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Le piroette della Bellanova: da candidata diceva No Tap e ora “tutto deciso”

In questa immagine c’è tutto. Come scrive sul suo profilo Facebook Antonio Sicilia:

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+++ 19 febbraio 2013 +++
La candidata PD alla Camera Teresa Bellanova:
“Il gasdotto non può approdare a San Foca”

+++ 29 marzo 2017 +++
Il viceministro PD allo Sviluppo Teresa Bellanova:
“Il procedimento è chiuso, il gasdotto Tap si farà a San Foca”

Una battaglia politica difesa quando era candidata e rinnegata una volta diventata viceministra. Giocano con la nostra terra, con le nostre radici per difendere posizioni di potere.

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Non serve nemmeno il commento.

Il PD? «Un partito prostrato», parola del ministro Andrea Orlando

Ecco il video raccolto da Alberto Sofia per Il Fatto Quotidiano:

Utile per chi, in queste ore, sta parlando del caso di Palermo con la “sufficienza” di chi ci vorrebbe insegnare che “in politica servono i numeri” senza tenere conto del valore delle idee.

Spendete un minuto. Ne vale la pena.

Indovina con chi va il Pd? Con Angelino Alfano. A Palermo, intanto

Nonostante sia un copione liso e scontato, provoca il sorriso la testardaggine con cui questi si ostinano a smentirla: a Palermo, in vista delle prossime elezioni amministrative, il Pd sosterrà l’attuale sindaco Leoluca Orlando (a cui, dicono, hanno fatto opposizione dura in questi ultimi cinque anni, per dire) insieme agli alsaziani (quel che ne resta) e ai rimasugli dell’Udc.

Ne esce una lista (dal nome appetitosissimo “Democratici e Popolari”) che richiama lontanamente i colori e le grafiche del Partito Democratico e di Alternativa Popolare (la neonata creatura di Angelino Alfano) senza però citarli; Leoluca Orlando, del resto, da mesi continua a spiegare un po’ dappertutto che Fassino ha perso proprio per “colpa” del partito. Quindi? Quindi tutti civici per finta con la pretesa di riuscire a darcela a bere. Democratici e popolari. Appunto.

 

(continua su Left)

A Palermo il PD si fonde con Angelino Alfano. Stupiti?

Ne scrive Giuseppe Pipitone:

Erano tutti o quasi d’accordo: con Angelino non andremo mai più, dicevano. E invece non solo il Pd torna ad allearsi con Alfano, ma addirittura è costretto a occultare il suo simbolo per fondersi con Alternativa Popolare, il neonato partito del ministro degli Esteri. Succede in Sicilia, infaticabile laboratorio politico nazionale, dove lunedì gli esponenti dem hanno presentato la loro lista in vista delle amministrative di Palermo. Dopo cinque anni all’opposizione del sindaco Leoluca Orlando, infatti, il partito del sottosegretario Davide Faraone – sconfitto alle primarie nel 2012 – ha ben pensato di riporre in archivio centinaia di dichiarazioni al vetriolo contro il primo cittadino palermitano per sostenerne la ricandidatura in mancanza di concorrenti più credibili.

Solo che Orlando – eletto sindaco per la prima volta nell’ormai lontanissimo 1985 – non è certo l’ultimo arrivato. “Piero Fassino a Torino ha perso non perché ha amministrato male, ma perché è diventatosimbolo dei partiti“, ha ripetuto fino allo sfinimento il professore ai suoi fedelissimi. Ed è proprio per evitare di fare la fine di Fassino – cioè essere battuto clamorosamente dal Movimento 5 Stelle – che Orlando ha dato il suo ultimatum al Pd: sì all’alleanza ma senza alcun simbolo di partito.

I dem – come ha raccontato ilfattoquotidiano.it – ci hanno riflettuto non poco: poteva il partito che governa a Roma con Paolo Gentiloni e in Sicilia con Rosario Crocetta rinunciare alla sua lista proprio nella principale città chiamata alle urne per le amministrative della prossima primavera? Poteva quella che è – o punta ad essere – la prima forza politica del Paese nascondere il proprio simbolo sotto il tappeto, manco si trattasse di un marchio di cui vergognarsi, a pochi mesi dalle elezioni politiche? In teoria no, non poteva. In pratica, però, Lorenzo Guerini, numero due del Nazareno, non ha potuto fare altro che piegarsi al diktat di Orlando, ordinando ai suoi di contenere ogni orgoglio di sorta. Per raccogliere qualche consigliere, e magari qualche assessore, a Palermo i dem saranno costretti a fare finta di non essere dem: negare se stessi in nome di qualche voto.

Ma non solo. Perché sulla rielezione del quattro volte sindaco di Palermo non punta le sue fiches solo il Pd. Al contrario anche le cosiddette forze moderate – e cioè gli alfaniani e quel che resta dell’Udc – sono ben consapevoli di non avere scelta: o con Orlando o fuori dal consiglio comunale del capoluogo siciliano. È per questo motivo che alla fine è nata Democratici e Popolari, la lista civica del Pd, degli alfaniani che hanno appena chiuso il Nuovo Centrodestra per convertirlo in Alternativa Popolare, e degli ex Udc che hanno seguito Giampiero D’Alia nella scissione a colpi di “cocainomani” e “mafiosi” dalla corrente di Lorenzo Cesa.

Un’occhiata al simbolo vale più di qualsiasi manuale di trasformismo politico: il Partito Democratico sacrifica la sua P, a beneficio di Alternativa Popolare che invece fa a meno della A. I colori, invece, ci sono tutti: il rosso e il verde dei dem, il blu degli alfaniani, persino quattro stellepescate chissà dove, che però di questi tempi vanno tanto di moda. In pratica un simbolo marmellatache raffigura in maniera efficace la fusione tra il partito di Matteo Renzi e quello di Angelino Alfano. “Questa è un’alleanza alla pari ci saranno 20 candidati indicati dal Pd e 20 dall’area popolare”, rivendica il deputato Dore Misuraca, leader degli alfaniani che sostengono Orlando, mentre Francesco Cascio, ex presidente dell’Assemblea regionale siciliana, punta ad appoggiare l’altro candidato Fabrizio Ferrandelli. “Daremo un contributo decisivo alla vittoria del centro sinistra e di Leoluca Orlando alle prossime elezioni amministrative. Il simbolo che abbiamo presentato tiene dentro le istanze dei nostri alleati, del sindaco ma soprattutto dei tanti iscritti e militanti del Pd che ci hanno spronato a tenere insieme unità e identità”, annuncia anche Antonio Rubino, responsabile dell’organizzazione del Pd in Sicilia.
E dire che fino a pochi giorni fa, una nuova alleanza con Alfano era vista come fumo negli occhi ai piani alti del Nazareno. “Siamo al governo insieme perché nel 2013 non abbiamo vinto le elezioni e per andare avanti ci siamo alleati con forze a noi alternative. Ma è abbastanza evidente che un partito che si chiama Nuovo centrodestra difficilmente si può alleare con un partito di sinistra”, diceva appena il 7 febbraio il presidente del partito Matteo Orfini, rispondendo dal palco del Lingotto a Giuliano Pisapia. “Un listone unico con il Pd e Alfano? Per me, e non solo per me, sarebbe un incubo“, aveva detto l’ex sindaco di Milano, mettendo in mostra – suo malgrado –  sorprendenti doti divinatorie.  Sono bastate poche settimane, infatti, per stimolare il repentino cambio di passo di Orfini e soci: contrordine compagni, con Angelino non solo bisogna allearsi ma occorre addirittura fondersi. La scomparsa di quell’ingombrante locuzione – “Nuovo Centrodestra” – e i sondaggi che danno il nuovo-vecchio partitino di Alfano addirittura al 3,4 percento hanno fatto il resto. In attesa di capire se l’incubo di Pisapia sia destinato a diventare realtà soltanto a Palermo.

(fonte)

Quella donna sul ponte di Londra e “l’obbligo di sconvolgersi” come decidono gli altri

(Un articolo da incorniciare di Stefano Bartezzaghi su Repubblica di ieri. La donna in questione, tra l’altro, ha già spiegato bene l’accaduto sul Guardian qui)

Una giovane donna velata cammina sul ponte di Westminster, subito dopo la strage del Suv. Ha uno smartphone in mano, vicino a lei c’è un corpo a terra e un capannello che lo soccorre, ma lei procede senza guardare. È stata fotografata e poi accusata di essere indifferente allo scempio e sospettata persino di approvarlo. Per fortuna le era stato fatto un altro scatto, in cui il volto tradiva più evidentemente lo sgomento. Lei stessa è intervenuta, si è dichiarata sotto choc per i commenti malevoli e ha raccontato che aveva il telefono in mano perché aveva appena mandato un messaggio ai suoi cari a proposito di quanto era appena successo.

L’episodio è solo il prodotto più recente di una tendenza su cui non si discute mai e, indiscussa come appunto è, diviene sempre più allarmante: siamo, tutti, obbligati a reagire in modo riconoscibile e appropriato. Altro che politicamente corretto, altro che cantare fuori dal coro! Il nuovo imperativo paradossale è: «Sii, spontaneamente, sconvolto». Chi non si indigna prontamente (o al contrario non si rallegra) in reazione a ciò che è considerato degno di indignazione o gioia parimenti automatici ottiene l’istantaneo disprezzo collettivo. E questo avviene nelle occasioni più diverse. Un presagio marginale se ne era avuto anni fa per l’inezia del canto dell’inno prima delle partite della Nazionale: i giocatori che non partecipavano, magari oriundi (e quindi poco memori dello «stringiamci a coorte»), erano deprecati per deficit di affezione alla maglia nazionale. Ora cantano tutti, in coro. Su argomenti ben più importanti lo «sconvolgiamoci a coorte» non si elude e la mancata adesione ai lavacri collettivi delle coscienze è tollerata, paradossalmente, solo quando è polemica e sprezzante. Chi non è Garrone sia almeno Franti.

La ragazza velata aveva ovviamente tutto il diritto di passare dal ponte senza esibire manifestazioni apprezzabili di turbamento e orrore. Poteva essere, come probabilmente è, altamente pudica. Ma poteva anche avere in quel momento ragioni private per desiderare soltanto di allontanarsi da lì, non potendo oltretutto fare nulla per soccorrere le vittime. Persino la prima foto non è quella di una persona distaccata, ma i commenti sferzanti si sono sedati solo dopo la difesa da parte del fotografo e dopo che lei stessa ha dichiarato che si era appena offerta di aiutare i soccorsi Roland Barthes diceva che il fascismo non è la censura, non impedisce di dire: obbliga a dire. È certamente necessario che i dirigenti di comunità religiose, come quelli di movimenti e partiti politici, fino a quelli delle squadre di calcio, compiano esplicite e nette distinzioni dai criminali che si dicono ispirati dai loro stessi valori. È questa, la «responsabilità »: il dovere di rispondere. È inoltre possibile concordare con il Gramsci di “Odio gli indifferenti” e pensare che una diffusa noncuranza per ciò che avviene sia uno dei tanti mali che stanno cambiando il volto e il valore della nostra democrazia. Ma nulla di ciò può comportare, e per chiunque, l’obbligo di dimostrare in modalità visibili, istantanee e convincenti che indifferenti non si è.

La società dell’enfasi richiede di caso in caso le nostre lacrime o i nostri applausi. Ma il rispetto per i nostri sentimenti ci richiede, al contrario, di astenerci dal fare della loro manifestazione la partecipazione coatta a rituali collettivi di pregnanza dubbia e nulla spontaneità.
Giudicare, tanto più da una foto, sull’altrui sensibilità personale è avventato (e anche iniquo). Specie quando è collettiva, l’ipocrisia è invece assai più palese.

Poletti? Del resto senza calcetto secondo voi come potrebbe finirci ministro, uno così

Niente da fare, è recidivo. Il ministro (chissà poi perché) del lavoro (chissà poi quale) Giuliano Poletti infila l’ennesima offensiva scemenza nei confronti dei giovani (dopo quella dei giovani emigrati all’estero in cui ci disse che “alcuni è meglio non averli tra i piedi”) e durante un incontro con gli studenti dell’istituto Manfredi Tanari di Bologna dice: «Il rapporto di lavoro è prima di tutto un rapporto di fiducia. È per questo che lo si trova di più giocando a calcetto che mandando in giro dei curriculum.»

Ha ragione Poletti: il fatto che sia ministro dimostra come l’appartenenza da sempre qui da noi funziona più del merito. E se dobbiamo continuare a vergognarci per le bestialità proferite da questi cialtroni diventati classe dirigente è proprio perché il disfacimento etico e morale perpetrato negli anni oggi è scivolato talmente in basso da poter essere addirittura esibito.

Il Paese che si scambia favori al circolino del tennis, alle cene di gala o appunto al campo di calcetto è quello che si è curato più della preservazione delle sue oligarchie piuttosto che della distribuzione dei diritti e delle opportunità. Così accade che nello stesso giorno in cui si viene sapere che a Treviso a una donna incinta viene chiesto di pagare il proprio sostituto per non essere licenziata il ministro che dovrebbe tutelarla riesce a farsi deridere con una frase del genere.

 

(continua su Left)

Segui le Navi dei Veleni e arrivi a Mogadiscio

Da tempo Marco Birolini sta approfondendo la questione dei rifiuti tossici e delle navi dei veleni con una costanza e uno studio che in un Paese normale farebbero gridare ogni volta allo scandalo. E invece niente. Ecco sia scriveva ieri per Avvenire:

I viaggi delle navi dei veleni non si sono mai fermati. Lo dimostrano le ultime carte desecretate dalla Commissione d’inchiesta sui rifiuti. In una nota «riservatissima » del 30 luglio 2003, il Sismi comunica al ministro degli Esteri, Franco Frattini, che, «secondo quanto riportato da fonti attendibili, starebbero giungendo a Mogadisco due navi cariche di rifiuti industriali e scorie tossiche ». Gli 007 segnalano che la “Serjo 103”, battente bandiera portoghese, e la “Al Niil” (Kuwait), «sarebbero bloccate sulla costa, poiché la società contattata per lo scarico, composta da somali e stranieri, non avrebbe trovato un accordo sul prezzo». Per questo motivo il gruppo, «che da anni si occuperebbe dello scarico di rifiuti in Somalia», avrebbe addirittura minacciato di denunciare i nomi delle società estere abituate a scaricare i veleni a Mogadiscio e dintorni.

Non si conosce l’epilogo della vicenda (molte carte restano segrete), ma la sostanza non cambia. Perché l’intelligence italiana è tuttora convinta che la Somalia rimanga uno dei punti d’approdo dei rifiuti tossici italiani ed europei, così come gli altri Stati del Corno d’Africa e altri paesi poverissimi, specialmente quelli che si affacciano sul Golfo di Guinea. I servizi conoscono anche le rotte: dai nostri porti i carichi di spazzatura industriale rimbalzano in un altro Paese europeo, per arrivare a Gibilterra. Sullo Stretto fanno base alcune società inglesi, che curano il trasferimento delle scorie in Marocco e altre località del Nordafrica. Tutto legale, dal punto di vista delle autorizzazioni. Ma c’è il forte sospetto che si tratti di aziende di copertura gestite dietro cui si nasconde la mano della grande criminalità italiana: i vari passaggi servono a confondere le tracce e, ovviamente, a declassificare la pericolosità dei rifiuti. Una volta sbarcati in Maghreb, i container vengono rimbalzati sempre via mare nei Paesi in via di sviluppo, magari in territori governati da funzionari corrotti, il più lontano possibile dalla capitale.

Succede così che i moli di porti remoti si ritrovino coperti da fusti contenenti sostanze sconosciute, scaricati da navi che ripartono subito dopo. I veleni restano abbandonati, senza che nessuno li ritiri. E le autorità locali scelgono la via più facile per sbarazzarsene: li caricano su qualche peschereccio, li portano al largo e li buttano nell’Oceano. Ogni indagine si perde rovistando in scatole che si rivelano vuote: le società destinatarie della “merce”, infatti, durano lo spazio di una settimana. Uno scenario desolante.

E non è certo una consolazione sapere che i mari italiani e i porti sono più controllati rispetto a prima. Difficile che oggi nelle nostre acque vengano affondati veleni, ma in passato potrebbe essere accaduto. I servizi, su questo punto, sembrano avere pochi dubbi. Semmai c’è chi si stupisce che le procure, di fronte a tante informative, non abbiano aperto inchieste. Dal canto loro, i magistrati ribattono che è impossibile iniziare ricerche dispendiose di fronte a segnalazioni rivelatesi sempre troppo generiche. Come quelle riportate in una nota inviata dal Cesis alla presidenza del Consiglio nel ’95: «A seguito di indagini condotte all’inizio del ’94 su un carico di scorie nucleari che sarebbe pervenuto dalla Germania, si è ipotizzato che nell’Aspromonte reggino esista una discarica di rifiuti tossici controllata dalla criminalità organizzata ». Già, ma dove? Il riferimento è al carico della Koraby, che dopo esser stata respinta dal porto di Palermo per radioattività a bordo, fu trovata con le stive vuote al largo di Pentimele. La Koraby, scrivono i servizi, aveva tentato in passato «di scaricare più volte materiale radioattivo in territorio italiano ». Con l’aiuto della ’ndrangheta potrebbe esserci riuscita.