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Antonio, l’erede dei Piromalli: il ritratto del boss (di Cesare Giuzzi)

Giornalisti con la schiena (e la penna) dritta: Cesare Giuzzi per il Corriere della Sera:

La testa calva di Antonio Piromalli si piega una sola volta e lo fa controvoglia mentre i carabinieri del Ros lo scortano sulla macchina che dovrà portarlo in carcere. Lui si guarda intorno, punta gli occhi sul portone di legno del suo palazzo, al civico 33 di viale Brianza, e sul viso per un attimo gli torna il ghigno di chi ha passato una vita a sputare su quelle divise. Sono le 5 del mattino, il traffico intorno alla Centrale inizia lentamente ad animarsi ma nessuno sa che su quell’auto c’è uno dei principi della ’ndrangheta, l’erede della dinastia criminale dei Piromalli di Gioia Tauro (Rc). La famiglia che con don Mommo , Girolamo Piromalli, zio di Antonio e fratello del padre Giuseppe, detto Facciazza , ha trasformato la ’ndrangheta da mafia di pecorai e contadini nell’organizzazione criminale più potente al mondo.

L’erede di Facciazza

Antonio Piromalli, 44 anni, è il braccio imprenditoriale della cosca, ma è anche il capo designato del clan dopo l’arresto di Facciazza . E, scrivono i magistrati reggini Gaetano Paci e Federico Cafiero de Raho, è colui che controlla il mercato ortofrutticolo di Milano. Quell’Ortomercato già finito al centro dell’inchiesta sul clan Morabito nel 2007, e da allora protagonista di una letteratura di propaganda che lo descrive ripulito dal malaffare e bonificato dalle infiltrazioni mafiose. Allora viene da chiedersi come abbia fatto, nell’ottobre 2015, Piromalli a farsi una «passeggiata» tra i padiglioni per «celebrare» il suo ritorno all’Ortomercato dopo l’arresto nel 2008 per l’operazione antimafia «Cent’anni di storia». Una «sfilata» che l’imprenditore Alessandro Pronestì racconta alla moglie, quasi ridendo di un operatore del mercato che durante quella camminata riconosce Piromalli e rimane «impietrito». Perché tutti all’Ortomercato conoscono la fama e la ferocia del boss. Perché, come racconta ai pm il pentito Antonio Russo, «Antonio va subito al sodo, non discute. Mentre vi sedete vi ammazza. Punto. Vi ammazza col sorriso, vi fa capire che vi ha perdonato, e magari vi ha già ucciso. Questo è Antonio». E un altro pentito, Arcangelo Furfaro, spiega che è da una vita che i Piromalli gestiscono il mercato ortofrutticolo di Milano, che «la loro tendenza è rendersi più invisibili possibile e lo fanno in modo eccellente». Ed è illuminante il racconto che Furfaro farà agli inquirenti calabresi: «In Lombardia funziona come in Calabria. Il sistema è sempre quello. Ormai le fette di cocomero negli occhi non ce le ha più nessuno». Nelle 2.185 pagine del decreto di fermo i pm Paci e Cafiero de Raho non usano mezze parole: «Antonio Piromalli assumeva il controllo dell’Ortomercato di Milano attraverso la creazione di una complessa rete di imprese e l’ausilio di una serie di affiliati (tra tutti spiccava Alessandro Pronestì) e fiancheggiatori, coordinati con la finalità di dominare il mercato ortofrutticolo di Milano, facendo leva sul metus mafioso esercitato dalla sua persona».

Le società occulte

Piromalli era socio occulto di diverse società (Ortopiazzolla, Polignanese, Original trade e Artemide) e riforniva (attraverso il consorzio Copam) anche la rete della grande distribuzione dei marchi Ali e Bennet , oltre a vendere i prodotti in Romania, Danimarca e Stati Uniti. Con lui è stata fermata anche la moglie Loredana Sciacca, 44 anni, insegnante all’Istituto comprensivo Quintino di Vona – Tito Speri di via Sacchini. Piromalli (arrestato ieri per associazione mafiosa) era stato scarcerato da Tolmezzo il 21 dicembre 2014 e subito sottoposto alla sorveglianza speciale. Anziché tornare in Calabria decide di fermarsi a Milano, nella casa-fortezza di viale Brianza, perquisita ieri dai carabinieri del Ros di Milano guidati dal tenente colonnello Paolo Storoni. Una decisione strategica, come scrivono i magistrati calabresi: «Non soltanto in considerazione dei trascorsi imprenditoriali e del pregresso circuito relazionale, ma anche e soprattutto per mantenere un basso profilo, sfruttando una minor visibilità per arginare intromissioni da parte delle forze di polizia e gestire con maggiore serenità il clan». E dove se non a Milano? Per farlo utilizzerà una rete di cerchi concentrici. Prima i familiari, poi Pronestì e i due consigliori Giovanni Scibilia (operaio che si occupa della manutenzione di alcune palestre di via Cenisio, viale Stelvio e via Piranesi) e Rocco Saccà, ufficialmente muratore ma autista e braccio destro del boss. È grazie a Scibilia che tenterà l’acquisto di una palestra a Milano «che fattura un milione e mezzo di euro all’anno».

I «buchi» nella sicurezza

Ma come è stato possibile che un padrino della ’ndrangheta come Antonio Piromalli abbia potuto passeggiare liberamente tra i banchi dell’Ortomercato mentre era sottoposto alla sorveglianza speciale? Nessuno lo sa. Anche perché l’accesso ai mercati generali gestiti da Sogemi dovrebbe essergli interdetto, visto che ufficialmente non figura tra i soci delle aziende ortofrutticole. Scrivono ancora i pm reggini: «Si vedrà come il reinserimento in quel mercato costituirà per Piromalli una modalità di ribadire il proprio potere mafioso ed imprenditoriale; un modo per manifestare a tutti gli operatori la propria forza criminale, non inficiata da sette anni di detenzione».

Il fascino discreto della gentilezza

(Un interessante pezzo Marco Belpoliti su Repubblica)

Paterson abita a Paterson ed è un autista di autobus. Scrive poesie su di un taccuino. Il protagonista dell’omonimo film di Jim Jarmusch è cortese con tutti, anche se a tratti attonito e quasi assente. Lo è con Laura, la sua compagna, con il bulldog inglese che porta a passeggio, con gli avventori del bar dove beve la birra serale, con i passeggeri del bus, con una bambina incontrata per strada. Sembra possedere quella che una psicologa, studiosa della cortesia, Giovanna Axia, ha definito la «capacità di far star bene gli altri».

Non si arrabbia neppure quando il cane fa a pezzi il taccuino delle sue poesie sbriciolandolo letteralmente. S’intristisce soltanto e va a sedersi sulla sua panchina preferita, là dove ha scritto alcune delle poesie migliori (le poesie citate nel film in realtà sono di Ron Padgett, poeta laureato americano). Su quella panchina prende posto anche un giapponese, pure lui poeta. Con la sua gentilezza il nipponico lo indurrà a ricominciare a scrivere donandogli un quaderno.

Il successo di Paterson segna il ritorno della cortesia come qualità apprezzabile? Non c’è solo questo film, ma anche un piccolo libro apparso da poco: Cortesia. Pratiche di gentilezza quotidiana.

L’ha scritto Elio Meloni (Claudiana, pagg. 104, euro 8), insegnante, pedagogista, formatore. Meloni cerca di dare voce a una celebre frase di San Paolo, che ammoniva di far uscire dalla bocca parole buone piuttosto che cattive, «parole che possono giovare a quelli che ascoltano». Una definizione indiretta di cortesia, perfettamente in linea con la cultura cristiana fondata sulla caritas, che ha trionfato per secoli, guerre a parte.

Oggi sembra prevalere l’opposto: odio, risentimento, rancore. Queste emozioni sembrano dominanti nelle nostre società, e non solo in quelle occidentali. Lo psicoanalista inglese Adam Phillips ha sostenuto in un libro pubblicato qualche tempo fa insieme con la storica Barbara Taylor, Elogio della gentilezza (Ponte alle Grazie), che a partire dal secolo XVI il comandamento cristiano «ama il prossimo tuo come te stesso» ha subito un attacco mortale da parte dell’individualismo moderno.

A partire dal Leviatano di Hobbes la generosità cristiana è stata liquidata come un assurdo psicologico, un segno di debolezza, una virtù da perdenti. Dopo due secoli siamo diventati tutti seguaci del filosofo inglese?

Lacan con il suo solito sarcasmo ha suggerito che il dettato cristiano di amare il prossimo come se stessi doveva essere ironico, dal momento che le persone odiano se stesse. Meloni nel suo volume suggerisce di compiere una serie di esercizi, che contrastano “la guerra di tutti contro tutti”; sono piccole pratiche quotidiane, alcune delle quali nel solco della tradizione buddista, proposte dal monaco zen vietnamita Thich Nhat Hanh.

La cortesia non è solo una faccenda occidentale, per quanto la parola che la definisce provenga dal mondo feudale, prima, e rinascimentale, poi: l’amor cortese dei poeti provenzali e stilnovisti e Il Cortegiano di Baldassar Castiglione. Nella filosofia confuciana c’è infatti il “li”, termine che indica buone maniere, riti e cerimonie che hanno come scopo il comportamento rispettoso. Una delle ipotesi da cui parte Axia nel suo libro ( Elogio della cortesia, il Mulino) è che la cortesia sia sociale e non morale, poiché «offre rotte sicure di navigazione nei mari sociali, rotte interessanti, divertenti e a volte proficue».

La cortesia non sarebbe altro che il sorriso espresso con le parole. Chi è gentile e cortese sa mettere da parte i propri desideri e la propria posizione sociale a favore del benessere reciproco. Senza dubbio la cortesia fa piacere e genera socialità. Due secoli fa Goethe nelle Affinità elettive ha scritto: «Non c’è segno esteriore di cortesia che non abbia una profonda base morale (…) C’è una cortesia del cuore che è vicina all’amore. Da essa la più conveniente cortesia del comportamento esteriore deriva».

Origine sociale o morale? Alla cortesia si è educati, ma occorre anche un’inclinazione d’animo. Non è facile mettersi nella testa degli altri, capire cosa pensano, desiderano o vogliono. L’empatia è una dote, oppure un risultato raggiunto con l’esercizio? Paterson fa proprio questo, o almeno così ci fa credere Jarmusch: è empatico. Tuttavia a tratti nel film appare uno stordito, più assente che presente, più preso dai suoi pensieri — la poesia — che da quelli degli altri, compresa la donna che ama. Adam Phillips si è avventurato nelle cantine della gentilezza, e ha provato a far luce lì per capire su cosa si fondi davvero la cortesia. La sua tesi, derivata da Freud, è che sarebbe il nostro egoismo, la mancanza di affetto e di riguardo, a rendere possibile il desiderio, mentre la gentilezza appare la maniera per interrompere il desiderare.

La cortesia opposta al desiderio? Sembrerebbe di sì. Per gli psicoanalisti post-freudiani le cose riguardanti la cortesia e la gentilezza appaiono complicate. Donald Winnicott, ad esempio, ritiene che l’aggressività, opposta alla cortesia, possa essere in qualche modo una forma di amorevolezza, ovviamente quando non è cieco furore generato da un’umiliazione.

Non l’odio, ma piuttosto il sentimentalismo e la nostalgia, scrive Phillips, sono i veri nemici della generosità, da cui nascerebbero cortesia e gentilezza. Per quanto la pratica psicoanalitica istituita da Freud serva a mettere a nudo i nostri imbrogli e i nostri conflitti riguardanti la gentilezza d’animo, Phillips, curatore delle opere di Freud e autorevole autore di libri, sostiene che per la psicoanalisi la gentilezza e la cortesia restano un enigma all’interno dell’evoluzione umana. Di sicuro per lui appare opposta al desiderio.

Compreso quello sessuale? Jarmusch non ci fa vedere Paterson mentre fa sesso con la sua compagna. Ce li mostra a letto, visione dall’alto, al mattino, un giorno dopo l’altro. Una volta lei è persino nuda tra le lenzuola. Lui afferra l’orologio, guarda l’ora — le sei e un quarto —, la bacia teneramente e va a lavorare. Sta pensando alla poesia, come un poeta provenzale.

Scrive poesie, molte d’amore. Ma senza mai fare l’amore. Che abbia ragione Phillips con le sue teorie freudiane?

‘Ndrangheta, operazione Provvidenza contro i Piromalli: i fatti, le facce, i nomi

I particolari dell’operazione Provvidenza coordinata dalla Dda di Reggio Calabria. Colpita una delle cosche calabresi più potenti con ramificazioni a Milano e negli Usa

Associazione di tipo mafioso, traffico di stupefacenti, intestazione fittizia di beni, autoriciclaggio ed altri reati aggravati dalle finalità mafiose. Sono le accuse di cui devono rispondere, a vario titolo, le trentatrè persone fermate nell’ambito del blitz messo a segno all’alba di oggi dai carabinieri del Ros. Nell’ambito dell’operazione, condotta in tre regioni (oltre la Calabria anche la Basilicata e la Lombardia) sono stati sequestrati beni per un valore di circa 40 milioni di euro.

L’egemonia dei Piromalli. Al centro delle indagini, coordinata dalla Procura antimafia di Reggio Calabria, c’è il potente clan dei Piromalli di Gioia Tauro. Gli investigatori del Ros ritengono di aver documentato le dinamiche associative e gli assetti mafiosi della cosca, accertandone l’ormai definitivo e incontrastato dominio sul locale di Gioia Tauro e l’egemonia sull’intero mandamento tirrenico, assicurata anche dai rapporti di interazione con le più qualificate articolazioni ndranghetiste della piana di Gioia Tauro. Sul fronte economico, è stata evidenziata la penetrazione della cosca nel tessuto economico e sociale dell’area gioiese e la sua capacità di esercitare un radicale controllo degli apparati imprenditoriali, con specifico riferimento al settore agro-alimentare. L’attività è riuscita inoltre a delineare il quadro degli interessi illeciti gestiti in ambito nazionale e transnazionale dal sodalizio indagato, verificando la disponibilità di ingenti risorse finanziarie reimpiegate in numerose iniziative imprenditoriali e commerciali nel nord-italia e negli Stati Uniti.

Il fronte calabrese. L’indagine, che ha preso le mosse dagli esiti delle operazioni “Cent’anni di storia”, “Maestro”, “Mediterraneo” e “Mammasantissima”, ha accertato la peculiare strutturazione dell’organizzazione, imperniata su una base operativa nella piana di Gioia tauro e su un’emanazione economico-imprenditoriale attiva a Milano, controllate dal principale esponente della cosca, Antonio Piromalli classe ‘72 (figlio di uno degli esponenti storici, Giuseppe Piromalli, classe ’45), da molti anni residente nel capoluogo lombardo. Sul fronte calabrese, le basi operative dell’organizzazione sono state individuate a Gioia Tauro negli uffici della società edile di Pasquale Guerrisi, uomo di fiducia di Antonio Piromalli, e nel casolare di campagna Girolamo e Teodoro Mazzaferro, cugini di Giuseppe Piromalli cl’45, ove veniva documentata la costante presenza di esponenti apicali della ‘ndrangheta reggina. In particolare, Girolamo Mazzaferro e Pasquale Guerrisi costituivano l’interfaccia calabrese di Antonio Piromalli, per conto del quale, in aderenza alle direttive che provenivano dal capoluogo lombardo, curavano il complesso degli affari illeciti della cosca, garantendone la leadership sull’intero mandamento tirrenico.

Le ramificazioni. I collegamenti con la propaggine milanese erano infatti assicurati da Francesco Cordì e Francesco Sciacca, cognati del Piromalli, anche attraverso un sistema di comunicazioni basato sui cosiddetti pizzini, che il Guerrisi aveva il compito di ricevere e instradare ai destinatari finali.
Girolamo Mazzaferro, esponente storico della cosca, era stato affidato il compito di: dirimere i contrasti sorti tra gli affiliati alla cosca e costituire altresì un punto di riferimento per risolvere controversie o problematiche anche in ambito non prettamente criminale; gestire, unitamente al fratello mazzaferro teodoro, le operazioni immobiliari e di compravendita di terreni, in molti casi estorti con il ricorso all’intimidazione mafiosa o come contropartita per i prestiti erogati a tasso usurario; prendere decisioni per la conduzione delle attività illecite della cosca, con particolare riferimento al traffico di stupefacenti, pianificando altresì agguati o azioni intimidatorie nei confronti delle compagini criminali che andavano ad interferire sul controllo delle banchine e dei piazzali dello scalo portuale.

 

I contrasti con i Molè. In relazione a tale ultimo aspetto, le indagini hanno dato conto dei rapporti contrastati tra i Piromalli e Domenico Stanganelli, già organico alla cosca Molè, per il controllo di alcuni gruppi specializzati nella gestione e fuoriuscita delle partite di cocaina dal porto di Gioia Tauro. Il dissidio aveva fatto registrare due attentati a colpi di arma da fuoco all’indirizzo di Gaetano Tomaselli e Giuseppe Antonio Trimboli, entrambi contigui alla cosca Piromalli e dipendenti della società Mct di Gioia Tauro, attiva nelle operazioni di transhipment all’interno dello scalo portuale. In tale contesto, si accertava come i vertici dell’organizzazione, tra cui Girolamo Mazzaferro e Francesco Cordi’, avessero costituito un gruppo di fuoco, pianificando l’omicidio di Michele Zito, braccio destro di Stanganelli, individuato quale esecutore materiale dell’azione intimidatoria. l’evento, ad ogni modo, veniva scongiurato grazie ad una serie di servizi predisposti sul territorio dalle forze di polizia e per l’intervenuta carcerazione dello stesso Zito.

I nomi. Queste le persone coinvolte nell’inchiesta: Francesco Sciacca, 49 anni di Gioia Tauro; Alessandro Pronesti, 39 anni di Gioia Tauro;  Antonio Piromalli, 45 anni di Milano; Loredana Sciacca,45 anni di Milano; Giovanni Scibilia, 46 anni di Cusano Milanino; Carmela Sciacca, di 48 anni di Cusano Milanino; Rocco Saccà, 63 anni di Milano; Nicola Rucireta, 45 anni di Pisticci (Mt);  Paolo Vincenzo D’Elia, 88 anni di Palmi (residente a Filogaso); Michele D’Agostino, 43 anni di Rizziconi; Francesco Trunfio, 36 anni di Gioia Tauro; Giuseppe Barbaro, 35 anni di Gioia Tauro; Domenico Barbaro di 37 anni di Gioia Tauro; Grazia Piromalli di 38 anni di Gioia Tauro; Francesco Cordì, 40 anni di Gioia Tauro; Domenico Stanganelli, 40 anni di Gioia Tauro;  Rocco Dato, 41 anni di Gioia Tauro; Teodoro Mazzaferro, 42 anni di Gioia Tauro; Amedeo Fumo, 43 anni di Gioia Tauro; Pasquale Guerrisi, 44 anni di Gioia Tauro; Pietro Gallo, detto “Pierone”, 49 anni di Gioia Tauro; Annunziata Sciacca, 49 anni  di Gioia Tauro; Carmelo Bagalà, 25 anni di Gioia Tauro; Vincenzo Bagalà, 53 anni di Gioia Tauro;  Maria Martino, 63 anni di Villa San Giovanni; Teodoro Mazzaferro, detto “Teo”, 42 anni di Gioia Tauro; Girolamo Mazzaferro, 82 anni di Gioia Tauro; Giuseppe Gangemi, 66 anni di Gioia Tauro;  Giovanni Sergio, 30 anni di Sinopoli; Carmine Alvaro, 49 anni di Sinopoli; Francesco Arcuri 48 anni di Rizziconi.

(fonte)

“Io, lavoratrice della ex-Valsella vi racconto cosa vuol dire costruire mine e bombe”

La riflessione di Franca Faita, Cavaliere della Repubblica, ex-lavoratrice della fabbrica “Valsella” (produttrice di mine) inviata dall’autrice al decanato di Tradate nell’occasione della “veglia della pace” (29 gennaio 2006). 

Care amiche, Cari amici,

sono Franca Faita. Mi dispiace molto di non aver potuto essere qui con voi a questo importante appuntamento odierno, a cui avevo volentieri promesso di esserci, perché ci tengo all’impegno della gente per la pace e il disarmo.

Ho lavorato nella fabbrica di mine, la Valsella Meccanotecnica di Castenedolo, poco lontano da Brescia, dal 1967. Fino al 1980, la Meccanotecnica (la fabbrica si chiamava così allora) produceva televisori e mobili in plastica. A quell’epoca eravamo 200 dipendenti. Nel 1980, avviene la prima crisi nel settore; l’azienda ci mette in CIG – Cassa Integrazione Guadagno – per 12 mesi. Nel 1983, l’azienda ci comunica che il mercato dei prodotti civili non tira più e che gli operai erano troppi: 30 dipendenti devono lasciare.

La ditta ci informa che saremmo diventati un’azienda militare, incorporando la ditta Valsella con 60 dipendenti. Siamo così diventati la famigerata “Valsella Meccanotecnica”. Da allora, abbiamo iniziato a produrre le mine antipersona e gli stipendi aumentavano senza bisogno di fare scioperi o proteste. Siamo andati avanti per 10 anni con commesse grandiose. Quando le commesse finivano, nessun problema per noi: ci mettevano in CIG e l’azienda continuava a pagare i salari.

Da parte sindacale, ad ogni incontro con la proprietà, chiedevamo: “Per chi sono tutte queste mine?”. La risposta era: “Segreto militare”. Si calcola che la Valsella, nella sua breve storia, abbia fatto oltre 30 milioni di mine! Chiedevamo: “Ma perché servono migliaia e migliaia di mine?”. Risposta: “Per difendere il territorio dal nemico”. I tecnici della Valsella si recavano spessissimo alla SEI, Società Esplosivi Industriali di Ghedi (Brescia). Come mai? Studiavano e facevano esperimenti per “migliorare” le mine. Ma anche quello era un “segreto militare”. La SEI riempiva di esplosivo le mine prodotte dalla Valsella; ma dove andavano a finire tante mine? Ancora, “segreto militare”.

Ma era già stata messa in atto una moratoria. Se non si vendevano più le mine, non era certo per la consapevolezza da parte dei dirigenti delle fabbriche dei danni che queste provocavano, ma solo perché la legge non lo permetteva più.

Un grande giorno è stato quello in cui sono stata chiamata dal dottor Gino Strada. Mi presentò una cassetta piena di mine dicendomi:

“Le conosci?”.
“Sì, le conosco”, risposi.
“Ma tu sai cosa fanno?”.

“Servono a difendere il territorio dal nemico”, risposi.
“Cara Franca, queste mine stanno provocando tantissime vittime civili, che con la guerra non c’entrano, non c’entrano con la difesa del territorio. La famosa Valmara 69 è quella più bastarda: ce ne sono a migliaia nel Golfo e in tutto il mondo…”.

Tornando a casa, ho cominciato a pensare che dovevo fare qualcosa. II primo pensiero è stato quello di licenziarmi. Ma se io andavo via, la Valsella avrebbe continuato a produrre le mine e la SEI avrebbero continuato a riempirle. Da quel giorno, la mia vita è cambiata. Ho cominciato a parlarne con tutte le maestranze, a spiegare cosa facevano quei pezzi di plastica che noi avevamo prodotto. La risposta di tutti era: “Se non le facciamo noi, le fanno gli altri”.

Ricordo quando padre Marcello (Storgato), un missionario saveriano di Brescia, mi ha portato a Ginevra, dove ho incontrato Kher Man So, un bambino della Cambogia, con una gamba mozzata da una mina, mentre andava a scuola in bicicletta. Ho negli occhi ancora l’immagine di quel bambino che mi ha chiesto di “non costruire più mine”.

Perciò io, con altre poche operaie, abbiamo continuato a parlarne anche fuori dei cancelli della fabbrica e in giro per l’Italia. Ricordo l’impegno con le scuole per sensibilizzare i bambini e i giovani; ricordo l’impegno e il coraggio del sindaco di Castenedolo Luigi Frusca e della sua vice Santina Bianchini.
Al primo incontro internazionale contro le mine, tenutosi a Brescia nel 1994, abbiamo partecipato anche 5 operaie della Valsella: Chiara, Maria, Agnese, Ferdi ed io. Ci siamo presentate con uno striscione e la domanda più lecita del mondo: “Perché per lavorare e vivere dobbiamo costruire mine che uccidono?”. Sempre più gente capiva e ci seguiva. E il coraggio di richiedere la riconversione della Valsella aumentava sempre più. La vita in fabbrica era molto dura per noi, e soprattutto per me, perché ero controllata a vista. Ho avuto da soffrire, da sopportare.

Dal 1994, la Valsella non ha più prodotto mine; non per volontà dell’azienda, ma per la forza nostra e di chi ci ha aiutato; per la tenacia di chi ha lottato fino a far approvare la legge 374 del 1997. Così pure la SEI ha smesso di riempire le mine di esplosivo, anche se continua a riempire di esplosivo vari tipi di bombe, nella sua sede rinnovata e potenziata di Domusnovas, in Sardegna.

Io voglio dire a tutti voi, che le mine hanno già fatto troppi danni e troppi morti, e che purtroppo continueranno a farne ancora, finché non saranno disinnescate e distrutte tutte le mine che sono state disseminate e piazzate in tante parti del mondo. Io voglio dire a tutti voi, che anche le bombe della SEI SpA e le armi di ogni altra fabbrica, hanno già fatto troppi danni e troppi morti. È molto meglio non farne più.

Care amiche, Cari amici,
stiamo attenti perché le aziende, quando si tratta di produzione militare e bellica, ci raccontano tante balle. Io l’ho provato di persona. La battaglia della Valsella ci è costata 18 mesi di CIG e senza stipendio. Ma ne è valsa la pena. Nel 1998, la Valsella è stata messa in liquidazione ed è stata prelevata da un’altra Società; è stato fatto un accordo sindacale per distruggere tutto quello che riguardava la produzione delle mine antipersona e per produrre solo prodotti civili. A me è stato dato l’incarico di tagliuzzare e distruggere tutta la documentazione aziendale che riguardava la sperimentazione, la produzione e il commercio delle mine. Gli stampi sono stati danneggiati e venduti a “ferro vecchio”. Noi siamo fieri di questo risultato. E ringrazio il nostro Presidente Carlo A. Ciampi per avermi voluto onorare con il riconoscimento di “Cavaliere della Repubblica”.

Come donna e come madre e come sindacalista, sono fiera della battaglia che ho fatto; e la farei di nuovo. E prego anche voi di provare a fare lo stesso. Vi abbraccio e vi prego, ancora una volta, di credere nella via della riconversione. Fare prodotti che favoriscono lo sviluppo e il benessere di tutti i popoli, anche di quelli più poveri nel mondo, questo è l’unico investimento che rende, perché genera ricchezza, sicurezza e felicità condivisa. Mine, bombe e armi che producono distruzione, non sono un investimento, ma una pazzia che non dobbiamo più permettere.

Franca Faita
Cavaliere della Repubblica

L’oleodotto Dakota Access ha Trump come alleato: la battaglia dei Sioux continua

Promette battaglia la tribù Sioux di Standing Rock dopo la decisione del neopresidente Usa Donald Trump di riprendere la costruzione dei contestati oleodotti Dakota Access e Keystone XL. Jan Hasselman, avvocato dei Sioux, ha annunciato che la tribù farà causa per difendere la decisione del genio militare di intraprendere uno studio sull’impatto ambientale del Dakota Access che includa la ricerca di percorsi alternativi per l’oleodotto da 1.100 miglia che attraverserà quattro stati. La tribù dei Sioux si oppone da sempre al progetto, in particolare all’attraversamento del lago Oahe. Secondo gli attivisti, se si verificasse una perdita lì verrebbero inquinate le acque da cui dipendono i circa 8.000 membri della tribù e milioni di altri cittadini americani che abitano più a valle.

La tribù ha subito reagito all’ordine esecutivo firmato da Trump, definendolo una violazione della legge. “La decisione politicamente motivata dell’amministrazione Trump viola la legge e la tribù si muoverà per combatterla”, ha dichiarato il capo tribù Dave Archambault II.

Trump’s executive order on #DAPL–violates the law and tribal treaties. We will be taking legal action. #standwithstandingrock #noDAPLpic.twitter.com/0DXeZ7RtQN

— Standing Rock Sioux (@StandingRockST) 24 gennaio 2017

I due decreti con cui Trump vuole rilanciare gli oleodotti Keystone XL e Dakota Access rappresentano una pessima notizia per i nativi americani e gli ambientalisti. “Vedremo se riusciremo a costruire questo oleodotto (Keystone, ndr)” che creerà “molti posti di lavoro, 28mila”, ha detto Trump alla stampa dallo Studio ovale. Il presidente ha unito a queste misure un memorandum che richiede che l’acciaio necessario ai progetti venga prodotto negli Usa e un decreto per accelerare le valutazioni sull’impatto ambientale precedenti alla costruzione di infrastrutture prioritarie, come autostrade o ponti.

L’oleodotto Keystone XL, bloccato da Obama nel 2015 dopo una lunga valutazione sul suo impatto ambientale, seguita dal veto presidenziale dopo l’approvazione del Congresso, mira a trasportare 83mila barili di petrolio dai campi bituminosi dell’Alberta (Canada) a diversi luoghi degli Stati Uniti, tra cui delle raffinerie del Texas. Il governo di Obama aveva sospeso a dicembre scorso anche la costruzione del Dakota Access, progetto da 3.800 milioni di dollari che avrebbe portato mezzo milione di barili di petrolio al giorno dai giacimenti del North Dakota a un’infrastruttura già esistente in Illinois.

La misura firmata da Trump “invita” l’impresa incaricata per il Keystone XL, la canadese Transcanada, a sollecitare un permesso per completare la costruzione dell’oleodotto e promette di prendere una decisione in merito entro 60 giorni dal ricevimento della richiesta.

Nel caso del Dakota Access, chiede invece al segretario dell’Esercito di “rivedere e approvare” le petizioni dell’azienda Energy Transfer Partners, che ha già costruito il 90% del percorso di 1.770 chilometri della pipeline e vuole completare il tratto finale, che passa sotto al lago Oahe, nel North Dakota. La tribù Sioux di Standing Rock ha protestato per mesi contro il progetto, con l’appoggio di attivisti ambientali e politici progressisti, denunciando che il progetto contaminerà il fiume Missouri e avrà altre gravi ripercussioni.

“Faremo di tutto per fermare la costruzioni di questi oleodotti”, ha promesso in una nota il Senatore Bernie Sanders, candidato alle primarie democratiche, il quale ha accusato Trump di “ignorare la voce di milioni di persone e mettere gli interessi dell’industria fossile davanti al futuro del pianeta”. La decisione di Trump è stata condannata anche da gruppi come Greenpeace e Sierra Club, i quali hanno promesso di continuare la propria opposizione ai progetti.

Soddisfatti invece l’industria del petrolio e molti leader repubblicani al Congresso. I progetti, ha detto lo speaker della Camera Paul Ryan, “potenzieranno l’economia e creeranno migliaia di posti di lavoro ben pagati”. “Questi oleodotti – ha aggiunto – rafforzeranno l’approvvigionamento energetico del nostro Paese e aiuteranno a mantenere bassi i costi energetici per le famiglie americane”.

(fonte)

Progressisti che non hanno progresso

(di Andrea Ranieri)

Nella discussione sulla costruzione di un “campo progressista”, in risposta alla crisi della sinistra, chi ha criticato questa formula ha fatto riferimento al campo, richiamando il centro sinistra e l’Ulivo, più che a progressista, la cui positività è data per scontata.

E lo è stata in effetti per tutto il diciottesimo e per gran parte del diciannovesimo secolo. Con essa si esprimeva la fiducia nel miglioramento continuo della vita umana , sulla base di progressi scientifici e tecnologici, e sullo sviluppo economico conseguente alla nascita dell’industria moderna. La fede nel progresso era la fede nella centralità dell’uomo sulla terra, sia da parte dei laici che dei religiosi, per cui la natura era stata creata per l’uomo.

A dire il vero già nell’800 ci fu chi mise in dubbio questa fede e l’antropocentrismo che la ispirava. Giacomo Leopardi, La ginestra, ironizza su «le magnifiche sorti e progressive» dell’ umanità, di fronte al tragico spettacolo de «lo sterminator Vesevo» che spazza via le opere dell’uomo che ha con stolta fede nel progresso disseminato di manufatti – ora diremo che ha cementificato – le pendici del Vesuvio, al cui furore ha resistito solo l’umile fiore della ginestra. La voce di Leopardi rimase per molto tempo isolata. I giganteschi passi avanti nella ricerca tecnica e scientifica, gli spettacolari successi della rivoluzione industriale misero in ombra il radicalismo del pensiero critico del poeta di Recanati.

Ma ai nostri tempi è sorprendente trovare un eco delle tesi dell’ateo e materialista Leopardi nell’Enciclica di papa Francesco, che fra le altre cose sembra farla finita con il tradizionale antropocentrismo della dottrina cattolica. L’uomo più che il centro dell’Universo, dopo Dio si intende, è solo una componente di una natura, che se l’uomo continuasse nella sua opera dissennata trainata dal profitto e dal consumismo, potrebbe addirittura fare a meno di lui.

Il cambiamento cessa in quest’ ottica di essere di per sé una cosa sempre positiva, e ancor meno il cambiamento veloce, le decisioni rapide volte all’accelerazione della crescita economica. Siamo entrati nella società del rischio come l’ha definita Ulrik Beck, in cui i rischi sono provocati soprattutto dall’opera dell’uomo, dagli stessi “progressi”, che sia sul terreno socioeconomico, che su quello ambientale, l’umanità ha portato avanti senza curarsi delle conseguenze sulla natura e sulla coesione sociale. Il progresso trova un limite nel principio di precauzione, in cui la positività del cambiamento viene messa alla prova sulla base delle sue conseguenze sulla sicurezza ambientale, sulla salute e sulle opportunità di vita buona che apre o chiude al genere umano.

Oggi i cambiamenti, le riforme appaiono come una cosa che peggiorerà le proprie condizioni di vita e di lavoro.. Zygmut Baumann lo ha detto così: «Il ’progresso’, un tempo la manifestazione più estrema dell’ottimismo radicale e promessa di felicità universalmente condivisa e duratura, si è spostato all’altra estremità dell’asse delle aspettative, connotata da distopia e fatalismo: adesso ’progresso’ sta ad indicare la minaccia di un cambiamento inesorabile e ineludibile che invece di promettere pace e sollievo non preannuncia altro che crisi e affanni continui».

Credo ce ne sia abbastanza per non dare alla parola progressista un significato univocamente positivo. Oltre tutto il campo che definisce risulta connotato quasi per necessità da due altri elementi altrettanto meritevoli di una disamina critica. Perché i progressisti per natura sono governisti, perché è essenzialmente dal governo che si diffondono e si controllano i cambiamenti, e riformisti, tesi cioè a perseguire i cambiamenti conseguibili nel quadro economico dato, da fare evolvere con la necessaria cautela..

Viene in mente a questo punto Enrico Berlinguer che di fronte ai progressisti e ai riformisti del suo tempo non esitò a dichiararsi conservatore e rivoluzionario. Perché la conservazione di un equilibrato rapporto tra l’uomo e la natura, dei nostri beni culturali e ambientali, dei valori della nostra storia, e dei diritti civili e sociali in questa lunga storia conquistati, richiedono la messa in discussione radicale dello stato di cose presente.

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Intanto hanno arrestato Ciancimino: dopo il riciclaggio, la detenzione di esplosivo

Massimo Ciancimino torna in carcere. Il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo è stato arrestato dalla Squadra mobile su ordine della procura del capoluogo siciliano. Appena ieri, infatti, Ciancimino junior era stato condannato in via definitiva a 3 anni per detenzione di esplosivo. Per questo motivo la procura ha chiesto e ottenuto di revocargli l’indulto concessogli dopo una condanna a 2 anni e 8 mesi per riciclaggio: dovrà ora scontare entrambe le pene, dalle quale va sottratto il periodo di detenzione subito dall’imputato durante la custodia cautelare in carcere.

La condanna per detenzione d’esplosivo confermata dalla Cassazione nasce da una vicenda del 2011, quando Ciancimino era finito in carcere con l’accusa di calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. Durante l’interrogatorio racconto di avere nascosto dei candelotti di tritolo nel giardino della sua abitazione nel centro di Palermo. Inizialmente l’imputato sostenne che gli erano stati consegnati da uno sconosciuto come forma di pressione per indurlo ainterrompere la sua collaborazione con i magistrati. Ma le videocamere piazzate a sua insaputa dagli inquirenti, non avendo ripreso alcuna consegna di esplosivo, lo smentirono. Venne fuori che il tritolo l’aveva portato lo stesso Ciancimino da Bologna in auto.

Il figlio di don Vito si difese a quel punto dicendo che la consegna era avvenuta nel capoluogo emiliano. Dall’indagine è emerso che parte dell’esplosivo Ciancimino lo diede a un amico, Giuseppe Avara, perché se ne disfacesse. Quest’ultimo ha raccontato di averne buttato una parte in un cassonetto della spazzatura: per questo motivo anche Avara è stato condannato in via definitiva a due anni. Il tritolo eliminato, però, non è stato mai ritrovato, nonostante le ricerche fatte nelle discariche cittadine. Attualmente Ciancimino è imputato a Caltanissetta sempre per calunnia, ai danni di De Gennaro. Stessa accusa che gli viene contestata, insieme al concorso in associazione mafiosa, nel processo sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra, in corso davanti all’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo. Procedimento in cui Ciancimino è anche uno dei principali testimoni dell’accusa.

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Siamo seppelliti dalla “mediocrazia”

(Anais Ginori intervista il filosofo Alain Deneault. Ed è tutta da leggere. Fonte: il Venerdì di Repubblica)

«Non c’ è stata nessuna presa della Bastiglia, niente di paragonabile all’incendio del Reichstag, e l’incrociatore Aurora non ha ancora sparato un solo colpo di cannone. Eppure di fatto l’assalto è avvenuto, ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere».

Il filosofo canadese Alain Deneault non pensava di avere così tanto successo quando ha pubblicato il suo saggio sulla rivoluzione silenziosa che ci ha fatto precipitare nel regno del conformismo. Il suo La Mediocrazia, pubblicato ora anche in Italia, ha provocato una presa di coscienza tra molti lettori. «Evidentemente ho captato qualcosa, un malessere, che era nell’aria» commenta Deneault seduto in un caffè dal design retrò. «Nell’ America del Nord persino i caffé sono tutti così omologati» confessa il filosofo cinquantenne che insegna sia a Montreal che a Parigi ed ha già pubblicato numerosi studi sui paradisi fiscali.

In quale momento storico ha inizio la Mediocrazia?

«È interessante vedere quando nasce la parola. Una prima descrizione degli esseri mediocri è fatta da Jean de La Bruyère nel Settecento. Nella sua galleria di caratteri descrive Celso, un uomo che ha scarsi meriti e non possiede abilità particolari ma riesce a farsi strada tra i potenti grazie alla conoscenza di intrighi e pettegolezzi.

Nell’Ottocento il mediocre ha nuove pretese: non è solo in cerca di favoritismi e compiacenze, ma tenta di essere protagonista nel mondo politico, culturale, scientifico. È in quel momento che appare il termine mediocrazia. Ne parla ad esempio il poeta Louis Bouilhet citato da Gustave Flaubert, denunciando la “cancrena” della società».

Il mediocre è un uomo senza qualità?

«Non per forza. Mediocre è chi tende alla media, vuole uniformarsi a uno standard sociale. In breve: è il conformismo. Robert Musil diceva: “Se la stupidità non somigliasse così tanto al progresso, al talento, alla speranza o al miglioramento, nessuno vorrebbe essere stupido”. Esistono mediocri di talento. Un tecnico delle luci di una tv commerciale può essere bravo e dedito quanto uno del Piccolo di Milano. Anzi, spesso serve ancor più impegno, dedizione. La Mediocrazia riconosce alcuni meriti, ma solo alcuni».

È un golpe invisibile, senza dover sparare un colpo.

«L’ingranaggio sociale si è attivato con la prima rivoluzione industriale. Karl Marx l’aveva intuito. Il capitale ha reso i lavoratori insensibili al contenuto stesso del lavoro. La mediocrazia è l’ordine in funzione del quale i mestieri cedono il posto a una serie di funzioni, le pratiche a precise tecniche, la competenza all’esecuzione pura e semplice. Il lavoro diventa solo un mezzo di sostentamento, con una progressiva perdita di soggettività. Una situazione che provoca malessere sociale».

Negli anni Ottanta la fine ideologie e il trionfo del neoliberismo segnano una nuova svolta: è così?

«Già prima, nel Dopoguerra, si sviluppa il concetto di governance con la comparsa di grande aziende e multinazionali, poi mutuato da alcuni leader politici come Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Nella governance la misura dell’ efficacia è la salute del settore economico e finanziario. Così muore la politica, cancellata dai diktat manageriali. Basta osservare il linguaggio nel dibattito pubblico.

Non parliamo più di popolo ma di società civile, i cittadini diventano partner, riprendendo appunto un lessico del settore privato anche nella politica e le relazioni sociali. E oggi vediamo Emmanuel Macron che si vanta di essere pragmatico, sentiamo parlare di realismo da parte di Manuel Valls. Nel 2012 François Hollande si è fatto addirittura eleggere con lo slogan di “Presidente normale”».

Perché ha deciso di scrivere un libro su questo tema?

«Abbiamo davanti problemi troppo gravi: il riscaldamento climatico, l’inquinamento atmosferico, il crollo delle istituzioni pubbliche. Ci sono tante e tali minacce che non possiamo accontentarci di affidare il potere a capetti senza visione e senza convinzioni. Siamo a una svolta, un momento in cui la gente soffre nel doversi piegare a norme sbagliate.

Le nostre società sono piene di persone che finiscono in depressione, vanno avanti con gli psicofarmaci. Ci sentiamo oppressi da strutture sociali vessatorie, alienanti. Siamo sottoposti a una dittatura soft della norma, dello standard unico. E se non ci adeguiamo veniamo rigettati, espulsi. In sintesi: la governance è la teoria, la mediocrazia è la modalità. E l’estremo centro è l’ideologia».

L’estremo centro? Che intende?

«La mediocrazia fa sì che non ci sia più molta differenza tra Donald Trump e Alexis Tsipras. In ogni caso si applica un solo programma: sempre più capitali per le multinazionali e i paradisi fiscali, meno diritti per i lavoratori, meno soldi per il servizio pubblico. Queste scelte vengono presentate come ineluttabili e soprattutto come ragionevoli.

Chi non si vuole allineare viene trattato da irragionevole, pericoloso, non realista. L’estremo centro cancella la distinzione tra destra e sinistra, si presenta come visione unica ed esclusiva, esprimendo intolleranza per tutto ciò che tenta di rappresentare un’alternativa. E non può essere messo in discussione anche se è distruttore dal punto di vista ambientale, socialmente iniquo e intellettualmente imperialista».

Non esiste nessuna alternativa, come diceva Thatcher?

«L’alternativa che si profila in questo momento all’estremo centro è il ritorno a metodi di governo violenti, brutali, una sorta di ritorno alle origini dello Stato primitivo. E quello che vediamo con i vari Trump, Le Pen. È una differenza di tono, di immagine. In Canada abbiamo avuto come premier Stephen Harper, che era più a destra di certi Repubblicani americani, e ora abbiamo il giovane liberal Justin Trudeau. Ma è un cambio apparente. Uno è arrabbiato, l’ altro sorride sempre. Alla fine il programma, e gli interessi rappresentati, sono gli stessi».

Lei denuncia l’ascesa degli “esperti” nel mondo accademico e nei media. Cosa rimprovera loro esattamente?

«L’esperto è una figura centrale della mediocrazia: si sottomette alle logiche della governance, sta al gioco, non provoca mai scandalo, insegue obiettivi. È la morte dell’intellettuale, come lo descrive Edward Saïd in un saggio, Dire la verità. Intellettuali e potere. Si tratta di un sofista contemporaneo, retribuito per pensare in una certa maniera, che lavora per consolidare poteri accademici, scientifici, culturali.

 

I veri intellettuali seguono interessi propri, curiosità non dettate a comando, possono uscire dal gioco. Un giovane ricercatore universitario ha davanti a sé un bivio. Se vuole essere semplicemente un esperto ha buone possibilità di fare carriera, ottenere una cattedra, finanziamenti.

Se ha il coraggio di restare un intellettuale puro avrà un futuro molto più incerto. Magari non finirà assassinato come Rosa Luxembourg o incarcerato come Antonio Gramsci, ma non è più certo di poter diventare un professore come Saïd o Noam Chomsky. Ha buone chances di restare precario tutta la vita».

Quali sono le reazioni possibili per combattere la mediocrazia?

«Nel libro ho elencato almeno cinque modi. C’è chi rifiuta le facezie e le aberrazioni della società contemporanea e si mette in disparte: è l’uomo che dorme, come diceva Georges Perec. Esiste il mediocre per difetto, che subisce tutte le menzogne, soffre in silenzio ma si consola quando vince la sua squadra del cuore o può progettare una vacanza al mare.

La vera piaga è il mediocre zelante, maestro del compromesso: il presente gli somiglia, il futuro gli appartiene. Poi c’è il mediocre per necessità, consapevole della situazione ma che tiene famiglia, non può permettersi il lusso di uscire dai ranghi. E infine ci sono i fustigatori della mediocrazia: sono pochi, ma possono tentare di allearsi con i mediocri in disparte e quelli per necessità. La loro unione può portare alla nascita di movimenti come Occupy o le Primavere arabe.

Nonostante mille difetti queste insurrezioni tentano di sovvertire le fondamenta delle istituzioni mediocratiche. E magari altri mediocri, fiutando il vento, potrebbero allora decidere di unirsi a loro per conformismo. È già successo. L’abbiamo visto negli anni Sessanta e Settanta, quando molte persone sono diventate fintamente di sinistra»

(il libro si può acquistare nella nostra Bottega dei Mestieri Letterari qui)

«Non possiamo dire mai di no e metà del lavoro resta al nero»: una vita appesa al voucher

(di Ignazio Riccio)

Il nuovo volto del precariato ha paura a raccontarsi. Quella dei “voucheristi” è una realtà ancora inesplorata: tutti ne parlano, ma pochi li conoscono di persona. Hanno bisogno estremo di lavorare e temono di essere estromessi dal giro perverso dei “buoni lavoro”. Andrea (il nome è di fantasia) ci ha messo un po’ di tempo prima di accettare di rispondere alle nostre domande. «Vi parlo della mia vicenda, ma niente registrazione e soprattutto nessun nome o riferimento all’azienda. Mi scusi, ma meglio sfruttato che disoccupato» dice. Andrea, che abita nella periferia del Napoletano, ha trentacinque anni, una moglie, un figlio piccolo e un lungo mutuo sulle spalle. Lavora come cameriere in un importante albergo di Napoli, apparentemente con gli stessi ritmi e mansioni dei suoi colleghi con contratti di subordinazione. Ma lui è pagato con i voucher e formalmente “imprenditore di se stesso”. «Non abbiamo alcuna tutela e se perdo il posto di lavoro non saprei come vivere».

Il suo datore di lavoro è proprietario di più strutture ricettive e utilizza i voucheristi a seconda delle esigenze del momento. «Ci fa girare come trottole, per riempire i buchi lavorativi e ci chiama quando serviamo. A volte veniamo avvisati anche la sera prima per la mattina dopo e dobbiamo essere sempre disponibili, altrimenti non veniamo più reclutati». Basta un no e sei fuori dal giro. Andrea parla al plurale: nelle sue condizioni ci sono altri precari. «Non so quanti colleghi vengono pagati con i voucher, non possiamo saperlo, ma con qualcuno di loro ho fatto amicizia e parliamo. Conosco altre persone che, addirittura, vengono utilizzate da datori di lavoro diversi, d’accordo tra loro, per coprire alcuni turni. Un modo perverso di solidarizzare tra imprenditori, sfruttando le necessità dei lavoratori, disposti a tutto pur di portare soldi a casa. E quando dico disposti a tutto mi riferisco a pratiche ancora più gravi».

Andrea rivela le modalità di pagamento. «Spesso i voucher non coprono effettivamente le ore di lavoro effettuate e veniamo pagati anche in nero. I buoni lavoro servono da copertura in caso di controlli». Il voucher è utilizzato come strumento di immersione. Con questo sistema è più facile frodare lo Stato rispetto al passato, pagando il lavoratore in parte con i buoni e in parte in nero. Di contro, nonostante alcuni i accorgimenti adottati dal governo lo scorso mese di ottobre, non esiste tracciabilità, per cui anche gli ispettori Inps hanno difficoltà a far emergere le irregolarità. «Non credo di esagerare dicendo che siamo schiavizzati. Pensi che se per stanchezza commettiamo un errore e procuriamo un danno economico i soldi ci vengono scalati dalla paga. Poche sere fa, nel portare l’immondizia all’ingresso dell’albergo, ho fatto cadere la busta sul tappeto sporcandolo in diversi punti. Sa cosa mi tocca?». Ad Andrea verrà sottratto il costo della lavanderia dai voucher e lui non potrà dire nulla, ingoierà il rospo come sempre, poiché a casa ci sono suo figlio e sua moglie.

(la storia è sul numero di Left in edicola, o in digitale qui)

Quando scappa una foto

#Santamamma è finito. Il mio romanzo più difficile, un libro in cui ci sono finito dentro. Ora non è più già mio lo pettineranno lo vestiranno e poi si farà adulto. Io, al massimo, posso sperare di seguirlo. via Instagram http://ift.tt/2k3ghCP