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La bella idea di confiscare i beni anche ai corrotti

Tra le buone leggi che ci teniamo a mente e di cui possiamo andare fieri in giro per il mondo la legge Rognoni-La Torre sulla confisca dei beni ai mafiosi forse è una delle più splendenti per la sua funzione di manifesto senza mediazioni del contrasto alla criminalità organizzata.

Pare, da queste parti, che compito il compito di certa politica sia quello di imbellettarsi in occasione della commemorazione di La Torre e di sfoderare una certa retorica per magnificare il passato.  Nel 1982, quando la politica decise che le ricchezze guadagnate con il sangue fossero illegali e quindi da ritornare allo Stato, la svolta legislativa fu anche l’inevitabile inizio di un sferzata culturale e morale sul tema delle mafie. Uno di quei dibattiti che, nel bene o nel male, impedisce ai protagonisti di chiamarsene fuori.

Tra le impolverate carte del Parlamento giace da tempo una proposta di legge che chiede di estendere la normativa antimafia di sequestro dei beni anche ai casi di corruzione.

(continua su Left)

Le false percezioni dei fenomeni sociali (e le pericolose conseguenze)

(di Fabrizio Tonello, Docente di Scienza politica presso l’università di Padova, dove insegna, tra l’altro, un corso sulla politica estera americana dalle origini ad oggi)

Quest’anno ho due insegnamenti a Comunicazione, uno nel corso di laurea triennale e l’altro nel corso magistrale: in totale circa 120 studenti. Come sempre, il primo giorno ho fatto un test (anonimo e privo di valutazione) per avere un’idea del livello medio dei frequentanti; quest’anno, però, ho aggiunto alle domande sulle materie di studio una piccola ricerca sulla “dieta informativa” dei ragazzi, per capire se usano la televisione o Facebook, il quotidiano locale o Twitter. E, soprattutto, per capire cosa ricordano di ciò che vedono o leggono.

I risultati sono questi: il 90% ha una pagina Facebook ma la usa principalmente per i contatti con gli amici. Il 25% ha guardato un telegiornale la sera precedente. Il 10% ascolta la radio (ma solo per la musica). Lo 0% ha comprato un quotidiano. Non è un refuso: dalle risposte risulta che su 120 iscritti a un corso di Comunicazione (e quindi presumibilmente interessati a una carriera nel settore) nessuno acquista un quotidiano.

Poi, scavando più a fondo, si scopre che qualcuno ha risposto di non aver comprato il giornale ma lo legge al bar, o a casa se lo comprano i genitori. Qualcun altro legge le versioni on line di Repubblica piuttosto che del Fatto quotidiano ma la sostanza non cambia: per la generazione dei ventenni italiani dell’anno 2017 la stampa tradizionale è come se non esistesse.

Questo non è di buon augurio per le imprese editoriali ma ce ne occuperemo un’altra volta: penso sia più urgente riflettere su come può funzionare una democrazia se la maggioranza dei cittadini è indifferente alle notizie che incidono sulla qualità della loro vita.

Per esempio, la criminalità. Basta guardare un telegiornale o aprire un quotidiano locale per trovare titoli sul “degrado”, il “Far West urbano”, le “violenze del branco”, quando non veri e propri “massacri”. Un crescendo di allarmi che dietro hanno quasi sempre fatti di modesta entità, o comunque inevitabili in una società industrializzata: per esempio, quel modello di serietà e precisione che è il Sole-24 ore titolava qualche mese fa: “Italia, più di 7500 reati al giorno. Scopri le province criminali” (16 ottobre 2016). Era solo leggendo con attenzione il testo dell’articolo, basato sui dati diffusi dal ministero dell’Interno, che si scopriva che“nel complesso la situazione appare migliorata”, visto che “il totale dei delitti denunciati all’autorità giudiziaria è diminuito del 4,5%” e che “l’arretramento delle denunce interessa quasi tutte le tipologie di reati”.

I titoli, le locandine, le fugaci immagini del telegiornale non sono innocenti: creano impressioni durevoli, sensazioni amplificate dai casi clamorosi che periodicamente vengono proposti alla nostra attenzione. Nel gergo degli studiosi di comunicazioni di massa, i media creano la “salienza” di avvenimenti o temi che, in sé, non sono né più né meno importanti di altri fenomeni. Il terrorismo è stato imposto da Donald Trump al- l’attenzione degli americani benché il numero di vittime di attentati sia insignificante rispetto al numero di vittime di omicidi di altro tipo, o di incidenti stradali, o di incidenti sul lavoro.

I miei studenti non sono del tutto disinformati: evidentemente l’attenzione ossessiva che dedicano ai loro smart phone dà qualche risultato: per esempio la grande maggioranza di loro concorda sul fatto che gli omicidi in Italia non sono aumentati negli ultimi anni. Però, chiedendo loro quante sono le vittime di uccisioni si incontrano solo sguardi vuoti. Insistendo, e proponendo delle cifre, si ottengono risposte vaghe, fino a che uno di loro (tra i migliori del gruppo) azzarda: “Cinque o seimila?”.

Gli omicidi nel 2015 sono stati 469, quindi la percezione che molti ragazzi hanno del fenomeno è che le sue dimensioni siano oltre dieci volte quelle reali. Per dare un minimo di contesto: l’Italia non ha mai avuto più di 2.000 omicidi, neppure negli anni peggiori delle stragi di mafia e di camorra, il picco fu raggiunto nel 1992 e da 25 anni il trend è regolarmente in discesa.

Un’altra scoperta interessante del test è che ne ho discusso i risultati l’8 marzo, mentre fuori dalle finestre dell’aula risuonavano le musiche e gli slogan dei cortei. Oltre a chiedere il numero complessivo di omicidi, ho chiesto qual era, secondo gli studenti presenti, la ripartizione per genere delle vittime: metà e metà? Due terzi-un terzo? La maggioranza dei fatti di sangue riguardava gli uomini o le donne?
Risposta praticamente unanime: la maggior parte delle vittime sono donne.

Cosa ci dicono i dati del ministero dell’Interno? Che nel 2016 le donne uccise sono state 107, in diminuzione del 3% rispetto all’anno precedente. Quindi, le vittime di sesso femminile sono circa il 23% del totale, meno di una su quattro. La campagna di sensibilizzazione “Non una di meno” è meritoria, e dal punto di vista comunicativo è stata certamente efficace: gli studenti ne hanno tratto l’impressione che la violenza contro le donne sia un’epidemia dilagante. La realtà è che sono diminuite le lesioni (-11%), le percosse (- 19%), le minacce (-16%), le violenze sessuali (-13%), i maltrattamenti in famiglia (-6%) e lo stalking – atti persecutori (-11%).

Le percezioni distorte di fenomeni sociali rilevanti, come la criminalità, l’immigrazione, la disoccupazione, sono un problema perché inducono i cittadini ad appoggiare, o a non ostacolare, politiche che vanno contro i loro interessi. Per esempio, l’Italia ha un numero abnorme di addetti alle sicurezza. Abbiamo quattro corpi distinti: la polizia di stato, i carabinieri, la guardia di finanza, la polizia penitenziaria, a cui vanno aggiunti la guardia costiera, i corpi forestali, le polizie provinciali e quelle locali. Senza contare i reparti dell’esercito impegnati nell’operazione “strade sicure”.

Questa militarizzazione del territorio non è obiettivamente giustificata né dalle minacce terroristiche, né dalle dimensioni della criminalità organizzata: è un retaggio della lotta alla mafia e al terrorismo che nessun governo ha il coraggio di rimettere in discussione. Il costo di questo apparato imponente potrebbe essere ridimensionato e i risparmi potrebbero essere impiegati diversamente, per esempio per il diritto allo studio, l’edilizia scolastica, il miglioramento degli stipendi degli insegnanti o l’integrazione dei rifugiati. Queste politiche vengono invece sacrificate a “superiori” ragioni di bilancio che dipendono da percezioni infondate.

Naturalmente il problema di impressioni superficiali ed errate riguarda la cittadinanza nel suo complesso ma è particolarmente grave che un gruppo più scolarizzato e, teoricamente, più informato degli altri (in fondo l’università è una condizione privilegiata rispetto a quella della casalinga di Voghera) sia così distante dalla realtà e quindi incapace di scelte razionali in politica.

Avviso ai trionfanti: l’Italia è prima per impoverimento. I redditi sono crollati del 20% in 20 anni.

L’Italia si aggiudica il primato negativo per “impoverimento” dei redditi delle famiglie nel confronto con i maggiori Paesi europei. La classe media italiana e la fascia a basso reddito, sono state le più colpite con un taglio del 20% nel primo caso e del 23% nel secondo, nell’arco di quasi 20 anni, dal 1991 al 2010.

E se parte della colpa è da imputare anche alla Grande Recessione, va detto che nessun Paese ha registrato un crollo così pesante, neanche la Spagna che non va oltre un esiguo -5%. E’ quanto emerge da uno studio realizzato da PewReserarch Center. In Spagna dal 1991 al 2010 il reddito medio familiare è rimasto stabile su 31.885 dollari (poco più di 29.000 euro), mentre in Italia si sia assistito a un crollo del 20% passando (da 37.000 euro del 1991, circa 71 milioni di vecchie lire, ai poco più di 29.000 euro del 2010).

Ed entrando più nel dettaglio, si scopre che in Italia il “reddito medio della classe media” è piombato dai circa 41.000 euro del 1991 a meno di 33.000 euro del 2010.

(fonte: Ansa)

Vendiamo armi e produciamo profughi, li ingoiamo e poi ci sputiamo sopra.

Parlano di “dimostrazione di una capacità di penetrazione e flessibilità dell’offerta nazionale all’estero…” e, a leggerla così, sembra l’apertura di un depliant confezionato per decantare le virtù italiche nel campo dell’artigianato o dell’arte. E invece si parla di armi. Meglio: sono le parole che il governo usa per declamare i successi di un 2016 che ha visto impennare l’export degli armamenti verso (anche) regimi tutt’altro che democratici. Gli stessi regimi che provocano guerra, gente in fuga e rifugiati sulle nostre coste.

Produciamo profughi, li ingoiamo e poi ci sputiamo sopra. 

La Relazione consegnata dal Governo sul commercio e sulle autorizzazioni all’esportazione di armi per il 2016 sottolinea con entusiasmo che le esportazioni italiane di sistemi militari hanno superato i 14,6 miliardi di euro, con un aumento dell’85,7% rispetto ai 7,9 miliardi del 2015. Certo incide molto la commessa di 28 Eurofighter della Leonardo al Kuwait del valore di 7,3 miliardi di euro ma vale la pena sottolineare come l’export globale italiano nel quinquennio 2010-2014 si è attestato mediamente intorno ai 3 miliardi di euro, ma già dal 2015 era giunto ad 8 miliardi di euro.

Ma c’è un punto che sanguina vergogna, su tutto: a chi vendiamo?  Tra gli altri al Kuwait (per 7,7 miliardi), l’Arabia Saudita (427,5 milioni, più degli USA), poi Qatar (341 milioni) e Turchia (133 milioni). La legge 185 del 1990 dice che «l’esportazione ed il transito di materiali di armamento sono vietati verso i Paesi in stato di conflitto armato» in contrasto con le direttive Onu, «verso i Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione» e verso i Paesi «responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani». Ma la legge, evidentemente, non vale quando si tratta di incassare.

Il caso dell’Arabia Saudita poi è emblematico.

(continua su Left)

Il video completo dell’audizione di Zuccaro alla Camera, sulle ONG.

Questa mattina, nel mio consueto buongiorno per Left (qui), ho riportato alcuni stralci dell’audizione del procuratore della Repubblica presso il tribunale di Catania, dottor Carmelo Zuccaro presso  il “Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen, di vigilanza sull’attività di Europol, di controllo e vigilanza in materia di immigrazione”.

Ne sono nati diversi commenti, favorevoli e ostili. Più di qualcuno però ha dimostrato interesse per conoscere a fondo prima di deliberare (che è sempre una buona notizia) e altri hanno (giustamente) sottolineato come delle frasi estrapolate possano essere fraintendibili. Un bel dibattito, comunque. Sano. Ecco il video completo, senza tagli: