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Il maggior aumento di spese militari nel 2016? In Italia. Bum.

In Italia si registra il più forte aumento delle spese militari d’Europa occidentale. Lo confermano i nuovi dati appena diffusi dall’istituto SIPRI di Stoccolma (qui la tabella Excel), che mostrano un aumento (in termini reali) di oltre il 10 per cento della spesa per le forze armate nel nostro paese nel 2016 rispetto al 2015, a fronte di aumenti del 3 per cento in Germania e dello 0,6/0,7 per cento in Francia e Gran Bretagna. Un incremento maggiore anche rispetto a Stati Uniti (+1,7 per cento), Russia (+5,9 per cento) e Cina (+5,4 per cento), e che conferma quello stimato dalla NATO l’estate scorsa.

In termini di cifre, il SIPRI calcola per il 2016 una spesa militare italiana che suepra i 25 milioni di euro, distanziandosi fortemente dalle cifre calcolate dalla NATO e del Ministero della Difesa italiano (entrambi sui 20 milioni). Molto maggiore anche il dato riguardante il rapporto spese militari/PIL, che per l’Italia, secondo l’istituto svedese, risulta nel 2016 superiore all’1,5 per cento, in linea con l’1,4 per cento calcolato dall’Osservatorio MIL€X, mentre per la NATO e la Difesa è all’1,2/1,1 per cento.

La tendenza in crescita per le spese militari italiane si conferma anche per il 2017, come mostrano i dati dell’Osservatorio MIL€X pubblicati nel Primo rapporto annuale sulle spese militari italiane, così come i bilanci previsionali del Ministero della Difesa.

(fonte)

Mafia Capitale: dov’è il tesoro di Carminati

Un articolo da incorniciare de L’Espresso:

Al sicuro. Lontano da un processo che sta rivoltando le viscere di Roma, lontano dall’infedeltà dei luogotenenti e dalle inchieste dei magistrati.

È a Londra che si nasconde la cassaforte di Massimo Carminati, l’estremista di destra indicato come il capo di mafia Capitale, attualmente sotto processo con l’accusa di associazione mafiosa. Dietro l’angolo, sotto gli occhi di tutti fin dalle prime fasi delle indagini, il tesoro è protetto nella capitale finanziaria d’Europa da un complicato meccanismo di scatole societarie e dalla segretezza che tutela la finanza internazionale.

All’ombra dei grifoni della City, i soldi dell’organizzazione criminale si spostano tra paradisi fiscali e banche senza lasciare traccia, diventando di fatto ville, aziende immobiliari, ristoranti per un valore complessivo di milioni di sterline. Ma alcune “strisciate”, come le chiama Carminati nelle intercettazioni che lo hanno portato in carcere, restano. Muovere capitali in questo modo è un lavoro da professionisti, e per quanto cauto e furbo, “er cecato” non può certo farlo da solo. L’Espresso ha seguito da vicino alcune di queste piste, arrivando ai tesorieri più fidati che si trovano nella City.

L’ex estremista di destra per muoversi a Londra si appoggia a due vecchi amici e compagni di battaglie: Vittorio Spadavecchia e Stefano Tiraboschi. Entrambi già militanti in gruppi neofascisti attivi negli anni Settanta. I loro nomi ritornano nelle intercettazioni dell’inchiesta su mafia Capitale ogni volta che si parla del forziere inglese. Nei quasi quarant’anni che hanno passato nella capitale britannica, i due hanno dimostrato talento per gli affari e una coriacea resistenza alle rogatorie avviate dai magistrati della procura di Roma.

Spadavecchia sbarca a Londra nell’agosto del 1982. Non aveva idea, ha dichiarato, che la legge italiana lo ritenesse un fuggitivo. Eppure un sospetto avrebbe dovuto averlo, visto che neppure due mesi prima a Roma aveva assaltato, con un gruppo di camerati, la sede dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina di cui era presidente Arafat.

L’Espresso in edicola da domenica 23 aprile ricostruisce con un’inchiesta il giro del denaro dell’uomo accusato di essere il capo di Mafia Capitale e celato dietro scatole cinese e società offshore. Il cuore finanziario del suo impero? Londra

Durante la sparatoria, i nervi gli avevano ceduto, e mentre uno dei poliziotti di guardia cadeva sotto il piombo dei camerati, lui si era tolto i pantaloni per sembrare un passante impegnato a fare jogging.

Con la paura di quella notte ancora fresca, Spadavecchia lascia l’Italia per non farci più ritorno. C’è chi è pronto ad accoglierlo. Nei primi anni Ottanta la capitale inglese era il rifugio preferito dai camerati “in latitanza preventiva”. Erano i tempi delle indagini sul terrorismo nero e sulla strage di Bologna. Ma a Londra, lontano dal clamore, Roberto Fiore, fondatore di diversi movimenti neofascisti e del partito Forza Nuova, aveva stretto accordi con gruppi di estrema destra inglese come la League of St George, aiutando decine di estremisti neri italiani in fuga.

Fra i “neri in fuga” c’era già chi poi sarebbe diventato il più stretto socio in affari di Spadavecchia: Stefano Tiraboschi. Proveniente dal Fuan, l’organizzazione dei giovani universitari del Msi, aveva trovato nel gruppo londinese di Fiore un punto di riferimento ideologico e concreto per organizzare la sua vita a Londra. Arrestato nel 1981 da Scotland Yard, Tiraboschi doveva essere interrogato dalla polizia italiana per aver fatto parte del commando che il 15 marzo 1979 aveva svaligiato a Roma l’armeria Omnia Sport.

Arricchirsi in fretta
Nei primi anni Ottanta Spadavecchia e Tiraboschi a Londra sono ufficialmente studenti squattrinati, ma nel giro di poco tempo diventano ricchissimi, con proprietà di lusso e ristoranti per un valore complessivo di decine di milioni di sterline.

Per Spadavecchia, però, i problemi con la giustizia continuano. Almeno fino a giugno scorso, quando l’ultima decisione della corte di Westminster sembra assicurargli definitivamente sonni tranquilli sotto il cielo inglese.
I giudici infatti hanno avvalorato la tesi che Spadavecchia fosse all’oscuro di essere un ricercato e hanno ritenuto il processo in contumacia una violazione del suo diritto a un giusto processo. Eppure per la giustizia italiana, che l’ha condannato a 14 anni per crimini come terrorismo, rapina a mano armata e possesso illegale di armi da fuoco, è stata proprio la sua fuga a impedirgli di far valere le proprie ragioni di fronte a un tribunale. Del resto la sua condanna in primo grado risaliva già al 1986 e a quel verdetto il suo avvocato aveva fatto appello, dimostrando che almeno a partire da quell’anno Spadavecchia era ben cosciente delle accuse a suo carico.
Da allora l’Italia lo ha richiesto almeno sette volte, fra il 1991 e il 2016, ma Spadavecchia è rimasto a Londra libero di continuare a curare i suoi affari milionari e di brindare alla sua libertà con i ragazzi della squadra di rugby che gestisce l’Ealing Trailfinders Club, una società del West End londinese.

Non è chiaro come lui e il suo socio abbiano trovato il capitale iniziale per il loro business. Di certo Tiraboschi, senza lavoro e senza fissa dimora nei primi anni ’80, arriva ad avere nel 1995 la proprietà di un appartamento all’epoca valutato in 350mila sterline a Holland Road, nella prestigiosa area di Kensington, e di una villetta in stile vittoriano a due passi dal Tamigi.

Nel 1994 Spadavecchia e Tiraboschi aprono la loro prima azienda, la Action Accommodation. Il modello è quello della Easy London di Roberto Fiore che dagli anni Ottanta prometteva casa e lavoro a giovani italiani che volevano studiare inglese. Spadavecchia e Tiraboschi optano per offerte più di lusso, ma il concetto rimane lo stesso: fatturare affittando proprietà, costruendo un impero.

Verso la fine degli anni ’90, Action Accommodation viene sostituita da London Solutions, un nuovo brand che viene controllato prima da una società inglese e, successivamente, da un’italiana. Un periodo a cavallo del clamoroso furto a opera di Carminati nel caveau della banca che si trova nella città giudiziaria della Capitale. Quando il “Nero” riuscì a mettere le mani su parecchie delle cassette di sicurezza lì custodite.

Il quartier generale della società rimane a Londra. Il portfolio di immobili è molto ricco: almeno sedici proprietà con un valore di mercato che supera i dieci milioni di sterline.

La coppia è attiva anche nel settore della ristorazione. Tiraboschi gestisce almeno tre ristoranti, di cui due intestati al fratello. Tre trattorie italiane, tutte situate lungo Kensington Park Road, accanto al famoso mercatino di Portobello.

«I ristoranti che c’hanno st’amici miei, ce vanno tipo Madonna, la figlia del re, cioè… sta a Notting Hill» si vanta il “cecato” con un amico. «Guadagnano un sacco di soldi».

Per Carminati i camerati sono parte di una “famiglia”. «È normale che hai più feeling con un vecchio camerata, [..] sono tutta gente cresciuta in quell’ambiente e questi rapporti rimangono, e negli anni se devi chiede un favore, una cosa, è facile che hai rispondenze quando c’hai un appoggio di questo tipo», spiega il collaboratore Roberto Grilli al pm Giuseppe Cascini, uno dei titolari dell’indagine su mafia Capitale.

Spadavecchia e Tiraboschi non sono tra gli indagati dell’inchiesta “mondo di mezzo”, ma la loro importanza per gli affari di Carminati a Londra è un elemento che emerge con assoluta chiarezza nelle indagini antimafia. L’ex Nar va spesso nella capitale inglese e, secondo gli investigatori, è proprio negli incontri con i due camerati che pianifica i suoi investimenti. Vittorio Spadavecchia e Stefano Tiraboschi però, contattati da L’Espresso, preferiscono non commentare le vicende che li riguardano.

Nella City l’ex terrorista non è, come a Roma, un boss che tiene in scacco politici e imprenditori, ma un semplice investitore che può passare inosservato. «Là non ti guardano mai in faccia… là che cazzo ti frega… nessuno ti conosce», dice Carminati in una conversazione intercettata a maggio 2013. I carabinieri lo ascoltano anche quando illustra i vantaggi del nascondere soldi nelle isole del Commonwealth, come le Bahamas. Del fatto che l’arcipelago sia entrato nella “white list” dei paesi fiscalmente trasparenti, il boss può farsene beffe: «Ce sta il segreto bancario micidiale, perché gli inglesi so paraculi, davanti dicono una cosa, ma dietro…». Così gli affari possono prosperare.

Quando uno degli uomini a lui più vicini, Fabrizio Franco Testa, ex manager Enav e uomo chiave della galassia del “Nero”, dice di voler avviare due ristoranti a Kensington, Carminati lo porta a Londra a incontrare Spadavecchia e cerca anche di far entrare nell’affare suo figlio Andrea. Fabrizio Testa non è uno qualunque. I magistrati lo definiscono «testa di ponte dell’organizzazione nel settore politico e istituzionale».Tra lui e Spadavecchia (che lo ospiterà in casa propria) si creerà una connessione speciale. Per gli inquirenti è un’affinità di affari, ma Testa dichiara invece di essere stato ospitato solo per «questioni familiari».

(continua qui)

E ora Cantone smutanda il Governo

Corruzione, mafie e malaffare hanno bisogno di una tensione tenuta sempre alta per essere combattute. La storia ci insegna che ogni volta che lo Stato (ma non solo, c’entra anche la tensione della società civile) hanno allentato la presa, più o meno consapevolmente, i poteri criminali ne hanno approfittato per assestare colpi che poi abbiamo scontato per anni.

Persi tra le sceneggiate popolari e populiste di queste settimane “l’affare Cantone” (con la sciagurata seduta del Consiglio dei Ministri da cui l’ANAC è uscita depotenziata) è stato messo nel cassetto delle ripicche come se non fosse il grave segnale che invece è: che sia stato per uno sgambetto (di Renzi o a Renzi) o per altro si tratta comunque di un attacco frontale (e pubblico) all’efficienza anticorruttiva dell’azione di governo.

Ieri Cantone, ospite di Giovanni Minoli, sulla nuova legge per gli appalti all’inizio è stata fatta “una rivoluzione copernicana” solo che poi “si è fatta retromarcia su molte cose e non si è data la possibilità di attuare il codice. Credo – ha detto Raffaele Cantone – che fosse una buona riforma e il fatto di andare avanti e indietro è un classico del nostro Paese. E ci sono tante opere incompiute. Il problema vero è che qualcuno ha pensato che bisogna consentire di realizzare opere pubbliche per smuovere l’economia ma non perchè servano davvero. E non smuovono nulla”.

In un Paese normale e responsabile, capace di riconoscere e rispettare le priorità, una dichiarazione del genere provocherebbe un terremoto politico, una sollevazione popolare e un unanime coro dalle associazioni impegnate nell’azione antimafia.

E invece niente.

Buon lunedì.

Gabriele è libero. Ma non si chiuda lo stomaco.

Il ministro (sigh) Angelino Alfano ha dichiarato che Gabriele Del Grande è stato liberato e sta tornando in Italia. Una bella notizia, un bel lunedì mattina.

Ma per fare in modo che la liberazione di Gabriele valga davvero bisognerebbe sforzarsi a non farsi chiudere lo stomaco dal ritorno del nostro connazionale: rimangono, lì in Turchia, qualche centinaio di Gabriele Del grande che hanno la sfortuna di non essere mai riusciti a innescare nessuna sollevazione popolare e nessuna pressione diplomatica e per cui il futuro prossimo è ancora un’ombra difficile da dipanare.

La vera liberazione di Gabriele Del Grande sta nel liberarsi dai metodi antidemocratici che ne hanno fatto un prigioniero al di fuori della legge: la vera liberazione di Gabriele si svolge nell’avere imparato che in Turchia, tra l’indifferenza generale, c’è qualcosa che non funziona in tema di vigilanza dei diritti.

Gabriele è libero, facciamogli un regalo: non facciamoci passare la fame di libertà nel sultanato turco.

Gabriele Del Grande: le ultime novità (non buone, per ora)

(ne scrive Fiorenza Sarzanini per il Corriere)  

Adesso i timori per la sorte di Gabriele Del Grande diventano più concreti, forte è la paura che quando denunciato tre giorni fa dal senatore Luigi Manconi possa realizzarsi. E dunque che i tempi per l’espulsione si allunghino inesorabilmente. Perché le autorità turche non hanno fornito alcuna risposta ufficiale alla Farnesina, ma soprattutto perché per via diplomatica è stata formalizzata la «detenzione a fini amministrativi». Il giornalista fermato il 10 aprile nella zona di Hatay è stato preso per «impedire che sconfinasse in Siria»: lo sostiene la polizia locale e con questo l’Italia dovrà adesso fare i conti per ottenere il foglio di via e dunque il ritorno a casa. La decisione di non contestare alcuna violazione penale garantisce sul fatto che non possa essere trasferito in carcere, ma il negoziato è in stallo e tutti gli impegni della Turchia sono stati finora disattesi. Per questo, in una telefonata con la moglie Alexandra, il giornalista ha confermato che continuerà «lo sciopero della fame fino al momento della libertà. Non mi contestano nulla, ma mi tengono in isolamento. Aiutatemi a tornare a casa».

La denuncia

Una settimana fa Ankara aveva fatto sapere che il rimpatrio sarebbe avvenuto in tempi rapidi, al massimo entro giovedì scorso. E invece tutto si è fermato e anzi il giornalista è stato trasferito dal primo centro di identificazione a quello di Mugla, dove si può rimanere fino a sei mesi prorogabili per altri sei. «Sta accadendo quello che temevamo — denuncia il presidente della commissione parlamentare per i diritti umani Manconi — e che da giorni segnaliamo al ministero degli Esteri. La procedura seguita in questi casi è simile a quella del Cie italiani e questo fa ben comprendere che per sbloccare la situazione è necessario un intervento politico di assoluta fermezza». Un messaggio rivolto al ministro Angelino Alfano che nei giorni scorsi aveva parlato con il suo collega turco Mevlüt Çavusoglu e poi assicurato «il massimo sforzo per risolvere rapidamente la vicenda».

La telefonata

Ieri è stato il padre del giornalista, Massimo Del Grande, a rendere noto che «mio figlio ha avuto il permesso di telefonare a sua moglie» Alexandra con la quale vive in Grecia, confermando però che «non ci sono novità riguardo ad un suo eventuale rimpatrio». L’ambasciatore turco in Italia lo ha invitato per un colloquio nella sede diplomatica di Roma e lui aveva fatto sapere di aver accettato l’invito anche se ieri è apparso più cauto: «Siamo tanti in famiglia e prima di prendere qualsiasi decisione sul da farsi ci consulteremo come abbiamo fatto sempre finora». La sensazione è che sia necessario più di un semplice incontro per sbloccare lo stallo. Un’azione diplomatica decisa che trovi anche un forte sostegno internazionale. Per evitare che Gabriele Del Grande diventi uno degli strumenti del negoziato tra la Turchia e l’Unione Europea.

La trattativa

Più volte in questi giorni il ministro degli Esteri Çavusoglu ha chiesto all’Unione Europea di sbloccare i visti per i cittadini turchi minacciando altrimenti di non poter «rispettare l’accordo con Bruxelles sui migranti». La preoccupazione è che anche la posizione di Del Grande venga messa sul tavolo del negoziato ed è un’ipotesi che deve essere in ogni modo scongiurata visto che — come è stato più volte sottolineato dalla sua famiglia e dalle istituzioni italiane — «Gabriele era in Turchia semplicemente per svolgere il proprio lavoro e dunque la sua detenzione è una violazione grave della libertà di stampa e dei diritti umani».

Mafia: confiscati 15 milioni di euro a “sua Sanità” Pino Giammarinaro

È una confisca importante perché parliamo di un personaggio che conta. Ne ha fatto un bel ritratto TP24:

Come abbiamo raccontato ieri per “sua sanità” Pino Giammarinaro è scattata la confisca dei beni per oltre 15 milioni di euro e un provvedimento di sorveglianza speciale per cinque anni disposto dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Trapani. I beni sottoposti a confisca erano già sotto sequestro preventivo cinque anni fa dopo l’inchiesta coordinata da Giuseppe Linares, e dalla Guardia di finanza. La storia personale e pubblica di Giammarinaro è una fra le più singolari della provincia di Trapani, perché l’ex carpentiere di Salemi di strada ne ha fatta sia in politica che nella sanità. Per anni è stato uno dei politici più influenti della Sicilia occidentale.

Il provvedimento di ieri rientra nell’ambito dell’operazione antimafia “Salus Iniqua”, con la quale la Divisione Anticrimine della Questura di Trapani e dal Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Trapani, hanno accertato i rapporti politico-affaristici in cui Giammarinaro si è mosso beneficiando di sostegno politico per ottenere finanziamenti pubblici regionali, e il condizionamento di importanti settori della vita politica specie del Comune di Salemi, dove Giammarinaro ha sostenuto Vittorio Sgarbi quando divenne sindaco di Salemi.

CURRICULUM POLITICO GIUDIZIARIO – Al lungo curriculum nell’ambito lavorativo e politico, Giammarinaro ha affiancato anche quello giudiziario. E’ stato, infatti, già sotto indagine per mafia e già sottoposto alla misura della sorveglianza speciale. Dal 1985 al 1990 è stato a capo dell’Asl 4 di Mazara del Vallo e dal 1991 al 1995 parlamentare regionale. Nel ‘91 – l’anno in cui al Palagranata di Trapani arrivarono per sostenerlo, Giulio Andreotti e Salvo Lima – il politico salemitano, legato a Ignazio Salvo (secondo le dichiarazioni di Birrittella) fu eletto all’Ars con un voto plebiscitario, con oltre cinquantamila preferenze. In seguito fece perdere le proprie tracce per sottrarsi alle ordinanze di custodia cautelare in carcere del 21 gennaio 1995 per associazione a delinquere contro la pubblica amministrazione e del 23 giugno 1995 per associazione mafiosa.

Il 12 ottobre 1996 decise di costituirsi; condannato il 24 marzo 1998 per peculato e concussione, e’ stato assolto il 12 ottobre 2000 per associazione mafiosa. Benche’ sottoposto alla misura di prevenzione, nel 2001 lanciò il partito del Biancofiore, per poi confluire nell’Udc, ottenendo 9.277 preferenze alle elezioni regionali del 2001. Per anni l’ex democristiano più influente in provincia di Trapani, la sua influenza riguardava soprattutto la sanità. Nell’inchiesta Salus Iniqua gli inquirenti raccontano che negli anni le nomine dei primari non si facevano se Giammarinaro non dava l’ok.

Nel 2015 è stato indagato con l’ipotesi di reato di appropriazione indebita aggravata in concorso, assieme ad altre cinque persone, tra cui anche la moglie, Giovanna Calistro, di 57 anni. Secondo l’accusa, i sei protagonisti della vicenda si sarebbero appropriati di notevoli somme (complessivamente, circa un milione e 240 mila euro) attinte dalle casse di centri medici e di fisiokinesiterapia di cui Giammarinaro, per gli investigatori, sarebbe stato “amministratore di fatto”, mentre gli altri erano amministratori o soci sulla carta. Il nome di Giammarinaro era tornato alla ribalta anche per gli affari che riguardano l’accoglienza ai migranti anche se ha smentito ogni suo coinvolgimento.

SOSTEGNO E APPROVAZIONE DEI BOSS – Ma Giammarinaro oltre ad avere un sostegno sconfinato da tantissimi cittadini della provincia di Trapani che lo votavano puntualmente alle elezioni, aveva il sostegno di tanti uomini d’onore. C’era quasi una sorta di benedizione ad esempio del boss Vincenzo Virga a spianare la strada politica di Giammarinaro. Il boss aveva consapevolezza del “valore” del politico e lo testimoniò con le sue parole. Di strada, il carpentiere di Salemi, ne aveva già fatta, visto che era stato nominato, prima presidente dell’ospedale di Salemi e nel 1985 a capo dell’USL n°4 di Mazara del Vallo comprendente anche le città di Salemi e Castelvetrano. Nel 1991 in occasione delle elezioni regionali, che vedevano Pino Giammarinaro candidato, ci fu un incontro tra l’allora capomafia di Trapani, che commentò così: “Questo è un picciotto sperto che farà strada”, riferendosi a Giammarinaro.

Questi i contenuti delle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia ed ex patron del Trapani Calcio, Nino Birrittella, durante un’udienza del procedimento per l’applicazione delle misure di prevenzione nei confronti dell’ex deputato della Dc.
Secondo quanto sostenuto da Birrittella, dunque, la mafia, che, fino a quel momento, aveva appoggiato la candidatura di Francesco Canino, decise di puntare su Giammarinaro per avere un contatto all’assemblea siciliana. “Canino sosteneva un clientelismo di piccolo cabotaggio, Giammarinaro garantiva accesso a grandi finanziamenti”, avrebbe detto Virga motivando la scelta di sostenere quest’ultimo.

DICHIARAZIONI COLLABORATORE DI GIUSTIZIA FONDACARO – Ma negli ultimi tempi a parlare di Pino Giammarinaro e dei suoi rapporti con i mafiosi ci ha pensato anche il collaboratore di giustizia Marcello Fondacaro, un colletto bianco di Gioia Tauro vicino alla ndrina dei Piromalli-Molè, che con le sue dichiarazioni ha mostrato di sapere un sacco di cose sulla Sicilia e sulla provincia di Trapani in particolare. Fatti emerse con forza in occasione del procedimento penale per l’applicazione della sorveglianza speciale e la confisca dei beni a carico di Giammarinaro.

Fondacaro racconta il sistema Giammarinaro e le sue connessioni con la mafia. Nomi, cognomi e circostanze che coprono un periodo di tempo abbastanza ampio, dai primi del 1990 fino a pochi anni fa. Il collaboratore di giustizia sa molte cose sulla sanità in Sicilia, ha aperto diversi laboratori di analisi. Secondo le deposizioni di Fondacaro, gli avrebbe detto: “Tu vieni a Mazara del Vallo e non chiedi il permesso prima di comprare una cosa, non sai se interessa a qualcun altro”.
“Quando ho capito come stavano le cose – racconta il pentito – ho detto: ‘Va bene, se vi interessa ve lo cedo subito’. Infatti fui autorizzato ad aprire un altro laboratorio sempre dal medico provinciale (Giovanni Gentile), da Pino Giammarinaro e da Totò Cuffaro, perché allora era il direttore medico dell’Ispettorato alla Sanità della Regione Siciliana, insieme a Nino Dina che fece i controlli e fece le varie autorizzazioni, fu autorizzato il trasferimento e l’acquisto del laboratorio A.C.C. diverso dal laboratorio Amabili; quello Amabili l’ho venduto, dopo tanti anni l’ho venduto dopo il ’99. Quindi Pino Giammarinaro non sopportava l’idea che avesse perso questa piccola parte della sanità locale importante per lui perché significava voti, significava altro”.

Ma è da Giovanni Gentile, il medico provinciale, che il collaboratore di giustizia apprende molte cose. Originario di Campobello di Mazara, ha un fratello architetto ed è titolare di un laboratorio di analisi cliniche a Mazara del Vallo.
“Giovanni Gentile mi parla dei suoi interessi nell’ambito sanitario – dice Fondacaro – e dei suoi rapporti con Pino Giammarinaro e con la famiglia Denaro prima, cioè in pratica con l’anziano padre, Francesco Messina Denaro… Erano, diciamo, compaesani, perché si può dire che Francesco Messina Denaro era più su Campobello che su Castelvetrano”.

La figura di Gentile spunta in molte operazioni fatte da Giammarinaro. “Gentile è socio della clinica Morana insieme a Pino Giammarinaro. Giammarinaro non risulta socio diretto – continua Fondacaro – Lui cosa fa? Sa che devono aprire, per esempio, un laboratorio o una palestra di fisioterapia o una struttura convenzionata per quanto riguarda la riabilitazione? Benissimo, allora il medico va ad aprire una cosa del genere, prima di andare a fare le istanze alla Regione, sa che deve parlare con Pino Giammarinaro e lui gli dice quanto deve entrare in percentuale con lui. Sia pure informalmente lui è proprietario anche di una minima quota della società che dovrà essere convenzionata e accreditata. Così come il centro di emodialisi nella provincia di Trapani e tutti i centri di fisioterapia e riabilitazione della provincia di Trapani, Mazara, Marsala, Alcamo, fino ad Alcamo da Mazara fino ad Alcamo sono tutti riconducibili a Pino Giammarinaro”.

Il potere di “sua sanità”, secondo il pentito Fondacaro, risiederebbe nella capacità di muovere decine di migliaia di voti.
Ma a dare l’autorizzazione definitiva per l’apertura di centri sanitari era la mafia: “Giammarinaro non faceva nulla se non c’era il placet mafioso anche della famiglia dei Messina Denaro – racconta il pentito – Prima con il padre Francesco e poi con il figlio Matteo. I suoi ambulatori, poliambulatori e tutto il resto, che sono gestiti da prestanome, vengono aperti solo dopo autorizzazione della mafia”.
Un meccanismo di interscambio fatto anche di posti di lavoro: “Lui prende i voti e fa sistemare le persone – afferma Fondacaro – per esempio negli ospedali le assunzioni le determinava tutte il Pino Giammarinaro dal ’90 fino ad oggi, perché i referenti della Direzione della ASL di Trapani li nomina Pino Giammarinaro, quindi il direttore generale viene nominato da Pino Giammarinaro. Quello al consiglio regionale quindi è Pino Giammarinaro che lo determina […] Un’associazione medica ufficialmente di professionisti nell’ambito sanitario che però si muove in funzione di quello che decidono le associazioni mafiose del posto, le famiglie di mafia del posto. Della provincia di Trapani, perché so che Giammarinaro, oltre ad avere interessi nelle nomine dei direttori per quanto riguarda le sistemazioni dei suoi elettori, determina anche gli acquisti di farmaci, approvvigionamenti per le ASL”.

E su Giammarinaro, oltre ai già citati collaboratori di giustizia, ci sono anche le dichiarazioni rese in udienza dal collaboratore Angelo Siino. Anche il ministro dei Lavori Pubblici di cosa nostra parlò del sostegno elettorale a Giammarinaro della mafia nel 1991, “me lo disse mastro Ciccio (Francesco Messina), mafioso di Mazara”, le parole di Siino.

(Fonte)

Cosa sta succedendo con le ONG che salvano vite nel Mediterraneo

C’è mare mosso. Come si poteva immaginare. Ora sotto attacco sono finite le ONG che si occupano di salvare le vite nel Mediterraneo; serve sempre qual è cunicolo per versarci dentro un dubbio e giustificare il razzismo. Come la storia dei 35 euro a al giorno (falsa), degli attentatori che arrivano sui barconi (falsa) e tutte le altre sparate che i Salvini di turno (e questa volta ci si mette anche Grillo) lanciano per rimestare nel torbido, giusto per il tempo in cui ci abbocca qualcuno e poi si seccano.

La vicenda di queste ore la spiega magnificamente Annalisa Camilli su Internazionale:

Giuristi come Fulvio Vassallo Paleologo e Dario Belluccio hanno spiegato che nei soccorsi in mare viene applicata la convenzione di Amburgo del 1979 secondo cui lo sbarco deve avvenire in un “porto sicuro” anche dal punto di vista dei diritti che vengono garantiti alla persona soccorsa, non solo nel porto più vicino. Vassallo Paleologo spiega che il porto dove sbarcare i migranti deve essere scelto in base “alla possibilità di richiedere asilo e di ottenere un’accoglienza dignitosa”. Per questo la Tunisia non può essere ritenuto un paese sicuro. L’avvocato Belluccio dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione ricorda che in Italia e in Europa le normative puniscono chi favorisce l’immigrazione illegale, ma che nel caso dei salvataggi la priorità è “il soccorso della vita umana” e il diritto del mare “obbliga ai soccorsi”. Nella sua audizione davanti alla commissione del senato il generale della guardia costiera Stefano Screpanti ha spiegato che per la convenzione di Amburgo il soccorso in mare spetta allo stato più vicino. Ma nel caso della Libia, la guardia costiera del paese non risponde alle chiamate di soccorso e per questo la responsabilità del soccorso spetta a chi ha ricevuto la richiesta di aiuto, quindi all’Italia. Per le autorità italiane non è una scelta intervenire: è un obbligo dettato dalle leggi internazionali.

Tutti gli operatori delle ong assicurano di essere coordinati dalla centrale operativa della guardia costiera di Roma e di ricevere indicazioni precise sul porto di sbarco direttamente dal ministero dell’interno. “L’accusa di un coordinamento con i trafficanti è infondata per il semplice motivo che seguiamo alla lettera le indicazioni che ci vengono fornite dalla guardia costiera e dal ministero dell’interno e siamo tenuti a comunicare alle autorità tutti gli spostamenti e salvataggi che facciamo”, spiega Riccardo Gatti di Proactiva open arms.

Riguardo all’accusa che le ong intralcino il lavoro della autorità italiane, la ministra della difesa Roberta Pinotti, rispondendo a un’interrogazione alla camera dei deputati ha detto: “Non abbiamo evidenza di manovre o attività a opera di natanti delle ong che abbiano costituito intralcio allo svolgimento delle operazioni della marina militare italiana”.

L’articolo (lungo, perché la complessità ha bisogno di studio, tempo e attenzione) è qui.

Buona lettura.

Sorpresa: gli stranieri diminuiscono in Lombardia (e lo dice la Regione). Non ditelo a Salvini.

Il bravo (e curioso) Stefano Catone (a proposito: leggetevi il suo libro Nessun Paese è un’isola) è andato a ripescare il rapporto 2016 sull’immigrazione in Lombardia scoprendo che la retorica leghista è contraddetta proprio in terra di Lega:

«Da alcuni anni la dinamica dei flussi migratori dall’estero sembra essersi decisamente affievolita. I dati statistici ufficiali di fonte Istat indicano per il 2015 un aumento della popolazione straniera residente in Italia che è “solo” di 12mila unità, mentre l’equivalente dato lombardo evidenzia persino un calo di 3mila residenti.

È pur vero che i numeri della crescita (o della decrescita) andrebbero rivisti anche alla luce sia del forte aumento di acquisizioni di cittadinanza – 178mila in Italia e 46mila in Lombardia – sia del movimento naturale; tuttavia, sembra innegabile che nella realtà migratoria del nostro tempo si stia progressivamente avviando un nuovo corso: se infatti fino agli anni della crisi era il saldo migratorio dall’estero a spingere la crescita della popolazione straniera presente in Lombardia e il contributo netto del saldo naturale trovava quasi del tutto compensazione nelle “perdite” per passaggio alla cittadinanza italiana, nel secondo decennio del secolo il flusso netto dall’estero si è progressivamente contratto, al punto da non compensare, come è accaduto nel 2015, le stesse acquisizioni di cittadinanza.

È dunque in atto una stagione che mentre da un lato evidenzia un freno all’attrattività “tradizionale” per via delle persistenti difficoltà di ordine economicooccupazionali, senza per altro impedire ulteriori progressi nei percorsi di integrazione di chi è da tempo presente (e la crescita delle acquisizioni di cittadinanza lo dimostra chiaramente), dall’altro vive gli effetti della forte pressione prodotta dai flussi “straordinari” legati al consistente aumento degli sbarchi e al fenomeno dei richiedenti asilo, con la loro imprevedibilità e problematicità.»

Eccolo qui:

“Caschi blu legati giro prostituzione minori”: lo dice un rapporto segreto dell’Onu.

Dall’Ansa:

Un rapporto segreto delle Nazioni Unite rivela che 134 caschi blu dello Sri Lanka erano coinvolti in un giro di prostituzione minorile ad Haiti. Nessun arresto e’ stato fatto nonostante le “prove schiaccianti” del caso. E’ quanto emerge da un’inchiesta dell’agenzia di stampa americana Ap.

Il rapporto interno dell’Onu, scrive l’agenzia di stampa, parla di abusi sessuali da parte dei caschi blu dello Sri Lanka ad Haiti su bimbi anche di 12 anni e cita l’intervista ad una ragazza – conosciuta come ‘V01’, ovvero ‘Vittima n. 1’ – che dai 12 ai 15 anni, quando il suo seno non era ancora sviluppato, ha detto di avere fatto sesso con circa 50 caschi blu incluso un “comandante” che le ha dato 75 centesimi. Ma questa sembra essere solo la punta dell’iceberg. Dall’inchiesta dell’Ap, che ha riguardato le missioni Onu negli ultimi 12 anni, sono emersi infatti circa 2.000 presunti casi di abusi sessuali da parte dei caschi blu ed altro personale Onu nel mondo. E oltre 300 di questi casi vedono come protagonisti i bambini.