pubblica di Sacco. Altre invece ne rivelano il lato più controverso. Come lo scatto che lo immortala al battesimo del figlio di un personaggio del clan Arena. Sacco è lì in veste di padrino. Un indizio, è la tesi dei detective, della vicinanza di Sacco alla criminalità organizzata. La foto è stata sequestrata per caso nel 2010, durante il blitz dei carabinieri di Modena che ha portato all’arresto di Fiore Gentile in un’indagine dell’antimafia di Bologna su un giro di riciclaggio tra Calabria, Emilia e Svizzera. Sacco versione padrino di battesimo assume ancora più importanza agli occhi degli investigatori se legato a un’altra immagine fino ad allora poco valorizzata. Si tratta di una riunione del 2005 tra importanti personaggi del clan Arena. Tra i presenti c’era Pasquale Tipaldi, che verrà ucciso la vigilia di Natale dello stesso anno. Davanti al bar dove gli uomini degli Arena si erano riuniti, al fianco di Tipaldi, i carabinieri riconoscono Leonardo Sacco. Un legame solido, quello tra Tipaldi e il governatore della Misericordia di Isola. A tal punto che la protezione civile della Misericordia utilizza il capannone che fu di Paquale Tipaldi, oggi intestato a suoi parenti. È lo stesso fabbricato dove viene ucciso il 24 dicembre di dodici anni fa dai killer della cosca avversaria.

UN LAVORO PULITO

Un tempo Crotone era la Torino del Sud, oggi di quell’industrializzazione sono rimaste solo le scorie velenose. Il merito di Sacco, perciò, è aver trasformato la solidarietà in un’industria moderna dell’accoglienza. Il centro per migranti è gestito almeno a partire dal 2007 da mister Misericordia. L’ indotto attorno è strepitoso: i cibi da preparare, giovani operatori da assumere, lavanderie industriali per pulire lenzuola e tovaglie. Subappalti, posti di lavoro, forniture. Tuttavia sarebbe stato semplice per i controllori (Prefettura e Viminale) bloccare l’infiltrazione denunciata dal Ros ormai 10 anni fa. Si sarebbe potuto evitare se solo quel fascicolo col timbro del 2007 avesse avuto una fortuna diversa. Intanto Leonardo Sacco ha coronato un successo dietro l’altro. Da tre anni ha ottenuto anche i finanziamenti per la gestione di due Sprar, in pratica gli appartamenti in cui i rifugiati alloggiano una volta ottenuto il riconoscimento. Ulteriori somme che entrano in cassa: gli enti locali sborsano 35 euro al giorno per i maggiorenni, 54 per i minori. E poi ci sono le due gare vinte. L’appalto del centro crotonese, 12 milioni e mezzo, e quello di Lampedusa, 4 milioni all’incirca, da dividere con la Croce Rossa. Quest’ultimo è stato assegnato nell’ottobre scorso: a gestirlo sarà il raggruppamento formato da Croce Rossa e Consorzio Opere di Misericordia, struttura della confraternita di cui fanno parte solo alcune realtà territoriali, tra queste la federazione Basilicata-Calabria presieduta da Leonardo Sacco. Il direttore, questa volta, non ha parenti ingombranti e proviene dalla Croce Rossa. Non vale per il catering: fornito sempre dalla Quadrifoglio, come del resto, è avvenuto negli anni scorsi, a partire dal 2014 quando a Lampedusa lavorava soprattutto la Misericordia di Capo Rizzuto. Nella forma nulla da eccepire: Il subappalto è previsto nel capitolato d’appalto. Tutto nella norma, dunque, se non fosse per quel filo che lega Lampedusa al lato più oscuro di Isola Capo Rizzuto.

«Supermercati che sono solo soldi camuffati da supermercati»: ora tocca al clan Laudani

È un passaggio del mio spettacolo “Mafie maschere e cornuti” e ogni volta che lo recito in scena dalla platea arrivano cenni di approvazione. Ovviamente si tratta di un’iperbole drammaturgia ma la questione della grande distribuzione e dell’infiltrazione mafiosa è qualcosa di terribilmente serio che forse andrebbe analizzato con coraggio. E così, dopo tre giorni di spettacoli in giro per l’Italia, escono notizie così:

Le mani del clan catanese Laudani sulla società di vigilantes che lavora in tribunale a Milano, ma anche sulla catena dei supermercati Lidl. E’ il bilancio dell’ultima operazione del procuratore aggiunto Ilda Boccassini e del pm Paolo Storari. Le ordinanze di custodia cautelare sono 15 – sono firmate dal gip Giulio Fanales- e parlano di associazione a delinquere, favoreggiamento e corruzione.

I supermercati. In particolare sono state poste in amministrazione giudiziaria quattro direzioni generali della società di grande distribuzione Lidl – una in Lombardia, due in Piemonte e una in Sicilia, a Misterbianco – cui afferiscono circa 200 punti vendita.La società non risulta indagata e il meccanismo dell’amministrazione giudiziaria punta a ripulire la Lidl da infiltrazioni mafiose. Nell’ordinanza il gip Fanales parla di “stabile asservimento di dirigenti Lidl Italia srl, preposti all’assegnazione degli appalti, onde ottenere l’assegnazione delle commesse, a favore delle imprese controllate dagli associati, in spregio alle regole della concorrenza con grave nocumento per il patrimonio delle società appaltante”.

La società dei vigilantes del tribunale. Nel mirino degli investigatori della Dda ci sarebbero anche alcune società del consorzio che ha in appalto la vigilanza privata del Tribunale di Milano, si tratterebbe di società che forniscono i vigilantes del Palazzo di giustizia. La società è indagata per la legge 231. Sarebbero emersi stretti rapporti tra alcuni dirigenti delle società coivolte (e messe, anche in questo caso come per le 4 sedi Lidl, in amministrazione giudiziaria) e alcuni personaggi ritenuti appartenenti alla famiglia dei Laudani.

I rapporti con la politica. Figure di spicco per facilitare gli appalti della Sigi logistica, controllata attraverso prestanome dal boss Orazio Salvatore Di Mauro, sarebbero stati Orazio Elia e Domenico Palmieri, “associati” all’organizzazione e “soggetti già facenti capo della pubblica amministrazione sanitaria e provinciale”. I due, secondo l’accusa della Dda e del pm Storari, “sfruttano a pagamento , le proprie relazioni con esponenti del Comune di Milano, di sindaci e assessori, al fine di ottenere commesse e appalti da proporre ai propri clienti”. Tra i nomi elencati nell’ordinanza dal gip vengono elencati i presunti contatti dei due, in Alba Piccolo, settore Servizi generali del Comune di Milano, Giovanna Afrone, “responsabile gestione contratti”, “Graziano Musella, sindaco di Assago”, “Angelo Di Lauro, consigliere comunale a Cinisello Balsamo”, e infine “Franco D’Alfonso, consigliere comunale in Comune a Milano”, ex assessore della giunta Pisapia, che non sarebbe comunque nell’elenco degli indagati.

(fonte)

La ‘ndrangheta dietro al CARA di Isola Capo Rizzuto. Ma va?

 Ecco l’articolo di Alessia Candito:

Il Cara più grande d’Europa era in mano alla ‘Ndrangheta. Da dieci anni. Su 103 milioni di euro di fondi Ue, che lo Stato ha girato dal 2006 al 2015 per la gestione del centro dei richiedenti asilo di Crotone, 36 sono finiti alla cosca degli Arena. Questo racconta l’ultima inchiesta della direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, in base alla quale questa mattina sono state fermate 68 persone, molte appartenenti appunto al clan Arena.

BUFERA SULL’UOMO DELLE MISERICORDIE. Agli arresti sono finiti anche Leonardo Sacco, presidente della sezione calabrese e lucana della Confraternita delle Misericordie, organizzazione che da dieci anni gestisce il Cara di Isola Capo Rizzuto, ed il parroco del paese, don Edoardo Scordio, entrambi accusati a vario titolo di associazione mafiosa, oltre a vari reati finanziari e di diversi casi di malversazione, reati aggravati dalle finalità mafiose. Secondo quanto emerso dalle indagini condotte dai carabinieri del Ros, guidati dal generale Giuseppe Governale, in collaborazione con i finanzieri della Tributaria di Crotone, Sacco avrebbe stretto accordi con don Scordio, parroco di Isola di Capo Rizzuto e tra i fondatori delle Misericordie, per accaparrarsi tutti i subappalti del catering e di altri servizi. Grazie a Sacco la ‘ndrangheta sarebbe riuscita a mettere le mani sui fondi girati dal governo non solo per la gestione del Cara calabrese e di due Spraar aperti nella medesima zona, ma anche per quella dei centri di Lampedusa.  Un affare da 30 milioni di euro: i cibi da preparare, gli operatori chiamati a lavorare nel centro, le lavanderie industriali per pulire lenzuola e tovaglie. Tutto in mano ai clan.

“IL SISTEMA DI SFRUTTAMENTO DEL PARROCO”. In tale quadro, una somma consistente veniva distribuita indebitamente al parroco della Chiesa di Maria Assunta, a titolo di prestito e pagamento di false note di debito: solo nel corso dell’anno 2007, per servizi di assistenza spirituale che avrebbe reso ai profughi, ha ricevuto 132 mila euro. Don Scordio, ritenuto il gestore occulto della Confraternita della Misericordia, è emerso quale organizzatore di un sistema di sfruttamento delle risorse pubbliche destinate all’emergenza profughi, riuscendo ad aggregare le capacità criminali della cosca Arena e quelle manageriali di Leonardo Sacco al vertice della citata associazione benefica, da lui fondata.

Sotto la lente degli investigatori la Quadrifoglio srl di Pasquale Poerio, cugino del presidente della ditta ‘la Vecchia Locanda’ che fino al 2011 si occupava del catering per i migranti ospiti del Cara. Un contratto rescisso in fretta e furia quando i contatti del presidente Fernando Poerio con uomini della ‘ndrangheta locale hanno indotto la prefettura a sospendere il certificato antimafia alla società. A sostituirla – e forse non a caso – con quella del cugino. Ma questi non sarebbero gli unici rapporti “imbarazzanti” del presidente Sacco. Per gli investigatori, non è per nulla casuale che il capannone della protezione civile della Misericordia sia quello un tempo appartenuto a Pasquale Tipaldi, uomo di spicco del clan Arena ucciso nel 2005, e oggi ancora in mano ai suoi parenti.

LE “AMICIZIE” CON ALFANO E BIANCHI. Rapporti che per lungo tempo Sacco sarebbe riuscito a tenere sotto traccia, mentre non esitava a mostrarsi in compagnia di politici e uomini delle istituzioni. Considerato vicino alla parlamentare Dorina Bianchi, come alla famiglia dell’attuale ministro degli Esteri, Angelino Alfano, qualche anno fa Sacco è finito nell’occhio del ciclone per aver indicato Lorenzo Montana, cognato del fratello di Alfano, per dirigere la struttura di Lampedusa. Un incarico che l’uomo, funzionario dell’Agenzia delle Entrate, dunque senza esperienza per quel ruolo, non ha ricoperto per molto. Si è dimesso poco dopo a causa delle polemiche.

Anche in Calabria però Sacco ha sempre goduto di stima, protezione e potere, tanto da entrare – in quota politica – all’interno del Cda della società che per lungo tempo ha gestito l’aeroporto di Crotone.

Qui, il Paese dove Cuffaro insegna ai corsi per giornalisti

“Identità personale e diritto all’oblio (ex Carta di Milano)”, il titolo dell’incontro nell’aula consiliare dell’ex provincia regionale ad Agrigento. Un corso di aggiornamento per giornalisti che avrebbe dovuto affilare gli strumenti professionali di una categoria ultimamente piuttosto bistrattata.

Accanto ai relatori i giornalisti che partecipavano al convegno si sono trovati anche lui, Totò Cuffaro. Sì, proprio lui, Totò Cuffaro, l’ex governatore della Sicilia condannato per mafia nell’ambito dell’inchiesta “Talpe alla Dda”. Quello stesso Totò Cuffaro che avvisava i mafiosi di essere intercettati e che eletto per essere “argine” ha preferito essere “scivolo” di Cosa Nostra.

Al suo fianco c’era il moderatore dell’incontro, Stelio Zaccaria, il caporedattore della redazione di Agrigento de “La Sicilia”, alla sua destra l’avvocato Salvatore Pennica, la giornalista Teresa Di Fresco, vicepresidente dell’ordine dei giornalisti di Sicilia, e Michelangelo Capitano, il direttore dell’istituto di pena minorile “Malaspina” di Palermo.

Quando Cuffaro ha preso la parola un giornalista (solo uno, uno solo) si è alzato e se n’è andato. Solo dopo il caso è diventato un caso. In questo Paese la meritocrazia è buona solo per la propaganda elettorale; poi ci si ritrova sempre la stessa schiera di falliti, colpevoli o condannati che chissà perché ci fanno pure la morale.

 

(continua su Left)

Onorano Falcone e Borsellino e intanto sbriciolano il 41 bis

Ne scrive Lirio Abbate:

Racconto su L’Espresso in edicola oggi, una serie di episodi che sono accaduti negli ultimi anni in cui il 41 bis viene aggirato, stravolto, e a nulla valgono le regole imposte dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e dai direttori delle carceri.
E così i capimafia detenuti in base alla speciale norma penitenziaria del 41 bis, dal 2009 ad oggi vengono sempre più spesso accompagnati a casa. In questo modo possono riabbracciare parenti e familiari, grazie ad uno speciale permesso che viene accordato dal magistrato di Sorveglianza il quale accoglie le richieste del detenuto. Non ci sono vetri divisori o stanze isolate come previsto dal 41 bis. Il boss lascia per alcune ore il carcere di massima sicurezza per andare a casa. E qui inizia il viavai. Come in una processione.

Non basta la nutrita scorta della polizia penitenziaria per tenere lontani curiosi e compari, il boss è a casa sua, e qui è il padrone. E da padrone si comporta. Il segnale è stato lanciato, il padrino per la gente del suo paese è tornato. E quello che dopo le stragi si voleva tentare di contrastare, oggi sembra restare forte solo sulla carta.

Perché i mafiosi a forza di carte bollate e istanze ben motivate possono ottenere lo stravolgimento del 41 bis, il regime carcerario da sempre contrastato dalle mafie – perché ne hanno paura – diventato per legge molto rigido nel 2009. E così a venticinque anni dalle stragi tornano le commemorazioni, gli omaggi, i riti laici e religiosi.

L’insegnamento di Falcone e Borsellino nella lotta alla mafia viene sempre più disatteso e tradito a colpi di carte bollate e timbri, ma solo in pochi sembrano accorgersene. Gli altri guardano alla luna.

(fonte)

Miriam, uccisa perché voleva avere indietro tutti i pezzi del cadavere della figlia


È stata uccisa nella sua casa Miriam Rodríguez Martínez, la donna che è diventata famosa per avere lottato con tutte le sue forze alla ricerca della verità sulla sparizione di sua figlia in Messico e che ne ha ritrovato una parte del corpo e ha fatto arrestare i suoi assassini. Da tempo chiedeva giustizia e anche tutti i pezzi del corpo della figlia.
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