Vai al contenuto

La prima pagina di Libero è una notizia inventata. Completamente inventata.

Ne scrive il Post:

Le fotografie usate da Libero, invece, sono state prese da un servizio del fotoreporter Eric Lafforgue in cui viene raccontata la tradizione del “boregheh”, una maschera utilizzata dai Bandari, una popolazione che vive nel sud dell’Iran. Le fotografie sono state scattate in alcuni villaggi rurali dell’isola di Qeshm, che si trova nello stretto di Hormuz. Il servizio è stato acquistato anche dal sito del Daily Mail, che a febbraio dell’anno scorso ha pubblicato il servizio riportando correttamente tutta la storia. I Bandari sono una piccola popolazione che parla un dialetto iraniano e ha tradizioni molto diverse dal resto del paese. Per esempio le donne utilizzano abiti molto colorati al posto del chador nero, e sul volto, al posto di un velo, indossano maschere di stoffa o di ottone, spesso molto decorate.

Le maschere non impediscono di parlare e sono utilizzate dagli abitanti dei villaggi sciiti, ma anche dai sunniti. In genere è utilizzata solo dalle donne più anziane e, come tradizione, sta oramai scomparendo.

(l’articolo è qui)

Ann M. Donnelly, la donna che ha schiaffeggiato Trump (e il suo Muslim ban)

(il ritratto di Giulia Belardelli per HP)

Arriva da una donna il primo sonoro schiaffone a Donald Trump: si tratta di Ann M. Donnelly, 57 anni, la giudice federale che con una decisione storica ha bloccato il cosiddetto Muslim ban, l’ordinanza firmata ieri dal neo presidente che impedisce l’accesso negli Usa agli immigrati provenienti da sette paesi a maggioranza islamica (Siria, Iraq, Iran, Libia, Somalia, Sudan e Yemen).

Spiazzando la Casa Bianca, la giudice Donnelly ha ordinato alle autorità di non procedere alle deportazioni dei cittadini provenienti dai sette paesi musulmani in questione e muniti di visto d’ingresso negli Stati Uniti. La giudice ha accolto la richiesta di una procedura d’urgenza dell’Aclu (l’American Civil Liberties Union) e ha ascoltato la richiesta di fermare le espulsioni di alcuni cittadini stranieri detenuti, in particolare di un siriano che rischiava l’espulsione “entro un’ora nonostante avesse documenti regolari”, come recitava la richiesta dell’Aclu, in quanto la sua incolumità non poteva essere garantita al suo ritorno a Damasco. Il punto – secondo la Donnelly – è che le persone arrestate, fermate e rispedite a casa o bloccate alla partenza erano già state controllate e autorizzate a un visto di soggiorno. Motivo per cui la giudice ha reputato illegittimi i fermi e le deportazioni.

“Vittoria!!!”, ha twittato l’Unione americana per le libertà civili subito dopo la decisione della giudice. “Le nostre corti di giustizia oggi si sono comportate come un baluardo contro gli abusi del governo e gli ordini incostituzionali”, ha aggiunto la potente organizzazione non governativa di difesa dei diritti civili e delle libertà individuali. Anche se la questione è tutt’altro che risolta e nuove udienze dovrebbero tenersi a febbraio, “la cosa più importante oggi era che nessuno fosse messo su un aereo”, ha detto l’avvocato dell’Aclu Lee Gelernt.

Da Washington a San Francisco, dove sono sorte proteste spontanee contro l’ordine esecutivo di Trump, si moltiplicano i ringraziamenti alla Donnelly, che anche su Twitter viene dipinta come la donna che ha dato una bella lezione a The Donald.

Ann, 57 anni, sposata e madre di due figlie, è stata nominata giudice federale da Barack Obama nell’ottobre del 2015. A suggerire il suo nome al presidente Obama era stato il senatore democratico dello Stato di New York Chuck Schumer. Per 25 anni ha lavorato nell’ufficio del procuratore distrettuale di Manhattan Robert Morgenthau. “La sua reputazione è leggendaria”, ha detto Schumer a proposito della Donnelly. “Era una delle persone più ammirate nello staff di Morgenthau”. Nata a Royal Oak, in Michigan, nel 1959, Donnelly si è laureata all’università del Michigan per poi specializzarsi in legge alla Ohio State University.

Dal 1984 al 2009 è stata procuratore aggiunto presso l’ufficio del procuratore distrettuale di New York. Dal 1997 al 2005 è stata consulente senior per i processi e dal 2005 al 2009 ha assunto la direzione del Bureau sulla violenza famigliare e gli abusi sui minori. In qualità di assistente del procuratore distrettuale, Donnelly ha contribuito all’azione legale contro Dennis Kozlowski, ex ceo di Tyco International, condannato tra le altre cose per frode e furto aggravato. Dal 2009 al 2015 ha servito come giudice della Court of Claims di New York, lavorando anche per la Corte Suprema di New York nel Bronx, a Brooklyn e a Manhattan. Poi il passaggio, voluto da Barack Obama, a livello federale.

Con la sentenza che ha fermato temporaneamente il Muslim ban, Donnelly è diventata l’eroina del movimento anti Trump. Un movimento che sta risvegliando la coscienza civica di moltissimi americani, pronti a scendere in strada per manifestare contro provvedimenti ritenuti discriminatori e contrari ai valori che hanno fatto grandi gli Stati Uniti. Nelle prossime ore proteste, scioperi e cortei sono previsti in diverse città americane sotto lo slogan “NO Muslim Ban”, già diventato topic trend su Twitter. A Washington come ad Atlanta, a Chicago come a Seattle, decine di migliaia di persone sono determinate a far capire a Trump che questa volta ha davvero esagerato.

Qui l’ordinanza firmata da Ann M. Donnelly destinata a fare storia:

 

‘Ndrangheta: così hanno preso Antonino Pesce

Nelle prime ore di oggi 29 gennaio 2017, in Gioia Tauro (RC), i Carabinieri del Reparto Operativo del Comando Provinciale di Reggio Calabria unitamente a quelli della locale Compagnia Carabinieri, collaborati da militari dello Squadrone Cacciatori Calabria, hanno tratto in arresto, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal GIP presso il Tribunale di Reggio Calabria su conforme richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, Pesce Antonino, 34 anni, per i reati di associazione per delinquere di tipo mafioso e traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Prevenuto, latitante dal luglio 2016 quando si era sottratto ad un provvedimento di fermo emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria nell’ambito dell’operazione convenzionalmente denominata “Vulcano”, condotta dal Comando Provinciale della Guardia di Finanza reggina, veniva individuato all’interno di un’abitazione sita nella zona marina del comune della piana, al termine di minuziosa attività d’indagine condotta dalla Stazione Carabinieri di Gioia Tauro, supportata dalla Compagnia, unitamente al Nucleo Investigativo del Comando Provinciale, sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia.

In particolare attraverso attività tecnica e l’imprescindibile patrimonio informativo della Stazione Carabinieri, si è riuscito ad individuare la presenza del latitante nell’abitazione ove si era recato verosimilmente per incontrare la compagna ed i figli. Il prevenuto, all’atto dell’irruzione dei militari, ha tentato di disfarsi, lanciandola dalla finestra dell’abitazione, di una pistola, poi prontamente recuperata dagli operanti. L’arma è risultata essere una pistola semiautomatica in ottimo stato e perfettamente efficiente, completa di caricatore e relativo munizionamento, provento di furto perpetrato in Civitanova Marche (MC) nel 2015. Successivamente non ha opposto ulteriore resistenza. Il Pesce è ritenuto, anche a seguito dello stato di detenzione di altri familiari, il reggente dell’omonima cosca, nonché colui che si occupava dell’approvvigionamento delle risorse finanziarie, principalmente gestendo l’attività di importazione di cocaina dal Sudamerica e curando l’esfiltrazione della stessa laddove importata da altri e stoccata in container sbarcati al porto di Gioia Tauro, amministrando tali risorse finanziarie e distribuendole ai vertici della cosca detenuti ed ai loro familiari. Inoltre lo stesso curava i rapporti con le altre cosche in particolare quella dei Bellocco e dei Molè, più in generale svolgendo le funzioni di organizzatore e promotore della cosca. Medesimo contesto veniva tratto in arresto per il reato di favoreggiamento personale Belcastro Tonino, di anni 53, nullafacente, già noto FF.OO., proprietario dell’abitazione ed ivi presente all’atto dell’irruzione dei Carabinieri. Gli arrestati, al termine delle formalità di rito, sono stati associati presso la casa circondariale di Palmi.

(fonte)

Ops. La Corte dei conti accusa i Caf: 8 per mille alla Chiesa a nostra insaputa.

Siete sicuri che il vostro 8 per mille sia davvero finito al destinatario che avete prescelto al momento di compilare la dichiarazione dei redditi? Il dubbio è legittimo e lo solleva la Corte dei conti che continua a puntare il suo faro su questo importante canale di finanziamento della Chiesa rilevando molte criticità. A cominciare dall’attività dei Caf di area cattolica accusati esplicitamente di favorire la Cei.

L’8 per mille, in base ai dati del Dipartimento delle Entrate ,vale oltre un miliardo e 250 milioni di euro ogni anno (oltre 1 miliardi di euro nel 2016 sono andati alla chiesa cattolica, 187 milioni allo Stato, 37 milioni alla chiesa valdese, le briciole ad altre nove confessioni religiose. Naturale dunque che la Corte vigili attentamente su questo fiume di soldi che ogni anno vengono prelevate dalle tasse degli italiani. Questa volta i giudici contabili hanno voluto verificare come i vari enti interessati, i Caf e le amministrazioni pubbliche hanno risposto ai rilievi che la stessa corte aveva già segnalato nel 2014 ed ancora nel 2015. Il risultato, in base ad una  delibera del 23 dicembre appena resa nota, è «il perdurare degli elementi di debolezza nella normativa, ormai risalente ad oltre 30 anni, e nella gestione dell’istituto, che impongono valutazioni ed iniziative da parte dei molti soggetti coinvolti. E soprattutto restano attuali tutte le criticità già segnalate negli anni passati».

 

Risultano infatti «rilevanti anomalie sul comportamento di alcuni intermediari», sulle quali proseguono le attività di controllo dell’Agenzia delle entrate, e «perdura lo scarso interesse per la quota di propria competenza da parte dello Stato, nonostante fra le finalità finanziabili con la stessa sia stata aggiunta la ristrutturazione degli edifici scolastici». Inoltre «si conferma l’assenza di controlli sulla gestione delle risorse». Unico dato positivo il miglioramento nella trasparenza, completezza e correttezza della diffusione dei dati ad opera del ministero dell’economia. E quindi restano insoluti anche altri nodi già emersi, dalla problematica delle scelte non espresse alla scarsa pubblicizzazione del meccanismo di attribuzione delle quote, dall’entità dei fondi a disposizione delle confessioni religiose alla poca pubblicizzazione delle risorse erogate alle stesse, quindi lo scarso controllo sui fondi di competenza statale; la rilevante decurtazione della quota statale, l’incoerenza nella destinazione delle risorse derivanti dall’opzione a favore dello Stato e la lentezza nella loro assegnazione.

 

Ma quello che forse più sorprende è il comportamento dei centri di assistenza fiscale. In passato, infatti, fa sapere la Corte, non vi sono stati nè controlli sulla correttezza delle attribuzioni effettuate dai contribuenti, né un monitoraggio approfondito sull’agire degli intermediari cui è demandato il compito della trasmissione delle volontà all’Agenzia delle entrate. E peraltro la stessa Agenzia ha segnalato che le scelte indicate nel modello 730 sono modificabili dall’intermediario nella successiva fase di trasmissione e, pertanto, potrebbero non coincidere con quelle effettivamente trasmesse. Ciò «evidenzia che il contribuente non può esercitare un effettivo controllo sulla corrispondenza delle opzioni esercitate nel modello 730 con quelle successivamente trasmesse all’Agenzia» . E così a partire dal 2014 sono partiti i controlli sui primi centri di assistenza fiscale (Caf) per i quali, in base agli elementi informativi a disposizione, potevano emergere dati significativi in relazione ad alcuni fattori di rischio. In base alle indagini svolte a campione dall’Agenzia delle entrate sono così emerse diverse anomalie. In particolare “sono state esaminate 4.968 schede per la scelta dell’8 per mille, di queste, il 49% recano una scelta a favore della Chiesa cattolica, l’11% non recano alcuna scelta e il restante 40% indicano scelte a favore di altri beneficiari.

(l’articolo di Paolo Baroni continua qui, le nostre proposte sono qui)

Eccolo, Trump

Ne scrive Il Post:

L’ultimo ordine esecutivo firmato dal presidente americano Donald Trump, che inasprisce i criteri per entrare negli Stati Uniti per i rifugiati o i cittadini di sette paesi a maggioranza islamica, sta creando disagi e proteste in varie città degli Stati Uniti. L’ordine esecutivo, firmato venerdì sera, blocca l’accoglienza dei richiedenti asilo di qualsiasi nazionalità per 120 giorni, e impedisce temporaneamente l’accesso al territorio americano dei cittadini di Iraq, Siria, Iran, Sudan, Libia, Somalia e Yemen, anche se in possesso di regolare permesso di soggiorno. Potenzialmente, l’ordine interessa migliaia di persone già atterrate o in arrivo negli Stati Uniti. L’unico documento che esclude i cittadini di queste nazioni è una cittadinanza statunitense. L’ordine esecutivo vieta anche l’ingresso ai cittadini di quei paesi in possesso di una doppia cittadinanza: per esempio quelli con cittadinanza libica e canadese. In più, l’ingresso dei rifugiati siriani negli Stati Uniti è stato bloccato a tempo indeterminato: non solo per 120 giorni.

I giornali americani stanno documentando diversi casi di richiedenti asilo e semplici cittadini a cui viene impedito di imbarcarsi per gli Stati Uniti oppure che vengono arrestati al loro arrivo (questi ultimi, secondo una stima citata dal New York Times, sono fra i 100 e 200).

L’ordine esecutivo di Trump è probabilmente illegale, ma la legge impone di rispettarlo finché non viene sospeso da un tribunale. Nelle ultime ore due giudici americani sono riusciti a sospendere parzialmente alcune misure contenute nel decreto e hanno permesso che alcune persone arrestate una volta arrivate negli Stati Uniti fossero rilasciate, ma il corpo principale della legge è tuttora in vigore. Una volta che gli effetti dell’ordine esecutivo hanno iniziato a concretizzarsi, sono iniziate anche le proteste organizzate tenute negli aeroporti delle principali città, fra cui New York, Dallas, Chicago e Los Angeles. In particolare, la New York Taxi Workers Alliance (un sindacato di tassisti di New York) ha deciso di non andare a prendere i passeggeri dei voli atterrati a New York, in solidarietà con chi protestava contro Trump.

(continua qui)

Il merito come favola

Una riflessione di Rocco Olita:

Probabilmente, quello del “merito” è il mito più falso e pervicace allo stesso tempo. Nella stagione della guerra dichiarata a ogni menzogna, stupisce che esso non sia il primo obiettivo di ogni azione rivelatrice che voglia presentarsi come scienza. Al contrario, proprio quelli che dell’arte di smentire ogni singola “bufala” fanno bandiera, questo truffaldino concetto eleggono a loro araldo.

E dunque, permettetemi di provare io a dire qualcosa contro questa prosecuzione della disuguaglianza con abiti più eleganti: la meritocrazia è la favola buona per farci addormentare la sera sulle ingiustizie di cui siamo parte o vittime. Io non ho merito alcuno per quello che sono diventato, perché nessuno posso vantarne per ciò che sono, fui o sarò. Che abbia potuto accedere a determinate possibilità non è stato per mie qualità, ma per l’essere nato in un posto invece che in un altro. Di conseguenza, non ho meriti per i miei studi, per essermi laureato a 23 anni, per il 110 o per la specializzazione successiva, per aver trovato un lavoro a ben 1.200 euro mensili a soli 1.200 chilometri da dove son nato, per le cose che ho e per quelle di cui posso beneficiare. Per la semplice ragione che, se fossi venuto alla luce in un posto diverso o in una famiglia differente, oggi potrebbe non essere così.

È da fatti che non stanno nelle nostre scelte che tutto discende. E siccome sono convinto che pure la coscienza sia determinata dall’essere materiale e sociale, come si diceva un tempo, anche il rispetto delle regole e le cose che si pensano o in cui si crede discendono da quei fatti. Un esempio? Io oggi non ruberei. Ma potrei dirlo con la stessa sicurezza se invece ne fossi stato costretto da ristrettezze assolute? Con le parole del Tito nel suo testamentocantate da De André:  «Non desiderare la roba degli altri,/ non desiderarne la sposa./ Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi/ che hanno una donna e qualcosa».

(continua qui)

La legge del ceffone

Ne avevo scritto qui due settimane fa, qualcuno mi aveva anche detto che non era una notizia e invece oggi è su tutti i giornali: la legge del ceffone in Russia è passata anche in seconda lettura e così oggi si indignano tutti.

E fa niente che intanto la retorica del cattivismo e dell’uomo forte sia in ottima salute: a continuare a invocare la forza poi la forza arriva e spesso tracima in violenza e forse bisognerebbe sforzarsi a leggere il clima culturale, provare a mettere insieme i segnali preoccupanti che ci arrivano da questi tempi e ribaltarli, anche.

Chissà che ne dicono gli amici di Putin.

«La mafia è dappertutto». Falso!

Francesco Viganò sul libro di Costantino Visconti (che trovate qui)

1. Un libricino prezioso, questo di Costantino Visconti, inserito in una bella collana di Laterza dedicata agli idòla baconiani. Ai luoghi comuni e agli slogan di cui si nutre la comunicazione politica, ai messaggi che ‘bucano’ in televisione; e alla loro discussione e confutazione con le armi della ragione.

Qui il luogo comune è la pretesa onnipotenza – pervasiva e tentacolare – della mafia nel nostro paese. Un luogo comune alimentato da una certa cultura (e una certa politica) dell’antimafia, funzionale in definitiva a legittimare sempre nuovi strappi alle regole e ai principi dello stato di diritto, in nome di una lotta senza quartiere contro avversari percepiti più come nemici dell’intero ordinamento, che non come criminali. Pericolosi quanto si vuole: ma nemmeno così straordinariamente astuti e intelligenti, come la letteratura e il cinema amano presentarceli.

 

2. L’autore ha le carte in regola per parlare non solo di mafia, ma anche di contrasto alla mafia, avendo dedicato buona parte della sua produzione scientifica a queste tematiche, da vent’anni a questa parte; e avendo, soprattutto, affrontato questi temi non già con lo sguardo asettico dello studioso puro di diritto che si limita a confrontarsi con i principi e i dati normativi, quanto piuttosto con l’avida curiosità di chi – dall’angolo visuale privilegiato di un professore non coinvolto in prima linea nella difesa di alcun imputato – vuole anzitutto comprendere la realtà: fatta di fascicoli processuali, di strategie giudiziarie (delle procure e della stessa magistratura giudicante), ma anche di vicende personali di iimputati eccellenti e di perfetti sconosciuti, di imprese colpite da interdittive antimafia o sottoposte ad amministrazioni giudiziarie, di montagne di beni confiscati e sequestrati non sempre gestiti con la doverosa dose di imparzialità da parte di chi ne aveva la responsabilità. Il tutto muovendo da un passato personale – dichiarato sin da subito al lettore – di esponente dell’antimafia civile palermitana, sin dai tempi dell’università: quando a Palermo si moriva davvero, di mafia.

 

3. Il frutto – necessariamente provvisorio – di questi anni di impegno e di studio è una riflessione disincantata, eppure ancora appassionata, sul senso della battaglia contro la mafia oggi.

Una riflessione che muove – paradossalmente, ma non troppo – dall’affermazione che l’antimafia si è fatta potere, e che come tutti i poteri anch’essa ha bisogno di controllo, e di “controcanto critico”.

Il riferimento polemico non è soltanto agli illeciti asseritamente commessi da taluno in nome dell’antimafia, illeciti contro i quali per fortuna la stessa magistratura ha mostrato di possedere tutti gli anticorpi necessari per reagire; ma è anche alla tentazione di invocare e praticare un uso sempre più massiccio dell’arsenale penalistico, o di strumenti paralleli non meno temibili – dalle misure di prevenzione alle misure amministrative antimafia, in grado di decretare la morte civile di imprese o l’azzeramento di interi corpi politici democraticamente eletti –, al di fuori di una logica di stretta necessità e proporzione rispetto alle pur sacrosante finalità perseguite.

 

4. Sul fronte propriamente penalistico, Visconti dedica speciale attenzione a questioni ben note agli studiosi e ai pratici, a cominciare dalla problematica qualificazione quali “mafiose” di associazioni criminali operanti al di fuori dei contesti territoriali tradizionali, in particolare al nord e, ora, nella stessa capitale, divenuta palcoscenico dal grande processo di “Roma capitale”; e si scaglia – non risparmiando nomi e cognomi – contro chi invoca una generalizzata e acritica applicazione in questi contesti dell’art. 416 bis c.p., e di tutto ciò che la qualificazione come “mafiosa” di questa criminalità si tira dietro, quasi che dietro le prudenze di una parte della magistratura vi fosse una sistematica e colposa sottovalutazione della criminalità mafiosa al nord e al centro della penisola.

Altre perspicue analisi sono dedicate alle strategie di contrasto contro le infiltrazioni delle mafie nelle imprese, e in generale nell’economia legale; e poi al tema spinoso degli intrecci tra mafia e politica – spesso oggetto di indagini e processi conclusisi nel nulla dopo anni di gogne mediatiche –, così come a quello della contiguità alla mafia da parte della “borghesia” rispettabile: fatta di medici, di avvocati, di consulenti commerciali, e persino di sacerdoti accusati di aver celebrato messe per i capimafia latitanti. Una contiguità che evoca naturalmente il tema del concorso esterno, cui lo stesso Visconti ha dedicato in passato una fondamentale monografia, oggi tornato sul banco degli imputati in seguito a una nota sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.

 

5. Filo rosso che unisce tutte queste analisi – condotte con il linguaggio atecnico di chi vuol far cogliere la sostanza dei problemi a chi, non essendo giurista, abbia tuttavia il desiderio e la giusta pretesa di comprenderequestioni al centro del dibattito pubblico contemporaneo – è la constatazione dell’ineliminabile complessità dei problemi in discussione. 

Una complessità – ci suggerisce Visconti – che non dipende, o non dipende soltanto, dall’oscurità delle norme da applicare, né dalla loro sovrabbondanza o dal loro scarso coordinamento, come istintivamente è portato a pensare il profano, inconsciamente influenzato dall’episodio dell’Azzeccagarbugli manzoniano; ma che dipende, soprattutto, dalle ambiguità e dai chiaroscuri della realtà che quelle norme vanno a regolare.

Proprio queste ambiguità e chiaroscuri, insiste l’autore, rendono arduo il compito del diritto penale: strumento “legnoso” e “anelastico”, che non si accontenta di ombre caravaggesche, ma esige prove solari, luminose, della commissione da parte del cittadino di un “fatto riconducibile a un tipo espressamente e compiutamente descritto dalla legge”.

Quasi banale il rammentarlo: assai meno il farne tesoro nella quotidiana pratica applicativa, specie quando si vuole insistentemente concepire il diritto penale – e in generale l’assieme degli strumenti deputati al contrasto della criminalità mafiosa – come un arsenale bellico contro un nemico giurato dell’intero ordinamento.

 

6. Ma il libro di Visconti non è soltanto, e non è tanto, un libro “contro” – contro la retorica dell’antimafia, o controgli eccessi repressivi compiuti in suo nome. Il suo è anzitutto un libro che guarda agli ultimi decenni della storia italiana – dall’inizio degli anni ottanta, e poi con sempre maggiore nettezza dall’epoca delle stragi di Capaci e di via D’Amelio in poi – come a un complessivo successo.

Il potere della mafia è stato sfidato seriamente attraverso uno sforzo congiunto dello Stato e della società civile in tutti questi anni, e ne è uscito fortemente indebolito. E ciò non certo per merito di magistrati pronti a sbarazzarsi della toga per improvvisarsi un futuro politico, né di “toghe telegeniche” o semplicemente chiacchierone, che scrivono libri con i materiali delle loro inchieste mentre queste sono ancora sub iudice. Il merito è stato piuttosto, osserva Visconti, di “migliaia di investigatori e agenti delle forze dell’ordine che lavorano in silenzio e colgono piccoli e grandi risultati sul campo […], scovando centinaia di latitanti e rischiando la vita”, così come di “decine e decine di pubblici ministeri che, al riparo dai riflettori, ragionano, si pongono costantemente interrogativi, studiano e al contempo guidano la polizia giudiziaria nelle indagini per poi celebrare i processi, senza parlarne prima sui giornali”; e assieme di “altrettanti giudici che in piena solitudine decidono di infliggere secoli di carcere ai mafiosi oppure di assolvere, magari con il dubbio di restituire la libertà a chi forse non lo meriterebbe ma sapendo che il diritto è e deve rimanere la loro bussola”.

 

7. Il merito forse maggiore è, però, della “marea di gente che dei mafiosi, mafiosetti e dei loro complici non ne può più”: una “minoranza vociante” trent’anni fa, divenuta oggi una “maggioranza silenziosa”.

Splendido il post-scriptum che chiude il volumetto: un piccolo spaccato di intimità domestica, con un paio di dialoghi tra l’autore e i propri figli, che considerano la mafia come qualcosa che appartiene ormai alla storia della loro città, e accusano il padre di essere ancora un “portatore sano” di quella che per loro non è che una malattia, come tutte le altre. Una malattia da conoscere e da combattere, certo; ma che le giovani generazioni sembrano concepire (finalmente!) come altro da sé, come qualcosa di estraneo alla identità palermitana, e – forse – italiana in genere.

Valuterà da sé il lettore se questa diagnosi rifletta soltanto l’inesperienza giovanile, e pecchi così di eccessivo ottimismo. Ma, se non altro, è confortante sentirci dire da un osservatore esperto come Visconti che tanti sforzi e tanto sangue non sono stati profusi e versati invano. Che ne è valsa la pena, insomma; e che ancora varrà la pena di lavorare, al riparo da impropri clamori mediatici ed eccessi repressivi, per contrastare – con le armi della civiltà e del buon senso prima ancora che dei codici – criminali pericolosi e spietati, ma per fortuna non onnipotenti né invincibili.

La revoca della revoca della scorta di Ignazio Cutrò

“Sono veramente felice oggi per la mia famiglia perché nel pomeriggio alla caserma di Bivona mi notificano il rientro nel programma di protezione”. Ignazio Cutrò da oggi tornerà ad essere a tutti gli effetti un testimone di giustizia. Il Tar del Lazio ha accolto il suo ricorso per l’annullamento della delibera adottata ad ottobre dalla Commissione Centrale. Fino a ieri, da poco più di tre mesi infatti, Ignazio Cutrò non era più formalmente un testimone di giustizia perché non erano state prorogate le speciali misure di protezione nei suoi confronti e del suo nucleo familiare. Un fatto che aveva scosso a tal punto Cutrò che era stato colto da un malore appena venuto a conoscenza della decisione della Commissione del Ministero dell’Interno . Oggi può finalmente tirare un sospiro di sollievo, dopo mesi insonni di ansie e timori per l’incolumità dei famigliari. “Ho creduto e continuo a credere nella giustizia e oggi abbiamo avuto prova che si può fare – ha detto l’ex imprenditore di Bivona contento – non ho rancori verso nessuno ma rimarco che la lotta alla mafia è una lotta di tutti e la dobbiamo fare assieme!”.

 
Nelle motivazioni del Ministero dell’Interno per la mancata proroga delle misure speciali di protezione, ci sarebbe stato anche un riferimento alle manifestazioni e proteste di Cutrò contro il malfunzionamento del sistema di protezione e quindi il Ministero. “Se io mi sono scatenato o lamentato in tutti questi anni che il nostro sistema non è mai stato applicato in toto, per questioni logistiche o altro, l’ho fatto solo al fin di bene – ha spiegato oggi Cutrò – l’ho fatto anche per chi non poteva parlare perché in località segreta”.
E’ l’Ignazio Cutrò di sempre a parlare oggi, il presidente dell’Associazione nazionale testimoni di giustizia deciso e pronto ad impegnarsi assieme agli altri testimoni di giustizia per far vale i diritti di tutti e continuare la lotta quotidiana alla mafia.
“Con l’associazione siamo riusciti a portare a termine due importanti leggi ed ora molti testimoni sono stati impiegati in un lavoro pubblico e cominciano ad avere una vita normale, noi chiediamo solo questo”. E ancora “Anche se dai vertici ci hanno detto che diamo fastidio noi continueremo sulla nostra linea perché lo Stato siamo noi cittadini e chiedo al Ministero di poter collaborare spalla spalla perché io non sento che lo Stato è mio nemico ma io non devo essere un nemico per lo Stato”.
Da circa un anno Cutrò lavora come impiegato pubblico a Bivona ma è stato costretto a veder fallire la sua azienda edile. Per molti anni Cutrò è riuscito a resistere al fallimento ed ai danni provocati dalla sua scelta e forse ce l’avrebbe fatta se fossero state applicate delle perizie redatte ancora nel 2012 dal Viminale stesso.

 
Ed è la voce di Salvatore Borsellino, fratello del magistrato Paolo e fondatore del movimento Agende rosse, a ricordare l’importanza di sostenere i testimoni di giustizia nella propria terra: “Non posso che essere felice di questa notizia ma non basta – ha scritto Salvatore Borsellino sul suo profilo Facebook – bisognerebbe che ad Ignazio, così come a tanti altri, fosse permesso di fare l’imprenditore nella sua terra, così come avveniva prima della sua coraggiosa scelta di denunciare e fare processare i suoi estorsori”.

(fonte: Antimafiaduemila)