Vai al contenuto

La crisi della montagna, tra frane ed eventi estremi: il VI report Carovana dei Ghiacciai di Legambiente

La montagna si muove anche quando sembra immobile. Lo sanno bene i tecnici che da mesi registrano scricchiolii, cedimenti, colate improvvise. Nel 2025 le Alpi hanno mostrato il loro volto più vulnerabile: quaranta frane documentate in alta quota e centocinquantaquattro eventi meteo estremi tra allagamenti, vento, esondazioni e piogge torrenziali. È l’immagine di un arco alpino che cambia più in fretta di quanto le comunità riescano a raccontare.

L’estate che ha rotto gli equilibri

Il VI report Carovana dei ghiacciai di Legambiente, presentato a Torino, mette in fila numeri che somigliano a un referto clinico. La stagione estiva è stata il punto di rottura, con un crescendo di crolli di roccia e colate detritiche: dieci eventi in giugno, diciotto in agosto. Veneto e Valle d’Aosta guidano la mappa del dissesto, mentre il lungo periodo restituisce un quadro più ampio: dal 2018 al 2025 sono state registrate 671 frane principali nelle regioni alpine. Una montagna che perde coesione, centimetro dopo centimetro.

E mentre i versanti cedono, l’atmosfera accelera. L’Osservatorio Città Clima conta 154 eventi estremi nei primi undici mesi del 2025: Lombardia la più colpita, seguita da Veneto, Piemonte e Liguria. Gli studiosi dell’Università di Losanna e Padova avvertono che un aumento di due gradi potrebbe raddoppiare la frequenza di questi fenomeni. È il tipo di previsione che resta nei report finché l’estate non arriva a confermare quanto basti un temporale per spezzare una strada, allagare un torrente, isolare un paese.

Le ferite del 2025 e il futuro che incombe

Il 2025 ha avuto i suoi luoghi-simbolo. La valanga di roccia e ghiaccio che a maggio ha colpito Blatten, in Svizzera, dopo il collasso del ghiacciaio di Birch, è rimasta come una cicatrice incisa sul versante. Più a sud, le quattordici colate detritiche che hanno ripetutamente interrotto la statale 51 di Alemagna tra giugno e agosto hanno riportato al centro la fragilità dell’infrastruttura che dovrebbe servire le Olimpiadi di Milano-Cortina. E tutto questo mentre l’Aletsch, il più grande ghiacciaio europeo, arretra in media di 40 metri l’anno e l’Adamello-Mandrone continua a perdere superficie.

Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, definisce le Alpi «una delle sentinelle più importanti della crisi climatica», un territorio dove occorrono politiche di adattamento e monitoraggi costanti. Per Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi, il modello svizzero dimostra che un’analisi preventiva dei rischi può salvare vite e infrastrutture. La Fondazione Glaciologica Italiana insiste sulla velocità del fenomeno: sulle Alpi il riscaldamento procede a un ritmo doppio rispetto alla media globale.

Se si guarda oltre le singole emergenze, la cartografia del rischio restituisce una montagna abitata: oltre 239mila frane censite nelle regioni alpine e più di 276mila persone che vivono in aree esposte. Strade, scuole, impianti sciistici, centrali idroelettriche rientrano in questo perimetro mobile, in cui ogni evento estremo costringe a chiudere, deviare, ricostruire. La stessa Carovana dei ghiacciai, in sei tappe tra Svizzera, Italia e Germania, è diventata un laboratorio a cielo aperto di questa trasformazione accelerata, con i glaciologi a misurare arretramenti e i sindaci a fare i conti con ciò che non torna più come prima.

Un catasto di ghiacciai

La montagna, oggi, chiede tempo e strumenti. Un catasto dei ghiacciai aggiornato, una rete di monitoraggio capillare, strategie di mitigazione e adattamento: le richieste delle associazioni sono la base minima per evitare che ogni estate si trasformi in un test di resistenza collettivo.

Intanto, mentre i dati si accumulano, si prova a raccontare ciò che si sta perdendo. Il podcast Dove il ghiaccio scompare ripercorre le tappe della Carovana dei ghiacciai: sei puntate per seguire la ritirata dell’alta quota, come un diario sonoro del cambiamento, con le voci dei ricercatori e delle comunità che vivono accanto ai ghiacciai.

La montagna non usa parole gonfie. Racconta con rumori secchi, con il boato di una parete che cede, con la pioggia che scava il terreno. La tensione è nel paesaggio che cambia, giorno dopo giorno, e nelle scelte che la politica continua a rimandare.

L’articolo La crisi della montagna, tra frane ed eventi estremi: il VI report Carovana dei Ghiacciai di Legambiente sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Occhi su Gaza, diario di bordo #98

La pioggia è entrata prima del mattino, scavando solchi di fango tra le tende e trasformando i campi degli sfollati in vasche d’acqua sporca. A Gaza City le immagini rimbalzano ovunque: l’acqua sale fin dentro i rifugi, le famiglie provano a sollevare materassi ormai fradici, i bambini camminano scalzi in una miscela di pioggia e liquami. La tempesta che ieri era allerta oggi è realtà.

La Protezione civile avverte che le prossime ore sono «pericolose»: le tende rischiano di cedere, il vento strappa le coperture, l’acqua si accumula dove le fogne non esistono più. Il sindaco spiega che il municipio non ha mezzi per intervenire: le pompe non funzionano, le reti sono distrutte, resta solo il tentativo disperato di deviare l’acqua con attrezzature private, vecchie, insufficienti.

I numeri delle Nazioni Unite danno la misura del disastro. Oltre ottocentomila sfollati vivono in 761 siti classificati ad alto rischio di alluvione; in 219 campi l’acqua ha già travolto tutto, mettendo in pericolo più di centomila persone. Qui la meteorologia diventa materia politica: dove non c’è più infrastruttura, la pioggia si comporta come un assedio.

La tempesta ha chiuso quattro centri per l’infanzia su otto e gli altri non sono raggiungibili. Save the Children denuncia che non entrano neanche pali, legname e strumenti per rinforzare le tende: materiali considerati “a duplice uso”. Così i più piccoli dormono su coperte bagnate mentre le restrizioni continuano a dettare la forma della loro sopravvivenza.

Intanto la tregua resta un confine immaginario. Hamas segnala altri due morti nelle ultime ventiquattr’ore; dall’inizio del cessate il fuoco il conto è salito a 379. Meshaal dice che Gaza deve «guarire», ma oggi la città è un mosaico d’acqua sporca che trascina via ciò che resta. Guarire, qui, è un verbo sospeso sopra un terreno che non smette di sprofondare.

L’articolo Occhi su Gaza, diario di bordo #98 sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Giornata dei diritti umani: il fallimento dell’universalismo tra guerre, frontiere e disuguaglianze

Giornata mondiale dei diritti umani. Come stanno i diritti umani? Male. Settantasette anni dopo il 10 dicembre 1948 la distanza fra la Dichiarazione universale e il mondo reale è sotto i nostri occhi. La Dichiarazione nata al Trocadero per impedire il ritorno dell’arbitrio statale sopravvive nei discorsi ufficiali, certo. Ma guerre, frontiere, disuguaglianze e carceri mostrano quanto l’universalismo del 1948 sia stato eroso da vent’anni di emergenza permanente inaugurata dopo l’11 settembre.

La Dichiarazione davanti al mondo che arretra

L’articolo 3 garantisce il diritto alla vita e alla sicurezza. Nei rapporti 2024-2025 Amnesty International documenta a Gaza bombardamenti su aree densamente abitate, blocchi deliberati di acqua, cibo e carburante, ostacoli all’accesso umanitario. Human Rights Watch denuncia doppi standard nelle reazioni delle potenze occidentali fra Ucraina e Palestina. In Sudan e in Ucraina l’Onu registra milioni di sfollati, attacchi contro infrastrutture civili, torture ai prigionieri, deportazioni forzate. Il diritto alla vita, che avrebbe dovuto essere il punto fermo del sistema, è oggi esposto alle scelte militari e geopolitiche degli Stati.

L’articolo 14 riconosce il diritto d’asilo. L’accordo tra Italia e Albania inaugura centri extraterritoriali concepiti per trattenere e selezionare i richiedenti asilo fuori dal territorio nazionale. Nel 2024, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, almeno 2.452 persone sono morte o scomparse nel Mediterraneo; i dati Unhcr indicano che circa una persona ogni 120 che tenta la traversata perde la vita, uno dei tassi più alti degli ultimi anni. Il mare rimane una frontiera in cui la possibilità di sopravvivere dipende dall’ampiezza del soccorso.

Anche i diritti economici e sociali restano incompiuti: nel 2024, secondo l’Inail, i morti sul lavoro sono stati 1.090, in aumento rispetto all’anno precedente, e l’Osservatorio Placido Rizzotto stima almeno 200 mila lavoratori irregolari nel settore agroalimentare.

Il test italiano nella crisi dell’universalismo

L’Italia è diventata uno specchio interno del declino europeo. Le carceri hanno superato un tasso reale di sovraffollamento del 130%: secondo il XXI rapporto di Antigone, considerando i posti effettivi il dato si attesta al 133%, con circa 16 mila persone senza un posto regolamentare. Nel 2024 i suicidi in carcere sono stati 91, il numero più alto da quando esistono le serie statistiche del Ministero della Giustizia. Celle sovraffollate e un ricorso massiccio alla custodia cautelare rendono fragile la presunzione di innocenza. Il nuovo reato di «rivolta penitenziaria», inserito nel pacchetto sicurezza, consolida una risposta punitiva a una crisi prodotta anche dall’inerzia istituzionale.

E alle frontiere? Il naufragio del 17 giugno 2024 al largo della Calabria, con decine di vittime fra cui molti bambini, è diventato la fotografia di un sistema che accetta un certo numero di morti pur di ridurre gli arrivi. L’apertura dei centri in Albania conferma l’idea di una protezione «a distanza», più preoccupata di contenere i flussi che di garantire il diritto d’asilo. La criminalizzazione delle ONG riduce la presenza in mare proprio di quegli attori che potrebbero salvare vite.

La violenza contro le donne mostra lo scarto fra l’articolo 1, che proclama l’uguaglianza in dignità, e la realtà. Secondo il Servizio Analisi Criminale, nel 2024 sono state uccise 113 donne, 99 delle quali in ambito familiare o affettivo; in 61 casi l’autore è stato il partner o l’ex partner. Il Comitato Cedaw dell’Onu denuncia ancora ritardi nell’adozione di una definizione di stupro basata sul consenso e ostacoli nell’accesso alla giustizia.

La libertà di informazione è un ulteriore stress test. Il monitoraggio del Media Freedom Rapid Response ha registrato per l’Italia, nel biennio che arriva al 2024, oltre novanta episodi di minacce, aggressioni, querele temerarie e interferenze politiche ai danni di giornalisti e redazioni. Organizzazioni internazionali parlano di erosione dell’indipendenza dei media pubblici e di crescente pressione sui cronisti. L’uso della forza contro studenti che manifestavano a Pisa nel febbraio 2024 chiude simbolicamente il cerchio: il diritto di protesta, nucleo degli articoli 19 e 20, viene messo alla prova mentre la crisi internazionale richiederebbe un dibattito più aperto.

La promessa che sopravvive nelle fratture

Hannah Arendt ricordava che la perdita dello spazio politico in cui i diritti si esercitano rende ogni diritto vulnerabile. La condizione degli sfollati, dei migranti trattenuti in zone grigie, dei detenuti senza reali possibilità di difesa testimonia l’attualità di questa analisi. Oggi la Dichiarazione universale continua a essere pronunciata come fondamento identitario, ma la sua forza normativa si regge soprattutto nelle zone in cui società civile, familiari delle vittime, Ong e difensori dei diritti documentano ciò che gli Stati trascurano. È in quelle crepe che la promessa del 1948 resiste ancora. Ma la distanza tra quell’orizzonte e il presente fotografa un mondo che si definisce attraverso i diritti mentre restringe lo spazio in cui essi possono davvero valere. C’è poco da festeggiare, molto ancora da lottare.

L’articolo Giornata dei diritti umani: il fallimento dell’universalismo tra guerre, frontiere e disuguaglianze sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Albania: il castello politico che la giustizia sta demolendo

Ogni giorno il progetto Albania si sgretola sotto il peso delle verifiche giuridiche. La decisione della Corte di giustizia Ue di accelerare l’esame del rinvio della Corte d’appello di Roma apre una faglia che attraversa l’intero impianto dell’accordo: il dubbio riguarda la legittimità stessa della firma italiana, in un settore che l’Unione ha già disciplinato in modo dettagliato. I giudici romani osservano che i centri di Shengjin e Gjader alterano il sistema comune di asilo, entrando in collisione con le norme europee dedicate alla tutela dei diritti fondamentali.

La vicenda arriva dopo mesi in cui la magistratura ha evidenziato crepe profonde: dalla decisione Ue di agosto sui «paesi di origine sicuri» fino al rinvio sollevato dalla Cassazione sulla seconda fase del protocollo, quella che prevede il trasferimento degli “irregolari” verso Gjader. Il nuovo procedimento è il più incisivo, perché mette in discussione l’esistenza stessa del protocollo e restringe gli spazi degli Stati membri nella stipula di accordi internazionali in aree di competenza condivisa.

Nel frattempo l’esecutivo continua a presentare le discussioni europee su Paesi sicuri e return hubs come un’investitura politica. Il Consiglio ha solo definito una posizione negoziale che dovrà passare al Parlamento e alla Commissione, mentre la Corte ricorda che persino gli atti comunitari restano sottoposti al controllo dei giudici nazionali.

Il progetto Albania avanza così in un territorio sempre più incerto. Ogni passaggio della giustizia ridisegna la mappa reale del diritto e lascia emergere un dettaglio che la propaganda ha tentato di mettere ai margini: l’esperimento d’Oltreadriatico poggia su fondamenta che mostrano crepe sempre più visibili.

Buon mercoledì. 

L’articolo proviene da Left.it qui

Intelligenza artificiale, indagine antitrust su Google: nel mirino Ue i contenuti editoriali utilizzati da AI Overviews

AI Overviews, la funzione che riscrive il web dentro Google, è finita sotto indagine formale antitrust della Commissione europea. Il fascicolo aperto a Bruxelles punta a verificare se il colosso di Mountain View abbia utilizzato i contenuti degli editori online e i video caricati su YouTube per addestrare e alimentare i propri modelli di intelligenza artificiale generativa senza un compenso adeguato e senza offrire la possibilità di rifiutare l’uso dei materiali. L’indagine riguarda in particolare i riepiloghi generati dall’IA che compaiono sopra i risultati organici di ricerca e la cosiddetta “Modalità AI”, una scheda simile a un chatbot che risponde alle query in forma conversazionale.

Una spinta politica italiana

A portare il caso sul tavolo della Commissione è stata un’interrogazione presentata il 21 novembre dagli europarlamentari M5S Mario Furore e Gaetano Pedullà, che parlano esplicitamente di abuso di posizione dominante. Nella loro nota ricordano che l’uso dei contenuti editoriali nei riepiloghi generati dall’IA rappresenta per gli editori «una pratica palesemente scorretta», perché trasferisce valore informativo senza riconoscere la proprietà intellettuale e altera il mercato pubblicitario. Gli editori segnalano un calo dei clic verso le fonti esterne fino al 30% e un aumento delle ricerche zero-click, quelle che si esauriscono dentro Google senza che l’utente apra il sito di origine. È l’effetto delle nuove funzioni AI Overviews, che di fatto trattengono l’utente nella pagina di ricerca.

La coincidenza temporale tra interrogazione e apertura dell’indagine è rivendicata dagli stessi Furore e Pedullà, che parlano di risposta «immediata». È il punto politico che interessa: un atto parlamentare mette pressione su Bruxelles in un terreno, quello dell’IA, in cui la regolazione corre sempre in ritardo rispetto alle innovazioni delle piattaforme.

Il nodo concorrenza

La Commissione, guidata nella partita antitrust da Teresa Ribera, vuole capire se Google abbia imposto termini e condizioni inique agli editori e ai creatori. Al centro c’è AI Overviews, che inserisce in cima alla pagina un riepilogo sintetico costruito grazie ai contenuti di testate giornalistiche e altri siti. La posizione dominante del motore di ricerca rende la scelta degli editori tutt’altro che libera: chi prova a sottrarsi teme di perdere traffico, visibilità e ricavi.

L’indagine tocca anche YouTube. Chi carica video è tenuto ad autorizzare l’uso dei propri contenuti per l’addestramento dei modelli generativi di Google, senza un corrispettivo e senza possibilità di opt-out. Allo stesso tempo, le politiche della piattaforma impediscono agli sviluppatori concorrenti di usare gli stessi materiali per addestrare i propri sistemi. Ne esce un doppio vantaggio: Google accumula dati e contenuti preziosi per l’IA, i rivali restano esclusi dalla principale biblioteca video del pianeta.

Le conseguenze possibili

La Commissione definisce il dossier una procedura «prioritaria», segnale che l’istruttoria sarà trattata con urgenza. Se dovessero emergere violazioni, si configurerebbe un abuso di posizione dominante ai sensi dell’articolo 102 del Tfue, con sanzioni potenzialmente fino al 10% del fatturato mondiale del gruppo e con l’obbligo di riscrivere il funzionamento delle funzioni di ricerca basate sull’IA. Per gli editori la posta è esistenziale: la perdita di traffico riduce i ricavi pubblicitari, rende più fragile la tenuta economica delle redazioni e concentra ancora di più il controllo dell’accesso alle notizie nelle mani di una singola piattaforma.

Per gli altri operatori dell’IA, l’esito del procedimento dirà se sarà ancora possibile competere avendo accesso a basi dati ampie e diversificate, oppure se l’ecosistema rimarrà appeso alle condizioni decise da Google e da poche altre grandi aziende tecnologiche. Non è solo un conflitto tra un colosso e la Commissione: riguarda la struttura del mercato dell’IA in Europa nei prossimi anni.

L’azione contro Google arriva inoltre in una fase di stretta europea sulle Big Tech, con nuovi dossier avviati su altre piattaforme e un uso sempre più sistematico degli strumenti del diritto della concorrenza e del Digital Markets Act. Nel vuoto normativo che separa la disciplina del copyright dalle nuove pratiche generative, l’indagine su AI Overviews diventa una prova di forza tra piattaforme e regolatori. Che ad accenderla sia stata un’interrogazione politica italiana segnala un punto semplice: la vigilanza sulle grandi piattaforme digitali esiste solo quando qualcuno la esercita davvero. Ora tocca alla Commissione dimostrare che, di fronte alla nuova stagione dell’intelligenza artificiale, il tempo per farlo non è già scaduto.

L’articolo Intelligenza artificiale, indagine antitrust su Google: nel mirino Ue i contenuti editoriali utilizzati da AI Overviews sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Zittire la cronaca per riscrivere la storia a Gaza

Sessantasette giornalisti uccisi in un anno, ventinove a Gaza, tutti colpiti mentre lavoravano. Reporters sans frontières fotografa il paradosso: l’esercito israeliano è oggi il principale pericolo per chi prova a raccontare la Striscia, responsabile del quarantatré per cento dei reporter ammazzati nel mondo. Zittire la cronaca è il primo modo per riscrivere la guerra.

Intanto Gaza affoga sotto sessantotto milioni di tonnellate di macerie, l’equivalente di centottantasei Empire State Building. L’ottanta per cento degli edifici è distrutto o ferito, sotto i detriti restano corpi senza nome che nessuno riesce nemmeno a contare. Per ripulire tutto, ammesso che Israele lo permetta, serviranno anni. Ogni giorno che passa rende la verità un po’ più irraggiungibile.

Fuori dalla Striscia la geografia della repressione è la stessa. I blindati entrano all’università di Al-Quds ad Abu Dis, studentati trasformati in zona militare. A Masafer Yatta un colono armato caccia i contadini dal campo mentre il trattore è ancora acceso. A Gerusalemme Est la polizia fa irruzione nelle sedi dell’Unrwa sfidando i richiami di Madrid e delle Nazioni Unite. Scuole, terra, agenzie umanitarie: tutto ciò che può tenere in vita un popolo diventa un obiettivo.

A Gerusalemme, alla Knesset, il ministro Itamar Ben-Gvir si presenta con una spilla gialla a forma di cappio per sostenere la legge sulla pena di morte per i palestinesi accusati di terrorismo. In Europa intanto esplode l’inchiesta sugli appalti Nato truccati a favore di Elbit, il gigante israeliano delle armi. Le immagini dicono che la guerra contro Gaza passa dai bombardamenti, dall’occupazione dei luoghi di studio, dall’intimidazione dei contadini, dai cappi appuntati sulla giacca di chi governa e dal denaro che circola attorno alle macerie.

L’articolo Zittire la cronaca per riscrivere la storia a Gaza sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Tetto al contante a 10mila euro: tutti i rischi dell’emendamento FdI fatto proprio dal governo

Cambia il tetto del contante con un emendamento alla legge di bilancio, firmato da Fratelli d’Italia e che ha ottenuto il via libera del governo, che porta il limite per i pagamenti in banconote da 5.000 a 10.000 euro dal 2026. Nello stesso comma compare una “imposta speciale di bollo” da 500 euro per ogni operazione in contanti tra 5.001 e 10.000 euro. È scritto nero su bianco: chi vuole usare più contante può farlo, purché paghi un prezzo fisso allo Stato. Il risultato è che l’Italia si spinge al massimo consentito dal nuovo regolamento europeo anti-riciclaggio, trasformando una soglia nata per frenare il nero in un pedaggio per attraversarlo.

Una storia di soglie a elastico

Per capire quanto sia radicale la scelta bisogna tornare indietro. Nel 2022, con il governo Draghi, era stato fissato il minimo storico di 1.000 euro. Dal 2016 al 2020 il tetto era a 3.000; nel pieno della crisi del debito, tra il 2011 e il 2015, il governo Monti lo aveva portato a 1.000. Prima ancora il limite era salito e sceso più volte, usato come leva di rigore o di “stimolo ai consumi”. Ogni oscillazione ha avuto un significato politico preciso.

Con l’arrivo di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi la traiettoria si è rovesciata. Nella legge di bilancio per il 2023 il limite è stato alzato a 5.000 euro, rivendicato come gesto di “allineamento agli altri Paesi europei” e di tutela della libertà di chi vuole pagare in contanti. Ora l’emendamento raddoppia la posta e riporta il Paese al valore reale di inizio anni Novanta, quando il tetto di 20 milioni di lire fu introdotto per frenare riciclaggio e finanziamento illecito. L’Europa nel frattempo ha fissato un tetto uniforme a 10.000 euro lasciando agli Stati la possibilità di restare più in basso. L’Italia sceglie di arrivare esattamente al limite.

Dietro i numeri c’è la struttura tecnica della norma. La nuova tassa da 500 euro viene presentata come un disincentivo all’uso eccessivo del contante. In realtà crea un bivio. Un contribuente che deve pagare 6.000 euro in contanti si trova davanti a due possibilità: rispettare la legge, versare i 6.000 euro più 500 di imposta e l’IVA; oppure accordarsi con il venditore per un pagamento interamente in nero. Nel secondo caso scompaiono la tassa, l’IVA e ogni traccia della transazione.

Le opposizioni hanno colto questo aspetto. Il capogruppo del Pd al Senato Francesco Boccia parla di “messaggio agli evasori”, un passo indietro nella storia del Paese. Angelo Bonelli, per Alleanza Verdi e Sinistra, avverte che alzare il tetto “facilita il riciclaggio e diventa un regalo alle mafie”. Stefano Patuanelli, per il Movimento 5 Stelle, ricorda che l’esecutivo si attribuisce i risultati sul recupero dell’evasione resi possibili da strumenti come la fatturazione elettronica mentre allarga le maglie sull’uso del contante. Sono giudizi politici, ma si appoggiano su un dato strutturale: l’Italia resta tra i Paesi con la quota più alta di economia sommersa.

Il Paese del sommerso strutturale

Le stime Istat indicano un’economia non osservata superiore ai 200 miliardi di euro l’anno, con oltre 100 miliardi di sotto-dichiarazione del valore aggiunto da parte di imprese e autonomi. È la parte di sommerso che vive della possibilità di incassare in contanti senza che resti traccia. Su questo terreno la Banca d’Italia, in uno studio sull’uso del contante, ha mostrato come l’aumento della soglia e dell’utilizzo di banconote sia collegato a un incremento misurabile dell’economia sommersa. Quando il limite è stato alzato da 1.000 a 3.000 euro nel 2016 l’effetto principale non è stato l’aumento dei consumi, bensì della sotto-dichiarazione.

L’emendamento di Fratelli d’Italia arriva quindi in un Paese in cui il contante è ancora il canale privilegiato per occultare reddito e in cui il divario tra IVA dovuta e IVA incassata rimane tra i più alti dell’Unione. Il regolamento europeo anti-riciclaggio ha scelto il tetto di 10.000 euro per chiudere la stagione delle transazioni senza controllo da decine di migliaia di euro in alcuni Stati membri, prevedendo che i Paesi con più evasione potessero continuare a tenere la soglia più bassa. L’Italia invece decide di spingersi al massimo, affidandosi all’idea che una tassa fissa basti a tenere tutto sotto controllo.

Bollo da 500 euro: chi paghera

Resta una domanda che nessuna relazione tecnica ha sciolto: chi pagherà davvero i 500 euro di bollo per poter usare il contante oltre i 5.000 euro. È difficile immaginare che lo faccia chi ha un rapporto trasparente con il fisco, che può utilizzare strumenti tracciabili senza costi aggiuntivi rilevanti. Il rischio è che la norma diventi una valvola di sfogo per chi intende continuare a muoversi ai margini della legalità, scegliendo volta per volta se restare nella zona grigia del pedaggio o uscire direttamente nel nero.

L’innalzamento del tetto al contante non è un dettaglio tecnico di manovra. È un segnale di fiducia verso un modello di economia in cui la tracciabilità è percepita come intrusione invece che come garanzia di equità. Nel momento in cui l’Europa chiede più controlli e l’Italia si impegna a ridurre l’evasione come condizione per i fondi del Pnrr, l’emendamento sul contante mostra la gerarchia reale delle priorità di governo. A diecimila euro per volta.

L’articolo Tetto al contante a 10mila euro: tutti i rischi dell’emendamento FdI fatto proprio dal governo sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il Paese delle mazzette ordinarie: benvenuti nella Repubblica dell’appalto

L’Italia si scopre laboratorio permanente della corruzione. Dal primo gennaio al primo dicembre 2025 le inchieste censite da Libera sono novantasei, quasi il doppio dell’anno precedente, otto al mese, quarantanove procure coinvolte, 1.028 indagati: una folla che racconta la normalità del fenomeno più di qualsiasi convegno. La Campania guida la classifica con 219 persone sotto indagine, seguita da Calabria e Puglia; al Nord spicca la Liguria con 82. È un’Italia che trucca appalti, compra concorsi, scambia favori, baratta pure certificati di morte e cambi di residenza per ottenere la cittadinanza. Un Paese in cui il voto di scambio politico-mafioso riemerge nelle pieghe della grande opera come nel municipio di provincia.

Cinquantatré politici sono sotto inchiesta, ventiquattro sono sindaci: l’epicentro istituzionale di un sistema che continua a riprodursi. Libera parla di una corruzione «solidamente regolata», dove ogni territorio ha il suo garante delle “regole del gioco”. E Francesca Rispoli avverte che le forme più moderne somigliano sempre più a una cattura dello Stato: leggi su misura, conflitti d’interesse accettati, opacità elevata a metodo.

Il quadro è parziale, certo, ma la tendenza è inequivocabile. L’Italia che festeggia la “giornata contro la corruzione” si presenta con un anno archiviato così: un Paese che ancora non ha deciso se la corruzione sia un incidente o un ecosistema politico-amministrativo. «Occorre un patto nuovo», dice Libera. Finché resta lettera morta, le inchieste servono solo a misurare il livello dell’acqua.

Buon martedì.

In foto: opera di Luciano Fabro “Italia rovesciata” – Foto di Federico Tulli

L’articolo proviene da Left.it qui

La Tunisia è un’altra Libia ma Italia e Ue nascondono la testa sotto la sabbia – Lettera43

Violenze, abusi, deportazioni ai margini del deserto. Il report di Amnesty parla chiaro: il Paese che Roma e Bruxelles considerano sicuro, per i migranti subsahariani è un inferno legalizzato.

C’è un punto del Mediterraneo dove l’Europa preferisce non guardare. È la Tunisia, che nei documenti ufficiali appare come partner affidabile mentre, nelle testimonianze raccolte da Amnesty International nel suo ultimo rapporto, assomiglia alla Libia più di quanto Roma e Bruxelles siano disposte ad ammettere. Una frontiera di sabbia e posti di blocco, dove i migranti neri vengono fermati, colpiti, caricati su camion e lasciati ai margini del deserto. In Italia la chiamiamo «cooperazione»; sul terreno ha un altro nome.

La Tunisia è un’altra Libia ma Italia e Ue nascondono la testa sotto la sabbia
Migranti sub-sahariani a Sfax (Ansa).

Abusi, violenze e mancanza di garanzie: la stretta di Saïed sui migranti subsahariani

Tutto comincia a febbraio 2023, quando Kaïs Saïed liquida gli africani subsahariani come «minaccia demografica». Da allora pattuglie e ronde informali rastrellano Sfax e i quartieri popolari di Tunisi. I racconti raccolti da Amnesty sono quasi sovrapponibili: fermi basati sul colore della pelle, telefoni confiscati, soldi spariti, violenze dentro auto civili usate come camere di contenimento improvvisate. Persino chi ha un documento dell’UNHCR racconta che non vale niente quando la polizia decide di trasformare un controllo in un trasferimento forzato. Il dossier di Amnesty mette in fila quello che nel dibattito italiano si evita di dire: in Tunisia l’asilo non esiste nella pratica quotidiana. Le domande restano sospese, i rifugiati non sono riconosciuti dalle autorità, la protezione internazionale diventa un foglio che non ferma gli agenti né gli abusi. Chi viene intercettato in mare o arrestato a terra entra in un corridoio senza garanzie: detenzione informale, interrogatori lampo, poi l’autobus che parte verso sud o verso ovest.

La Tunisia è un’altra Libia ma Italia e Ue nascondono la testa sotto la sabbia
Il report di Amnesty International.

L’Italia continua a considerare la Tunisia un “Paese sicuro”

È qui che la Tunisia smette definitivamente di essere “Paese sicuro”. Amnesty ricostruisce le espulsioni collettive di interi gruppi, compresi minori e donne incinte, spinti verso le frontiere con Algeria e Libia. La dinamica è sempre la stessa: fermi arbitrari, caricamento su mezzi militari, abbandono in zone desertiche senza acqua né riparo. Le coordinate coincidono con l’inchiesta internazionale “Desert Dumps”, che mostra via satellite gli stessi luoghi di abbandono descritti dai testimoni. Chi sopravvive prova a rientrare, viene nuovamente arrestato e rispedito nel deserto. È una spirale istituzionale, non un eccesso isolato. Il paradosso è che proprio mentre questo sistema si consolidava, l’Italia lo elevava a pilastro della propria deterrenza. Nel 2023 più di 3 mila persone sono state trasferite a Tunisi con procedure accelerate: una catena amministrativa costruita sulla premessa falsa della “sicurezza” tunisina. Il decreto del governo che include la Tunisia nell’elenco dei Paesi sicuri serve proprio a questo: abbreviare i tempi, restringere i diritti, facilitare le espulsioni. Intanto proseguono i rimpatri bisettimanali con i charter dalla Sicilia, una routine che sopravvive ai dossier internazionali.

La Tunisia è un’altra Libia ma Italia e Ue nascondono la testa sotto la sabbia
Giorgia Meloni con il presidente tunisino Kaïs Saied (Ansa).

Il triangolo Italia, Tunisia, deserto

Nel 2023 la Commissione europea sigla con Saïed il Memorandum da oltre 100 milioni di euro per la “gestione delle frontiere”. È fondato sul presupposto che le forze tunisine possano agire come guardiani esterni dell’Europa. Nel 2024 arriva la formalizzazione della SRR tunisina, la zona di ricerca e soccorso: Roma e Bruxelles presentano l’accordo come miglioramento tecnico, ma il risultato è affidare a chi pratica intercettazioni violente un tratto cruciale del Mediterraneo centrale. Meno navi europee, più operazioni tunisine, più persone riportate a Sfax o a Ben Guerdane senza che nessuno valuti la loro richiesta di protezione. Intanto, dall’altra parte del mare, succede ciò che non compare nei comunicati ufficiali. Organizzazioni tunisine e internazionali raccolgono testimonianze di persone rimandate dall’Italia che, poche settimane dopo lo sbarco, vengono intercettate di nuovo e deportate fino alle linee di confine. Alcuni finiscono nel nulla delle zone di frontiera, dove aumentano le sparizioni e i corpi senza nome trovati da pastori o militari. È il triangolo ricostruito da Amnesty: Italia → Tunisia → deserto. Una catena che svuota di contenuto il principio di non-refoulement e riporta la politica migratoria a un esercizio di distanza: allontanare il problema, non risolverlo.

La Tunisia è un’altra Libia ma Italia e Ue nascondono la testa sotto la sabbia
Migranti subsahariani a Tunisi (Ansa).

Il sistema delle deportazioni non è un’eccezione, ma un metodo

La Libia resta l’incubo da cui l’Europa si vuole distinguere, ma la Tunisia dimostra che il sistema non è più un’eccezione: è un metodo. Amnesty lo scrive con una formula che dovrebbe essere impossibile da ignorare: in Tunisia esiste «un rischio analogo e sistemico di trattamenti inumani o degradanti». Non un incidente, non una deviazione: siamo di fronte a un rischio strutturale. La domanda finale riguarda l’Italia, che di questo sistema è architrave. Continuare a classificare la Tunisia come “sicura” significa assumersi la responsabilità di ogni persona che da qui finisce in un deserto a cui non abbiamo voluto dare nome. Lì si misura la politica, non nei comunicati. Perché il Mediterraneo non mente: restituisce sempre ciò che gli Stati tentano di nascondere.

La Tunisia è un’altra Libia ma Italia e Ue nascondono la testa sotto la sabbia
Migranti sub-sahariani a Tunisi (Ansa).

L’articolo proviene da Lettera43 qui https://www.lettera43.it/migranti-tunisia-paese-sicuro-saied-italia-europa-amnesty-international/

Governo Meloni, fratture nella maggioranza: l’ultima settimana ha rivelato il vero stato del governo

C’è un punto preciso in cui una coalizione smette di essere una maggioranza e torna a essere una somma di partiti in competizione. Questa settimana il centrodestra ci è arrivato con la rapidità di una frana. La coreografia dell’unità ha retto per mesi, sorretta dal mantra della “stabilità”, ma la politica tende a rendere visibile ciò che i comunicati non riescono più a contenere. In sette giorni il governo Meloni ha mostrato fratture strategiche, divergenze sul piano internazionale, guerre di posizione nella manovra e un logoramento interno che si fa più evidente dell’immagine che tenta di proiettare.

Il fronte ucraino e la metamorfosi di Salvini

La crisi più appariscente si è consumata sulla proroga degli aiuti militari a Kiev. Il decreto, dato per certo, è stato ritirato dall’ordine del giorno per evitare un incidente politico con la Lega. Salvini ha affidato la sua distanza a dichiarazioni studiate: gli «scandali» a Kiev, il rischio di «alimentare la guerra», il desiderio di riaprire «ponti» con Mosca. È una linea che non nasce ora. È la trasformazione di Salvini in contropotere permanente, il leader che non offre sponde ma mette alla prova la tenuta del governo.

Dal Bahrein, Meloni ha assicurato che l’Italia manterrà i suoi impegni. Tajani ha tentato di ricomporre il fronte atlantico ribadendo che la politica estera «spetta al premier», mentre Crosetto ha ricordato la coerenza con Nato e Unione Europea. Poi l’intervista dell’ammiraglio Cavo Dragone al Financial Times, con l’ipotesi di risposte militari più incisive, ha aggiunto un nuovo strato di imbarazzo: un governo già attraversato da tensioni interne si è ritrovato a gestire un messaggio non allineato proprio nel terreno più sensibile, quello della sicurezza.

La missione nel Golfo, pensata per consolidare la rete diplomatica del “Piano Mattei”, ha restituito una premier meno accolta di quanto prevedesse la narrazione ufficiale. Alcuni incontri ridimensionati, commenti riservati filtrati dalle cancellerie e l’impressione che il posizionamento italiano sia osservato con crescente cautela: tutto ciò mentre la Lega rilanciava l’ipotesi di voli diretti Roma-Mosca. La distanza tra la linea del governo e quella di un suo vicepremier è diventata materiale politico.

La manovra come teatro di veti, ripensamenti e battaglie di identità

Sul fronte economico l’ultimo periodo ha prodotto un altro repertorio di discordie. Il taglio del canone Rai proposto dalla Lega è stato respinto con fermezza da Forza Italia, più interessata a preservare l’equilibrio del mercato televisivo che a concedere una bandierina identitaria a Salvini. Sulla tassazione degli affitti brevi, Lega e FI hanno unito le forze per frenare il progetto del Mef: la cedolare al 26% si è trasformata in un compromesso svuotato, con effetti minimi sul gettito.

L’emendamento di Fratelli d’Italia sull’oro di Bankitalia, pensato per sancire la “proprietà” statale delle riserve, ha provocato la reazione della Banca Centrale Europea e una rapida retromarcia della maggioranza. La marcia indietro sulla cannabis light — prima difesa, poi ritirata — ha chiuso il cerchio di una settimana in cui la filiera decisionale del governo è sembrata disallineata, affaticata, incapace di assumersi la responsabilità di un indirizzo univoco.

In Commissione Bilancio decine di emendamenti della stessa maggioranza sono stati dichiarati inammissibili per mancanza di coperture. Il risultato è una manovra che verrà approvata con fiducia per tappare un conflitto interno che non ha trovato soluzione politica. E lo sciopero nazionale del comparto Giustizia ha aggiunto un altro elemento di sfasatura tra governo e Paese.

L’immagine della stabilità e la realtà delle forze in rotta di collisione

Meloni continua a descrivere queste tensioni come normali discussioni. È una strategia comunicativa che mira a contenere gli effetti della competizione interna, ma le fratture non sono episodiche: sono radicate nella diversa idea di collocazione internazionale, nella diversa platea elettorale, nel diverso orizzonte strategico dei tre partiti di governo.

Tajani cerca di rappresentare l’asse europeista e rassicurare i partner; Crosetto tutela la credibilità militare del Paese; Salvini, invece, ha scelto l’attrito come forma di leadership. Ogni volta che la coalizione tenta di presentarsi coesa, il vicepremier rilancia un tema divisivo, un sospetto, un distinguo. Non è un incidente: è un metodo. È la sua via per rientrare nel campo della centralità politica.

La maggioranza rimane in piedi perché nessuno ha interesse a farla cadere. La convenienza tattica prevale sul progetto comune. Ma la settimana appena trascorsa ha mostrato un dato strutturale: la stabilità proclamata non coincide con la stabilità esercitata. Ogni dossier aperto — Ucraina, manovra, rapporti con Bruxelles, politica energetica, sicurezza — produce una nuova linea di frattura. Ogni vertice serve a coprire il rumore di una coalizione che procede per forza d’inerzia.

Il governo Meloni continua a dire di essere unito. Lo ripete con disciplina. Lo afferma con sicurezza. È quando una maggioranza deve ribadire la propria compattezza ogni giorno che si capisce quanto questa compattezza sia fragile. E questa settimana ha segnato il momento in cui la fragilità è diventata racconto pubblico.

L’articolo Governo Meloni, fratture nella maggioranza: l’ultima settimana ha rivelato il vero stato del governo sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui