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Cosa c’entra la ‘ndrangheta con le scuole abusive

Amministratori e dipendenti pubblici giudicati collusi, imprenditori ritenuti compiacenti ed una cosca di ‘ndrangheta interessata agli appalti pubblici ed in gradi di infiltrarsi nella pubblica amministrazione fino a cedere in vendita o in locazione due immobili totalmente abusivi destinati ad ospitare l’istituto d’Arte e dell’Ipsia di Locri. E’ un’inchiesta dai risvolti clamorosi quella che è stata condotta dal Gruppo carabinieri di Locri sotto il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria e che ha portato all’alba di oggi all’esecuzione di quindici provvedimenti restrittivi che, oltre a Locri, hanno anche interessato Roma.

Indagati “eccellenti”. Tra i destinatari dei provvedimenti di custodia cautelare emessi dal gip del Tribunale di Reggio Calabria figura anche l’avvocato Luca Maio, 45 anni, già consigliere provinciale. Per lui il giudice ha disposto gli arresti domiciliari ed un sequestro di oltre 900 mila euro. Non è il solo professionista coinvolto nell’inchiesta. Con lui risultano indagati architetti, geometri ed ingegneri. Spicca anche il nome Salvatore Calabrese, 85 anni, padre dell’attuale sindaco di Locri che non risulta coinvolto nella vicenda. Per l’85enne la Dda ha chiesto ed ottenuto l’obbligo di firma. Dei 15 indagati, uno è stato posto in custodia cautelare in carcere, 4 agli arresti domiciliari e 10 colpiti congiuntamente dalle misure dell’obbligo di dimora e dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Tutti sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di concorso nei reati di truffa aggravata e continuata, abuso d’ufficio e frode nelle pubbliche forniture, delitti tutti aggravati dalla circostanza dell’agevolazione mafiosa della ‘ndrina Cordì, operante a Locri e territori limitrofi. Numerose le perquisizioni personali e domiciliari nei confronti degli stessi indagati.

I contrasti tra i clan. L’operazione – hanno spiegato gli inquirenti – è stata denominata “Euro-Scuola” proprio perché ha visto concentrarsi l’impegno investigativo dei militari dell’Arma sugli appalti di svariati milioni di euro per la costruzione di un immobile totalmente abusivo, di circa 5.000 metri quadrati, sede dell’Istituto Statale d’Arte “Panetta”, e per l’individuazione di un immobile da acquisire in locazione e da destinare a sede dell’Ipsia, sempre a Locri. Secondo l’accusa si è trattato di operazioni concluse per favorire personaggi legati ai Cordì, una delle cosca protagoniste tra il 1969 e 2005 di una sanguinosa faida ultratrentennale contro i rivali Cataldo per la supremazia nel territorio. Poi la pace siglata tra il 2008 ed il 2010. Un accordo fra i due gruppi finalizzato alla spartizione delle attività illecite e ad al controllo della pubblica amministrazione. Dalle indagini sarebbe emerso come proprio i contrasti generati dai forti interessi delle due consorterie nell’affare dell’edilizia scolastica avessero rappresentato, tra la fine del 2004 e l’inizio del 2005, una delle scintille che aveva fatto riaccendere la guerra di mafia a Locri con l’uccisione di Giuseppe Cataldo.

Le parole dei pentiti. Nell’ordinanza di custodia cautelare sono richiamate numerose intercettazioni, dichiarazioni di collaboratori di giustizia, riscontri di polizia giudiziaria, ordinanze di custodia cautelare, sentenze di primo e secondo grado da cui emerge la capacita’ delle due cosche di insinuarsi e di controllare l’imprenditoria locale anche nel caso di appalti e lavori banditi dalla pubblica amministrazione. Le dichiarazioni di due pentiti, Domenico Oppedisano e Domenico Novella, in particolare, hanno evidenziato l’interessamento delle ‘ndrine di Locri riguardo allo allo svolgimento di lavori pubblici tra cui quelli che hanno portato al sequestro delle scuole.

Le scuole abusive. Lungo l’elenco delle violazioni commesse per la costruzione e l’acquisizione delle due strutture destinate ad ospitare i ragazzi: dalla violazione delle indicazioni del piano regolatore e delle norme tecniche di attuazione del Comune di Locri alla conseguente assenza di concessioni per la costruzione ed all’irregolarità del certificato di collaudo fino all’assenza dei certificati di prevenzione incendi, obbligatori per le scuole di ogni ordine e grado con oltre 100 persone.
Naturalmente, chi ha gestito i progetti si è curato anche di eludere la normativa antimafia, per esempio omettendo la comunicazione alla Provincia di Reggio Calabria di atti con i quali Antonio Circosta, socio accomandatario, comunicava la modifica della compagine sociale, rappresentando falsamente la fuoriuscita dalla sua società di alcuni soci oggi indagati indagati: Antonio, Rocco, Cosimina e Lucia Maiorana, che di fatto, invece, rimanevano comunque soci della società. Secondo gli inquirenti l’obiettivo era quello di consentire a persone vicine ai Cordì di percepire indebitamente, in relazione alla locazione degli immobili da parte della Provincia di Reggio Calabria, un canone di locazione assolutamente incongruo. Frode che si sarebbe ripetuta nell’esecuzione dei contratti di locazione e compravendita dell’immobile adibito a Scuola d’Arte, stipulato con la Provincia di Reggio Calabria, con “l’aggravante – scrivono gli inquirenti – di aver commesso il fatto con modalita’ mafiose – in relazione alle indebite pressioni esercitate con modalità mafiose sull’architetto Tallarida, già responsabile dell’Ufficio Tecnico del Comune di Locri, in vista della concessione dei permessi e delle certificazioni necessari alla costruzione dell’immobile”. Tutto avveniva sotto la “regia” di Pietro Circosta e dell’avvocato Luca Maio. Quest’ultimo, nella sua qualità di consigliere della Provincia di Reggio Calabria, si sarebbe interessato agli iter amministrativi relativi agli immobili in questione.

(fonte: zoom24)

Mafia, antimafia, politica e calcetto: una mia piccola intervista

Mirco Sirignano mi ha intervistato qualche giorno fa per Italianews24. Ecco qui:

Giulio Cavalli, “per brevità chiamato artista”. È un attore, scrittore, regista, giornalista e politico, da anni impegnato soprattutto nel raccontare le mafie al nord. Dopo un suo spettacolo, nel 2009, gli viene assegnata la scorta. Ma questa per lui è solo una delle “caratteristiche meno interessanti poiché non è un pregio, non è un vizio o un difetto ma solo una conseguenza”. Ha pubblicato di recente il suo ultimo romanzo, Santamamma (Fandango Libri).

Giulio Cavalli, scrittore, attore, regista, politico impegnato soprattutto contro le mafie. Ne parla nei tuoi libri, nei suoi spettacoli. A che punto è il suo racconto?

Se parliamo di risultati, io credo che abbiamo fatto passi da gigante. Senza fare filosofia, vivo in un territorio in cui dicevano che la mafia non esistesse e finisco sotto scorta perché minacciato dalla mafia (quindi per una cosa che non c’è). Poi però, in quello stesso territorio (Lombardia, nda), mi capita spessissimo di andare nelle scuole, che ritengono l’educazione alla legalità, la conoscenza dei temi mafiosi e antimafiosi, davvero indispensabile. E quindi secondo me uno scatto c’è stato. L’aspetto triste della vicenda è che, ancora una volta, lo scatto è stato solo sociale. Tutto ciò che politicamente è stato fatto, nasce sulla spinta di un movimento sociale che ha obbligato la politica a prendere, o simulare di prendere, posizione. E questo è un pessimo segnale.

Ecco, storicamente al nord le mafie non sono percepite come un problema serio e reale. E’ cambiato il vento?

Sicuramente un’evoluzione c’è stata. Il problema è che ancora oggi il tema mafia non si riesce a declinarlo. Mi sembra incredibile che la politica non capisca che parlare di diritti significa parlare anche di mafie. E parlare di crescita economica, di sviluppo del mondo del lavoro, significa anche parlare di mafie. Invece molto spesso il tema è chiuso in un angolo. È solo una delle bandierine che tutti i movimenti politici vogliono avere.

Qual è il ruolo che gioca il teatro nel racconto delle mafie?

La politica prende decisioni quando semplicemente è troppo impopolare far finta di niente. E quindi il mio ruolo è quello di rendere pop (nel senso pulito del termine) l’indignazione e la pretesa di un’azione politica. Credo soprattutto nel mezzo teatrale, perché ci permette di avere un’attenzione di ascolto che molti altri mezzi non hanno. Oggi il teatro è lo spazio dell’approfondimento.

Già da qualche anno ha intrapreso un percorso politico. Per Lei è stato un passaggio naturale, quello dell’impegno politico, oppure è stato sofferto? Perché magari chi come Lei proviene dal mondo della cultura, sui due binari, quello della politica e quello (appunto) della cultura, si viaggia a velocità diverse.

Il mio è un lavoro molto politico. Perché alla fine, sia che avvenga su un palcoscenico, con un romanzo o con un articolo giornalistico, le mie attività auspicano sempre un cambiamento generale. E le trasformazioni sociali sono politiche. Dal punto di vista dell’esperienza istituzionale, credo di avere fatto molta più politica con la mia professione che da consigliere regionale. Ma questo perché sono convito che ci siano dei meccanismi di scelta della classe dirigente che per me non sono assolutamente potabili. Richiedono compromessi che a me risultano molto difficili. Ma l’impegno poi politico lo ritengo assolutamente indispensabile. Anche la vicinanza a Pippo (Civati, nda) e a Possibile, penso che sia naturale.

La mafia e la corruzione, in un connubio ormai indistinguibile, generano soprattutto ingiustizie e ineguaglianze. Ecco, crede che la sinistra di oggi stia facendo abbastanza?

Mi dispiace, ma sono sconvolto dalla mancanza di responsabilità da parte della sinistra. Prima di tutto perché una parte del popolo è assolutamente analfabeta del tema. Ecco, l’alfabetizzazione di fenomeni così gravi, dovrebbe essere un obbligo per i partiti. Siamo passati dall’avere partiti con una funzione anche pedagogica (Pio La Torre era quello che raccontava la mafia a contadini, questo era il PCI), a sperare che gli stessi partiti “fingano” di imparare. C’è stato un periodo storico in cui la sinistra sul tema delle mafie ha dimostrato una responsabilità superiore. Oggi invece noto un totale distacco.

Quello che sembra mancare è la credibilità. Come la sinistra (o comunque, in generale, chi governa) può essere credibile se poi quando si deve votare su particolari casi (tipo Minzolini, l’ultimo in ordine cronologico) si tirano i remi in barca? Poi le politiche nascono viziate dal pregiudizio della gente.

Esattamente. Tieni conto che essere antimafioso significa essere contro il reato di mafia. Pippo Fava lo raccontava benissimo. Il reato di mafia è sostanzialmente un grumo di egoismo che insegue degli interessi particolari, piuttosto che gli interessi generali. E per essere antimafioso bisogna essere sostanzialmente solidali. Bisogna essere disponibili anche a perdere diritti particolari, se questo permette di raggiungere una crescita dei diritti di tutti. La credibilità si costruisce così.

Manca il senso della collettività.

Certo, la cosa che mi preoccupa non è tanto il federalismo salviniano, che è pittoresco e pericolosissimo, per carità. Però mi sembra assolutamente minoritario. Quello che mi preoccupa è quel federalismo per cui anche molte persone di sinistra sono convinte di dover curare la propria sopravvivenza, di doversi adoperare per le persone più vicine a loro, piuttosto che avere una visione generale.

Mi ha fornito un assist su Salvini. Perché è come se si fosse ribaltata anche l’assunzione delle responsabilità. Parliamo di un partito che negli ultimi venti anni ha governato e tanto. Però quando scende giù a Napoli e la città protesta, Salvini rinfaccia alla gente di protestare solo contro di lui, e non contro la camorra. Quando poi è soprattutto la politica a non ritenere prioritario il contrasto alla criminalità organizzata, che è un tema sistematicamente fuori dal dibattito.

Questo perché dietro il perbenismo, molto spesso, si nascondono le proprie responsabilità. Negli ultimi anni si è abbastanza sbriciolato anche il concetto di lotta. Una parola nobilissima. La storia del movimento antimafia in Italia è una storia di lotta, di scioperi, di recriminazioni, a volte alzando la voce per affermare i propri diritti. Tutte quelle modalità che hanno spinto il movimento antimafia sono improvvisamente divenute fuori moda, se non addirittura osteggiate, anche dalla sinistra. I benpensanti ci dicono che dobbiamo essere collaborativi.

Però c’è anche da dire che negli ultimi anni il movimento antimafioso non gode proprio di ottima salute. C’è stato, forse, anche un po’ di autolesionismo? Mi viene in mente, per esempio, il caso di Maniaci. Crede ci sia, ormai, una mancanza di fiducia anche verso il movimento antimafioso?

È colpa del movimento antimafia o è colpa di un Paese che, a un certo punto, ha pensato che più lunga era la scorta e più credibile era l’antimafioso? Perché Pino Maniaci è diventato, anche a livello internazionale, il profeta unico dell’informazione antimafiosa? Di chi sono le responsabilità?

Certo è un’attitudine tutta italiana quella di delegare ai singoli le massime responsabilità. È successo più o meno lo stesso, almeno dal punto di vista mediatico, con Raffaele Cantone, divenuto ultimo baluardo per il contrasto della corruzione e del malaffare.

Personalmente vorrei un paese in cui Raffaele Cantone (in quanto “Raffaele Cantone”) non esista, ma che tutto il grumo che gli è stato caricato sulle spalle, sia condiviso con i lavoratori pubblici, impiegati bancari, tassisti, eccetera. Da questo punto di vista, a mio avviso l’antimafia ha delle grosse responsabilità. Perché a un certo punto è diventata molto televisiva, ne ha seguito i canoni della comunicazione. Si è molto “mondadorizzata”.

Per concludere, Lei di solito con chi gioca a calcetto?

(Ride)

Come ha interpretato la metafora di Poletti?

Siamo in un paese in cui alle domande “chi sei?” e “che cosa sai fare?” si è sostituita la domanda “chi ti manda?”. Ma questo ben prima di Poletti. Il ministro non è il problema, ma l’effetto. Ogni tanto qualcuno mi accusa di essere troppo vicino alla politica. E la cosa che mi fa sorridere è che sono gli stessi che poi accusano Pippo Civati di essere una percentuale infinitesima nel panorama politico. Quindi diciamo che, da amico di Pippo, da tifoso del Torino, da persona di sinistra, probabilmente ho sviluppato una affezione per l’essere “minoritario”. Per cui ho giocato a calcetto sempre nel campetto sbagliato.

Restando sempre nella metafora, quale partita sta giocando adesso il nostro Paese? Quali sono le due squadre in campo?

Secondo me in campo c’è un pezzo di politica, che nonostante i sondaggi, sta cercando di giocare con la formazione della coerenza, augurandosi che torni prepotentemente di moda. Dalla parte opposta invece centrodestra e centrosinistra giocano insieme (al massimo si dividono le fasce) con il catenaccio, per l’autopreservazione. L’arbitro di questa partita è la Costituzione. E direi che sta funzionando anche abbastanza bene, nel senso che il più grande oppositore politico dei governi degli ultimi dieci anni è stata la Carta.

Forse per questo hanno cercato di “influenzare” l’arbitro.

Che Renzi, alla Moggi, abbia cercato di chiudere nello spogliatoio la Costituzione, mi ha preoccupato fin da subito. Ma è andata bene.

Torturati ad avere ragione. Ma senza reato di tortura.

Non è una vittoria il risarcimento che l’Italia ieri ha dovuto riconoscere giocoforza a sei ricorrenti presso la Corte Europea dei Diritti Umani. No. Quei 45.000 euro (comprensivi delle spese legali oltre ai danni morali) nei confronti di sei cittadini per quanto subito nella caserma di Bolzaneto il 21 e 22 luglio 2001 sono la paghetta buona per sbolognarsi quello che qui da noi in molti considerano un semplice “incidente di percorso” se non addirittura una comprensibile eccesso di difesa da parte di un nugolo di forze dell’ordine degne dei sultanati che si finge di condannare in giro per il mondo.

La verità “giudiziaria” sui sanguinosi giorni di Genova, della Diaz e Bolzaneto è scritta nelle sentenze che in questi 16 anni: lì c’è tutto quello che si dovrebbe sapere (e si è saputo poco e male), tutto ciò che avrebbe dovuto aprire il dibattito (che ancora sedici anni dopo è mero tifo) e lì c’è tutto quello che sarebbe servito alla politica per fare politica. Chi ha seguito i processi non può accontentarsi di un “la verità, finalmente” che torna ciclicamente.

(continua su Left)

Non concordare sul concordato, ad esempio, per difendere le vittime di abusi

Questioni che vorrebbero convincerci essere marginali solo perché sono riusciti a emarginare le posizioni. Il comunicato di Pippo Civati e Andrea Maestri, deputati di Possibile:

“Oggi abbiamo depositato alla Camera dei Deputati un progetto di legge costituzionale che prevede l’abrogazione dell’art. 7 del Concordato stipulato fra la Santa Sede e lo Stato italiano nel 1929. In base alla norma concordataria  «Gli ecclesiastici non possono essere richiesti da magistrati o da altra autorità a dare informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del sacro ministero». La norma offre copertura alle posizioni di quella parte della Chiesa cattolica che si ritiene esentata dall’obbligo di denunciare alla magistratura i casi di pedofilia segnalati alla Curia. La tutela incondizionata dei bambini vittime dei pedofili, auspicata per la prima volta con chiarezza anche dalla stessa Pontificia Commissione istituita da Bergoglio, per essere concreta deve passare attraverso l’abrogazione di questa norma concordataria. Troppo timide, invece, le raccomandazioni della CEI, che contraddicono la nettezza della posizione espressa dalla Pontificia Commissione. La nostra proposta nasce dal senso repubblicano delle istituzioni che ci guida, insieme al principio di laicità e dall’esercizio della responsabilità di legislatori. Auspichiamo il più ampio consenso parlamentare intorno alla nostra proposta, perché è dovere morale e giuridico assicurare una tutela immediata ed effettiva a tutte le piccole vittime di abusi.”

Se anche la politica è fake

Questa volta il messaggio si è evoluto. Niente tweet “stai sereno” e nemmeno rassicurazioni sorridenti come successe per Letta; ora il disarcionamento del Presidente del Consiglio (pur di sfamare le ambizioni personali di Renzi e compagnia) avviene con un logorio più sotto traccia, sottile: la sconfitta del candidato PD Pagliari ieri alla presidenza della Commissione Affari Costituzionali a favore dell’alfaniano senatore Torrisi è solo uno de tanti granelli infilati nel governo per provocarne lo stallo.

Un ballo dei pupi in piena regola. Il sempiterno Alfano ha il coraggio di dire che «l’elezione di Torrisi a presidente della commissione Affari Costituzionali è senz’altro un segno di stima da parte dei colleghi per il lavoro svolto in questi anni», come se non sapesse che il suo partito è stato utile e apprezzato come un muro quando si gioca di sponda e niente di più.

 

(continua su Left)

A proposito di Alatri e l’omertà (e quelli che si incazzarono)

Qualche giorno fa scrissi un editoriale su Alatri (era il #buongiorno per Left che trovate qui) sottolineando come l’omicidio di Emanuele non potesse considerarsi il caso isolato in un’isola felice. Scrivevo anche “Ma gli eventuali omertosi con la fiaccola in mano pensano davvero di essere assolti? Ma soprattutto coloro che sotto la cenere vorrebbero organizzare le prossime spedizioni punitive in cosa credono di essere diversi dalla ferocia degli assassini?”.

Tra i commentatori (che ringrazio per l’attenzione, sempre) più di qualcuno proprio da Alatri mi ha scritto indignato perché avrei “rovinato l’immagine del paese” (come diceva quell’altro, ve lo ricordate, a proposito degli “scrittori di mafia”). Eppure quell’editoriale (come tutto quello che scrivo) nasceva dalle dichiarazioni delle forze dell’ordine che già da qualche giorno ci avvisavano di un clima generale tutt’altro che pacifico, contrito e solidale.

Ora arriva la conferma. Come scrive l’Ansa:

“Sono state messe sotto sequestro le armi in casa di parenti e amici di Emanuele Morganti. La decisione è stata presa dalla Prefettura di comune accordo con i carabinieri e la Questura per precauzione probabilmente anche a seguito del ritrovamento da parte della squadra mobile di Frosinone di un biglietto contenenti insulti “agli infami” responsabili dell’omicidio. Ad Alatri e nelle sue frazioni,infatti, l’atmosfera è tesa: si temono vendette verso gli indagati a piede libero e i loro familiari. La tragedia del ventenne di Tecchiena, massacrato di botte all’esterno di una discoteca nella notte tra venerdì 24 e sabato 25 marzo, ha scosso il paese. La fontana di piazza Regina Margherita davanti all’ingresso del locale Mirò teatro dell’omicidio è stata svuotata dai carabinieri e dai colleghi del Ris che cercavano l’arma che ha ucciso Emanuele, ma senza esito.”

Ecco. Appunto.

Siria chimica: Erode si è fermato Idlib

«È stato Assad!» gridano tutti. Come se il mondo (e ancora di più la Siria) potesse essere il tavolo banale su cui giocano i buoni contro i cattivi, come se poi non ci fossero anche i morti di Mosul, come se lo Yemen invece fosse solo la cloaca dei morti di serie b oppure come se la fabbricazione di armi non sia un ricco banchetto tutto occidentale.

Nell’ordine di qualche ora la colpa dei bambini gasati è stata affibiata a Assad, ai ribelli, a Obama (da Trump), all’ONU, a Putin, più qualche manciata di scenari apocalittici dei complottisti rossobruni più affilati. Tutti alla ricerca di un nemico unico che sia riconoscibile, facile e banalmente tranquillizzante.

Molti con le risposte, pochi con le domande. Francesco Vignarca, ad esempio, scrive: «La parte preponderante di colpa per i terribili attacchi chimici avvenuti in Siria è in chi ha lanciato tali ordigni. Ma non è secondaria nemmeno la colpa di chi ha fabbricato, trasportato, autorizzato tali armi. E vale per qualsiasi armamento, in ogni guerra. Troppo facile pensare che i “cattivi” siano solo quelli dell’ultimo pezzettino del viaggio tra l’ideatore di un’arma e la vittima finale…». Già, chi ha ” fabbricato, trasportato, autorizzato tali armi”? Tornando indietro nel tempo, chi ha appoggiato festante le “primavere arabe”?

 

(continua su Left)

Operazione “Recherche”, gli affari del clan Pesce di Rosarno. Le facce e i nomi.

(l’articolo de Il Dispaccio)

da sinistra: Armeli, Cimato, Elia, Garruzzo, Mangiaruca, Rocco Pesce, Savino Pesce, Raso, Stilo e Scordino.

Non è un caso che l’indagine messa a segno oggi, dalla Squadra Mobile della Questura reggina e dalla Dda, è stata chiamata “Recherche”. Il nome prende spunto infatti, da un’opera letteraria di Marcel Proust, scrittore e critico letterario parigino, molto amato dal boss Marcello Pesce “u ballerinu”. Quando lo catturarono nel dicembre scorso infatti, gli agenti della Mobile trovarono nel suo covo molti libri dell’autore. L’inchiesta prende proprio l’avvio dalle ricerche, degli inquirenti e degli investigatori, del boss di Rosarno che per sei anni è riuscito a darsi alla macchia. Oggi è stata quindi ricostruita la fitta rete dei presunti fiancheggiatori che hanno “aiutato” il boss a sottrarsi alla giustizia, ossia dal 2010 quando i Carabinieri eseguirono il blitz dell’operazione “All inside”. In tutto sono undici le persone fermate su ordine dei pm reggini Luca Miceli, Adriana Sciglio e Francesco Ponzetta. Un’altra, ossia Antonino Pesce, classe 1992 , è attivamente ricercata dalla Mobile. Le accuse contestate agli indagati sono, a vario titolo, quelle di associazione mafiosa, illecita concorrenza con minaccia o violenza, traffico e cessione di sostanze stupefacenti, intestazione fittizia di beni e favoreggiamento personale nei confronti del boss Marcello Pesce, arrestato nel dicembre scorso dalla Polizia. I dettagli sono stati esposti stamani presso la sala “Calipari” della Questura reggina.
“Oggi è una giornata di sole- ha affermato il Questore Raffaele Grassi. Questa operazione evidenzia, ancora una volta la forza dell’autorità giudiziaria e della Polizia nel contrasto alla ‘ndrangheta. L’attenzione degli investigatori è al massimo livello sia sulla piana di Gioia Tauro che in tutta la provincia reggina”.

Le investigazioni, per la cattura del “ballerino”, abbracciano il periodo che va dall’inizio del 2015 al giorno della cattura del latitante, sorpreso all’interno di un’abitazione nel centro del suo paese d’origine, nella disponibilità di Salvatore Figliuzzi, classe 1955 e del figlio Pasquale classe 1976, i quali, arrestati in flagranza di reato per favoreggiamento aggravato, hanno subito patteggiato la pena. Attorno all’ex latitante poi c’era un’organizzazione che non solo assisteva “moralmente” e materialmente Marcello Pesco, ma è riuscita a creare una rete di supporto e di tutela attraverso l’effettuazione delle “staffette” dirette ad evitare l’intervento delle forze dell’ordine sia all’atto dei vari spostamenti del latitante e sia quando i sodali, i familiari e altri soggetti si recavano presso i vari covi in cui Pesce si nascondeva. Inoltre, secondo l’Antimafia, i fiancheggiatori hanno garantito gli incontri tra “il ballerino” e gli altre membri della cosca.
“Pesce non era un boss “in sonno” – ha affermato il procuratore aggiunto Gaetano Paci- era attivissimo e per tutto il periodo della latitanza ha dettato regole e strategie ai sodali attraverso il figlio Rocco Pesce ossia la sua “longa manus” sul territorio. Insieme a lui altro elemento di spicco era Filippo Scordino; entrambi curavano i rapporti con gli intestatari fittizi del settore del trasporto merce su gomma e gestivano altre attività economiche, come aziende agricole e centri scommesse”.
Proprio su questo aspetto si è soffermato Federico Cafiero De Raho, Procuratore reggino. “La nostra Costituzione, ha affermato Cafiero, garantisce la libertà di iniziativa economica, ma dove c’è la ‘ndrangheta questo non è possibile. In Calabria c’è un controllo talmente capillare che le cosche effettuano un controllo asfissiante, asfissiante per la popolazione ma anche per l’economia del territorio. Abbiamo inoltre appurato, che anche le stesse “teste di legno”, che lavoravano per conto dell’organizzazione mafiosa, per commercializzare dovevano essere autorizzate dai capi e nel caso dovevano pagare, pur essendo inseriti nel contesto criminale”.

L’inchiesta “Recherche” poi, ha smantellato i traffici di droga messi in piedi dalle cosche di Rosarno. “Ci troviamo di fronte ad un’organizzazione criminale -ha affermato il Procuratore della Dda dello Stretto- che è riuscita a spostare il proprio interessi dalla cocaina alla marijuana poiché sono risultati saldi i legami con i trafficanti della costa orientale siciliana. I Pesce al momento stavano esportando lo stupefacente sulle piazze del cosentino; in due occasioni abbiamo infatti, sequestrato carichi di hashish e marijuana per un valore di oltre 100 mila euro». Le indagini finalizzate alla cattura del latitante sono proprio partite dall’osservazione dei suoi più stretti congiunti come il figlio Rocco Pesce, classe 1988. Secondo il “rampollo” dei Pesce prendeva parte attiva all’organizzazione dedita al traffico illecito di sostanze stupefacenti.

È stata fatta luce su una serie di cessioni di droga riconducibili ad una rete di narcotrafficanti operanti in prevalenza sul territorio di Cosenza, Rosarno e nella provincia di Catania. La base di partenza dell’inchiesta era rappresentata dall’osservazione di due luoghi strategici per il gruppo criminale ossia un centro scommesse e l’azienda agricola “Le tre stagioni” all’interno della quale, il 25 febbraio dello scorso anno, è stato effettuato anche un sequestro di droga (quattro chilogrammi di “marijuana”) riferibile, secondo gli investigatori, a Rocco Pesce ed al suo gruppo da cui emergevano, anche evidenti cointeressenze tra le attività dell’indagato e soggetti del vibonese. Il secondo sequestro inoltre, è stato effettuato l’otto febbraio del 2015 quando agli imbarcaderi di Villa San Giovanni, all’interno di un camion sono stati rinvenuti 67 chili di marijuana e più di 82 mila euro euro in banconote di vario taglio. Da Rosarno la droga viaggiava verso la Sicilia.
Il pm reggini infine hanno sequestrato un imponente patrimonio aziendale riconducibile alla famiglia di Marcello Pesce, che comprende 8 società ed una consistente flotta di mezzi di notevole valore commerciale (come trattori stradali, rimorchi e semirimorchi). La cosca, ancora una volta, era “leader” nel settore del trasporto su gomma e, ancora una volta, l’Emilia Romagna rappresentava una “piazza” appetibile. Attraverso le intercettazioni effettuate a carico dei presunti componenti della cosca, fra cui diverse telematiche attive sugli smartphone, è stato smascherato il sistema dell’imposizione dei trasporti merci su gomma dalla Piana di Gioia Tauro verso diverse località del centro e nord d’Italia e del costo degli stessi.

A “gestire” questo settore, per conto della ‘ndrangheta, era Filippo Scordino, accusato di ricoprire il ruolo di direzione e capo della cosca Pesce. In stretto contatto con Marcello e il figlio Rocco Pesce, l’indagato avrebbe gestito per conto di questi l’ “Agenzia di Rosarno” ossi la propria ditta individuale e la “GETRAL”, impegnate nel campo della gestione e mediazione del trasporto merci su gomma, in regime di sostanziale monopolio a Rosarno e nel resto della Piana.