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A Gaza il genocidio continua, lo dice Amnesty International

“Il genocidio continua”. Amnesty International rompe gli indugi e consegna al presente una parola che in questi mesi è stata contesa, negata, sminuita. Mentre l’organizzazione pubblica il nuovo dossier, a Khan Younis il freddo si prende la vita di Rahaf Abu Jazar, nove mesi, morta nella tenda che avrebbe dovuto proteggerla dall’inverno. La scena del padre che la stringe in braccio diventa il contrappunto più feroce all’idea che esista ancora un margine di normalità. La tempesta Byron ha allagato i campi, il vento ha strappato i teli, l’acqua si è mescolata al fango. L’Unrwa parla di sofferenze «senza precedenti dalla Seconda guerra mondiale» e definisce Gaza «inadatta alla vita». Nelle stesse ore il ministero della Salute aggiorna il conteggio: 70.369 morti. La statistica sale e il lessico umanitario si assottiglia mentre gli ospedali improvvisati contano i casi di ipotermia tra bambini e anziani. Gli aiuti non seguono la curva dell’emergenza. I camion restano sotto le promesse dell’accordo, Kerem Shalom apre a singhiozzo, le banche riaccendono le luci con poco contante, abbastanza per un’illusione di routine. La distanza tra le dichiarazioni di intento e la realtà del terreno si misura nella cronaca di una bambina che muore per il gelo dentro una tenda. Dall’alto del teatro diplomatico, Trump convoca per il 2026 il suo Board of Peace e prepara l’incontro con Netanyahu. È un calendario remoto che scorre mentre l’inverno avanza e avvolge gli sfollati. Se Amnesty dice che il genocidio continua, le morti del freddo non sono effetti collaterali. Sono un’altra forma dell’assedio.

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L’isolamento dietro gli slogan

Doveva essere la stagione della centralità. A Roma lo ripetono dal 2022, anno dell’insediamento del governo Meloni. Il 2025 doveva segnare il coronamento della strategia atlantista, l’anno in cui la premier avrebbe trasformato l’immagine di ponte in ruolo concreto. La realtà che emerge negli ultimi giorni racconta tutt’altro. La linea del potere occidentale si stringe attorno a chi dispone di capacità militare e affidabilità negoziale. E l’Italia osserva sconsolata da una distanza che nessun comunicato di Palazzo Chigi riesce a colmare.

Il 9 dicembre 2025, Emmanuel Macron, Keir Starmer e Friedrich Merz parlano per quaranta minuti con Donald Trump. I comunicati ufficiali lo descrivono come un “filo diretto” per coordinare la posizione occidentale nei negoziati sulla guerra in Ucraina. L’Italia resta fuori. Il giorno successivo, 10 dicembre, la premier partecipa a una sessione remota della coalizione dei volenterosi, mentre a Roma Volodymyr Zelensky la incontra a Palazzo Chigi. Una coincidenza che fotografa la distanza tra il cerimoniale e le decisioni effettive. A Londra, due giorni prima, Zelensky aveva discusso con gli stessi tre leader europei la bozza del piano di sicurezza da sottoporre a Washington. L’Italia non c’era allora e non c’era quando la discussione strategica è passata sul telefono di Trump.

La linea del potere che si stringe

La sequenza si allunga. Nel maggio 2025, a Tirana si riunisce il vertice dei principali sostenitori militari dell’Ucraina. Meloni non partecipa. Nello stesso mese, nel programma della futura coalizione tedesca, l’Italia scompare dalla lista dei partner strategici di Berlino. È un segnale che vale più dei toni concilianti usati poi dal ministro degli Esteri Antonio Tajani. È la traduzione diplomatica di una sfiducia maturata nel tempo.

Il logoramento inizia prima. A dicembre 2023, la scelta italiana di bocciare la ratifica del Mes crea la prima crepa nel rapporto con Bruxelles. Che interpreta quel voto come una rottura unilaterale dopo mesi di negoziato comune. Da allora, ogni tavolo europeo misura l’Italia alla luce di quella decisione: partner utile quando serve consenso, partner incerto quando la discussione riguarda regole e impegni vincolanti.

Tra il 2024 e il 2025 si sommano gli elementi che complicano ulteriormente la posizione italiana. La spaccatura interna al governo sugli aiuti all’Ucraina diventa evidente a novembre 2025, quando la Lega blocca il dodicesimo decreto di supporto militare. Il decreto verrà ripresentato nelle ultime sedute del Consiglio dei ministri di dicembre, ma la tempistica non attenua la percezione esterna: l’Italia è un Paese che fatica a garantire continuità nelle scelte strategiche.

La linea del potere che si stringe

Sul versante atlantico si apre un altro fronte. La visita di Meloni alla Casa Bianca del 18 aprile 2025 viene celebrata come conquista di una relazione speciale con Trump. Le analisi successive, basate sui documenti della strategia di sicurezza americana, mostrano che Washington vede nell’Italia un potenziale punto di leva per indebolire la coesione europea. È una lettura che rovescia l’interpretazione data a Roma e alimenta la diffidenza nelle capitali dell’Europa occidentale.

Nel frattempo Bruxelles ridefinisce il proprio assetto. La nuova Commissione Von der Leyen entra in funzione nell’autunno 2024. La vicepresidenza esecutiva affidata a Raffaele Fitto all’inizio del 2025 appare più un ruolo di gestione che di indirizzo politico. Le tensioni legate al voto italiano contro la riconferma della presidente nel luglio 2024 restano sullo sfondo. L’Italia viene coinvolta nel perimetro dei dossier, non nella loro definizione strategica.

Fuori dai tavoli che contano

Durante tutto il 2025, la costruzione della difesa europea accelera. Dall’estate si discute di un piano di investimenti da centinaia di miliardi e dell’uso dei proventi degli asset russi congelati per finanziare la ricostruzione ucraina. L’Italia non guida alcun tavolo e si ritrova spesso nel gruppo dei paesi non allineati nelle riunioni tecniche del Consiglio. È un’assenza che pesa: chi non partecipa alla fase di scrittura non incide sulla fase di attuazione.

Alla fragilità geopolitica si somma quella economica. Dal giugno 2024 l’Italia è sotto procedura per disavanzo eccessivo. Il percorso di rientro imposto per il 2025–2026 limita la possibilità di investire in capacità militare reale e aumenta la dipendenza dai flussi del Pnrr. È un vincolo che emerge in ogni riunione informale dei ministri delle Finanze: chi deve chiedere margini difficilmente può rivendicare leadership nella ridefinizione degli strumenti europei.

Il risultato si condensa in questi ultimi giorni. L’Italia è presente nelle riunioni allargate, nei collegamenti da remoto, negli incontri bilaterali che servono a mantenere il protocollo. Ma nelle stanze dove si definiscono la sicurezza europea, il rapporto con Washington e l’architettura della difesa comune, la voce italiana non incide. In un dicembre in cui la storia accelera, la distanza tra partecipazione e influenza diventa visibile. È lì che si misura l’isolamento dell’Italia. E non bastano i monologhi di Giorgia Meloni.

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World Inequality Report 2026: cosa rivela sull’Italia e sulle nuove disuguaglianze globali

Sette decenni dopo avere promesso pari dignità ai popoli, la geografia della ricchezza somiglia a una mappa sismica. Il World Inequality Report 2026 fotografa un pianeta in cui lo 0,001% – meno di sessantamila persone – controlla tre volte la ricchezza della metà più povera dell’umanità. Le linee di frattura non sono crepe marginali: sono faglie che attraversano climi, redditi, territori, generazioni e muovono la politica più di qualsiasi manifesto.

La faglia globale

È un catalogo di squilibri che si alimentano a vicenda. I ricercatori calcolano che il 10% più ricco concentra il 77% delle emissioni legate alla proprietà del capitale, mentre la metà più povera pesa appena per il 3%. Chi vive di rendita dispone anche del potere di inquinare, scegliere dove investire, spostare il carico dei danni su chi ha meno strumenti per difendersi. Allo stesso tempo, le disuguaglianze educative mostrano un divario di spesa pro capite che arriva a un rapporto superiore a 1 a 40 tra Africa subsahariana ed Europa: l’ascensore sociale è fermo ai piani alti, il pianerottolo sotto guarda il vano vuoto.

Nella parte invisibile dell’economia, quella abitata dal lavoro non retribuito, il rapporto scava più a fondo. Quando si sommano le ore di cura e domestiche alle ore pagate, le donne guadagnano in media appena il 32% del reddito orario maschile. È l’immagine di una modernità che pretende efficienza, innovazione, competitività, mentre si regge su un’economia gratuita che non riconosce, non misura, non protegge.

L’Italia e il divario che cresce in silenzio

Fin qui il mondo. Poi c’è l’Italia, inserita nel rapporto tra i Paesi con disuguaglianze “moderate”, ma comunque evidenti. A pagina 176 si legge che il 10% più ricco incassa il 32% del reddito nazionale, mentre il 50% più povero si ferma a poco più del 21%. La ricchezza racconta una storia ancora più netta: quel 10% detiene il 56% del patrimonio, e l’1% più ricco supera il 22%. È un’Italia che cresce poco ma concentra molto, dove il divario tra il primo decile e la metà più povera è salito da quasi 14 a quasi 15 volte nell’ultimo decennio, silenziosamente, senza mai diventare emergenza politica.

Anche la media nasconde la frattura. Il rapporto stima un reddito medio pro capite attorno ai 32 mila euro e una ricchezza media di circa 200mila euro a testa: l’istantanea di un Paese benestante che però lascia alla metà inferiore appena il 2,5% della ricchezza nazionale. Nelle statistiche, il ceto medio occupa il 40% centrale, con redditi equivalenti a quelli dei Paesi sviluppati e patrimoni importanti; negli uffici dei servizi sociali, quella stessa fascia si presenta con bollette arretrate e mutui appesi al tasso variabile.

Il divario di genere

La fotografia della partecipazione femminile sorprende per immobilità: 36,6%, praticamente la stessa di dieci anni fa. In un Paese che invecchia, dove il welfare familiare sostituisce quello pubblico, l’inerzia diventa strategia involontaria: meno donne nel mercato del lavoro significa meno contributi, meno autonomia, meno crescita. Ogni punto percentuale fermo è una generazione di ragazze cresciute con gli stessi limiti delle loro madri.

Le disuguaglianze non sono una legge naturale: sono l’effetto di decisioni fiscali, scelte di spesa pubblica, regole del lavoro, struttura del sistema finanziario. Ma mentre la ricchezza di miliardari e centi-milionari cresce da decenni a ritmi vicini all’8% l’anno, il resto del mondo arranca e la finestra per correggere la traiettoria si assottiglia. Anche per l’Italia, che continua a oscillare tra l’ambizione europea e un’economia che stratifica invece di distribuire. Le crepe non producono solo ingiustizia: producono sfiducia, astensione, rancore.

E la sfiducia, lo si legge tra le righe di ogni tabella del rapporto, è il terreno su cui la democrazia smette di essere un progetto condiviso e diventa un incidente statistico. Ma noi, imperterriti, continuiamo a essere il Paese dove la proposta di una patrimoniale agli straricchi risuona come una bestemmia.

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Il burro di Netanyahu: 700 milioni per lisciare l’opinione pubblica europea

La guerra ibrida è come il burro: ammorbidisce la retorica, lubrifica la costruzione del nemico e rende più saporito il gusto amaro del bellicismo. Se con qualche tocco riesci a portare in tavola guerra ibrida tutti i giorni puoi permetterti una divisione manichea tra buoni e cattivi, puoi martellare gli avversari politici senza bisogno di stare nel merito delle cose. È un balsamo, la guerra ibrida. 

La guerra ibrida russa occupa lenzuolate intere sui giornali e accese discussioni nelle trasmissioni televisive. Ce ne sarebbe un’altra, guardando bene, che però rimane in sordina. Lo dicono le carte, mica i pro-pal: nel bilancio 2026 Israele ha portato a 2,35 miliardi di shekel, poco meno di 700 milioni di dollari, il budget per la sua propaganda all’estero, quadruplicando lo stanziamento del 2025, che a sua volta era stato presentato come venti volte superiore ai livelli degli anni precedenti. I fondi saranno gestiti in larga parte dal ministero degli Esteri e da altre strutture governative. 

L’hasbara del governo Netanyahu punta a riabilitare l’immagine un po’ ammaccata di uno stato guidato da un ricercato internazionale che negli ultimi anni si è dedicato al genocidio dentro Gaza, all’eradicamento dei palestinesi in Cisgiordania e a svignarsela da un processo per corruzione. 

Da cittadini italiani e europei si dovrebbe essere piuttosto preoccupati su come quei 620 milioni di euro possano condizionare le scelte politiche, militari e industriali della nostra classe dirigente. Pensandoci bene ci si dovrebbe attrezzare per riconoscere il parlamentare, il giornalista o l’influencer lautamente ricompensato per le sue carezze a Netanyahu. Questa guerra ibrida invece non stuzzica, non indigna, anzi addirittura scompare. 

È il doppio standard, bellezza. L’ingrediente fondamentale per le guerre ibride, Come il burro. 

Buon giovedì.

Foto WP

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La crisi della montagna, tra frane ed eventi estremi: il VI report Carovana dei Ghiacciai di Legambiente

La montagna si muove anche quando sembra immobile. Lo sanno bene i tecnici che da mesi registrano scricchiolii, cedimenti, colate improvvise. Nel 2025 le Alpi hanno mostrato il loro volto più vulnerabile: quaranta frane documentate in alta quota e centocinquantaquattro eventi meteo estremi tra allagamenti, vento, esondazioni e piogge torrenziali. È l’immagine di un arco alpino che cambia più in fretta di quanto le comunità riescano a raccontare.

L’estate che ha rotto gli equilibri

Il VI report Carovana dei ghiacciai di Legambiente, presentato a Torino, mette in fila numeri che somigliano a un referto clinico. La stagione estiva è stata il punto di rottura, con un crescendo di crolli di roccia e colate detritiche: dieci eventi in giugno, diciotto in agosto. Veneto e Valle d’Aosta guidano la mappa del dissesto, mentre il lungo periodo restituisce un quadro più ampio: dal 2018 al 2025 sono state registrate 671 frane principali nelle regioni alpine. Una montagna che perde coesione, centimetro dopo centimetro.

E mentre i versanti cedono, l’atmosfera accelera. L’Osservatorio Città Clima conta 154 eventi estremi nei primi undici mesi del 2025: Lombardia la più colpita, seguita da Veneto, Piemonte e Liguria. Gli studiosi dell’Università di Losanna e Padova avvertono che un aumento di due gradi potrebbe raddoppiare la frequenza di questi fenomeni. È il tipo di previsione che resta nei report finché l’estate non arriva a confermare quanto basti un temporale per spezzare una strada, allagare un torrente, isolare un paese.

Le ferite del 2025 e il futuro che incombe

Il 2025 ha avuto i suoi luoghi-simbolo. La valanga di roccia e ghiaccio che a maggio ha colpito Blatten, in Svizzera, dopo il collasso del ghiacciaio di Birch, è rimasta come una cicatrice incisa sul versante. Più a sud, le quattordici colate detritiche che hanno ripetutamente interrotto la statale 51 di Alemagna tra giugno e agosto hanno riportato al centro la fragilità dell’infrastruttura che dovrebbe servire le Olimpiadi di Milano-Cortina. E tutto questo mentre l’Aletsch, il più grande ghiacciaio europeo, arretra in media di 40 metri l’anno e l’Adamello-Mandrone continua a perdere superficie.

Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, definisce le Alpi «una delle sentinelle più importanti della crisi climatica», un territorio dove occorrono politiche di adattamento e monitoraggi costanti. Per Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi, il modello svizzero dimostra che un’analisi preventiva dei rischi può salvare vite e infrastrutture. La Fondazione Glaciologica Italiana insiste sulla velocità del fenomeno: sulle Alpi il riscaldamento procede a un ritmo doppio rispetto alla media globale.

Se si guarda oltre le singole emergenze, la cartografia del rischio restituisce una montagna abitata: oltre 239mila frane censite nelle regioni alpine e più di 276mila persone che vivono in aree esposte. Strade, scuole, impianti sciistici, centrali idroelettriche rientrano in questo perimetro mobile, in cui ogni evento estremo costringe a chiudere, deviare, ricostruire. La stessa Carovana dei ghiacciai, in sei tappe tra Svizzera, Italia e Germania, è diventata un laboratorio a cielo aperto di questa trasformazione accelerata, con i glaciologi a misurare arretramenti e i sindaci a fare i conti con ciò che non torna più come prima.

Un catasto di ghiacciai

La montagna, oggi, chiede tempo e strumenti. Un catasto dei ghiacciai aggiornato, una rete di monitoraggio capillare, strategie di mitigazione e adattamento: le richieste delle associazioni sono la base minima per evitare che ogni estate si trasformi in un test di resistenza collettivo.

Intanto, mentre i dati si accumulano, si prova a raccontare ciò che si sta perdendo. Il podcast Dove il ghiaccio scompare ripercorre le tappe della Carovana dei ghiacciai: sei puntate per seguire la ritirata dell’alta quota, come un diario sonoro del cambiamento, con le voci dei ricercatori e delle comunità che vivono accanto ai ghiacciai.

La montagna non usa parole gonfie. Racconta con rumori secchi, con il boato di una parete che cede, con la pioggia che scava il terreno. La tensione è nel paesaggio che cambia, giorno dopo giorno, e nelle scelte che la politica continua a rimandare.

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Occhi su Gaza, diario di bordo #98

La pioggia è entrata prima del mattino, scavando solchi di fango tra le tende e trasformando i campi degli sfollati in vasche d’acqua sporca. A Gaza City le immagini rimbalzano ovunque: l’acqua sale fin dentro i rifugi, le famiglie provano a sollevare materassi ormai fradici, i bambini camminano scalzi in una miscela di pioggia e liquami. La tempesta che ieri era allerta oggi è realtà.

La Protezione civile avverte che le prossime ore sono «pericolose»: le tende rischiano di cedere, il vento strappa le coperture, l’acqua si accumula dove le fogne non esistono più. Il sindaco spiega che il municipio non ha mezzi per intervenire: le pompe non funzionano, le reti sono distrutte, resta solo il tentativo disperato di deviare l’acqua con attrezzature private, vecchie, insufficienti.

I numeri delle Nazioni Unite danno la misura del disastro. Oltre ottocentomila sfollati vivono in 761 siti classificati ad alto rischio di alluvione; in 219 campi l’acqua ha già travolto tutto, mettendo in pericolo più di centomila persone. Qui la meteorologia diventa materia politica: dove non c’è più infrastruttura, la pioggia si comporta come un assedio.

La tempesta ha chiuso quattro centri per l’infanzia su otto e gli altri non sono raggiungibili. Save the Children denuncia che non entrano neanche pali, legname e strumenti per rinforzare le tende: materiali considerati “a duplice uso”. Così i più piccoli dormono su coperte bagnate mentre le restrizioni continuano a dettare la forma della loro sopravvivenza.

Intanto la tregua resta un confine immaginario. Hamas segnala altri due morti nelle ultime ventiquattr’ore; dall’inizio del cessate il fuoco il conto è salito a 379. Meshaal dice che Gaza deve «guarire», ma oggi la città è un mosaico d’acqua sporca che trascina via ciò che resta. Guarire, qui, è un verbo sospeso sopra un terreno che non smette di sprofondare.

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Giornata dei diritti umani: il fallimento dell’universalismo tra guerre, frontiere e disuguaglianze

Giornata mondiale dei diritti umani. Come stanno i diritti umani? Male. Settantasette anni dopo il 10 dicembre 1948 la distanza fra la Dichiarazione universale e il mondo reale è sotto i nostri occhi. La Dichiarazione nata al Trocadero per impedire il ritorno dell’arbitrio statale sopravvive nei discorsi ufficiali, certo. Ma guerre, frontiere, disuguaglianze e carceri mostrano quanto l’universalismo del 1948 sia stato eroso da vent’anni di emergenza permanente inaugurata dopo l’11 settembre.

La Dichiarazione davanti al mondo che arretra

L’articolo 3 garantisce il diritto alla vita e alla sicurezza. Nei rapporti 2024-2025 Amnesty International documenta a Gaza bombardamenti su aree densamente abitate, blocchi deliberati di acqua, cibo e carburante, ostacoli all’accesso umanitario. Human Rights Watch denuncia doppi standard nelle reazioni delle potenze occidentali fra Ucraina e Palestina. In Sudan e in Ucraina l’Onu registra milioni di sfollati, attacchi contro infrastrutture civili, torture ai prigionieri, deportazioni forzate. Il diritto alla vita, che avrebbe dovuto essere il punto fermo del sistema, è oggi esposto alle scelte militari e geopolitiche degli Stati.

L’articolo 14 riconosce il diritto d’asilo. L’accordo tra Italia e Albania inaugura centri extraterritoriali concepiti per trattenere e selezionare i richiedenti asilo fuori dal territorio nazionale. Nel 2024, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, almeno 2.452 persone sono morte o scomparse nel Mediterraneo; i dati Unhcr indicano che circa una persona ogni 120 che tenta la traversata perde la vita, uno dei tassi più alti degli ultimi anni. Il mare rimane una frontiera in cui la possibilità di sopravvivere dipende dall’ampiezza del soccorso.

Anche i diritti economici e sociali restano incompiuti: nel 2024, secondo l’Inail, i morti sul lavoro sono stati 1.090, in aumento rispetto all’anno precedente, e l’Osservatorio Placido Rizzotto stima almeno 200 mila lavoratori irregolari nel settore agroalimentare.

Il test italiano nella crisi dell’universalismo

L’Italia è diventata uno specchio interno del declino europeo. Le carceri hanno superato un tasso reale di sovraffollamento del 130%: secondo il XXI rapporto di Antigone, considerando i posti effettivi il dato si attesta al 133%, con circa 16 mila persone senza un posto regolamentare. Nel 2024 i suicidi in carcere sono stati 91, il numero più alto da quando esistono le serie statistiche del Ministero della Giustizia. Celle sovraffollate e un ricorso massiccio alla custodia cautelare rendono fragile la presunzione di innocenza. Il nuovo reato di «rivolta penitenziaria», inserito nel pacchetto sicurezza, consolida una risposta punitiva a una crisi prodotta anche dall’inerzia istituzionale.

E alle frontiere? Il naufragio del 17 giugno 2024 al largo della Calabria, con decine di vittime fra cui molti bambini, è diventato la fotografia di un sistema che accetta un certo numero di morti pur di ridurre gli arrivi. L’apertura dei centri in Albania conferma l’idea di una protezione «a distanza», più preoccupata di contenere i flussi che di garantire il diritto d’asilo. La criminalizzazione delle ONG riduce la presenza in mare proprio di quegli attori che potrebbero salvare vite.

La violenza contro le donne mostra lo scarto fra l’articolo 1, che proclama l’uguaglianza in dignità, e la realtà. Secondo il Servizio Analisi Criminale, nel 2024 sono state uccise 113 donne, 99 delle quali in ambito familiare o affettivo; in 61 casi l’autore è stato il partner o l’ex partner. Il Comitato Cedaw dell’Onu denuncia ancora ritardi nell’adozione di una definizione di stupro basata sul consenso e ostacoli nell’accesso alla giustizia.

La libertà di informazione è un ulteriore stress test. Il monitoraggio del Media Freedom Rapid Response ha registrato per l’Italia, nel biennio che arriva al 2024, oltre novanta episodi di minacce, aggressioni, querele temerarie e interferenze politiche ai danni di giornalisti e redazioni. Organizzazioni internazionali parlano di erosione dell’indipendenza dei media pubblici e di crescente pressione sui cronisti. L’uso della forza contro studenti che manifestavano a Pisa nel febbraio 2024 chiude simbolicamente il cerchio: il diritto di protesta, nucleo degli articoli 19 e 20, viene messo alla prova mentre la crisi internazionale richiederebbe un dibattito più aperto.

La promessa che sopravvive nelle fratture

Hannah Arendt ricordava che la perdita dello spazio politico in cui i diritti si esercitano rende ogni diritto vulnerabile. La condizione degli sfollati, dei migranti trattenuti in zone grigie, dei detenuti senza reali possibilità di difesa testimonia l’attualità di questa analisi. Oggi la Dichiarazione universale continua a essere pronunciata come fondamento identitario, ma la sua forza normativa si regge soprattutto nelle zone in cui società civile, familiari delle vittime, Ong e difensori dei diritti documentano ciò che gli Stati trascurano. È in quelle crepe che la promessa del 1948 resiste ancora. Ma la distanza tra quell’orizzonte e il presente fotografa un mondo che si definisce attraverso i diritti mentre restringe lo spazio in cui essi possono davvero valere. C’è poco da festeggiare, molto ancora da lottare.

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Albania: il castello politico che la giustizia sta demolendo

Ogni giorno il progetto Albania si sgretola sotto il peso delle verifiche giuridiche. La decisione della Corte di giustizia Ue di accelerare l’esame del rinvio della Corte d’appello di Roma apre una faglia che attraversa l’intero impianto dell’accordo: il dubbio riguarda la legittimità stessa della firma italiana, in un settore che l’Unione ha già disciplinato in modo dettagliato. I giudici romani osservano che i centri di Shengjin e Gjader alterano il sistema comune di asilo, entrando in collisione con le norme europee dedicate alla tutela dei diritti fondamentali.

La vicenda arriva dopo mesi in cui la magistratura ha evidenziato crepe profonde: dalla decisione Ue di agosto sui «paesi di origine sicuri» fino al rinvio sollevato dalla Cassazione sulla seconda fase del protocollo, quella che prevede il trasferimento degli “irregolari” verso Gjader. Il nuovo procedimento è il più incisivo, perché mette in discussione l’esistenza stessa del protocollo e restringe gli spazi degli Stati membri nella stipula di accordi internazionali in aree di competenza condivisa.

Nel frattempo l’esecutivo continua a presentare le discussioni europee su Paesi sicuri e return hubs come un’investitura politica. Il Consiglio ha solo definito una posizione negoziale che dovrà passare al Parlamento e alla Commissione, mentre la Corte ricorda che persino gli atti comunitari restano sottoposti al controllo dei giudici nazionali.

Il progetto Albania avanza così in un territorio sempre più incerto. Ogni passaggio della giustizia ridisegna la mappa reale del diritto e lascia emergere un dettaglio che la propaganda ha tentato di mettere ai margini: l’esperimento d’Oltreadriatico poggia su fondamenta che mostrano crepe sempre più visibili.

Buon mercoledì. 

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Intelligenza artificiale, indagine antitrust su Google: nel mirino Ue i contenuti editoriali utilizzati da AI Overviews

AI Overviews, la funzione che riscrive il web dentro Google, è finita sotto indagine formale antitrust della Commissione europea. Il fascicolo aperto a Bruxelles punta a verificare se il colosso di Mountain View abbia utilizzato i contenuti degli editori online e i video caricati su YouTube per addestrare e alimentare i propri modelli di intelligenza artificiale generativa senza un compenso adeguato e senza offrire la possibilità di rifiutare l’uso dei materiali. L’indagine riguarda in particolare i riepiloghi generati dall’IA che compaiono sopra i risultati organici di ricerca e la cosiddetta “Modalità AI”, una scheda simile a un chatbot che risponde alle query in forma conversazionale.

Una spinta politica italiana

A portare il caso sul tavolo della Commissione è stata un’interrogazione presentata il 21 novembre dagli europarlamentari M5S Mario Furore e Gaetano Pedullà, che parlano esplicitamente di abuso di posizione dominante. Nella loro nota ricordano che l’uso dei contenuti editoriali nei riepiloghi generati dall’IA rappresenta per gli editori «una pratica palesemente scorretta», perché trasferisce valore informativo senza riconoscere la proprietà intellettuale e altera il mercato pubblicitario. Gli editori segnalano un calo dei clic verso le fonti esterne fino al 30% e un aumento delle ricerche zero-click, quelle che si esauriscono dentro Google senza che l’utente apra il sito di origine. È l’effetto delle nuove funzioni AI Overviews, che di fatto trattengono l’utente nella pagina di ricerca.

La coincidenza temporale tra interrogazione e apertura dell’indagine è rivendicata dagli stessi Furore e Pedullà, che parlano di risposta «immediata». È il punto politico che interessa: un atto parlamentare mette pressione su Bruxelles in un terreno, quello dell’IA, in cui la regolazione corre sempre in ritardo rispetto alle innovazioni delle piattaforme.

Il nodo concorrenza

La Commissione, guidata nella partita antitrust da Teresa Ribera, vuole capire se Google abbia imposto termini e condizioni inique agli editori e ai creatori. Al centro c’è AI Overviews, che inserisce in cima alla pagina un riepilogo sintetico costruito grazie ai contenuti di testate giornalistiche e altri siti. La posizione dominante del motore di ricerca rende la scelta degli editori tutt’altro che libera: chi prova a sottrarsi teme di perdere traffico, visibilità e ricavi.

L’indagine tocca anche YouTube. Chi carica video è tenuto ad autorizzare l’uso dei propri contenuti per l’addestramento dei modelli generativi di Google, senza un corrispettivo e senza possibilità di opt-out. Allo stesso tempo, le politiche della piattaforma impediscono agli sviluppatori concorrenti di usare gli stessi materiali per addestrare i propri sistemi. Ne esce un doppio vantaggio: Google accumula dati e contenuti preziosi per l’IA, i rivali restano esclusi dalla principale biblioteca video del pianeta.

Le conseguenze possibili

La Commissione definisce il dossier una procedura «prioritaria», segnale che l’istruttoria sarà trattata con urgenza. Se dovessero emergere violazioni, si configurerebbe un abuso di posizione dominante ai sensi dell’articolo 102 del Tfue, con sanzioni potenzialmente fino al 10% del fatturato mondiale del gruppo e con l’obbligo di riscrivere il funzionamento delle funzioni di ricerca basate sull’IA. Per gli editori la posta è esistenziale: la perdita di traffico riduce i ricavi pubblicitari, rende più fragile la tenuta economica delle redazioni e concentra ancora di più il controllo dell’accesso alle notizie nelle mani di una singola piattaforma.

Per gli altri operatori dell’IA, l’esito del procedimento dirà se sarà ancora possibile competere avendo accesso a basi dati ampie e diversificate, oppure se l’ecosistema rimarrà appeso alle condizioni decise da Google e da poche altre grandi aziende tecnologiche. Non è solo un conflitto tra un colosso e la Commissione: riguarda la struttura del mercato dell’IA in Europa nei prossimi anni.

L’azione contro Google arriva inoltre in una fase di stretta europea sulle Big Tech, con nuovi dossier avviati su altre piattaforme e un uso sempre più sistematico degli strumenti del diritto della concorrenza e del Digital Markets Act. Nel vuoto normativo che separa la disciplina del copyright dalle nuove pratiche generative, l’indagine su AI Overviews diventa una prova di forza tra piattaforme e regolatori. Che ad accenderla sia stata un’interrogazione politica italiana segnala un punto semplice: la vigilanza sulle grandi piattaforme digitali esiste solo quando qualcuno la esercita davvero. Ora tocca alla Commissione dimostrare che, di fronte alla nuova stagione dell’intelligenza artificiale, il tempo per farlo non è già scaduto.

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Zittire la cronaca per riscrivere la storia a Gaza

Sessantasette giornalisti uccisi in un anno, ventinove a Gaza, tutti colpiti mentre lavoravano. Reporters sans frontières fotografa il paradosso: l’esercito israeliano è oggi il principale pericolo per chi prova a raccontare la Striscia, responsabile del quarantatré per cento dei reporter ammazzati nel mondo. Zittire la cronaca è il primo modo per riscrivere la guerra.

Intanto Gaza affoga sotto sessantotto milioni di tonnellate di macerie, l’equivalente di centottantasei Empire State Building. L’ottanta per cento degli edifici è distrutto o ferito, sotto i detriti restano corpi senza nome che nessuno riesce nemmeno a contare. Per ripulire tutto, ammesso che Israele lo permetta, serviranno anni. Ogni giorno che passa rende la verità un po’ più irraggiungibile.

Fuori dalla Striscia la geografia della repressione è la stessa. I blindati entrano all’università di Al-Quds ad Abu Dis, studentati trasformati in zona militare. A Masafer Yatta un colono armato caccia i contadini dal campo mentre il trattore è ancora acceso. A Gerusalemme Est la polizia fa irruzione nelle sedi dell’Unrwa sfidando i richiami di Madrid e delle Nazioni Unite. Scuole, terra, agenzie umanitarie: tutto ciò che può tenere in vita un popolo diventa un obiettivo.

A Gerusalemme, alla Knesset, il ministro Itamar Ben-Gvir si presenta con una spilla gialla a forma di cappio per sostenere la legge sulla pena di morte per i palestinesi accusati di terrorismo. In Europa intanto esplode l’inchiesta sugli appalti Nato truccati a favore di Elbit, il gigante israeliano delle armi. Le immagini dicono che la guerra contro Gaza passa dai bombardamenti, dall’occupazione dei luoghi di studio, dall’intimidazione dei contadini, dai cappi appuntati sulla giacca di chi governa e dal denaro che circola attorno alle macerie.

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