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S.O.S. infanzia, l’allarme Unicef sui bambini a rischio nel mondo: 200 milioni hanno bisogno di assistenza umanitaria

Sarà che i minori, dalle nostre parti, servono solo quando diventano clava politica. Sarà che i bambini non votano. Così l’S.O.S. infanzia lanciato dai numeri Unicef suonano come flebile rumore di fondo: oltre 200 milioni di bambini avranno bisogno di assistenza umanitaria nel 2026. È una conta che supera la dimensione statistica e fotografa la cedevolezza morale del nostro presente. Conflitti, carestie, instabilità economiche e crisi climatiche convergono nello stesso punto fragile: l’infanzia. Nel nuovo “Humanitarian Action for Children”, l’agenzia chiede 7,66 miliardi di dollari per raggiungere 73 milioni di minori, dai neonati con malnutrizione severa agli adolescenti che vivono tra fronti armati e servizi essenziali in collasso.

Ogni cifra racchiude un mondo perduto. Nelle parole della direttrice Catherine Russell, i bambini sono travolti da dinamiche che non possono governare e che spostano la loro vita come un oggetto trascinato dalla corrente. Gli attacchi a scuole e ospedali continuano senza tregua, mentre nel 2024 le violazioni gravi contro i minori hanno toccato quota 41.370, un record che misura l’intensità del disordine globale. Ne emerge l’immagine di un’infanzia compressa tra violenze, sfollamenti e assenze istituzionali che allargano il vuoto intorno a intere generazioni.

La fame come linea del fronte

La mappa della malnutrizione è un reticolo che si infittisce. Venti milioni di bambini avranno bisogno di assistenza nutrizionale d’emergenza nel 2026, mentre 8,3 milioni risultano esposti a un rischio immediato di carestia in Sudan, Sud Sudan, Yemen e nei Territori palestinesi. In altri Paesi — dalla Somalia alla Nigeria, dalla Repubblica Democratica del Congo all’Etiopia, passando per Haiti, Mali e Myanmar — altri 12 milioni di bambini si trovano sull’orlo dell’insicurezza alimentare. È una fame che non esplode in un istante: avanza in forme lente e quotidiane, consumando i corpi molto prima che le agenzie internazionali la riconoscano come crisi.

In questo scenario si inserisce un paradosso spietato: mentre i bisogni aumentano, gli investimenti globali arretrano. Nel 2025 i programmi nutrizionali dell’UNICEF hanno subito un deficit del 72 per cento, che ha costretto a ridurre gli obiettivi di intervento da 42 a 27 milioni di donne e bambini. Anche la scuola, che rappresenta l’unico presidio possibile di stabilità nelle emergenze, è colpita da un taglio di 745 milioni di dollari. Risultato: aule chiuse, materiali ridotti, insegnanti senza supporti e una generazione che cresce senza nemmeno lo spazio simbolico dell’apprendimento.

Decisioni impossibili, futuro interrotto

La parte più dura del rapporto riguarda ciò che avviene dietro le quinte degli interventi. L’Unicef racconta squadre che, ogni giorno, devono compiere “decisioni impossibili”: concentrare le scorte su una regione lasciandone scoperta un’altra, sospendere attività fondamentali per garantire almeno le terapie salvavita, ridurre la frequenza delle visite nei campi profughi quando il carburante non basta più. È un lavoro che si fonda sulla sottrazione e sulla rinuncia, in cui ogni scelta operativa lascia scoperto un bambino reale, con un nome che non entrerà in alcun comunicato.

In molte aree l’accesso umanitario è quasi del tutto compromesso. Le squadre restano bloccate per giorni; gli operatori diventano bersagli; le comunità vengono raggiunte solo quando la crisi è già maturata. La diplomazia umanitaria — spiegano dall’Unicef — è ormai un elemento essenziale quanto l’acqua o le forniture mediche, perché senza corridoi sicuri anche il miglior programma di aiuti resta una promessa vuota.

Alla fine, la fotografia è questa: un’umanità minorenne che vive con il fiato corto, in una condizione di precarietà permanente. Russell avverte che senza un impegno straordinario il 2026 sarà l’anno in cui il divario tra risorse e sofferenze si trasformerà in una frattura strutturale. Si legge spesso e quasi dappertutto che un mondo che non riesce a proteggere l’infanzia è un mondo che rinuncia a sé stesso. Ma la frase è vuota, ridondante, senza azione. 

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Non esistono zone sicure: a Gaza uccide pure il fango

Il crollo avviene all’alba, nella parte orientale della Striscia di Gaza. Un edificio già lesionato cede sotto la pioggia battente. Il fronte di cemento si accartoccia, schiaccia le tende sistemate ai piedi, inghiotte chi ci dormiva dentro perché altrove non c’era spazio. Le immagini mostrano persone che scavano con le mani nel fango, senza mezzi, senza tempo. Nelle ultime ore le agenzie contano almeno undici morti legati al maltempo: tra loro bambini e un neonato, uccisi dal cedimento di strutture fragili e dal freddo.

Non è cronaca meteo. È la fotografia di una vulnerabilità costruita. Gli edifici colpiti nei mesi scorsi vengono riabitati perché l’alternativa è il nulla; le tende sorgono accanto a muri instabili perché non esistono zone sicure. La pioggia entra nelle crepe già aperte dalla guerra e completa il lavoro. Le Nazioni Unite segnalano che teloni, coperte termiche e tende non reggono alle inondazioni; materiali più solidi restano bloccati o arrivano a intermittenza. Il risultato è visibile: famiglie che cercano di proteggere i figli con ciò che trovano, mentre l’acqua sale.

Intanto i valichi seguono il calendario. Chiusure “ordinarie”, camion in attesa, aiuti che si fermano davanti ai cancelli. Il giorno prima ne sono passati alcuni, il giorno dopo forse altri. Nel mezzo ci sono feriti, malati, sfollati che aspettano autorizzazioni. La pioggia cade senza permessi, i soccorsi no. Ogni ritardo pesa come una scelta.

Sul piano politico, nelle stesse ore rimbalza l’ultimatum sul futuro della Striscia: o una forza internazionale entra sul terreno, oppure l’esercito israeliano resta. È una frase che arriva mentre si contano crolli e ipotermie. Il “dopo” diventa leva negoziale, il presente resta scoperto.

Anche in Israele la stessa tempesta provoca vittime e soccorsi. Stessa pioggia, esiti diversi. La differenza sta nelle infrastrutture, nella protezione, nella continuità dei servizi. Diario di bordo numero cento. La tregua regge nei comunicati. I muri no. E quando crollano, il fango rende tutto più chiaro.

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Ercolano, quando le morti sul lavoro sono omicidio volontario: ecco perché la sentenza può segnare una svolta

Il 18 novembre 2024, a Ercolano, un’esplosione spazza via una fabbrica abusiva di fuochi d’artificio. Tre morti: Sara e Aurora Esposito, gemelle di 26 anni, e Samuel Tafciu, 18 anni. Per loro era il primo giorno. Mercoledì 10 dicembre, in un’aula del Tribunale di Napoli, quella deflagrazione ha cambiato nome giuridico. Il giudice per l’udienza preliminare Federica Girardi ha condannato Pasquale Punzo e Vincenzo D’Angelo a 17 anni e 6 mesi ciascuno per triplice omicidio volontario con dolo eventuale; Raffaele Boccia, indicato come fornitore della polvere pirica, a 4 anni per detenzione di esplosivo. Il rito abbreviato ha ridotto le pene. Il salto sta altrove: nella qualificazione del fatto.

Per le famiglie, in aula, la sentenza ha il peso di una resa dei conti arrivata troppo tardi. Le cronache raccontano di urla, tensioni, perfino l’intervento delle forze dell’ordine. Il dolore resta intero, perché ogni cifra letta dal giudice pesa come una frazione di vita rimasta fuori. La città si ritrova davanti a una scena già vista troppe volte: lavoro irregolare, fretta, margini tagliati, sicurezza trattata come dettaglio. Solo che qui il dettaglio è esplosivo, letteralmente. E quando esplode, fa piazza pulita anche delle formule di comodo.

Perché questa sentenza cambia il perimetro

La formula che regge la condanna – omicidio volontario con dolo eventuale – colloca il caso Ercolano in una zona che il diritto penale attraversa di rado quando si parla di lavoro. Di solito la morte in azienda passa dall’omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme di sicurezza. Qui il giudice ha ritenuto provata l’accettazione del rischio letale: lavorazioni esplosive, contesto clandestino, assenza di presidi e organizzazione della prevenzione. Il rischio diventa prezzo accettato.

Il riferimento tecnico che pesa sullo sfondo è la giurisprudenza della Cassazione a Sezioni Unite del 2014, il caso ThyssenKrupp, che ha tracciato i criteri per distinguere colpa cosciente e dolo eventuale. Ercolano entra in quella cornice: la consapevolezza del pericolo e la scelta di procedere ugualmente, dentro un luogo di produzione che, secondo gli atti e le ricostruzioni, esisteva ai margini della legalità. La sentenza viene definita “storica” dalla CGIL Campania, parte civile, perché indica una strada che porta il profitto illegale fuori dal recinto della colpa. Il sindaco Ciro Buonajuto parla di svolta. Dal Partito democratico arriva una nota di Sandro Ruotolo. Dal livello nazionale, nelle ore successive, si avverte soprattutto assenza: poche parole, nessuna presa in carico politica capace di reggere l’urto di tre bare.

Che cosa può accadere adesso

La prima ricaduta riguarda le indagini. Quando emergono ambienti senza tutele, lavoro irregolare, materiali ad alto rischio, l’ipotesi dolosa entra con più forza nel ventaglio delle contestazioni. Cambiano le strategie, cambiano le soglie di responsabilità, cambiano le misure cautelari: sequestri, perizie, filiere da ricostruire fino alla provenienza delle polveri e alla catena delle decisioni. La seconda ricaduta è politica: la discussione sulla sicurezza del lavoro si misura con pene che diventano certe e severe, oltre la retorica e oltre i comunicati di giornata. La terza è culturale: chiamare le cose con il loro nome sposta l’idea stessa di prevenzione, perché costringe a vedere una continuità fra scelta di risparmiare e possibilità concreta di uccidere.

Restano passaggi decisivi. Le motivazioni della sentenza diranno come il giudice ha ricostruito il nesso tra scelte organizzative e morte. I gradi successivi diranno se il dolo eventuale reggerà. La storia giudiziaria insegna che quel confine è conteso. A Ercolano, tre vite spezzate hanno imposto al diritto una domanda semplice e feroce: quanto vale la sicurezza quando il rischio è consapevole. La risposta, per una volta, pesa come un’esplosione che continua a farsi sentire, anche quando l’aula si svuota.

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Trump punta all’immunità: richiesta di modifica dello Statuto di Roma per impedire alla Corte penale internazionale di perseguirlo

A Washington il diritto internazionale non è nemmeno “fino a un certo punto” (citazione del ministro Tajani). Dalle parti della studio ovale l’unico diritto è quello all’impunità: così gli Stati Uniti chiedono  di modificare lo Statuto di Roma per garantire che Donald Trump e i suoi vertici non possano essere perseguiti dalla Corte penale internazionale (Cpi), né ora né quando il mandato terminerà nel 2029.

È quanto emerge dallo scoop di Reuters, che ricostruisce negoziati riservati e la minaccia di nuove sanzioni contro giudici e funzionari dell’Aja se la Corte non accetterà di blindarsi da eventuali indagini future. Le richieste statunitensi sono tre: lo stop formale all’indagine sui militari americani in Afghanistan, la chiusura del fascicolo sui leader israeliani per la guerra a Gaza e un emendamento che impedisca di processare il presidente.

È l’ultima richiesta, naturalmente, quella che orienta tutto il resto. Nelle conversazioni informali del diritto internazionale compare l’idea che la Cpi potrebbe valutare un’azione su Trump nel 2029, e a Washington nessuno vuole correre il rischio.

La minaccia delle sanzioni e il precedente afghano

L’amministrazione Trump ha già colpito duramente la Corte in passato. All’inizio dell’anno ha imposto sanzioni personali a nove giudici della Cpi, accusati di voler esercitare una giurisdizione «illegittima» sugli Stati Uniti e su Israele. Adesso il livello sale: prendere di mira la Corte come istituzione, congelandone conti, software, operatività quotidiana. Una misura che paralizzerebbe il tribunale proprio mentre indaga su crimini di guerra commessi in territori che fanno parte dello Statuto.

Dentro lo scoop c’è un dettaglio decisivo. L’emendamento richiesto richiederebbe l’approvazione dei due terzi degli Stati parte, e persino maggioranze più alte se la modifica toccasse la giurisdizione. Washington sta chiedendo al mondo di cambiare le regole per garantire un’eccezione personale a un presidente. È un intervento che incide sul principio cardine della Cpi: la possibilità di perseguire chiunque, anche capi di Stato.

Lo scenario del 2029 e la tentazione dell’immunità

La preoccupazione non nasce dal nulla. Da settembre 2025 le forze armate statunitensi conducono una campagna di attacchi contro presunte imbarcazioni di narcotrafficanti nei Caraibi e nel Pacifico latinoamericano: oltre ottanta morti, due sopravvissuti che secondo alcune ricostruzioni sarebbero stati uccisi dopo il bombardamento, un’inchiesta annunciata al Congresso. La Casa Bianca difende l’operazione come rispettosa del diritto internazionale, ma il quadro alimenta interrogativi sul futuro giudiziario della catena di comando.

Nel frattempo la Corte mantiene il profilo istituzionale: ricorda che gli emendamenti allo Statuto sono prerogativa degli Stati parte e non commenta altro. Ma il silenzio non elimina la domanda che attraversa l’Aja. Cosa resta della responsabilità internazionale se un presidente chiede garanzie di impunità prima ancora che esista un’indagine?

La storia recente mostra rapporti oscillanti tra Washington e la Cpi, fra distanza e ritorsione. Questa volta, però, la mossa è più netta. Non si tratta di una disputa giuridica ma della costruzione preventiva di un perimetro di immunità personale. Quando una democrazia comincia a modulare le norme globali per proteggere il proprio leader da possibili processi futuri, racconta molto della traiettoria che ha imboccato. Anche più di quanto dichiara. Forse anche per questo Trump è così invidiato dai governanti delle nostre parti.

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L’Europa in armi e a corto di realtà

Sentite qua: «È possibile che la priorità di chi ci governa oggi sia affrontare tutti i giorni il tema di come reagire alla minaccia della guerra».
E poi: «Se guardate l’Unione europea, oggi abbiamo molti più poveri e disuguaglianze rispetto ai rischi potenziali che derivano da una minaccia reale – non percepita o teorica – della guerra. Forse l’Europa si sta concentrando su priorità che non sono quelle che consentono di costruire un futuro a medio-lungo termine. La parte di difesa è indispensabile, ma se diventa l’unico argomento di discussione, si perde il contatto con la realtà, con le persone che vivono i nostri Paesi».

A pronunciare queste parole ieri, durante l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Luiss di Roma, non è stato un brigante pacifista e nemmeno un classificato “putiniano”. È lo stralcio di un discorso a braccio, pubblicato dal quotidiano Il Domani, di Carlo Messina, consigliere delegato e amministratore delegato del gruppo Intesa Sanpaolo. Un gruppo bancario tutt’altro che santo quando si parla di interessi trasversali sugli armamenti e quindi anche sulle guerre.

Che la guerra sia l’ultimo rifugio degli incapaci non lascia dubbi. Ma in questi mesi stiamo assistendo anche alla guerra come bromuro di qualsiasi altra istanza, comprese le più fondamentali per la dignità – se non addirittura la sopravvivenza – dei cittadini europei.

Che Trump sogni lo sbriciolamento dell’Europa non lascia molti dubbi. Farlo diventare l’unico punto dell’agenda politica è il miglior regalo che gli si possa fare.

Buon venerdì.

 

Foto di Jørgen Håland su Unsplash

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Caso Moussa Diarra, l’opposizione all’archiviazione dei legali della famiglia prova a ribaltare la ricostruzione della Polfer

Chissà quante volte deve morire ancora Moussa Diarra, giovane maliano caduto sotto i colpi della Polfer alla stazione di Verona il 20 ottobre 2024. La richiesta di archiviazione sembrava l’ultimo capitolo. L’opposizione presentata dagli avvocati della famiglia – Paola Malavolta e Francesca Campostrini del Foro di Verona, Fabio Anselmo e Silvia Galeone del Foro di Ferrara – costruisce invece un contro-racconto che rilegge ogni dettaglio di quelle ore.

Le immagini che circolano prima dell’interrogatorio

Il punto cruciale, per i legali di Diarra, arriva dalle analisi sul telefono dell’agente che ha sparato. I video della stazione risultano condivisi in una chat WhatsApp interna già alle 7.50, molto prima dell’interrogatorio e molto prima che quei filmati venissero depositati nel fascicolo e messi a disposizione della difesa. Le sequenze che dovrebbero guidare un’indagine terza scorrono negli smartphone degli stessi agenti coinvolti. L’ipotesi di versioni allineate diventa, per i difensori, una traccia digitale verificabile.

Secondo la ricostruzione ufficiale l’intervento scatta all’improvviso, alla vista di Moussa nel salone della stazione. I messaggi interni raccontano altro: foto del ragazzo inviate alle 6.38, immagini dei danneggiamenti, indicazioni operative, scambi continui nella chat di reparto. L’inseguimento appare, nella lettura dell’opposizione, come esito di una ricerca mirata, costruita minuto dopo minuto, più che come reazione istintiva di due agenti colti di sorpresa.

In questo contesto la decisione di uscire solo con la pistola assume, per i legali della famiglia, un peso drammatico. Gli ordini di servizio indicano l’agente che ha sparato come operatore designato al taser, eppure taser, sfollagente e radio di reparto restano in armadietto. La Polizia Locale, aggredita due ore prima dallo stesso Moussa, sceglie protezioni e distanze, un assetto prudente persino dopo un contatto fisico diretto.

La dinamica dei sette secondi e il coltello che non taglia la narrazione

Anche le immagini delle telecamere stridono con il racconto accolto dalla Procura. Lo spazio alle spalle dell’agente risulta ampio, libero, ben visibile nei frame. Il tempo utile alla ricostruzione è una clessidra spietata: sette secondi dal momento in cui il poliziotto esce sul piazzale a quello in cui Moussa cade a terra. In quei sette secondi la versione dell’agente Polfer concentra valutazioni, avvertimenti verbali, un colpo “fuori sagoma”, una pausa, la mira al torace, un terzo colpo presentato come “ragionato”. Per i difensori, osservata con rigore, la sequenza perde credibilità. Anche il consulente tecnico della Polizia Scientifica, nelle conclusioni citate dall’opposizione, registra la rapidità dei tre spari.

Poi c’è il coltello. L’oggetto impugnato da Moussa viene descritto nell’atto come posata seghettata in plastica e metallo, utensile domestico con capacità lesiva limitata. Sulla reale portata di un oggetto simile contro una divisa spessa come quella degli agenti ferroviari, l’opposizione segnala un vuoto nell’accertamento tecnico. Per i legali della famiglia, proprio su questo terreno si incrinano le basi della proporzione tra offesa e difesa, cardine della legittima difesa.

L’ultima immagine arriva ancora da un telefonino di un collega: Moussa a terra, ancora vivo, e l’agente che invita a riprendere il coltello prima di tutto. Nelle carte l’episodio viene indicato come prova dell’urgenza di registrare la scena mentre la vita scivola via davanti alla telecamera.

Gli avvocati chiedono l’imputazione coatta per omicidio colposo con ipotesi di eccesso colposo in legittima difesa. Il giudice dovrà decidere se aprire un varco dentro un’indagine che, sin dalle prime ore, si era chiusa su una sola versione.

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A Gaza il genocidio continua, lo dice Amnesty International

“Il genocidio continua”. Amnesty International rompe gli indugi e consegna al presente una parola che in questi mesi è stata contesa, negata, sminuita. Mentre l’organizzazione pubblica il nuovo dossier, a Khan Younis il freddo si prende la vita di Rahaf Abu Jazar, nove mesi, morta nella tenda che avrebbe dovuto proteggerla dall’inverno. La scena del padre che la stringe in braccio diventa il contrappunto più feroce all’idea che esista ancora un margine di normalità. La tempesta Byron ha allagato i campi, il vento ha strappato i teli, l’acqua si è mescolata al fango. L’Unrwa parla di sofferenze «senza precedenti dalla Seconda guerra mondiale» e definisce Gaza «inadatta alla vita». Nelle stesse ore il ministero della Salute aggiorna il conteggio: 70.369 morti. La statistica sale e il lessico umanitario si assottiglia mentre gli ospedali improvvisati contano i casi di ipotermia tra bambini e anziani. Gli aiuti non seguono la curva dell’emergenza. I camion restano sotto le promesse dell’accordo, Kerem Shalom apre a singhiozzo, le banche riaccendono le luci con poco contante, abbastanza per un’illusione di routine. La distanza tra le dichiarazioni di intento e la realtà del terreno si misura nella cronaca di una bambina che muore per il gelo dentro una tenda. Dall’alto del teatro diplomatico, Trump convoca per il 2026 il suo Board of Peace e prepara l’incontro con Netanyahu. È un calendario remoto che scorre mentre l’inverno avanza e avvolge gli sfollati. Se Amnesty dice che il genocidio continua, le morti del freddo non sono effetti collaterali. Sono un’altra forma dell’assedio.

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L’isolamento dietro gli slogan

Doveva essere la stagione della centralità. A Roma lo ripetono dal 2022, anno dell’insediamento del governo Meloni. Il 2025 doveva segnare il coronamento della strategia atlantista, l’anno in cui la premier avrebbe trasformato l’immagine di ponte in ruolo concreto. La realtà che emerge negli ultimi giorni racconta tutt’altro. La linea del potere occidentale si stringe attorno a chi dispone di capacità militare e affidabilità negoziale. E l’Italia osserva sconsolata da una distanza che nessun comunicato di Palazzo Chigi riesce a colmare.

Il 9 dicembre 2025, Emmanuel Macron, Keir Starmer e Friedrich Merz parlano per quaranta minuti con Donald Trump. I comunicati ufficiali lo descrivono come un “filo diretto” per coordinare la posizione occidentale nei negoziati sulla guerra in Ucraina. L’Italia resta fuori. Il giorno successivo, 10 dicembre, la premier partecipa a una sessione remota della coalizione dei volenterosi, mentre a Roma Volodymyr Zelensky la incontra a Palazzo Chigi. Una coincidenza che fotografa la distanza tra il cerimoniale e le decisioni effettive. A Londra, due giorni prima, Zelensky aveva discusso con gli stessi tre leader europei la bozza del piano di sicurezza da sottoporre a Washington. L’Italia non c’era allora e non c’era quando la discussione strategica è passata sul telefono di Trump.

La linea del potere che si stringe

La sequenza si allunga. Nel maggio 2025, a Tirana si riunisce il vertice dei principali sostenitori militari dell’Ucraina. Meloni non partecipa. Nello stesso mese, nel programma della futura coalizione tedesca, l’Italia scompare dalla lista dei partner strategici di Berlino. È un segnale che vale più dei toni concilianti usati poi dal ministro degli Esteri Antonio Tajani. È la traduzione diplomatica di una sfiducia maturata nel tempo.

Il logoramento inizia prima. A dicembre 2023, la scelta italiana di bocciare la ratifica del Mes crea la prima crepa nel rapporto con Bruxelles. Che interpreta quel voto come una rottura unilaterale dopo mesi di negoziato comune. Da allora, ogni tavolo europeo misura l’Italia alla luce di quella decisione: partner utile quando serve consenso, partner incerto quando la discussione riguarda regole e impegni vincolanti.

Tra il 2024 e il 2025 si sommano gli elementi che complicano ulteriormente la posizione italiana. La spaccatura interna al governo sugli aiuti all’Ucraina diventa evidente a novembre 2025, quando la Lega blocca il dodicesimo decreto di supporto militare. Il decreto verrà ripresentato nelle ultime sedute del Consiglio dei ministri di dicembre, ma la tempistica non attenua la percezione esterna: l’Italia è un Paese che fatica a garantire continuità nelle scelte strategiche.

La linea del potere che si stringe

Sul versante atlantico si apre un altro fronte. La visita di Meloni alla Casa Bianca del 18 aprile 2025 viene celebrata come conquista di una relazione speciale con Trump. Le analisi successive, basate sui documenti della strategia di sicurezza americana, mostrano che Washington vede nell’Italia un potenziale punto di leva per indebolire la coesione europea. È una lettura che rovescia l’interpretazione data a Roma e alimenta la diffidenza nelle capitali dell’Europa occidentale.

Nel frattempo Bruxelles ridefinisce il proprio assetto. La nuova Commissione Von der Leyen entra in funzione nell’autunno 2024. La vicepresidenza esecutiva affidata a Raffaele Fitto all’inizio del 2025 appare più un ruolo di gestione che di indirizzo politico. Le tensioni legate al voto italiano contro la riconferma della presidente nel luglio 2024 restano sullo sfondo. L’Italia viene coinvolta nel perimetro dei dossier, non nella loro definizione strategica.

Fuori dai tavoli che contano

Durante tutto il 2025, la costruzione della difesa europea accelera. Dall’estate si discute di un piano di investimenti da centinaia di miliardi e dell’uso dei proventi degli asset russi congelati per finanziare la ricostruzione ucraina. L’Italia non guida alcun tavolo e si ritrova spesso nel gruppo dei paesi non allineati nelle riunioni tecniche del Consiglio. È un’assenza che pesa: chi non partecipa alla fase di scrittura non incide sulla fase di attuazione.

Alla fragilità geopolitica si somma quella economica. Dal giugno 2024 l’Italia è sotto procedura per disavanzo eccessivo. Il percorso di rientro imposto per il 2025–2026 limita la possibilità di investire in capacità militare reale e aumenta la dipendenza dai flussi del Pnrr. È un vincolo che emerge in ogni riunione informale dei ministri delle Finanze: chi deve chiedere margini difficilmente può rivendicare leadership nella ridefinizione degli strumenti europei.

Il risultato si condensa in questi ultimi giorni. L’Italia è presente nelle riunioni allargate, nei collegamenti da remoto, negli incontri bilaterali che servono a mantenere il protocollo. Ma nelle stanze dove si definiscono la sicurezza europea, il rapporto con Washington e l’architettura della difesa comune, la voce italiana non incide. In un dicembre in cui la storia accelera, la distanza tra partecipazione e influenza diventa visibile. È lì che si misura l’isolamento dell’Italia. E non bastano i monologhi di Giorgia Meloni.

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World Inequality Report 2026: cosa rivela sull’Italia e sulle nuove disuguaglianze globali

Sette decenni dopo avere promesso pari dignità ai popoli, la geografia della ricchezza somiglia a una mappa sismica. Il World Inequality Report 2026 fotografa un pianeta in cui lo 0,001% – meno di sessantamila persone – controlla tre volte la ricchezza della metà più povera dell’umanità. Le linee di frattura non sono crepe marginali: sono faglie che attraversano climi, redditi, territori, generazioni e muovono la politica più di qualsiasi manifesto.

La faglia globale

È un catalogo di squilibri che si alimentano a vicenda. I ricercatori calcolano che il 10% più ricco concentra il 77% delle emissioni legate alla proprietà del capitale, mentre la metà più povera pesa appena per il 3%. Chi vive di rendita dispone anche del potere di inquinare, scegliere dove investire, spostare il carico dei danni su chi ha meno strumenti per difendersi. Allo stesso tempo, le disuguaglianze educative mostrano un divario di spesa pro capite che arriva a un rapporto superiore a 1 a 40 tra Africa subsahariana ed Europa: l’ascensore sociale è fermo ai piani alti, il pianerottolo sotto guarda il vano vuoto.

Nella parte invisibile dell’economia, quella abitata dal lavoro non retribuito, il rapporto scava più a fondo. Quando si sommano le ore di cura e domestiche alle ore pagate, le donne guadagnano in media appena il 32% del reddito orario maschile. È l’immagine di una modernità che pretende efficienza, innovazione, competitività, mentre si regge su un’economia gratuita che non riconosce, non misura, non protegge.

L’Italia e il divario che cresce in silenzio

Fin qui il mondo. Poi c’è l’Italia, inserita nel rapporto tra i Paesi con disuguaglianze “moderate”, ma comunque evidenti. A pagina 176 si legge che il 10% più ricco incassa il 32% del reddito nazionale, mentre il 50% più povero si ferma a poco più del 21%. La ricchezza racconta una storia ancora più netta: quel 10% detiene il 56% del patrimonio, e l’1% più ricco supera il 22%. È un’Italia che cresce poco ma concentra molto, dove il divario tra il primo decile e la metà più povera è salito da quasi 14 a quasi 15 volte nell’ultimo decennio, silenziosamente, senza mai diventare emergenza politica.

Anche la media nasconde la frattura. Il rapporto stima un reddito medio pro capite attorno ai 32 mila euro e una ricchezza media di circa 200mila euro a testa: l’istantanea di un Paese benestante che però lascia alla metà inferiore appena il 2,5% della ricchezza nazionale. Nelle statistiche, il ceto medio occupa il 40% centrale, con redditi equivalenti a quelli dei Paesi sviluppati e patrimoni importanti; negli uffici dei servizi sociali, quella stessa fascia si presenta con bollette arretrate e mutui appesi al tasso variabile.

Il divario di genere

La fotografia della partecipazione femminile sorprende per immobilità: 36,6%, praticamente la stessa di dieci anni fa. In un Paese che invecchia, dove il welfare familiare sostituisce quello pubblico, l’inerzia diventa strategia involontaria: meno donne nel mercato del lavoro significa meno contributi, meno autonomia, meno crescita. Ogni punto percentuale fermo è una generazione di ragazze cresciute con gli stessi limiti delle loro madri.

Le disuguaglianze non sono una legge naturale: sono l’effetto di decisioni fiscali, scelte di spesa pubblica, regole del lavoro, struttura del sistema finanziario. Ma mentre la ricchezza di miliardari e centi-milionari cresce da decenni a ritmi vicini all’8% l’anno, il resto del mondo arranca e la finestra per correggere la traiettoria si assottiglia. Anche per l’Italia, che continua a oscillare tra l’ambizione europea e un’economia che stratifica invece di distribuire. Le crepe non producono solo ingiustizia: producono sfiducia, astensione, rancore.

E la sfiducia, lo si legge tra le righe di ogni tabella del rapporto, è il terreno su cui la democrazia smette di essere un progetto condiviso e diventa un incidente statistico. Ma noi, imperterriti, continuiamo a essere il Paese dove la proposta di una patrimoniale agli straricchi risuona come una bestemmia.

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Il burro di Netanyahu: 700 milioni per lisciare l’opinione pubblica europea

La guerra ibrida è come il burro: ammorbidisce la retorica, lubrifica la costruzione del nemico e rende più saporito il gusto amaro del bellicismo. Se con qualche tocco riesci a portare in tavola guerra ibrida tutti i giorni puoi permetterti una divisione manichea tra buoni e cattivi, puoi martellare gli avversari politici senza bisogno di stare nel merito delle cose. È un balsamo, la guerra ibrida. 

La guerra ibrida russa occupa lenzuolate intere sui giornali e accese discussioni nelle trasmissioni televisive. Ce ne sarebbe un’altra, guardando bene, che però rimane in sordina. Lo dicono le carte, mica i pro-pal: nel bilancio 2026 Israele ha portato a 2,35 miliardi di shekel, poco meno di 700 milioni di dollari, il budget per la sua propaganda all’estero, quadruplicando lo stanziamento del 2025, che a sua volta era stato presentato come venti volte superiore ai livelli degli anni precedenti. I fondi saranno gestiti in larga parte dal ministero degli Esteri e da altre strutture governative. 

L’hasbara del governo Netanyahu punta a riabilitare l’immagine un po’ ammaccata di uno stato guidato da un ricercato internazionale che negli ultimi anni si è dedicato al genocidio dentro Gaza, all’eradicamento dei palestinesi in Cisgiordania e a svignarsela da un processo per corruzione. 

Da cittadini italiani e europei si dovrebbe essere piuttosto preoccupati su come quei 620 milioni di euro possano condizionare le scelte politiche, militari e industriali della nostra classe dirigente. Pensandoci bene ci si dovrebbe attrezzare per riconoscere il parlamentare, il giornalista o l’influencer lautamente ricompensato per le sue carezze a Netanyahu. Questa guerra ibrida invece non stuzzica, non indigna, anzi addirittura scompare. 

È il doppio standard, bellezza. L’ingrediente fondamentale per le guerre ibride, Come il burro. 

Buon giovedì.

Foto WP

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