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«Ci serve un pentito di Stato, un Presidente della Repubblica, un uomo dei servizi segreti o un Generale»: parla Attilio Bolzoni

Un’intervista da leggere ad Attilio Bolzoni. Eccone uno stralcio:

“La mafia non sarebbe mafia se non avesse dei complici dentro gli apparati. Il libro è di 30 anni fa e racconta di processi aggiustati e il simbolo di questi processi aggiustati è quello che riguarda l’uccisione del Capitano Basile. E’ il processo più tormentato della storia giudiziaria per quanto riguarda la mafia. Hanno provato a condizionarlo e ad aggiustarlo da dentro il palazzo di giustizia in tutti i modi ma non ci sono riusciti. Prima dell’era Falcone, i processi a Palermo si trattavano nei corridoi, nei villini a mare…non si discutevano nelle aule di giustizia. I mafiosi stavano in carcere pochi mesi o pochi anni, ma sapevano che dovevano uscire. Dopo l’arrivo di Falcone e Borsellino, avviene una rivoluzione e si ristabiliscono le regole. Si è scoperto che un pezzo di magistratura era complice. All’epoca però, era molto più evidente la complicità del potere, oggi è molto più subdola e meno riconoscibile. Un’antimafia legata al potere ad esempio, non è una vera antimafia. Si parla dell’isolamento di Di Matteo, non posso dimenticare, un paio d’anni fa, il vecchio CSM è andato a Palermo e il vice presidente non ha stretto la mano a Di Matteo. E’ stato un bruttissimo segnale. Di Matteo non è un buon magistrato perché indaga sulla trattativa o non è un buon magistrato in assoluto? Il vice presidente che dichiara – il protocollo mi impedisce di incontrare Di Matteo – indica un atteggiamento ambiguo.”

– La negazione della trattativa Stato-mafia ha raccolto molti consensi, almeno quanto oggi la giustificazione della stessa. Maria Falcone, ad esempio, ha dichiarato “Se trattativa c’è stata, non credo che si sono voluti salvare i potenti, ma che si sia cercato di proteggere la sicurezza italiana”. Eppure c’è una sentenza che ne prova l’esistenza. La trattativa c’è stata. Ma l’oggetto dell’accordo qual é stato secondo lei? Lunghe latitanze e mancata perquisizione del covo di Riina per cominciare?

“Ci sono verità indicibili. Gli Stati, non solo l’Italia, hanno sempre trattato con le classi pericolose. Non sono corpi fuori dalla società. La trattativa c’e’ stata prima, durante e dopo le stragi che poi questa abbia rilevanza penale o meno non è fondamentale. Il negazionismo va molto di moda, ad esempio – Roma mafia capitale – è altrettanto evidente che ci sono organizzazioni mafiose radicate da decenni a Roma ma la maggior parte degli osservatori e della popolazione ne nega l’esistenza. Io ho seguito molto il processo di mafia capitale, sono andato in aula a Rebibbia e c’erano degli imputati, un famosissimo commercialista e un famosissimo consigliere comunale del PD, che si chiedevano – ma noi che ci facciamo qui? – non si rendevano nemmeno conto del perché fossero li. Non bluffano. E’ tanto fradicio il tessuto sociale e politico della Capitale che non si rendevano conto delle ragioni per le quali erano li insieme al nero Carminati, un signore, che per 18 anni è rimasto libero e in un Paese civile, un personaggio come Carminati non può rimanere libero ma anche li, siamo nelle zone di confine dove non sai mai chi è guardia e chi è ladro. Roma come Palermo. Gli stessi contesti.”

– La parola antimafia, crea molti imbarazzi ultimamente. Ma è necessaria questa etichetta per dimostrarsi ostili all’azione mafiosa?

“L’antimafia c’è sempre stata anche quando non si chiamava antimafia. L’antimafia moderna nasce subito dopo il delitto Dalla Chiesa e si è allargata estesa e diffusa dopo le stragi del 92. Io credo che abbia avuto una funzione veramente importante l’antimafia sociale in Italia fino a qualche anno fa ma poi, c’è stata una degenerazione dello spirito originario. Bisogna fare una distinzione tra la mafia che si traveste da antimafia, tra dei sistemi imprenditoriali mafiosi che occupano potere e l’antimafia che è degenerata. E’ vero che ci sono dei cerchi che mettono in relazioni queste tre realtà, però bisogna distinguerle. C’è l’antimafia dei finanziamenti pubblici da centinaia di migliaia di euro e l’antimafia dei funzionari delle grandi associazioni che provengono da un sottobosco politico. Bisognerebbe fare un esperimento : togliere per un paio d’anni un bel po di finanziamenti alle associazioni antimafia e assisteremmo ad un fuggi fuggi generale.

In alcuni casi, c’è la complicità del ministero degli Interni che concede finanziamenti esorbitanti per dei progetti che, vien da chiedersi, saranno andati a buon fine con tutti i milioni stanziati ? Ho conosciuto un signore di Avviso Pubblico, che gira l’Italia battendo cassa alle amministrazioni per organizzare convegni con partecipanti zero. Sono personaggi improbabili che si improvvisano esperti di mafia, che parlano di legalità e che vanno in giro per l’Italia a proporre pittoreschi kit per la legalità. Ma intorno alla maggior parte di queste realtà c’è solo un obiettivo, rastrellare denaro pubblico. Bisogna chiudere i cordoni della borsa. Poi c’è un’antimafia sociale che è ostile ad ogni dialogo, alcune realtà sembrano sette, appena uno le critica viene accusato di essere mafioso. Io non ne posso più di questi predicatori della legalità, imbonitori e saltimbanchi. Hanno messo su un circo. E a proposito dei predicatori della legalità, è molto grande la distanza tra quello che urlano nelle piazze e quello che in realtà fanno.
Un altro tema interessante è quello delle costituzioni di parti civile: quando un’associazione accompagna un commerciante, un imprenditore che denuncia la mafia lungo tutto il percorso – lo porta dalla polizia, dal magistrato, lo convince a collaborare – è giustissimo che si costituisca parte civile perché ha partecipato al percorso che porta al processo. Ma questo baraccone delle parti civili che c’è oggi in Italia è scandaloso.

Mi viene in mente un’associazione a Marsala che si chiama Paolo Borsellino, è formata da un solo avvocato che non fa nulla tutto l’anno, ma ha pensato bene di costituirsi parte civile al processo Aemilia e per questo ha ricevuto un risarcimento. C’è poi il caso di un comune sciolto per mafia – come quello di Brescello – che ha perfino ricevuto un indennizzo dopo la costituzione di parte civile al processo Aemilia. A questo punto credo che bisogna ridimensionare i finanziamenti alle associazioni antimafia perché sono emerse troppo vergogne.”

(la trovate qui)

Obama a cena con i bolliti dell’imprenditoria italiana

(Ne scrive Fabrizio Patti per Linkiesta qui)

Attovagliati alla cena, presso la sede dell’Ispi, con Matteo Renzi, Mario Monti e i vertici dell’istituto di studi di politica internazionale, c’era per esempio Luca Cordero di Montezemolo, uno che di discese in campo “per aiutare i giovani” ne ha annunciate diverse nel corso degli anni. E che però, lasciata la Ferrari e Confindustria, a Obama si sarà trovato a raccontare il suo nuovo lavoro: quello di risanatore di compagnie aree (leggi Alitalia), di gestore di banche (Unicredit) e di organizzatore di olimpiadi assieme a Giovanni Malagò. Con i risultati mesti che tutti sappiamo.

C’era anche Diego Della Valle, fustigatore dei salotti buoni, socio di Montezemolo in Ntv e nel fondo Charme che vendette Poltrona Frau agli americani di Hawort, che avrà forse glissato sugli ultimi scivoloni della sua Tod’s (nel cui cda a lungo si è seduto lo stesso Montezemolo e siede Luigi Abete). Ma avrà raccontato alcune delle ultime battaglie anti-sistema: come la vana resistenza in Rcs alla cordata di Urbano Cairo, sulla scorta dei buoni risultati del precedente patto di sindacato targato Pirelli, Mediobanca, UnipolSai.

C’era anche, forse a ribadire i concetti su Rcs, Marco Tronchetti Provera, attuale ad di una Pirelli targata ChemChina (forse il male minore in un mercato globale degli pneumatici superconsolidato) e un passato non da incorniciare (leggi: tre miliardi di minusvalenza) in Telecom Italia, anche per l’opposizione in nome dell’italianità a un’aggregazione internazionale portata avanti dal premier del 2008 Romano Prodi (che sempre smentì coinvolgimenti nel piano Rovati).

Montezemolo non era l’unico ex presidente di Confindustria alla tavola – comunque apprezzata da Obama, che ha continuato a parlarne nei suoi “remarks” . Vicino a lui c’era Emma Marcegaglia, attuale presidente di Eni, che invece avrà raccontato delle scelte che hanno negli anni (lei lasciò Confindustria nel 2012) portato ai risultati del Sole 24 Ore di cui i 28 milioni di perdita appena registrati nel primo trimestre del 2017 sono solo l’ultimo capitolo.

E sì che Confindustria, se proprio da lì si voleva attingere, di imprenditori capaci davvero di navigare nei mercati globali ne ha avuti, uno su tutti Alberto Bombassei di Brembo. Oppure, se si voleva rappresentare un’imprenditoria italiana sana, si potevano chiamare imprenditori non certo lontano da Renzi, come Nerio Alessandri di Technogym o Federico Marchetti di Yoox Net a Porter. O anche uno dei vari manager italiani di grandi multinazionali, seguendo il mood che ha portato alla nomina di molti Ceo solo di quelle realtà già nella squadra della nuova dirigenza di Assolombarda.

Così marcisce Serracchiani

Il buongiorno di oggi è un pessimo giorno. Debora Serracchiani (ve lo ricordate?) era quella che avrebbe dovuto ringiovanire il Pd, tempo addietro, con spirito fresco e nuovo. Ha raccolto migliaia di preferenze, stupendo tutti (chissà perché il “nuovo” è di per sé un valore, ma questo è un discorso lungo) e ci si aspettava che potesse davvero svecchiare le più vecchie liturgie. E invece no. Anzi: e invece peggio.

Ha cambiato davvero il corso del Pd, ma verso il dirupo della destra mascherata. Basta leggere le sue parole. Ecco qui. Comunicato stampa di ieri (è qui):

Udine, 10 maggio – “La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”.

Lo ha affermato la presidente del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani, commentando il tentativo di stupro subìto da una minorenne ieri sera a Trieste da parte di un cittadino iracheno richiedente asilo.

Per Serracchiani “in casi come questi riesco a capire il senso di rigetto che si può provare verso individui che commettono crimini così sordidi. Sono convinta che l’obbligo dell’accoglienza umanitaria non possa essere disgiunto da un altrettanto obbligatorio senso di giustizia, da esercitare contro chi rompe un patto di accoglienza. Per quanto mi riguarda, gesti come questo devono prevedere l’espulsione dal nostro Paese, ovviamente dopo assolta la pena. Se c’è un problema di legislazione carente in merito – ha aggiunto Serracchiani – bisogna rimediare”.

 

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I rifiuti non sono nei cassonetti. Ma bruciati nel camper

Questa cosa dei volontari del Pd in maglietta gialla che faranno i netturbini per un giorno su Roma con la speranza di incastrare Virginia Raggi e di rimbalzo il Movimenti 5 Stelle mi manda fuori di testa. Davvero. Mi lascia perplesso ferocemente anche che il vetero-neo-segretario del Pd Matteo Renzi abbia il tempo di preoccuparsi del giallo delle divise da spazzini e delle pelose quisquilie romane, mentre un Paese intero galleggia pericolosamente nelle acque della disillusione politica; questo ieri faceva il Fonzie di fianco a Obama e oggi si occupa dei sacchetti dell’umido. Quindi.

Forse a Roma, o meglio nel Lazio, o meglio ancora in Italia, il problema non sta nella foglia di lattuga lasciata sul marciapiede ma piuttosto nell’umanità disperata delle ragazze madri che abbandonano come pacchi o nei camper in cui bruciano tre sorelle di undici figli accampati sotto l’insegna di un ipermercato. Oppure forse “la crisi” sta proprio nell’incapacità di parlare delle persone, tutti presi dalle “cose” e dai bilanci.

Quando qualcuno decide di abbassare la politica ai sacchetti dell’umido mentre tutto intorno la gente affoga, brucia o si dispera forse si è perso il punto centrale: si è leader quando si ha il coraggio di sfidare l’avversario sulle vette più complesse del dibattito.

 

(continua su Left)

Onorare Peppino? Con il dovere della curiosità.

(scritto per i Quaderni di Possibile)

Chiariamoci per favore, almeno adesso che sono passati quasi 40 anni: Peppino Impastato non era un baldanzoso giovanotto impegnato nel perculare il mafioso di quartiere e nemmeno un aspirante uomo di spettacolo incappato in una brutta storia. Peppino Impastato è stato un pensatore, un attivista. In poche parole un politico. Un politico che, tra l’altro, su un tema così complesso e endemico come era (com’è) la criminalità organizzata.

E se oggi qualcuno ancora prova a “festeggiare” Peppino Impastato come un “pittoresco eroe” di altri mondi si sbaglia: Peppino Impastato ha insegnato il dovere della curiosità come antidoto alle mafie. Curiosità appuntita, continua: Peppino Impastato ha indicato la mafia simulata nelle curve stradali disegnate per soddisfare la fame dei possidenti mafiosi, ha denunciato gli interessi criminali travestiti da documenti politici, ha additato con nomi e cognomi i personaggi che intrattenevano pericolose frequentazioni e ha urlato alla gente la bellezza sottratta dalla mano criminale. Peppino Impastato s’è fatto carico di una politica che rivendica il proprio “primato” perché decide di arrivare prima.

Quella mafia che Peppino ha denunciato (quella stessa che ha avuto bisogno di ucciderlo per zittirlo) è la stessa che oggi si mimetizza nelle urbanizzazioni selvagge delle città in cui abitiamo: le case che si continuano a costruire e non hanno bisogno di essere vendute, gli ipermercati che avanzano selvaggiamente nonostante il settore sia in calo, i PGT che a prima vista appaio insensati, i ristoranti e bar che sembrano non avere bisogno di clienti e le strade che nessuno ha interesse a percorrere sono i sonori “aeroporti di Peppino”, nidi di interessi osceni che modificano il nostro panorama confidando nella disattenzione generale.

Ecco. Onorare Peppino significa riappropriarci anche del dovere di essere curiosi per difendere la nostra terra. Città per città, paese per paese, quartiere per quartiere non stancarsi di porre le domande giuste e non accontentarsi delle risposte sbagliate. Oggi, subito. Incontrarsi, discutere, formulare le domande, ascoltare le opinioni, analizzare le risposte. Così onoriamo Peppino. E la politica, appunto.

L’aspetto più inquietante che ci svela De Bortoli è un altro

Tra le rivelazioni di De Bortoli nel suo ultimo libro ce n’è una che mi fa sobbalzare ben di più della ministra Boschi che cerca di salvare il padre ed è il racconto che ci fa dell’incontro tra Matteo Renzi (che era Presidente del Consiglio, in quell’occasione) e il giornalista Marco Galluzzo del Corriere della Sera. Se Renzi non fosse stato Renzi, se un Presidente del Consiglio avesse (o avesse millantato) sventolato i servizi segreti come minaccia in faccia a un giornalista sarebbe successo il finimondo. E invece niente.

«Al telefono, Galluzzo mi spiegò di essere stato avvicinato dalla scorta del premier che gli aveva intimato di lasciare subito l’ albergo. Questo il suo racconto: “Mi avvicinai al tavolo del ristorante dove cenava, nella terrazza dell’ albergo, con la moglie e i figli. Mi fu possibile solo salutarlo e per un attimo stringergli la mano, poi cominciò a gridare, lasciando di stucco i tavoli degli altri ospiti, gruppi francesi, tedeschi e russi. E anche Agnese, che mi rivolse uno sguardo di comprensione, quasi di vergogna. Gridava talmente forte, inveendo contro il Corriere che invadeva la sua privacy, che la scorta accorse come se lui fosse in pericolo. Venni anche strattonato. Dovetti alzare la voce per dire al caposcorta di non permettersi. Lui reagì minacciandomi. Mi disse che tutta la mia giornata era stata monitorata, dal momento in cui avevo prenotato una camera nello stesso albergo, e che di me sapevano tutto, anche con sgradevoli riferimenti, millantati o meno conta poco, alla mia vita privata”. Insomma, intollerabile. Se Berlusconi avesse fatto una cosa simile saremmo tutti insorti».

Ferruccio de Bortoli, “Poteri forti (o quasi)”

Caro De Bortoli, perché non l’hai scritto sul Corriere?

Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera, scrive nel suo libro Poteri forti (o quasi). Memorie di oltre quarant’anni di giornalismo appena pubblicato da La Nave di Teseo

“L’allora ministra delle Riforme, nel 2015, non ebbe problemi a rivolgersi direttamente all’amministratore delegato di Unicredit. Maria Elena Boschi chiese quindi a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. La domanda era inusuale da parte di un membro del governo all’amministratore delegato di una banca quotata. Ghizzoni, comunque, incaricò un suo collaboratore di fare le opportune valutazioni patrimoniali, poi decise di lasciar perdere”.

Sempre su Banca Etruria aggiunge:

L’industriale delle scarpe Rossano Soldini mi ha raccontato di aver avuto molti sospetti sul ruolo della massoneria locale nella gestione dell’istituto. Elio Faralli, che ne fu padre-padrone per circa 30 anni, fino al momento in cui fu costretto a lasciare il timone a Giuseppe Fornasari, era notoriamente un massone. Soldini fece molte domande scomode, in particolare sul ruolo del consigliere Alberto Rigotti, il cui voto, probabilmente invalido, fu decisivo per eleggere Fornasari. Rigotti ebbe prestiti dalla banca, mai rientrati, e finì in bancarotta con il suo gruppo editoriale. I consiglieri dell’Etruria godettero di affidamenti per un totale di 220 milioni. Gli organi statutari erano del tutto ornamentali.

E ancora:

Alessandro Profumo, ex presidente del Monte dei Paschi, il 15 giugno 2016, durante la presentazione del libro di Fabio Innocenzi Sabbie mobili. Esiste un banchiere per bene? (Codice, 2016) rispondendo a una domanda sul tracollo del Monte dei Paschi se ne uscì con questa frase: «La colpa è tutta della massoneria». Se ne parlò poco. Profumo mi spiegherà poi di avere avuto sempre la sensazione che ci fossero fili sotterranei, strane appartenenze. E che il sospetto dei legami massonici emergesse soprattutto quando si trattava di assumere qualcuno, constatando i diffusi malumori per un no inaspettato. E ha usato un esempio dalla Settimana Enigmistica. Unisci i puntini e scopri il disegno. Ma quanti sono i puntini? E qual è il disegno?

Al di là delle evidenze che speriamo (con poca speranza) che possano essere chiarite e al di là di una gestione del potere della truppa renziana sempre piuttosto atipica e bulla rimane un dubbio (poi ognuno decide personalmente se ritenere più affidabile l’uno o l’altra dei personaggi in commedia). Dunque, Boschi sganciata la bomba (per la gioia dei nemici politici della Boschi e di Renzi) e garantito un rumoroso lancio al libro mi sorge una domanda spontanea: ma perché De Bortoli (che personalmente stimo per le posizioni e la schiena dritta) non ha scritto di questo sul quotidiano di via Solferino (di cui tra l’altro è pregiato editorialista, oltre che essere stato direttore fino al 2015)? Perché altrimenti davvero viene difficile comprendere come possa una parte della nostra povera stampa (sempre pronta a incensare il potente di turno) conquistarsi la credibilità che ultimamente è spesso in discussione. Dico, avrebbe avuto tutto un altro senso (sia politico che giornalistico) leggere questi dubbi sul Corriere della Sera, no?

E se qualcuno gliel’ha impedito meglio ancora: i nomi e i cognomi di chi non vuole (sul quotidiano più “prestigioso” d’Italia) che si disturbi il manovratore […]

(continua su Left)

Ma ve li ricordate? (un monologo sugli incidenti sul lavoro)

(intervento scritto per il seminario “Nuovi orizzonti per un cantiere sicuro”, Reggio Emilia, 4 maggio 2017)

Ve li ricordate?
A Bari c’è Bartolomeo. Fa Deserio di cognome e ha 43 anni. Sui giornali delle sale d’aspetto dei dentisti e dei parrucchieri ci sta scritto che a 43 anni inizia la giovinezza, che non è più mica come prima. “Splendidi quarantenni”, sotto le foto, sempre così. Bartolomeo tiene pure due figli, come dice lui, uno di quattordici e l’altro di sette. E lo dice come una filastrocca. Dal 1985 lavorava in una grande impresa edile di Bari, di quelle che prendono tutte le commesse che contano laggiù in Puglia. Lui alle 4.30 del mattino si sbarbava, si sbollentava un caffè e prendeva il pulmino che raccoglie gli operai verso Brindisi, dove il cantiere apriva alle 7, mi raccomando puntuali. A dirla tutta lo guidava, Bartolomeo, il pulmino. Pulmino, cantiere, pulmino. Bari, Brindisi, Bari. Rientrava a casa alle 18.30 quando andava bene. Quattordici ore, ad andar bene. Erano le tre del pomeriggio del 1996 quando il martello pneumatico gli si è incastrato nel calcestruzzo tra l’armatura in ferro. Bartolomeo, per disincastrarlo ha fatto un salto indietro, poi due e poi tre per non rimanerci martellato: “grave trauma lombare e conseguente paralisi del nervo sciatico della gamba sinistra” c’era scritto sul certificato del medico. Zoppo a vita, insomma. Patente declassata e una paura fottuta di mostrarsi troppo zoppo. «Quando mi vedono zoppicare cosa penseranno; mi licenzieranno? Come farò a tirare avanti la mia famiglia?», racconta Bartolomeo. E quindi niente, pronto subito al ritorno in cantiere. Sforzandosi di non sembrare storpio. Ma quando 4 anni dopo c’era da scaricare dei tubi senza imbracatura perché il muletto stava impegnato e c’era da fare in fretta quella gamba non ha tenuto: trauma cranico-cervicale, nuovo foglietto. Il capo cantiere si spaventa e Bartolomeo finisce per essere rimbalzato in giro per cantieri, 14, 15 ore al giorno tutti i giorni. E poi giù, sempre peggio. Fino a quando l’azienda lo spedisce alla visita d’idoneità dal medico aziendale: non idoneo. E comincia il tunnel delle carte bollate. Ora Bartolomeo ha una grave osteoporosi vertebrale con crolli di tre vertebre dorsali, il morbo di Chron, una malattia esofagea detta metaplasia di Barrett che è una (malattia precalcerogena), gastrite cronica, ernia iatale, scoliosi e ipercifosi, ernie cervico-dorso-lombare con artrosi, spondilosi, e osteofitosi, prostatite e ipertrofia prostatica, ipertensione arteriosa, fibrosi polmonari interstiziali, con insufficienza respiratoria restrittiva sindrome del tunnel carpale del nervo mediano bilaterale ed ulnare di sinistra, tutte e due le braccia rovinate, ossia le ossa e i tendini dei bicipiti dei muscoli laterali e dei sovraspinosi. Lo splendido quarantenne.

Ve li ricordate?
Nicola invece era partito da Caserta per fare l’operaio in una ditta di pasta fresca a Reggio Emilia. Lui, la moglie e la loro bambina. Il 24 maggio del 2005 i carabinieri suonano il campanello della moglie e le dicono che suo marito ci è finito impastato lui, dentro la macchina impastatrice. «È come se mi fossi addentrata in un tunnel buio dove non si vede il fondo, però fatto il primo chilometro, gli occhi si sono abituati alla semi oscurità rendendo meno difficile il cammino, non so verso dove o cosa. Nel frattempo, però, a volte non ho neanche voglia di camminare. Lui è sempre il primo dei miei pensieri quando mi sveglio e l’ultimo prima di addormentarmi. Spesso parlo anche con lui, altre volte invece mi è difficile perché vorrei sentire una risposta da parte sua. È un alternarsi di giorni brutti e di giorni un po’ meno brutti.», racconta lei. Ci ha messo un anno per trovare il coraggio di dirlo alla figlia. Un anno.

Ve li ricordate?
Andrea invece aveva 23 anni. Ve lo ricordate Andrea? Era così felice della sua auto nuova, un’Opel Corsa nera come la notte, comprata a rate. L’Asoplast di Ortezzano l’aveva fatto “grande” e ora poteva avere un’auto tutta sua. “Stampaggio di materiale in propilene, pvc e tampografia”, c’era scritto sui depliant. Il 20 giugno Andrea si alza alle tre e quarantacinque del mattino per essere in fabbrica puntuale per le cinque. Da Porto Sant’Elpidio è un bel pezzo di strada. Alle sei e dieci la macchia tampografica comincia a dare problemi, Andrea le mette in stand-by e ci fruga dentro. Mancavano le “adeguate misure di sicurezza”, dice il processo. La pressa è ripartita è Andrea ci è rimasto dentro con la testa, tra i tamponi. Andrea Gagliardoni.

Ve li ricordate?
Non è mica facile ricordarseli tutti, ‘sti morti ammazzati, rimasti mezzi sderenati, finiti incastrati, mutilati, schiacciati, trinciati, calpestati, investiti, annegati, soffocati, addormentati. Morti. Dico, ve li ricordate?

Bruno Galvani, ad esempio. Bruno non era nemmeno maggiorenne. A diciassette anni era già a libro paga di una ditta artigiana. Cisterne di gasolio per uso domestico e agricoltura e cancellate in ferro: dimmi che lavoro fai e indoviniamo cosa potrebbe ucciderti. Ogni tanto funziona così, qui. Anche se alla fine Bruno dicono che gli “è andata bene”, in fondo. Se non muori sul cantiere o in fabbrica “ti è andata bene” perché in giro da qualche parte del mondo al posto tuo, con un lavoro uguale, ci è già morto sicuramente qualcuno, senza nemmeno bisogno di guardarsi le statistiche. Bruno a diciassette anni lavorava in una squadra da otto, otto operai in tutto, di cui metà minorenni e l’altra metà di anziani che per anzianità si sono eletti capi. “Prendi il muletto e sistema quelle cisterne”, gli ha detto quel giorno il capo. Come se fosse un ordine lanciato di fretta a un cameriere, con la superficialità di chi tiene il punto sulle merci e poi, solo dopo, al massimo, se c’è tempo, sulle persone. Bruno il muletto non l’aveva mai guidato in vita sua, a dire la verità. Ma a diciassette anni e con pochi mesi sulle spalle pensi che se te l’hanno chiesto funziona così. Così ci sono Bruno, il muletto, la ghiaia del piazzale e le caldaie da inforcare. E poi il buio. Come diventa buio quando si scrive, si ascolta o si racconta di questi feriti stramazzati da quattro soldi.

Bruno racconta che quando ha riaperto gli occhi come prima cosa ha pensato al dispiacere che avrebbero provato i suoi, a vederlo per terra tutto pieno di sangue. Non ha pensato a sé; al dispiacere dei suoi genitori. Racconta. E poi i colleghi di lavoro che piangono e la sirena dell’ambulanza che si avvicina. Cento punti di sutura. Gli hanno dato cento punti di sutura, gli hanno riallacciato la testa, come una cerniera. E un anno di ospedale. Più di quanto aveva fatto in azienda. Dopo un anno, i medici, la frase: “non camminerà più sulle sue gambe, caro Bruno”, gli dicono i medici. “Davanti ad una sentenza di questo genere a diciassette anni, credetemi, in quel momento vorresti che l’incidente ti avesse ucciso – lo racconta lui, così, parola per parola – che la tua vita fosse finita in quel momento e pensi che non è umanamente accettabile dover vivere per sempre da paralizzato. E tutto per colpa non dico di un incidente in moto, mentre ti stavi divertendo e facevi il pazzo. No, mentre stavi lavorando per poterti permettere una pizza con gli amici, vestiti nuovi, magari un domani un’auto usata, una vacanza con una ragazza”. Mentre Bruno racconta la sua storia non ha nemmeno un alito di rabbia nella sua voce. “A queste cose si pensa – dice Bruno – e si deve pensare a diciassette anni. Non dover pensare se la vita è “finita” oppure no. Se la tua ragazza ti vorrà ancora oppure se non saprà che farsene di un invalido. Che non potrai più sentire il vento nei capelli. Che i tuoi amici non ti considereranno più quello di prima. Che non avevi mai visto in giro fino a questo momento, dove invece sei contornato da tante altre persone giovani o vecchie nelle tue stesse condizioni fisiche, una sedia a rotelle e pensavi che una cosa del genere potesse toccare solo agli “sfortunati dalla nascita” o agli anziani. Dopo un anno di ospedale realizzi che il tuo datore di lavoro non è mai venuto a trovarti neanche una sola volta e neppure ti ha mandato una lettera. Dopo un anno di ospedale realizzi che lì, in quel posto dove conosci tutti e tutti conoscono quello che ti serve e quello che pensi e soprattutto tanti sono come te, ci stai troppo bene e non vuoi più andartene. Perché andartene vuole dire dover ricominciare a vivere. Vuole dire vedere gli occhi delle persone che incontri per la strada che non ti “guardano” o ancora peggio non ti “vedono”. Vuol dire, in seggiola a rotelle, fare una fatica incredibile per percorrere i marciapiedi della città ingombri di biciclette e bidoni della spazzatura. Vuol dire pensare che alla fine dovrai tornare a lavorare da qualche parte e già ti rendi conto che nessuno ti vorrà perché ti riterranno solamente “un peso sociale”. La storia di Bruno non va nemmeno toccata sulle virgole, va detta così, virgolettata come la dice lui: “Non nascondo che, soprattutto i primi anni, è stata veramente dura accettare una sorte di questo tipo. Ma poi le vicende della vita mi hanno portato a credere ancora in me stesso e nelle persone. E soprattutto a credere che vale sempre la pena accettare le sfide che la vita ti riserva, perché cadere e poi rialzarsi è una cosa che dà una forte soddisfazione e soprattutto ti dà la voglia di cercare di migliorare questa società che è ancora ben lontana dall’essere la società di tutti. Nel corso degli anni ho trovato una persona che mi ha amato e io ho amato lei. Oggi abbiamo due figli e difficilmente penso alla mia condizione fisica, se non davanti agli ostacoli fisici o psicologici che periodicamente ancora incontro. Oggi mi sembra una cosa normale spostarmi su una seggiola a rotelle. Ma ancora oggi non mi sembra normale che così tanti giovani (ma non solo loro) escano di casa al mattino per andare a lavorare e guadagnarsi uno stipendio e non tornano più a casa o ci tornano mutilati per sempre. Perché è vero che la vita non ha prezzo, ma è altrettanto vero che chi ha pagato un prezzo così elevato al benessere economico della nazione merita più rispetto di quello che ha oggi.” Dice così. E poi ringrazia. Perché dice che serve, che la sua storia si ascolti in giro.

Dico, ve li ricordate? No, non ce li ricordiamo mica. Perché una storia di un incidente sul lavoro, che qui dalle nostre parti chiamano morti bianche anche se il sangue è rosso come il sangue di tutti quegli altri, finisce raramente sparata sui giornali o in televisione e quando ci finisce dura giusto il tempo di una commozione tra i due spot pubblicitari. Dico, Paola Clemente, la bracciante. Ve la ricordate? Io confesso che la storia di Paola Clemente è una di quelle che mi sbriciolano il cuore. Sarà che in fondo per chi come me è cresciuto nell’are metropolitana milanese la parola “bracciante” è un suono che sembra provenire da un’altra epoca, da un altro pianeta o forse sarà che immaginare una donna (madre e moglie) che si secca sotto il sole per sgonfiarsi cadavere in mezzo ai pomodori è una storia che ha dentro tutti i peli peggiori: la dignità che si fa salsa, la schiavitù come resistenza ultima alla disperazione, il lavoro quando diventa annullamento della persona e il senso del dovere che si trasforma in giogo mortale.Paola Clemente aveva 49 anni e lavorava dalle 5.30 fino alle tre del pomeriggio, qualche volta anche alle sei, per 27 euro al giorno. Quella busta paga è una lama che affetta un Paese intero. Nemmeno tre pezzi da dieci euro per rinsecchirsi sotto il sole che sale verticale: ma come li spieghiamo questi morti ai nostri figli? Che diciamo a Stefano, suo marito, e a tutti i sopravvissuti della sua famiglia? Sono finite in carcere sei persone: tre dipendenti di un’agenzia interinale di lavoro (avvoltoi sulle costole degli sfruttati) e gli altri anelli di una catena di comando che trasforma le persone in chili di prodotto raccolto e nient’altro. Eppure sei persone, basta poco a capirlo, non possono da sole costruire una giungla che stringe la gola a pezzi interi di Paese. Mentre scriviamo la servitù bene educata continua a macinare vittime; forse non muoiono, riescono a svenire sul letto a fine giornata aggrappati all’ultimo esile respiro ma hanno addosso le stigmate dell’ingiustizia.
C’è un’ombra di giustizia, sul cadavere delle Paole che strisciano nei campi per due euro all’ora. Ma continua a essere notte sotto la calura assassina del sole.

Dico, ve la ricordate Paola? Sì, dai, che questa ve la ricordate.
Le chiamano morti bianche ma sono nere. Spesso in nero. E dai contorni grigi. Mentre scrufugliavo tra le carte per scrivere questi quattro fogli, per venire qui da voi, mi sono imbattuto in un poesia. A proposito di morti bianche. E non ci sarebbe niente di strano se non fosse che la poesia l’ha scritta Carlo Soricelli e Carlo Soricelli è un metalmeccanico in pensione, mica un uomo di lettere e di letture. Morti bianche si intitola. Dice:

Chiamatele pure morti bianche.
Ma non è il bianco dell’innocenza
non è il bianco della purezza
non è il bianco candido di una nevicata in montagna
E’il bianco di un lenzuolo, di mille lenzuoli
che ogni anno coprono sguardi fissi nel vuoto
occhi spalancati dal terrore
dalla consapevolezza che la vita sta scappando via.
Un attimo eterno che toglie ogni speranza
l’attimo di una caduta da diversi metri
dell’esalazione che toglie l’aria nei polmoni
del trattore senza protezioni che sta schiacciando
dell’impatto sulla strada verso il lavoro
del frastuono dell’esplosione che lacera la carne
di una scarica elettrica che secca il cervello.
E’ un bianco che copre le nostre coscienze
e il corpo martoriato di un lavoratore
E’ il bianco di un tramonto livido e nebbioso
di una vita che si spegne lontana dagli affetti
di lacrime e disperazione per chi rimane.
Anche quest’anno oltre mille morti
vite coperte da un lenzuolo bianco.
Bianco ipocrita che copre sangue rosso
e il nero sporco di una democrazia per pochi.
Vite perse per pochi euro al mese
da chi è spesso solo moderno schiavo.

Ecco. Morti bianche così.
Non so se avuto modo di rileggere con attenzione e calma il discorso dell’ottobre scorso del Presidente Mattarella. Perché le parole sono importanti, come diceva quel tale. “La sicurezza sul lavoro è una priorità e costituisce il banco di prova dell’efficienza di un Paese. Sul tema non è accettabile alcun calo di attenzione da parte delle istituzioni e delle forze sociali. Qualsiasi incidente sul lavoro – aggiunge – è infatti intollerabile, e anche una sola vittima infligge al corpo sociale una ferita non rimarginabile”. Ascoltate bene, le parole sono importanti. ”Un Paese moderno si misura anche dalla capacità di creare e conservare ambienti di lavoro sicuri: morire sul lavoro, ammalarsi per una causa professionale o restare invalidi o mutilati a seguito di un infortunio sul lavoro non è accettabile in un contesto industriale avanzato”, scrive il presidente della Repubblica.”Un tema essenziale in questo senso – prosegue Mattarella – è quello dell’effettività delle norme. Non è sufficiente dotarsi di una legislazione sofisticata, occorre altresì che essa venga concretamente attuata, anche nella disciplina di dettaglio”. In quel discorso Mattarella si rivolse quindi alle autorità presenti (era un convegno a Venezia) per invitarle ad adoperarsi “affinché vuoti di legislazione non si traducano in assenze di tutele per i lavoratori e in incertezze applicative per i datori di lavoro”.

È una questione di dignità. Certo. Ma è anche la questione di tutti i sopravvissuti che stanno intorno. Perché di fondo, se ne fossi capace, mi piacerebbe avere le parole per parlare dell’umanità, che si sbriciola in cantiere. Dei legami spezzati, dei padri che non tornano, dei mariti che mancano per costruire il futuro e della puzza che rimane per terra, anche se poi ti concentri a costruirci sopra villette eleganti.
C’è quella storia che è un manifesto. Si chiamava Mihai Istoc, aveva 45 anni, era un operaio, un operaio rumeno. Uno di quelli che le statistiche non ci entra nemmeno. Nemmeno l’onore di essere contato tra i morti perché lavorare in nero significa anche non meritarsi uno sputo di necrologio sincero. Mihai l’hanno trovato in un bosco, come Biancaneve. Ma morto. A Vignole di Montafia. Nel 2009. Ci sono voluti anni per capire che era caduto da un ponteggio. Stava lavorando ai lavori di ristrutturazione di una colletta a Venaria e poi s’è messo in testa di morire in un posto dove non doveva essere. Per questo il cadavere l’hanno portato nel bosco. Mi viene in mente che forse, oltre ad arrestare le persone, bisognerebbe essere capaci di arrestare i meccanismi del cervello che scattano convincendo qualcuno di poter nascondere un morto facendo finta che non esista. Ecco, storie così non sono solo mica storie di regole. Sono argini che si rompono nel campo della dignità e dell’umanità. Una cosa così. Non si può scrivere in una legge che si dovrebbe trattare qualsiasi operaio come se fosse un figlio. Ma il senso è questo. Ve lo ricordate Vincenzo Orfano? Quel maledetto mercoledì mattina doveva essere in servizio al cimitero, Vincenzo. E invece verso le 11, dopo aver timbrato il suo cartellino marcatempo, qualcuno l’ha chiamato per un sopralluogo nella sua abitazione privata, per effettuare alcuni lavori. E Vincenzo Orfano, 53enne bacolese, forse per sbarcare il lunario, forse per fare un favore ad un “amico”, si è recato sul posto, salendo su un’impalcatura di circa quattro metri dalla quale è caduto trovando la morte. Quando l’hanno chiamato, Vincenzo, che di mestiere faceva l’imbianchino, non se l’è fatto dire due volte. Si è allontanato dal lavoro e si è recato a casa dell’impiegato comunale. È salito su quella maledetta impalcatura mobile, ad un’altezza di quattro metri, e da lì è precipitato schiantandosi al suolo. L’uomo è stato immediatamente soccorso e trasportato all’ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli dove, purtroppo, è giunto ormai cadavere. Dalle successive indagini, i carabinieri si sono recati a casa dell’impiegato comunale, dove l’uomo si trovava con la moglie. Scrivono i giornali dell’epoca che “nel corso del sopralluogo, gli “007” hanno scoperto che i lavori non erano regolarmente autorizzati e che l’imbianchino 53enne non era in possesso dei previsti requisiti tecnico-professionali per svolgerlo. Inoltre, particolare ancora più inquietante è che quando i due committenti si sono accorti della tragedia avrebbero provveduto a ripulire il luogo dell’incidente dalle macchie di sangue, occultando l’impalcatura mobile e gli attrezzi da lavoro al fine di depistare le indagini”.

Qui il cantiere è solo un luogo, come il candelabro nei gialli dove bisogna scoprire l’assassino, ma la molla è la stessa. Perché oltre alle leggi è la cordialità, che manca. Quella che sta proprio nel senso della parola. Cordialità, sentire con il cuore. E queste storie, tutte, il cuore lo fanno scoppiare. Non è questione di sicurezza sul lavoro. Non solo. Qui si tratta di mettere in piedi un cantiere, un cantiere permanente, più che autorizzato, addirittura indispensabile, per costruire un Paese migliore. Buon lavoro.

Buon martedì.

(da Left)

Stamattina Peppino avrebbe dovuto tenere il comizio conclusivo della sua campagna elettorale.

(Salvo Vitale, da Radio Aut, saluta Peppino Impastato. Anche se in realtà Radio Aut quel giorno rimase chiusa per problemi tecnici il discorso fu pronunciato realmente)

Stamattina Peppino avrebbe dovuto tenere il comizio conclusivo della sua campagna elettorale.
Non ci sarà nessun comizio e non ci saranno più altre trasmissioni. Peppino non c’è più, è morto, si è suicidato. No, non sorprendetevi perché le cose sono andate veramente così. Lo dicono i carabinieri, il magistrato lo dice. Dice che hanno trovato un biglietto: “Voglio abbandonare la politica e la vita”.
Ecco questa sarebbe la prova del suicidio, la dimostrazione. E lui per abbandonare la politica e la vita che cosa fa? Se ne va alla ferrovia, comincia a sbattersi la testa contro un sasso, comincia a sporcare di sangue tutto intorno, poi si fascia il corpo con il tritolo e salta in aria sui binari.

Suicidio.
Come l’anarchico Pinelli, che vola dalle finestre della questura di Milano. Oppure come l’editore Feltrinelli, che salta in aria sui tralicci dell’Enel. Tutti suicidi. Questo leggerete domani sui giornali, questo vedrete alla televisione. Anzi non leggerete proprio niente, perché domani stampa e televisione si occuperanno di un caso molto importante. Il ritrovamento a Roma dell’onorevole Aldo Moro, ammazzato come un cane dalle brigate rosse. E questa è una notizia che naturalmente fa impallidire tutto il resto. Per cui chi se ne frega del piccolo siciliano di provincia? Ma chi se ne fotte di questo Peppino Impastato? Adesso fate una cosa: spegnetela questa radio, voltatevi pure dall’altra parte, tanto si sa come vanno a finire queste cose, si sa che niente può cambiare. Voi avete dalla vostra la forza del buonsenso, quella che non aveva Peppino.

Domani ci saranno i funerali: voi non andateci, lasciamolo solo. E diciamolo una volta per tutte che noi siciliani la mafia la vogliamo. Ma non perché ci fa paura: perché ci dà sicurezza, perché ci identifica, perché ci piace! Noi siamo la mafia! E tu Peppino non sei stato altro che un povero illuso! Tu sei stato un ingenuo, sei stato un nuddu miscato cu niente!

«Mamma fai il caffè al comandante e agli altri»: Rocco Barbaro arrestato a tavola. Il ritratto.

La bravissima Alessia Candito per Il Corriere della Calabria:

«Mamma fai il caffè al comandante e agli altri». Da capo vero, Rocco Barbaro sa riconoscere la sconfitta. Soprattutto quando arriva – inaspettata – nel suo feudo, nella sua casa. È stato sorpreso a tavola con la madre, la moglie, la sorella e i sei nipotini, il latitante Rocco Barbaro, reggente della Lombardia e da due anni bestia nera degli investigatori. Quando gli uomini del gruppo di Locri, guidato dal comandante Pasquale Toscani, e della stazione di Platì hanno fatto irruzione, il boss ha tentato una fuga sui tetti. Ma il tentativo si è rivelato inutile. A bloccarlo ci hanno pensato gli uomini mandati a presidiare ogni possibile via di fuga, mentre attorno alla casa si radunava rapidamente il paese intero. Ma quando il boss si è arreso, nessuno si è azzardato a muovere un dito. Con sguardo torvo e accigliato, uomini, donne e ragazzi si sono limitati a fissare quel corteo di auto che si portava via “U sparitu”.

Un soprannome di famiglia, guadagnato a colpi di latitanze più o meno prolungate. Il fratello di Rocco, Giuseppe per quasi 20 anni ha gabbato gli investigatori che lo cercavano per i sequestri di persona cui ha partecipato o i traffici di droga che ha coordinato. Anche il boss Rocco, in passato, è stato latitante. E anche in quell’occasione, da Buccinasco, la Platì del Nord dove il clan ha stabilito il proprio capoluogo, è tornato giù, a casa, per sfuggire al mandato d’arresto. A Platì, a garantire protezione al boss Rocco non c’è solo la propria personale autorità criminale, ma quella di un’intera dinastia di ‘ndrangheta

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Rocco Barbaro è figlio dello storico patriarca “Cicciu u Castanu”, re dei rapimenti negli anni Ottanta oggi in carcere per l’omicidio del brigadiere Antonio Marino, ma soprattutto il più anziano dei discendenti rimasti in vita dell’omonimo fondatore di uno dei primi casati di ‘ndrangheta a mettere radici a Milano e nel suo hinterland. Una tradizione criminale che il boss Rocco ha saputo “onorare”. Trafficante di droga, già in passato sottoposto ad una lunga detenzione, mentre era affidato in prova ai servizi sociali Barbaro ha messo le mani su uno degli storici bar di Milano, a due passi dal Tribunale. Una serie di passaggi di mano ne hanno nascosto la presenza, ma non hanno impedito al figlio Francesco di farsi vedere per lungo tempo dietro al bancone. Circostanze che non sono sfuggite alla Dda meneghina, che su quel locale ha iniziato a indagare, fiutando la traccia dei soldi dei Barbaro. Un’indagine che per il boss Rocco ha significato una nuova ordinanza di custodia cautelare, con l’accusa di associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni, che per due anni è riuscito a dribblare. Fino ad oggi, quando ha dovuto incassare una clamorosa sconfitta in casa, destinata a guastare la festa anche a chi, 1300 chilometri più su, sta ancora festeggiando la scarcerazione del boss e compare Rocco Papalia.