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TAP: l’Espresso racconta la mafia dietro il progetto e il consorzio promette querela

Paolo Biondani e Leo Sisti sono due professionisti seri. Oggi sull’online de l’Espresso raccontano degli interessi mafiosi dietro il progetto TAP (annunciando il prosieguo dell’inchiesta nel cartaceo in edicola da domani). Ecco cosa scrivono:

All’origine del super-gasdotto che minaccia di perforare le coste del Salento c’è una storia nera. Un intreccio di manager in affari con la mafia, valigie di contanti, oligarchi russi, affaristi italiani legati alla politica, casseforti anonime con la targa offshore. Gli scheletri nell’armadio del Tap.

Un’inchiesta de “l’Espresso” – in edicola da domenica – svela i retroscena del maxi-progetto partendo dagli interrogativi alla base delle proteste esplose in Puglia contro lo sradicamento dei primi 231 olivi: chi ha scelto l’attuale tracciato? Perché è un consorzio privato svizzero a gestire un’opera dichiarata strategica dalle autorità europee? E’ davvero necessario far passare miliardi di metri cubi di gas tra spiagge meravigliose e oliveti secolari, anziché in zone già industrializzate?

Il Tap è la parte finale di un gasdotto di quasi quattromila chilometri che parte dall’Azerbaijan. Il costo preventivato è di 45 miliardi. In Salento, a Melendugno, sono iniziati gli scavi del tunnel in cemento autorizzato dal ministero dell’Ambiente per passare sotto la spiaggia. Da lì sono previsti altri 63 chilometri di condotte fino a Mesagne. Il consorzio Tap Ag prevede di dover trapiantare, in totale, circa diecimila olivi.

L’Espresso ha potuto esaminare documenti riservati della Commissione europea, che svelano il ruolo cruciale di una società-madre, finora ignota: l’azienda che ha ideato il Tap. Si chiama Egl Produzione Italia, ma è controllata dal gruppo svizzero Axpo. Le carte, richieste dall’organizzazione Re:Common, dimostrano che Egl ha ottenuto, nel 2004 e 2005, due finanziamenti europei a fondo perduto, per oltre tre milioni, utilizzati proprio per i progetti preliminari e gli studi di fattibilità del Tap. Gli ultimi fondi pubblici sono arrivati nel 2009. I ricercatori avevano chiesto altri atti, ma la Commissione li ha negati «per rispettare segreti industriali, sicurezza e privacy» delle multinazionali interessate.
In copertina, il gioco degli scacchi che oppone i ‘democratori’ Putin ed Erdogan, spalleggiati da Trump, in campo contro l’Europa: un dossier di grandi firme per capire che speranze e opzioni ha il nostro continente per resistere a chi vuole indebolirlo. Tra gli altri servizi, l’inchiesta di Paolo Biondani e Leo Sisti sul “mafiodotto”: nel contestato maxi-progetto per portare il gas dall’Azerbaijan in Puglia spuntano manager in affari con le cosche, oligarchi russi e casseforti di offshore #domenicaEspresso

In questa Egl, la società-madre del Tap, anche l’amministratore delegato è un cittadino svizzero: Raffaele Tognacca, un manager che in Italia ha lavorato anche con il gruppo Erg. Tornato in Svizzera, ha lanciato la finanziaria Viva Transfer. Che un’indagine antimafia ha additato come una lavanderia di soldi sporchi. Intervistato dalla tv svizzera italiana, il pm Michele Prestipino descrisse la vicenda come «un caso esemplare di riciclaggio internazionale di denaro mafioso».

Tutto inizia nel 2014, quando la Guardia di Finanza scopre un presunto clan di narcotrafficanti collegati alla ’ndrangheta. Il gruppo, capeggiato dal calabrese Cosimo Tassone, è accusato di aver importato oltre mezza tonnellata di cocaina. E viene intercettato mentre deve versare un milione e mezzo di euro ai narcos sudamericani. I calabresi reclutano un promotore toscano e i suoi due figli, che accettano di «portare quei soldi in contanti, dentro due trolley, a Lugano, nella sede della Viva Transfer», come confermano le confessioni degli stessi corrieri poi arrestati. A ricevere i pacchi di banconote è «Raffaele Tognacca in persona». Proprio il manager che ha tenuto a battesimo il Tap.

Tra sudamericani e calabresi scoppia anche una lite: i narcos hanno ricevuto mezzo milione in meno. Tassone sospetta dei corrieri toscani: «Gli spacco la testa!». Un figlio del promotore viene sequestrato in Brasile. Finché il clan si convince che è Tognacca ad aver incamerato una parcella di oltre 400 mila euro («il 35 per cento!»). Quindi scattano gli arresti. Al processo, in corso a Roma, i pm hanno formulato una specifica accusa di riciclaggio. E hanno chiesto ai magistrati svizzeri di indagare sulla parte estera. Tognacca si è difeso pubblicamente dichiarando di «non essere stato oggetto di nessuna misura penale». Per i pm italiani il reato resta assodato. Ma i giudici elvetici potrebbero aver archiviato per «mancata prova del dolo»: Tognacca poteva non sapere che erano soldi di mafia. Magari mister Tap pensava di aiutare onesti evasori.

Dopo aver ottenuto i fondi europei, la Egl è stata cancellata e assorbita da Axpo. Questo spiega perchè oggi il gruppo svizzero è azionista della Tap Ag con l’inglese Bp, l’italiana Snam, la belga Fluxys, la spagnola Enagas e l’azera Az-tap.

L’articolo integrale de l’Espresso racconta molti altri retroscena. Come un accordo segreto per favorire un oligarca russo rappresentato da amici di politici italiani. E le tesorerie offshore, documentate dai Panama papers, dei manager di Stato in Azerbaijan e Turchia.

Da parte sua il consorzio internazionale Trans Adriatic Pipeline promette querela scrivendo:

«E’ arbitrario, infondato ed evidentemente inaccettabile l’accostamento di TAP Ag e del progetto del gasdotto transadriatico alla parola mafia effettuato con un suggestivo titolo sul numero in uscita domani del settimanale l’Espresso. TAP provvederà nelle prossime ore a sporgere querela contro gli autori e il direttore del giornale, riservandosi la facoltà di adire anche il tribunale civile per il risarcimento del gravissimo danno reputazionale, annunciando fin d’ora che esso sarà devoluto all’associazionismo antimafia. TAP è impegnata con verificabile e verificata coerenza nella più rigorosa applicazione delle leggi e dei regolamenti italiani ed europei nella attribuzione di appalti e subappalti ed ha da tempo sottoposto alla Prefettura di Lecce un protocollo antimafia che garantisca la massima trasparenza della conduzione dei lavori.»

Solo che qui, a sensazione, tra i due litiganti non gode nessuno. Vedrete.

 

Il falso mito del colonialismo buono italiano

Per fortuna c’è Igiaba Scego che regolarmente si mette di studio e d’impegno per smontare i falsi miti che concorrono a oliare visioni antistoriche che poi fomentano la parte peggiore di questo Paese. Su Internazionale la Scego ripercorre le tappe del percorso di consapevolezza sul colonialismo italiano, tutt’altro che buono:

All’inizio, c’era solo Tempo di uccidere di Ennio Flaiano, primo premio Strega e unico romanzo dell’autore. Basato anche (ma non solo) su echi biografici, Tempo di uccidere è un romanzo complesso. Un uomo vaga per l’Africa orientale, ha un mal di denti furioso e poca voglia all’inizio di mettersi in gioco. L’Africa di Flaiano non è esotica, ma quasi malvagia. In questa Africa fatta dei suoi incubi, lui si muove senza uno scopo. Incontra una donna del posto, la costringe a un rapporto sessuale, si fa coccolare da lei e poi la uccide (dice per sbaglio) come una bestia.

In Tempo di uccidere il protagonista entra in questa Africa, definita “sgabuzzino delle porcherie”, non in punta di piedi, ma con i suoi primitivi scarponi da militare. Le immagini che ci mostra Flaiano sono ancora quelle di un continente ingenuo, nel più perfetto cliché colonialista. Ma lui per primo sembra chiedersi che ci facesse lì. E anche il suo rapporto con l’indigeno Joannes, un ex ascaro, non è quello con un deferente servitore, ma con un pari che scruta, osserva e duella a distanza con il protagonista.

Un’esercitazione amatoriale di civili con maschere antigas a Baggio, vicino a Milano, 1935. - Hulton-Deutsch Collection/Corbis/Getty Images
Un’esercitazione amatoriale di civili con maschere antigas a Baggio, vicino a Milano, 1935.(Hulton-Deutsch Collection/Corbis/Getty Images)

Mette molta carne al fuoco Ennio Flaiano, ma il suo romanzo per molto tempo, decenni interi, è rimasto un unicum nel panorama letterario della penisola. Dopo di lui c’è stato solo un lungo, colpevole silenzio.

Per fortuna il tempo passa e allo scoccare del ventunesimo secolo tocca a Carlo Lucarelli riprendere in mano l’incandescente materia coloniale con il suo L’ottava vibrazione, un libro che di fatto è uno spartiacque. Lucarelli ripercorre le vicende che portano alla battaglia di Adua, una delle pagine di storia – l’esercito italiano sconfitto da quello etiope – che l’Italia ha cercato a ogni costo prima di vendicare (con il fascismo che cantava Adua è liberata, è ritornata a noi) e poi dimenticare.

I personaggi di L’ottava vibrazione si muovono in una tela in perenne movimento. Una tela dove oppressori e oppressi si contendono una scena fatta di omicidi, possessi coatti e strane convergenze. Lucarelli non vuole dare un giudizio, vuole solo osservare quello che per decenni nessuno ha più osservato: i soldati italiani parlano tutti in dialetto, non si capiscono tra di loro, provano a “fare gli italiani” attraverso una guerra, ma perdono sia la sfida identitaria sia la battaglia. In scena Lucarelli mette uno stato, ancora risorgimentale, che baratta i suoi ideali per entrare nel giro dei grandi dell’Europa.

La ragazza giovanissima, 12 anni, era di fatto un bottino coloniale e Indro Montanelli per giustificarsi diceva ‘a dodici anni quelle lì sono già donne’

In un attimo l’Africa orientale diventa un far west dove c’è chi si crede John Wayne e considera le donne del luogo cagne da monta. Lucarelli osserva, appunta e ci trasferisce tutte queste microstorie usando una lingua onesta, a tratti poeticamente antropologica. Così il romanzo apre la strada di una visione tutta italiana su quel passato coloniale poco raccontato.

Anche perché quel passato è la storia d’Italia. Di tanti che lì sono andati a combattere per l’Italia liberale e poi ci hanno mandato, anni dopo, i nipoti a conquistare un impero per Benito Mussolini. È la storia di donne africane prese con la forza o con l’inganno per avere una sposa di compagnia, come Indro Montanelli e la sua sposa bambina (che lui chiamava il mio animalino) acquistata per 500 lire insieme a un cavallo ed un fucile. La ragazza giovanissima, 12 anni, era di fatto un bottino coloniale e Montanelli per giustificarsi diceva “a dodici anni quelle lì sono già donne” e poi “Scusate, ma in Africa è un’altra cosa”. Però il continente oltre a essere teatro di crimini di guerra è anche stato, per molti italiani, vita quotidiana di chi aveva un emporio o un negozio di barbiere, di chi costruiva o faceva il cappuccino, chi si inventava monumenti e chi invece li distruggeva. Un coacervo di storia patria e storia intima insomma. Storia soprattutto al maschile, ma non del tutto svuotata di presenze femminili.

L’articolo è qui.

L’epigrafe della Lega Nord

Il Canton Ticino chiude le dogane: “Stop ai ladri che vengono dall’Italia”.

Risposta della Lega Nord: “Non ha senso: non si ottiene sicurezza blindando i confini”

Sembra una pagina di giornale ma invece è l’epigrafe della Lega Nord:

Intanto in Islanda l’uguaglianza di paga tra uomini e donne è legge

(Ne scrive Repubblica e, se l’avete notato, qui se n’è parlato pochissimo)

Già da decenni all´avanguardia nelle politiche di gender equality (parità di diritti e opportunità tra sessi) la piccola, dinamica Islanda è da ieri il primo paese al mondo ove è in vigore una legislazione dura e coercitiva, la quale obbliga tutti i datori di lavoro privati e pubblici a provare che donne e uomini ricevono la stessa retribuzione a parità di qualifica. La legge, approvata poche settimane fa dall´Althingi, il parlamento islandese, e ora pubblicata sulla gazzetta ufficiale, è definitivamente operativa. E i datori di lavoro, se non tremano, sanno di dover stare bene attenti: il controllo del rispetto della gender equality salariale non è solo teorico. E´affidato a controlli della Lögreglan (polizia), della tributaria e al limite anche allo Squadrone vichingo, il reparto scelto delle forze dell´ordine.

E´una grande vittoria per Frida Ros Valdimarsdottir, che da anni guida il particolare tipo di sciopero di protesta delle donne: hanno lasciato tutte compatte il lavoro, da un capo all´altro della bella isola di appena 330mila abitanti, circa due ore e mezza prima della fine dell´orario lavorativo quotidiano, tempo che grosso modo era calcolato come l´equivalente della differenza retributiva a pari qualifica a vantaggio dei colleghi maschi. “Il problema e la discriminazione esistono ancora”, dice la dsignora Valdimarsdottir. Aggiungono Yrsa Sigurdardottir e Gerdur Kristny, le due più famose scrittrici locali, tradotte in tutto il mondo in decine di lingue: “E come se non bastasse spesso le aziende e i poteri pubblici tendono ad affidare a donne lavori meno qualificati”. Senza parlare delle violenze domestiche celate nell´intimità nell´Islanda profonda, nella provincia lontana da Reykjavík piccola ma vivacissima metropoli centro della vita giovanile.

Il governo centrista si è deciso ad affrontare il problema, con una legge dura appunto. I datori di lavoro saranno sottoposti a controlli e dovranno anche di loro iniziativa fornire documentazione sufficiente per ottenere la certificazione ufficiale di azienda o istituzione che davvero rispetta la parità retributiva tra gender. “Siamo decisi ad abbattere le ultime barriere retributive legate al gender in ogni posto di lavoro”, afferma citato dal New York Times il ministro degli Affari sociali e dell´uguaglianza, Thorstein Viglundsson, “la Storia ha mostrato che a volte se vuoi il progresso sei costretto a imporlo dall´alto contro chi vi si oppone”.

L´Islanda già oggi è ai vertici nelle classifiche mondiali della gender equality. Metà dei ministri sono donne, le leggi sulle quote rosa funzionano, il paese scandinavo fu il primo al mondo ad avere già decenni fa una capo dello Stato donna, Vigdis Finnbogadottir, e massiccia è la presenza di talenti femminili nel mondo accademico e nella letteratura che vanta il maggior numero di scrittori per abitante nel pianeta intero. L´ottanta per cento delle donne lavora, le casalinghe sono una piccola minoranza. Ma le discriminazioni sussistono, con differenze retributive ingiustificate, a pari qualifica, tra il 14 e il 20 per cento a vantaggio degli uomini.  E le donne hanno meno potere economico degli uomini. Controlli e richiesta di certificazioni inizieranno l´anno prossimo, e verranno completate entro il 2022. La Confindustria locale esprime lieve dissenso: “Le aziende dovrebbero fare di piú per le donne nel loro interesse ma non obbligate per legge”, afferma il suo direttore generale Halldor Thorbergsson. Ribatte il ministro Viglundsson: “Combatteremo come vogliamo, noi eletti dal popolo, ogni vested interest (interesse radicato e celato di gruppi di potere, in tal caso i maschi, ndr) per quanto tempo e costi ciò ci imponga”. La forte crescita economica, la tradizione femminista, lo spirito solidale tutto scandinavo della società, aiuteranno probabilmente la riforma.

Santamamma. La recensione (bellissima) di Ilaria Bonaccorsi per Left

(pubblicato qui per Left, di Ilaria Bonaccorsi)

«Ogni lettore annoiato su una storia che è costata sangue e cuore è una doppia dannazione e io, scusatemi, sono troppo fragile per correre questo doppio rischio».

È quasi la conclusione di Santa Mamma, il nuovo libro di Giulio Cavalli (Fandango libri). Forse la sua paura più grande. E solo oggi, solo adesso, chiuso il libro, mi rendo conto del rischio – doppio – che si è preso Giulio. Una storia di sangue e cuore la sua, una storia intima, privata a tal punto da farti vergognare mentre la leggi. Perché lo cerchi tutto il tempo, cerchi Giulio, quello che arriva in riunione di redazione e a volte ti strizza il cuore per il casino che ha dentro, altre ti riempie di parole fino a confonderti. Cerchiamo umanità insieme su Left dal 2015. “Interviste umane” le chiamiamo le sue. Quelle dove cerchi la bontà. Sono i buoni che vogliamo trovare insieme io e Giulio, anche se non vanno di moda, come mi dice sempre. La bontà non va di moda. Abbiamo firmato le copertine più assurde con Giulio Cavalli, persino una che si intitolava “Elogio della gentilezza”. Ma questo è Giulio Cavalli ed è perfetto per Left, gliel’ho sempre detto. E quando ho letto il suo libro ho capito il senso intero, quello grande, quello che gli fa cercare i buoni. Non gli eroi, i buoni, quelli che sentono il buco ma non lo hanno. E capisco, dopo aver letto Santa Mamma, quanto debba averlo sentito quel buco, e quanto abbia scavato, terrorizzato dal trovare il vuoto. E invece nessun vuoto. Al massimo un gran casino, un casino magnetico che ti fa divorare la storia di Carlo Gatti, il suo protagonista.

«Forse è meglio che mi presenti ma non sono mai stato forte, vi confesso, né con gli inizi e ancora meno con i finali: solitamente finisco dentro qualcosa da cui mi sfilo vigliaccamente nel modo più indolore possibile. Cerco il protagonismo e poi ne soffro. Ogni volta ci ricasco. Deve essere per questa mia ossessione di scrivermi un inizio. Sono Carlo Gatti e sono nato con un buco».

La storia di un bambino adottato all’età di tre anni, eroe per caso e poi per finta, di un fratello e di una ribellione. La sua storia? Forse. Mentre leggo mi ritrovo a pensarlo, e mi spiace spiare, ma sento il rischio.

«Sì, ma nessuno si mette a leggere i tuoi miseri vizi privati. Nessuno si prende la briga di capire i tuoi drammi così patetici. La tua grandezza era solo la grandezza dei tuoi nemici. Non del fratello matto o delle tue paturnie».

Lo dice l’impresario/editore nel libro a Carlo Gatti che l’eroe non lo vuole più fare. Lo ha pensato Giulio? Ha pensato di essere un buco grande quanto la grandezza dei suoi nemici? Forse. Conoscevo, conosco Giulio, sono due anni che scrive ogni giorno per Left, ma non mi aspettavo un libro tanto bello. Tanto perfetto. Scusatemi per la sorpresa e anche l’emozione. Ho pensato di non scriverlo, ho pensato persino di dare il libro a un mio redattore e di lasciare sgonfiare il mio cuore con calma. Ma a Giulio lo devo e forse gli devo anche delle scuse perché non ho capito subito, non ho visto subito.
Un libro buffo e uno serio. Un libro su un Matteo e un libro su se stesso. Questo aveva proposto. E la risposta è stata scontata. Su te stesso. Non restava allora che tuffarsi per lui. Senza paura? No, con la paura di annegare per «quella placenta che gli si era seccata addosso», alla nascita a lui bambino «appaltato». Dovrò fare uso di psicofarmaci, mi ha detto scherzando. E ha inalato fumo alla vaniglia dalla sua sigaretta elettronica, poi è sparito. Inutile inseguirlo, era andato nel “suo buco”. C’era solo da aspettare.

Ci sono frasi o momenti in Santa Mamma che ti straziano il cuore (ma non posso e non voglio spoilerare la storia!), ci sono espressioni che non avevo mai letto prima, come «ha due occhi che mi prendono per i capelli», c’è un modo di usare la lingua che ti tira dentro e poi ti mette fuori, a leggere soltanto quello che solo lui ti racconta.

«Ti dimenticheranno in poco tempo» dice l’impresario/editore nel libro a Carlo Gatti «nato con un buco». Invece Giulio io penso che non ti dimenticheranno in poco tempo perché il libro è indimenticabile. Mi hai fatto “scendere dal mio naso”, come scrivi di te stesso, più e più volte e mi hai portato nella tua vita. E ho pensato quello che hai scritto per tuo fratello di noi due:

«Però non ci capisce nessuno vero?». «Adesso cominciamo. Cominciamo adesso».

Io il libro di Giulio Cavalli non so raccontarvelo, posso solo pregarvi (passatemi il termine!) di leggerlo.

Poi vennero a prendere noi, in Vespa, al di là del muro

Poi succede che la paura riduca la percezione degli spazi. Deve essere la mancanza di qualche vitamina oppure un brutto mal di gola o peggio la cattiva abitudine di tenere le finestre sempre chiuse per non farci entrare l’inquinamento morale e risolverlo lasciandolo marcire là fuori.

Arriva qualcuno che promette di sigillarci il cortile, di piantonare la portineria, di abbaiare per noi e ci convinciamo che non facciamo del male a nessuno, che si tratta di una difesa legittima, che non facciamo del male nessuno.

Poi ci promette la deratizzazione. E noi tutti contenti. È questione di igiene. Di pulizia. Sono ratti, del resto. E noi non siamo mica ratti.

Poi ci dice che ci libererà dai rumorosi. Che soddisfazione: la tranquillità è un bene e noi non abbiamo più figli piccoli. Lavorano già, i nostri.

Poi il mastino ci dice che terrà fuori i messicani e noi non siamo nemmeno messicani. E dopo gli islamici perché in parrocchia ci hanno raccontato di un islamico che bestemmia e se bestemmia  lui, che conosciamo solo quello, figurati gli altri. Ci convinciamo di non fare mica male a nessuno, che è solo per l’ordine in difesa delle bestemmie.

Poi ci raccontano che c’è stato, dall’altra parte del quartiere, un problema con qualcuno che ha il nome che inizia per “m” e forse conviene tenerli fuori quello che iniziano per “m”; mica per razzismo, solo per prevenzione. E noi per “m” non abbiamo nemmeno uno straccio di cugino di secondo grado. E ci va bene così.

Poi quelli con i mocassini, poi i lentigginosi, poi quelli che mangiano troppo gelato e subito dopo quelli che ne mangiano troppo poco. E noi sempre più sicuri. Che bello, che meraviglia.

(continua su Left)

Alatri: l’omertà non si cura con le fiaccole

Avviso agli omertosi che si confondono con i dispiaciuti: l’omertà non è cera. Non si consuma accendendola e scendendo in piazza con fare sacerdotale fingendosi contriti per la morte di un concittadino. L’omertà è quella spigolosa caratteristica che spinge il comandante dei carabinieri a chiedere in conferenza stampa che “chi sa parli”. Ad Alatri ci sono altri protagonisti oltre al corpo martoriato di Emanuele (che ci riporta alle esecuzioni di un terzo mondo che sta qui fuori, appena in periferia) e oltre alle due brutte facce di quei due vigliacchetti bulletti: qualche decina di persone ha assistito al pestaggio mortale preoccupandosi di non rovesciare il Mojito piuttosto che intervenire.

 

 

(continua su Left)

Rodotà e il vizio della raccomandazione (a proposito del calcetto)

Era 34 anni fa quando Stefano Rodotà, parlamentare della Sinistra indipendente, organizzò con il Pci il convegno “La raccomandazione, uno scandalo da eliminare”. Ieri Repubblica ha rivelato il catalogo della spintarella, conservato all’ Archivio di Stato.

Professore, ma dal punto di vista “tecnico”, la raccomandazione che cos’ è?

«È una forma di relazione sociale e ha un radicamento lontano. In un mio saggio, anni fa, citavo Ruggiero Bonghi, che nel 1868 scriveva, con grande consapevolezza politica e culturale del suo tempo: “Non un impiego conferito senza raccomandazione di deputati, non una promozione accordata senza visto dell’ interesse politico, non un contratto stipulato dal governo senza che la stipula non venga presentata da un deputato”».

La raccomandazione è un male per antonomasia?

«Non la dobbiamo necessariamente leggere in una maniera del tutto critica. In molti casi è o era semplicemente la richiesta di poter godere di un diritto negato. Adesso le cose sono cambiate, spesso sono fenomeni marginali ma di tipo più corruttivo ».

Anche a sinistra si facevano le raccomandazioni?

«In certi casi segnalare una persona è un dovere. Ho fatto il parlamentare per tre legislature, eleggevamo i giudici costituzionali: non solo era un diritto, ma anche un dovere quello di proporre personalità di livello per certi ruoli. Così come, senza omertà, uno si poteva spendere contro una candidatura considerata non all’ altezza».

Ma le hanno mai chiesto un raccomandazione più spicciola, diciamo?

«Io sono stato eletto in Calabria, quindi conosco bene certe realtà e anche le richieste che potevano essere fatte. Le mie risposte erano improntate sulla massima trasparenza e infatti dopo un po’ capirono che non valeva la pena chiedere: “Se hai un diritto vediamo qual è il modo per farlo valere”. Se tu mi chiedi una cosa che non si può fare, non solo ti dico no ma anzi devo impedirti che questa scorciatoia possa essere proposta ad altri politici più compiacenti».

Ma facciamo un esempio pratico. La richiesta di una casa popolare per un proprio conoscente da parte del politico, era una raccomandazione buona o una cattiva?

«Dipende, perché non tutti possono avere una persona influente che interviene a proprio vantaggio. In un caso del genere, anche se c’è un diritto, l’interessamento crea disuguaglianza. Il confine è sempre molto labile, come vede». Comunque attraverso queste segnalazioni la politica creava consenso, è evidente.

C’ erano approcci differenti in questo tra Dc e partiti satelliti e il Pci?

«C’ era molta differenza. Penso ad esempio a Giulio Andreotti, alla sua presenza capillare nel proprio territorio, con la mitica segretaria che distribuiva pacchi di pasta e pagava le bollette ai “questuanti”. Oppure al Psdi, grande collettore di consenso attraverso pratiche ambigue: non a caso il ministero delle Poste era il più ambito perché, aggirando i concorsi, si potevano fare assunzioni su larga scala. In Calabria i deputati della Dc riuscivano a piazzare decine di persone. Le quali magari venivano spedite a Sondrio, perché lì comunque c’ era bisogno, e si lamentavano: non avevano neanche un cappotto per coprirsi…».

La sinistra invece?

«Nel Pci generalmente non c’ era la raccolta di voto clientelare, ma il tutto si basava su un’adesione alla linea politica molto forte. Anche in questo c’era il rovescio della medaglia però. Qual era il margine oltre il quale il “seguire la linea” cozzava con la propria libertà di pensiero?».

Prova un po’ di nostalgia?

«Non lo so se si stava meglio prima, però i grandi partiti facevano selezione di domande politiche e anche di persone. E queste persone, anche le più umili, dalla politica trovavano comunque delle risposte. Voglio dire che allora la politica non si astraeva dalle situazioni reali, dal vissuto comune. In alcune situazioni, in alcuni luoghi, quella tra Dc e Pci era una benefica concorrenza. La presenza sul territorio dava un rapporto continuativo tra eletti ed elettori, il consenso veniva raccolto attraverso una relazione stabile».

È mai stato raccomandato?

«In un certo senso sì. Una sera ci trovavamo in Liguria, io e mia moglie, in una piccola cittadina. Non trovavamo un albergo. Allora dissi, “andiamo alla sezione del Pci, vediamo se ci danno una mano”. La sezione naturalmente era aperta e i compagni ci trovarono l’ albergo».

la Repubblica, 21 marzo 2017