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‘Ndrangheta, preso Laudonio, che con la mafia insozzava (anche) l’arte

Gianluca Laudonio

Gianluca Landonio, 60 anni, latitante da luglio, è stato arrestato a Barcellona ieri sera intorno poco prima delle dieci di era. L’uomo era evaso dai domiciliari e dall’affidamento ai servizi sociali e deve scontare una condanna ad 11 anni in seguito all’inchiesta “Metallica” eseguita dalla Dda di Milano. Secondo gli inquirenti il suo compito sarebbe stato quello di riciclare il denaro della ‘ndrangheta investendo in opere d’arte.

Landonio è stato individuato dalla Sezione Catturandi dei Carabinieri del capoluogo lombardo insieme alle forze speciali spagnole (la Udev, Unidad de Delincuencia especializada y violenta di Madrid e la Udico – Unidad de droga y crimine organizado di Barcellona).

Il 60enne è figlio di Sergio (80 anni), altro personaggio considerato il rappresentante della ‘ndrangheta nel milanese. Da sempre gli interessi della famiglia sarebbero stati quelli del riciclaggio dei proventi dell’attività criminale in opere di alto valore artistico: artisti come Guttuso, Modigliani, Arman, Schifano, sono solo alcuni di quelli “trattati” (anche se non tutti originali e alcuni risalenti alle “scuole” di questi artisti) dal clan ramificato a Milano.

Durante l’operazione “Metallica”, scattate nel 2008 ed in cui furono coinvolti sia il padre che lo stesso Landonio, gli furoo eseguite decine di arresti con accuse che spaziavano dall’impiego di denaro di provenienza illecita, al concorso esterno fino all‘associazione di stampo mafioso. Ben cinquantuno, poi, i quadri che furono recuperati e del valore di oltre sessanta milioni di euro.

Il clan di riferimento dell’orma ex latitante era quello di Giuseppe Onorato, detto “don Pepè”, storico rappresentante della ‘ndrangheta del nord, con interessi nel riciclaggio, nell’estorsione e nel recupero crediti. A sua volta il clan è fatto risalire al mandamento del quartiere Gallina di Reggio Calabria.

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Il tramonto (giudiziario) dei berluscones

Se avesse la solennità della tragedia, dovrebbe suonare il Crepuscolo degli Dei. Siccome assomiglia più al grottesco, potrebbe diffondersi la musichetta finale di qualche spettacolo del Bagaglino. La foto di famiglia di Silvio Berlusconi perde uno dopo l’altro i soggetti principali, da Nord a Sud, da Roberto Formigoni – condannato a 6 anni per corruzione – a Giuseppe Scopelliti – 5 anni per abuso d’ufficio e falso. In un giorno solo finisce in pezzi l’ultimo residuo della classe dirigente che ha guidato l’Italia per anni, almeno 15. Dal comandante fino ai colonnelli, il centrodestra non vivrà di soli ricordi, ma anche di sentenze e di processi, spesso finiti male. Non solo il leader del partito e capo del governo, non solo ministri, non solo sottosegretari e viceministri, non solo “mele marce” tra i parlamentari. Ma anche presidenti di Regione, ex sindaci, coordinatori regionali del partito. In Lombardia Formigoni, in Campania Cosentino, in Liguria Scajola, in Calabria Scopelliti, in Sicilia Dell’Utri. Non solo amministratori, ma anche dirigenti di partito, che avevano il potere di formare altri politici, di fare nomine, di “produrre” altra classe dirigente.

Oggi è stata la giornata della condanna in primo grado dell’ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni, in appello dell’ex governatore in Calabria Giuseppe Scopelliti e anche della requisitoria del pm nel processo più complicato per Denis Verdini, in cui il magistrato in aula ha detto che l’ex braccio destro di Berlusconi, coordinatore di Forza Italia, è “un truffatore” che con la sua attività al Credito cooperativo fiorentino, che ha guidato per vent’anni, ha “rovinato” quella banca. Verdini, imputato in 5 processi, è già stato condannato per corruzione in primo grado per un’altra vicenda (quella della Scuola dei Marescialli di Firenze), pena poi prescritta in appello. Per il poco che vale sempre oggi un ex parlamentare del Pdl, Alfonso Papa, napoletano, è stato condannato a 4 anni e mezzo, in primo grado, per i reati di concussione e istigazione alla corruzione.

I veterani
Dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sanno tutti tutto: la frode fiscale, la condanna definitiva, la pena dei servizi sociali, l’espulsione dalla politica attiva attraverso la decadenza da senatore e l’incandidabilità fino al 2019. L’ex senatore Marcello Dell’Utri, ideatore di Forza Italia e principale consigliere del leader, è in carcere da tempo per la condanna definitiva a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e è indagato e imputato in altri svariati processi, con accuse che vanno dal peculato all’esportazione illecita di opere d’arte fino alla frode fiscale e alla bancarotta. E’ stato condannato definitivamente, nel 2007, anche l’ex ministro della Difesa Cesare Previti: un anno e 6 mesi per corruzione perché secondo i giudici partecipò alla corruzione di un giudice (Vittorio Metta) perché la Corte d’appello di Roma desse la maggioranza della Mondadori a Berlusconi anziché alla Cir di De Benedetti. Previti ha poi scontato la pena sotto forma di affidamento ai servizi sociali.

Il ministro per 17 giorni
Berlusconi fece ministro per 17 giorni e sottosegretario per un totale di 7 anni anche Aldo Brancher, condannato in via definitiva a due anni di reclusione per ricettazione e appropriazione indebita nel caso Antonveneta, pena non scontata grazie all’indulto. Nel caso di Brancher si arrivò all’impudicizia: solo 5 giorni dopo essere stato nominato ministro “alla sussidiarietà e il decentramento”, chiese la sospensione del suo processo per “organizzare il nuovo ministero”. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano intervenne spiegando che Brancher era ministro senza portafoglio e non c’era nessun ministero da organizzare. Alla fine, prima di una mozione di sfiducia e le proteste generali, Brancher si dimise.

Ex governatori e ex capi regionali di partito
Anche l’ex sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino è in cella da anni: di recente è stato condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione camorristica e in precedenza aveva preso altri 4 anni per corruzione (entrambe le sentenze sono arrivate in primo grado). Giancarlo Galan, ex presidente del Veneto ed ex ministro, ha patteggiato una pena di 2 anni e 10 mesi per corruzione nell’inchiesta sul Mose restituendo tra l’altro 2,6 milioni di euro (a petto, secondo i pm, di oltre 15 milioni). Claudio Scajola, più volte ministro, è sotto processo per il presunto favoreggiamento di un latitante, l’ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena, condannato a 3 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Ugo Cappellacci, ex presidente della Regione Sardegna, è stato condannato in primo grado a due anni e mezzo per bancarotta “per dissipazione e documentale”.

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«Caro ministro Poletti, all’estero non l’avrebbero mai assunta»

di Andrea Casadio

“Se centomila giovani se ne sono andati dall’Italia, non è che qui sono rimasti 60 milioni di ‘pistola’. Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi”. Quando ho letto queste parole pronunciate dall’improvvido ministro del Lavoro Giuliano Poletti, ho provato una rabbia e una delusione profonda. Per tre motivi: perché sono un ex-cervello in fuga (ho lavorato per anni alla Columbia University di New York come neuroscienziato, scappando dall’Università italiana), perché ora sono un giornalista e in quanto tale mi occupo di dati e delle storie delle persone, e perché sono uno di sinistra, un progressista.

Poletti, compagno Poletti, ma come si fa a dire una boiata del genere? E non me ne frega nulla delle sue precisazioni tardive. Provi solo un secondo ad immaginare di avere di fronte un ragazzo che è dovuto scappare a Londra a fare il cameriere o il pizzaiolo per trovare un lavoro decente, o uno come me che è fuggito a fare ricerca alla Columbia University di New York perché di lavorare come ricercatore a 1000 euro al mese fino ai cinquant’anni non ne avevo nessuna voglia. Preferisce non averci tra i piedi? Forse ha ragione, perché se l’avessi davanti, io le vorrei porre alcune domande, il pizzaiolo forse le darebbe una randellata in testa con la pala per le margherite.

Caro ministro, ma lei conosce l’Italia, studia, si applica? Credo di no. Guardi questa tabella.

In Italia si laurea solo il 20 per cento della popolazione, meno della metà dei Paesi civili. Oltretutto, chi ha una laurea in Italia è costretto spesso a fare un lavoro che non c’entra niente coi suoi studi. Conosco una marea di giovani che sono laureati in Lettere e lavorano in un call center a 300 euro al mese, o in Legge che fanno i camerieri. Tra i miei amici statunitensi, tutti hanno un lavoro adeguato al loro corso di studi: chi ha la laurea in Ingegneria fa l’ingegnere, chi ha la laurea in Cinema lavora nel cinema, ecc.

Ministro, guardi i dati e mi spieghi, per favore. Da noi si laurea la metà o un terzo dei giovani che si laureano in Gran Bretagna o negli Usa. Lo capisce che se già il misero 20 per cento dei laureati non trova lavoro intellettuale vuol dire che in Italia i posti di lavoro per un lavoro intellettuale non ci sono? Quindi, il problema non è che ci sono troppi laureati (no, sono troppo pochi), è che il mercato del lavoro intellettuale non offre sbocchi, e per questo un giovane laureato è costretto a fuggire all’estero. In altre parole, siamo diventati un paese dove c’è bisogno solo di meccanici, contadini e pastori. Ma per fare quello ci sono già i marocchini, i nigeriani e i rumeni che paghiamo 3 o 4 euro l’ora, magari con i voucher o addirittura in nero. Cioè siamo diventati un paese retrogrado, di azienda manifatturiera, agricoltura e pastorizia, come il Bangladesh o la Colombia. Niente di male, ovviamente, ma basta saperlo.

Lo sa, caro ministro, che negli Usa il 50 per cento dei ragazzi si laurea e la disoccupazione giovanile è al 4 per cento, mentre da noi si laurea il 20 per cento, ma la disoccupazione giovanile è al 36 per cento?

E con il lavoro manuale non siamo messi meglio. Forse, caro ministro, doveva venire con me a Monfalcone, davanti ai cancelli della Fincantieri. Doveva incontrare l’operaio Giampaolo, 29 anni di lavoro sulle spalle, che in lacrime, mentre fiumane di lavoratori uscivano dalla fabbrica, mi ha confessato: “Questa sinistra non mi rappresenta più. Cos’è la sinistra oggi? Guarda: questi operai, oggi ci sono, domani non ci sono più. Chi ci pensa a noi?”. E mi ha spiegato che solo 850 – dei 10.000 operai di Monfalcone – sono assunti a tempo indeterminato direttamente da Fincantieri, mentre tutti gli altri lavorano in ditte terziste che ti assumono con i voucher o con contratti di un giorno, una settimana o un mese (la famosa flessibilità) per paghe da fame di 800-1000 euro al mese. Solo i tanti bengalesi, rumeni o croati possono accettare questi salari da fame, perché vivono in dieci in un appartamento o scappano appena possono a casa loro, oltre-confine. Per questo, molti ragazzi italiani fuggono da Monfalcone e vanno all’estero. E nel resto d’Italia è lo stesso.

In Italia, caro ministro, la scuola è fallita e il sistema lavoro fa ancora più schifo, lo sa? No, forse non lo sa. Perché ho come l’impressione che lei il mercato del lavoro non lo ha mai dovuto affrontare davvero. Guardi, questo è il suo scarno curriculum.

Niente laurea, lei è un perito agrario, ma mica è un problema, siamo abituati ai ministri non laureati. Ehi, non fraintenda: è perfino superfluo dire che io apprezzo e ammiro chiunque, laureato e non laureato. Don’t judge a book from its cover, direbbero all’estero. Capisce cosa vuol dire? Lo sa l’inglese? Credo di no. Mi pare di capire dal suo curriculum che il suo cursus honorum si è svolto tutto tra le protettive e accoglienti braccia del partitone emiliano, quello di sinistra, quello che pensava ai giovani e ai lavoratori. Forse lei non ha mai dovuto emigrare per trovare lavoro, non ha mai dovuto imparare in fretta una lingua straniera perché se non capiva le ordinazioni la licenziavano, non ha mai dovuto sottoporsi all’esame di una decina di spietati professori anglosassoni che valutavano i tuoi lavori scientifici con il crivello e poi ti dicevano di preparare una lezione in inglese in due ore.

Ecco, a uno come me, a uno come il mio amico Ottavio – che ora è professore alla Columbia University -, o al mio amico Giancarlo – che era lavapiatti e ora ha una catena di ristoranti e fa le tagliatelle più buone di New York, lei ha detto che: “E’ bene che stiano dove sono andati, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi”. Che rispetto per i lavoratori, proprio da illuminato uomo di sinistra.

Sa cosa penso? Che uno come lei, per dire, alla Columbia University di New York (Usa) dove ho lavorato io, non l’avrebbero mai preso, e neanche al Ristorante Ribalta di New York, guarda caso. Caro compagno Poletti, ma non è che le brucia perché col suo curriculum le è già andata grassa che l’hanno preso alla Legacoop di Budrio (Italy) e poi è persino diventato ministro?

Donare tempo: la figlia sta male e i colleghi le cedono le proprie ferie

Storie che fanno bene al cuore.

La favola di Nicole e di Michela, la sua mamma, è custodita in una casa gialla a due passi da un boschetto di ulivi e dalle mura di un castello. È un posto incantevole sulle colline di Marostica. Tra queste pareti, da quando è nata, Nicole fa i conti con un nemico invisibile che prima le ha portato via la possibilità di muoversi e ora prova a rubarle anche il respiro. Si chiama tetraparesi spastica. E per tenerlo a bada, oggi che ha 6 anni, deve circondarsi – invece che dei giocattoli che fanno compagnia ai suoi coetanei – di una serie di apparecchi, come un grosso bombolone di ossigeno e uno strumento che registra costantemente i suoi parametri vitali. Ma guai a lasciarsi ingannare dalle apparenze: questa non è una storia triste. Basta osservare il sorriso di mamma Michela quando si siede sul divano su cui è stesa la bambina e la prende in braccio – stando attenta a non aggrovigliare i tubicini che aiutano i polmoni a gonfiarsi – e la riempie di baci e di carezze e le dice «sei bellissima» e la chiama «il mio amore». Michela è felice. Di più: «Sono piena di gioia e di speranza », assicura. In fondo è quasi Natale e ha appena ricevuto un grande regalo. Pensare che a settembre le cose si erano messe davvero male: Nicole ha avuto una crisi, il nemico invisibile è stato a un passo dal portasela via per sempre. Per mamma e papà Igor sono stati giorni complicati: la corsa in ospedale a Bassano, poi a Padova, la terapia intensiva. E i primi segnali di ripresa. «La mia bambina è forte, non si arrende mai», dice orgogliosa. A ottobre, finalmente, il ritorno nella casetta gialla ma con un problema in più: la piccola ha bisogno di assistenza costante. «Di giorno – spiega Michela – si stanca facilmente. Ma è durante la notte, quando le funzioni muscolari si abbassano ulteriormente, che le complicazioni sono più frequenti. Quando capita, le apparecchiature alle quali è collegata fanno scattare un allarme e Nicole rischia di soffocare. Io e mio marito dobbiamo intervenire, aiutarla a respirare, se occorre anche con un aspiratore che introduciamo dalla gola per liberare le vie aeree».

Mentre parla indica le strumentazioni sparse intorno al divano: tutto è a portata di mano e pronto per essere usato in qualunque momento. Michela Lorenzin ha 34 anni e da quasi un decennio lavora per la Brenta Pcm, un’industria di Molvena che produce stampi per il settore automobilistico. Fino a qualche mese fa riusciva a incastrare i turni in azienda con l’impegno che comporta l’essere mamma di una bimba che soffre di una grave disabilità degenerativa. Ma ora che Nicole ha bisogno di assistenza continua, le è impossibile tornare al lavoro. La legge, in questi casi, prevede un congedo di diversi mesi che però, tra un ricovero in ospedale e l’altro, Michela ha già utilizzato quasi del tutto. Così ha chiesto ai superiori di anticipare le ferie per stare accanto alla bambina. Un mese, poco più. «Sono stati comprensivi – racconta – mi hanno sostenuta, proponendomi anche un part-time. Purtroppo ho dovuto rifiutare perché non posso allontanarmi da mia figlia, neppure per poche ore al giorno». Era un momento difficile, per questa famiglia di Marostica. Ma come tutte le favole che si rispettino è in questi momenti che arriva l’eroe pronto a sistemare le cose. «Una collega è venuta a trovarmi, mi ha detto che avrebbe voluto fare qualcosa per noi. Ci ha pensato un attimo e poi mi ha detto: “Ti regalo le mie ferie!”. Sono rimasta sorpresa, l’ho ringraziata ma non pensavo fosse possibile…».

Invece, grazie a una norma introdotta dal Jobs Act, si può fare. Grazie a quell’amica, avrebbe potuto trascorrere qualche giorno in più con la sua piccola senza perdere il posto. Ma l’operaia della Brenta Pcm si è spinta molto oltre: è tornata in fabbrica e ne ha parlato con gli altri lavoratori e anche loro hanno voluto contribuire. «A dicembre mi ha telefonato la responsabile del personale dicendomi che tanti colleghi erano disposti ad aiutarmi. Ero contenta, pensavo di poter prorogare le ferie, magari di un paio di settimane… È stata lei ad annunciarmi che, complessivamente, i dipendenti dell’azienda avevano trasferito a mio favore cinque mesi di ferie!». Un sogno. «Quella per cui lavoro è un’impresa solida, che continua ad assumere: molti dipendenti li conosco soltanto di vista. Eppure hanno saputo fare un gesto di puro altruismo, arrivando a rinunciare, per me, a un po’ del tempo che invece avrebbero potuto trascorrere con le loro famiglie». Non è finita. Commossa, Michela ha scritto una lettera a chi la stava aiutando. Poche semplici righe per dire quanto prezioso fosse stato per lei quel regalo. Il foglio è stato appeso alla bacheca dell’azienda, in modo che tutti potessero vederlo. Il giorno dopo, il telefono della casetta gialla è tornato a squillare. «Era di nuovo la responsabile del personale, per comunicarmi che le ferie a mia disposizione sono improvvisamente salite a dieci mesi». La favola di Nicole e degli operai che rinunciano alle vacanze per aiutare la sua mamma, ha colpito tutti. «All’inizio non volevo fare questa intervista – ammette Michela – perché temo che troppe attenzioni possano stressare la bambina. Ma poi ho pensato che, forse, la mia storia potrà insegnare che nel mondo ci sono ancora tante persone buone, e magari offrire uno spunto per aiutare altre famiglie che si trovano ad affrontare le nostre stesse difficoltà ». Mentre la mamma racconta, Nicole continua a godersi le coccole. Indossa un vestitino rosa a pois bianchi e a vederle così, abbracciate, tutto acquista un senso, anche i sacrifici che stanno attraversando. «Ero una donna fragile – conclude – ma mia figlia mi ha insegnato cos’è la forza. Sono la madre di una bambina meravigliosa. E adesso, anche dopo questo piccolo miracolo di Natale, non ho più paura di nulla ».

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I pusillanimi hanno da tempo preso il sopravvento. (di Sabina Guzzanti)

(di Sabina Guzzanti)

Ieri una conoscente di vecchia data che in qualche modo è rimasta a lavorare in Rai, mi ha raccontato che è stata cazziata perché ha pubblicato la foto di un buffet particolarmente tristanzuolo. Una foto senza nemmeno dire di cosa si trattava. Così per ridere.
Sei pazza? le hanno detto, terrorizzati.

Me lo raccontava per commentare il fatto che per l’ennesima volta mi hanno sbattuto fuori dalla tv.
Non è che non si può parlare di politica. Non si può parlare punto. Dobbiamo attendere la fine in silenzio.
I pusillanimi hanno da tempo preso il sopravvento. Ma non in gruppo. Singolarmente. Ognuno di loro è convinto in segreto di conoscere il segreto per cavarsela. Tacere. Non esistere. Non farsi notare. Racimolare quello che si può, sperando di riuscire a nascondersi fino alla fine.

Secondo i più questa è la risposta concreta al fatto che l’Europa sta crollando, che in Francia o vince l’estremissima destra o una destra estremissimissima, che l’Italia ha bisogno di altri 20 miliardi per salvare le banche, che saranno ancora lacrime e sangue, che la terza guerra mondiale è già iniziata.
Che l’impero è in mano a un pazzo scocciato tutto arancione e la città eterna sta per finire in mano alla Meloni.

I capò dei campi di concentramento oggi fanno gli opinionisti e hanno cinque stipendi. Il patrimonio culturale dei Nazzi è stato spolpato dai pubblicitari e con quello hanno plasmato la politica, i nostri desideri e i nostri affetti.
Hitler ce l’ha fatta. E’ tornato. E come nella barzelletta si rivolge ai suoi: “ragazzi, stavolta mi raccomando cattivi”.

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Operazione Ermes 2. Il cerchio intorno a Messina Denaro. I fatti e le facce.

(il pezzo di Egidio Morici per Tp24.it)

Il cerchio si stringe. Si stringe ancora. La terra bruciata attorno al boss latitante Matteo Messina Denaro sembra non esaurirsi mai. La novità di queste ultime due operazioni antimafia, sta forse nell’aver posto l’attenzione nei confronti di insospettabili. Nell’operazione Ebano aveva fatto molto scalpore che due funzionari del Comune di Castelvetrano fossero finiti nel registro degli indagati, ma nell’operazione Ermes 2 di ieri mattina lo stupore della città è stato ancora maggiore, visto il coinvolgimento del giornalista Filippo Siragusa, al quale è stata applicata la misura cautelare dell’obbligo di dimora nel comune di residenza, per il reato di intestazione fittizia di beni.
L’inchiesta è un approfondimento dell’operazione Ermes dell’agosto 2015, in cui era emerso il ruolo di Vito Gondola, l’allevatore pluripregiudicato reggente del mandamento mafioso di Mazara del Vallo, che si occupava di gestire la “corrispondenza” di Matteo Messina Denaro.

Ieri sono finiti in carcere i fratelli Loretta (Carlo e Giuseppe), pienamente inseriti con le loro aziende nella famiglia mafiosa di Mazara, per associazione mafiosa e attribuzione fittizia di beni a terzi; Epifanio Agate, figlio del capomafia Mariano Agate già deceduto, per estorsione aggravata dal metodo mafioso e, anche lui, per attribuzione fittizia di beni a terzi; ed Angelo Castelli per favoreggiamento alle cosche di Mazara e di Castelvetrano.

I terzi in questione sono invece soci di tre aziende: la Medio Ambiente, di Filippo Siragusa, Paola Bonomo ed Andrea Alessandrino e le due società (My Land e Fishmar) di Rachele Francaviglia, Francesco Mangiaracina, Nataliya Ostashko e Nicolò Passalacqua. Tutti raggiunti dall’obbligo di dimora.

Ma è nelle campagne tra Mazara e Castelvetrano che tutto ebbe inizio, la mattina del 2 marzo 2010, durante un summit mafioso dove c’erano vari personaggi “di spessore”: Antonino Marotta, uno dei componenti della banda di Salvatore Giuliano, consigliere di fiducia di don Ciccio Messina Denaro prima e del figlio Matteo dopo; Vito Gondola, reggente della cosca di Mazara, accompagnato da Carlo Loretta, pregiudicato mafioso mazarese; Giovanni Filardo, cugino del superlatitante poi arrestato nell’operazione Golem 2, meno di due settimane dopo.
In quell’occasione bisognava decidere come spartirsi i proventi degli appalti per la costruzione del parco eolico “Vento Di Vino”.

Anche la sede della ditta Mestra (Materiale Edile Scavi Trasporti Recuperi Ambientali) era spesso teatro di incontri fra boss mafiosi, organizzati dai fratelli Loretta che gestivano anche una discarica per lo smaltimento dei rifiuti e il recupero ambientale. Una discarica che agiva in regime di assoluto monopolio, essendo l’unica ad avere le relative licenze.
Nell’autolavaggio di Angelo Castelli, invece, il capomafia Vito Gondola discuteva con il suo sodale Carlo Loretta di sub-appalti e delle opere di sbancamento per il futuro ospedale di Mazara del Vallo.

La Mestra però, nel febbraio del 2014, era stata raggiunta da un’interdittiva antimafia della prefettura di Trapani, venendo estromessa dai lavori di ristrutturazione dell’ospedale.
Ed è per aggirare quest’interdittiva che i mafiosi decisero di creare la società cooperativa Medio Ambiente. E a questo scopo coinvolsero due dipendenti della Mestra (Anna Bonomo ed Andrea Alessandrino) e Filippo Siragusa, giornalista del Giornale di Sicilia che, da qualche tempo collaborava con la Mestra nel procacciare attività di smaltimento di rifiuti non pericolosi e di dismissione di manufatti di amianto. In poco tempo venivano acquisite tutte le autorizzazioni per accedere agli appalti pubblici.

Sulla possibilità che il giornalista fosse all’oscuro del reale motivo della costituzione della cooperativa, la Polizia di Stato invece è chiara. Le intercettazioni telefoniche dei soci “permettevano di confermare l’interesse del Siragusa Filippo alla gestione dell’impresa accanto ai Loretta. L’indagine ha accertato che il Siragusa era perfettamente a conoscenza dello spessore criminale dei Loretta e del perché era stata costituita la Medio Ambiente”.
Senza contare che, “per circa un mese dopo la costituzione – scrivono gli inquirenti – era stato anche amministratore” della società stessa. E d’altra parte, più volte il giornalista si era incontrato con Giuseppe Loretta per parlare delle strategie di mercato per lanciare la nuova azienda. E quando il Giornale di Sicilia parlò del giro di pizzini scoperto nella prima operazione Ermes, il collaboratore del quotidiano rispose alle lamentele della famiglia Loretta per l’ampio spazio dedicato dalla stampa, dicendo che “sta nel gioco delle parti, i giornalisti gonfiano le cose”.

Se la Medio Ambiente, formalmente intestata a Siragusa, Bonomo e Alessandrino, era invece nelle piena disponibilità dei fratelli Loretta, ci sono altre due società, sempre intestate a terzi, che invece erano di Epifanio Agate (figlio del boss Mariano Agate, ormai deceduto): la My Land e la Fishmar.
I soci di fatto erano l’Agate e Francesco Mangiaracina, cognato del collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori che, per sfuggire alla normativa di prevenzione antimafia, avevano intestato le quote della My Land alle mogli Rachele Francaviglia e Natalyia Ostashko. In seguito, a causa di problemi con le banche, il 95% delle quote della società era stato intestato alla Ostashko ed il 5% ad un uomo vicino all’Agate: Nicola Passalacqua, che ne era diventato l’amministratore.
L’operazione Ermes 2 chiaramente ha comportato il sequestro del capitale sociale e dei beni aziendali della Mestra, ma anche della Medio ambiente e della My Land.

Ciò che ha colpito di più è stato però il coinvolgimento di Filippo Siragusa, molto noto a Castelvetrano che ha dichiarato: “Ci sono momenti nella vita in cui ti arrivano dei colpi che non ti aspetti. Avrò modo di chiarire ogni cosa ai magistrati. Ho fiducia in loro e sono certo che presto sarà tutto chiarito in merito alle accuse che mi sono state rivolte. Dire altro in questo momento non serve. E’ un momento difficile per me e per i miei cari. Questo territorio mi conosce da troppi anni e sa come ho sempre agito come giornalista e lavoratore precario. Buon Natale”.
Di diverso avviso invece il Questore Maurizio Agricola: “Purtroppo era uno di quegli insospettabili che, ben consapevole della caratura mafiosa dei fratelli Loretta, si era intestato una società nuova, la Medio Ambiente, per permetter loro di aggirare la normativa antimafia”.

Ad ogni modo si è trattato di un’operazione che ha dato conferma del saldo legame tra le cosche mafiose di Mazara del Vallo e di Castelvetrano, con Matteo Messina Denaro che detta come spartirsi gli appalti e risolve le varie controversie segnalategli da Vito Gondola. Le condizioni però diventano sempre più difficili ed anche il ricorso a persone insospettabili, potrebbe, come in questo caso, non funzionare più.

Sala ha saputo dell’indagine dai giornali? Sì, perché il suo avvocato non ha aperto le mail.

(Manuela D’Alessandro per Giustiziami)

Metà del messaggio postato su Facebook in cui Beppe Sala annuncia di voler tornare a fare il sindaco è dedicata al suo “stupore” nell’aver appreso dalla stampa di essere indagato. “Giovedì sera nessuna comunicazione ufficiale al riguardo mi era stata fatta, nessun avviso di garanzia mi era stato notificato (…). Mi direte, non è certo la prima volta. Vero, ciò nondimenno dobbiamo tutti insieme fare uno sforzo per non considerare la cosa ‘normale’. Non lo è se riguarda un cittadino e non lo è se riguarda il sindaco di Milano”.

Questa versione del sindaco sembrerebbe prefigurare una clamorosa violazione del segreto istruttorio a suo danno, con la ‘soffiata’ di una irrispettosa procura generale al cronista di turno. La realtà è ben diversa.

Giovedì sera, la magistratura ha notificato una mail con la richiesta di proroga dell’indagine sulla Piastra di Expo all’avvocato d’ufficio Luana Battista. E’ quello che accade al qualsiasi “cittadino” da lui evocato che non ha già un legale perché non è mai stato coinvolto in quell’inchiesta. Sala dimentica di raccontare che ha saputo dai giornali di essere accusato per la presunta falsificazione di due verbali solo perché l’avvocato d’ufficio non ha aperto la sua posta elettronica, come da lei candidamente ammesso (“Non c’erano nomi noti nella prima pagina, sembrava una nomina come le altre”). Nel frattempo, i giornalisti hanno dato risalto a un atto non più segreto in quanto (in teoria) già conosciuto dall’indagato.

Forse al sindaco da’ fastidio aver saputo troppo tardi che l’accusa a suo carico era ‘solo’ quella di falso.  Quando sono uscite le prime notizie, racconta chi è gli è stato vicino, il suo timore era di essere accusato di turbativa d’asta, il reato attorno a cui ruota l’inchiesta sul più ricco appalto di Expo. Di qui il tono infastidito verso stampa e procura generale: se avesse saputo che doveva rispondere ‘solo’ di avere retrodato dei verbali non si sarebbe cacciato nel limbo scivoloso dell’autosospensione.

Uno ogni 73

Il bilancio dei migranti o rifugiati morti o dispersi nel Mediterraneo dall’inizio del 2016 mentre tentavano di giungere in Europa è salito a 4.901, secondo gli ultimi dati resi noti oggi a Ginevra dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). A pochi giorni dalla fine del 2016, il dato di 4.901 decessi è nettamente superiore ai 3.777 decessi segnalati per tutto l’anno scorso. Il tasso di mortalità nel 2016 è inoltre di gran lunga superiore a quello del 2015. Quest’anno un migrante è morto per ogni 73 migranti giunti via mare. Nel 2015 la cifra era di un decesso per 267 arrivi, sottolinea l’Oim in una nota.

(ansa)

Una brigata di talenti e intelligenze verso #giornimigliori (e, ancora, sulla “sinistra unita”)

E ora? Assisto a scene indimenticabili. E ora? mi chiede qualcuno, altri me lo scrivono. E ora? Ora ci si arrampica sulla cima più bella e ossigenata della politica: il programma. Che, se ci pensate bene, il programma è andato fuori moda in contemporanea all’abitudine dell’uomo solo al comando. Si vota Grillo, si vota Renzi, si vota la Meloni, si vota Silvio; provate a sperimentare quanta gente conosce il nome del partito che rappresentano e rimarrete esterrefatti. Il programma invece va letto e soprattutto va scritto. E rimane. Nessuna delega in bianco all’uomo della provvidenza: è lo streaming definitivo, il programma politico.

E quindi a chi mi chiede “e ora?” posso raccontare cosa ci siamo messi in testa di fare noi che alla provvidenza ci crediamo davvero poco ma che siamo convinti che sia arrivato il tempo di prendere il biglietto verso #giornimigliori. Come abbiamo scritto qui:

«Scriverlo, sembra banale, ma i programmi di governo, con i numeri a fianco, non li scrive più nessuno. Sono riusciti a fare addirittura tre governi in una sola legislatura, senza esplicitare se non a grandi linee (e a larghe intese) cosa avrebbero fatto e come. Anche Gentiloni non si sottrae alla regola, in un racconto fumoso, in cui in tono gentile si dicono le stesse cose che prima si dicevano in tono monumentale.

Invece, come diceva quella canzone, «bisogna solo scrivere e lottare».

Possibile prosegue il proprio lavoro, alla ricerca del testo più preciso e condiviso possibile, appunto.

Lo farà a partire da un’anagrafe delle competenze, a cui potete partecipare immediatamente, segnalandoci la vostra qualifica (non solo il titolo di studio, ciò che avete imparato a fare) e segnalando soprattutto la vostra disponibilità a partecipare al nostro progetto.»

Una ricognizione di talenti e di intelligenze. Ecco. Una cosa così. E basta andare qui per rendersi disponibili.

E poi c’è la questione della sinistra unita. Insieme a quelli che chiedono “e ora?” ci sono quelli che insistono con il “con chi?”. Tra l’altro l’inverno sembra promettere un’ondata di convegnite senza pari (ne scrive Paolo qui). Lo continuiamo a dire (qui, qui, solo per fare un esempio): ci si allea con chi condivide la stessa idea di Paese possibile. Mi pare così semplice. E la nostra idea di Paese possibile è incompatibile con gli atti di questo governo (sul lavoro, sulla scuola, sulle disuguaglianze) e con chi aspira a esserne la stampella a sinistra. Questione di scelte: c’è chi (con tutto il nostro rispetto, eh) cerca di cambiare il PD e chi cerca di cambiare il Paese: in questo momento ci sono processi politici, anche a sinistra, che stanno sciogliendo questo nodo. E noi non abbiamo tempo di aspettare. È chiaro così?

Quante sviste nel concorso per notai

(ne scrive Francesca Sironi per l’Espresso)

È lo sbarramento all’ingresso dell’ultima ambizione di casta. Il passaggio obbligato per l’accesso a una categoria che – seppur lamenti crisi – rimane in testa alle classifiche di reddito, con 200 mila euro all’anno dichiarati in media dai suoi professionisti. È il traguardo di lunghi studi e dura gavetta, ma soprattutto la prova che tributa il ruolo di pubblico ufficiale a chi firmerà atti, registri e documenti sancendone l’autenticità con il sigillo della Repubblica. Sul concorso notarile si addensano quindi molte speranze. Ma ora anche nuove domande. Almeno a leggere quanto rileva una denuncia che ipotizza reati sul bando per 300 nuovi notai indetto nel settembre del 2014 – di cui gli esami scritti si sono svolti l’anno scorso, e gli orali sono andati avanti fino allo scorso 6 dicembre.

Dopo aver chiesto l’accesso alle correzioni d’esame, a cui aveva partecipato lei stessa, l’autrice dell’esposto si è trovata tra le mani decine di compiti in parte irregolari, testi redatti con imprecisioni tali, segnala nell’esposto, da renderli nulli secondo la legge in almeno dieci casi, ma a cui sono stati assegnati ugualmente voti sufficienti a traghettare i candidati verso il traguardo della nomina a notai, ormai prossima. Nell’elenco ci sono inciampi evidenti anche per chi non ha dimestichezza con gli strumenti del mestiere – come un atto in cui un sordomuto, «legge ad alta voce» le proprie disposizioni per l’eredità – e altri più tecnici, ma significativi per chi proprio in quella tecnica fa risiedere parte della specificità di un ruolo ancora saldamente nelle mani di meno di cinquemila persone nell’intero paese. Fra gli altri, un candidato sarebbe stato ammesso all’orale pur avendo all’interno del proprio elaborato una pagina scritta a mano con una calligrafia diversa da tutto il resto del suo testo.

Stesso compito, due grafie...
(Stesso compito, due grafie completamente diverse)

L’indagine giudiziaria avviata in seguito alla denuncia è stata chiusa nell’arco di pochi mesi, e i pm della procura di Perugia titolari dell’inchiesta e competenti perché coinvolti otto magistrati romani che fanno parte della commissione, hanno chiesto al gip l’archiviazione. Decisione alla quale si è opposta la denunciante che ha segnalato al giudice, che ancora deve decidere, altri errori presenti negli elaborati. E pure nuovi quesiti sulla validità di giudizi formulati dalla commissione del concorso.

(continua qui)