Vai al contenuto

‘Ndrangheta: parla la pentita Loredana Patania, tremano in molti

(L’articolo di Giuseppe Baglivo, qui)

Quasi cinque ore di deposizione oggi per la collaboratrice di giustizia Loredana Patania, chiamata a deporre da un sito riservato nel processo nato dall’operazione antimafia denominata “Romanzo criminale” in corso dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia. Una Loredana Patania che per buona parte della deposizione, per come sottolineato in aula anche dalla presidente del Collegio Lucia Monaco, è andata “a ruota libera”, complici i problemi di collegamento che hanno impedito un perfetto ritorno dell’audio, ma anche da un atteggiamento della stessa collaboratrice di giustizia volto a non far terminare le domande alle parti (prima al pm della Dda di Catanzaro, Andrea Mancuso, quindi agli avvocati degli imputati ed infine alla stessa presidente del Tribunale) e che ha reso più complicato del previsto l’intero esame e perte del contro-esame. Tante le cose riferite da Loredana Patania, alcune frutto di supposizioni personali per come ammesso dalla stessa nel corso del contro-esame, altre per averle vissute, a suo dire, in prima persona.

I retroscena dei fatti di sangue e gli schieramenti mafiosi in “campo”. Loredana Patania ha indicato in Cosimo Caglioti di Sant’Angelo di Gerocarne l’esecutore materiale dell’omicidio di Michele Mario Fiorillo di Piscopio avvenuto nel settembre del 2011 nella Valle del Mesima. Sui terreni di quest’ultimo, Fortunato Patania – indicato dalla collaboratrice di giustizia come persona molto “rispettata e ben voluta a Stefanaconi poichè legato al capobastone dell’epoca ovvero a Nicola Bartolotta, detto “U Pirolu” – avrebbe ripetutamente fatto pascolare le proprie pecore ed a nulla sarebbero servite le denunce. “Il mandante di tale fatto di sangue – ha dichiarato la Patania – era Salvatore Patania con l’ausilio della madre Giuseppina Iacopetta”. E’ l’inizio della faida con il clan dei Piscopisani, con Loredana Patania che ha delineato gli “schieramenti” contrapposti. Da un lato i Patania contro i Piscopisani a loro volta alleati su Vibo Valentia con Andrea Mantella e Francesco Scrugli, dall’altro lato gli stessi Patania schierati contro il clan di Stefanaconi di Emilio Bartolotta e Franco Calafati a sua volta alleato con i Bonavota di Sant’Onofrio.

I Patania avrebbero invece goduto dell’appoggio del boss Pantaleone Mancuso, detto “Scarpuni”, il quale avrebbe voluto eliminare Scrugli e Mantella per riprendere il controllo sulle estorsioni nella città di Vibo Valentia ed allo stesso tempo, a detta della collaboratrice di giustizia, uccidere Domenico Cugliari, detto “Mico i Mela”, di Sant’Onofrio, zio “dei fratelli Pasquale, Domenico, Nicola e Salvatore Bonavota”. A tale ultimo agguato si sarebbe però opposto Salvatore Patania, intenzionato a vendicare prima la morte del padre Fortunato Patania (ucciso nel settembre del 2011 dai Piscopisani per vendicare l’omicidio avvenuto due giorni prima ai danni di Michele Mario Fiorillo, zio di Rosario Fiorillo, detto “Pulcino”, ritenuto elemento di spicco del clan dei Piscopisani). Secondo Loredana Patania ci sarebbe stato anche un incontro fra Giuseppe Patania e “U Tartaru” di Piscopio, ovvero Nazzareno Fiorillo, in cui il primo avrebbe detto al secondo che i Patania non si sarebbero fermati con gli omicidi sin quando non gli avrebbero consegnato la “testa” dei mandanti e degli esecutori dell’omicidio di Fortunato Patania.

Quindi il racconto del tentato omicidio nel febbraio del 2012 ai danni di Francesco Scrugli a Vibo Valentia, sparato da un killer macedone (Vasvi Beluli) assoldato dai Patania ed appostato con una carabina di precisione in una casa popolare del quartiere S. Aloe a pochi metri dalla Questura ed anche l’intenzione da parte degli stessi Patania di attentare alla vita di Scugli in ospedale a Vibo dove era stato ricoverato una volta ferito. Francesco Scrugli è stato poi ucciso nel marzo del 2012 a Vibo Marina in un agguato in cui sono rimasti feriti pure Rosario Battaglia di Piscopio e Raffaele Moscato (oggi collaboratore di giustizia). Per tale fatto di sangue, Loredana Patania è stata condannata a 6 anni di reclusione per aver ceduto a Giuseppe Patania una delle pistole usate per l’agguato.

Giuseppina Iacopetta (madre dei fratelli Patania e moglie dell’assassinato Fortunato Patania, in foto a sinistra) appresa la notizia dell’uccisione di Scrugli, a detta di Loredana Patania, si sarebbe invece inginocchiata a terra dicendo: “Nato mio, giustizia è fatta”. Sarebbe stata proprio Giuseppina Iacopetta, secondo Loredana Patania, a volere “la guerra” con gli altri clan, tanto da “invitarmi – ha ricordato la collaboratrice di giustizia – a bussare a casa di Franco Calafati per fargli aprire la porta. Nell’abitazione sarebbero dovuti poi entrare dei sicari per ucciderlo, ma io mi sono rifiutata”.

Il ruolo di Matina, la sparizione di Penna ed i contrasti sulle estorsioni. Giuseppe Matina, alias “Gringia” (soprannome che, a detta di Loredana Patania, sarebbe stato dato al marito dall’allora maresciallo della Stazione di Sant’Onofrio, Sebastiano Cannizzaro) sarebbe stato invece un componente del clan capeggiato da Emilio Bartolotta e da Franco Calafati ed avrebbe partecipato alla sparizione per lupara bianca dell’assicuratore, nonchè all’epoca segretario cittadino dell’Udc, Michele Penna, quest’ultimo intenzionato a formare un autonomo clan. O almeno così credevano i Patania che anche per questo decretarono la morte (eseguita dal kilelr Arben Ibrahimi su mandato dei Patania) di Giuseppe Matina, con Loredana Patania che dopo l’omicidio del marito si sarebbe trasferita con i bambini prima a casa di suo cugino Giuseppe Patania e poi a casa della zia Giuseppina Icopetta.

Inganni, tradimenti e voltafaccia sarebbero stati all’ordine del giorno, con i Patania che sarebbero stati intenzionati a trovare ad ogni costo il corpo di Michele Penna (in foto a sinistra) perchè, secondo Loredana Patania, “in cambio i miei cugini ritenevano di poter ricevere favori sul piano giudiziario dal maresciallo Cannizzaro che era impegnato pure lui a ritrovare il corpo di Michele Penna per consegnarlo ai genitori e dar loro la possibilità di una degna sepoltura”. Tre gli episodi delittuosi narrati invece dalla collaboratrice di giustizia per contrasti sorti – a suo dire – sulla spartizione dei lavori di metanizzazione a Stefanaconi: l’esplosione di una bomba al fioraio Lopreiato, la bomba messa al distributore di carburanti dei Patania nella Valle del Mesima e la bomba al negozio di generi alimentari “Franzè” a Stefanaconi. Secondo Loredana Patania a non mettersi d’accordo per la spartizione dei lavori di metanizzazione sarebbero stati “i Patania, Domenico Franzè, della “Società minore”, (“alleato – secondo la Patania – a Nicola Bartolotta, alias U Pirolu”), Giovanni Franzè e i Bartolotta a loro volta alleati ai Bonavota che sarebbero rimasti senza la loro parte di tangente”.

Per la bomba alla “Valle dei Sapori”, Giuseppe Matina (marito di Loredana Patania) sarebbe stato invece pesantemente minacciato di morte da Salvatore Patania, mentre Fortunato Patania avrebbe partecipato a Sant’Onofrio ad una riunione con i Bonavota “alzando la voce per sapere da Franco Calafati chi si era permesso di danneggiargli la stazione di carburanti poichè aveva intenzione di ucciderlo in piazza davanti a tutti”.

La bomba alla “Valle dei sapori”, le estorsioni sull’A3 e l’omicidio di Nino Lopreiato. Secondo Loredana Patania a mettere la bomba alla “Valle dei Sapori” (stazione di carburanti con annesso bar, albergo e ristorante) dei Patania sarebbero stati “Nazzareno e Vittorio Loschiavo su mandato dei Bonavota”. I sospetti dei Patania sarebbero però caduti su Giuseppe Matina, marito di Loredana Patania, che sarebbe stato indicato come l’autore dell’attentato – a dire della pentita – dal “maresciallo Sebastiano Cannizzaro”. Mancati accordi fra i Patania ed i Bonavota sulle estorsioni da praticare sul tratto dell’A3 -ricompreso fra gli svincoli di Sant’Onofrio e delle Serre – avrebbero ulteriormente alimentato lo scontro. In tale contesto ed alla sparizione di Michele Penna sarebbe legato per Loredana Patania pure l’omicidio di Antonino Lopreiato, ucciso a Stefanaconi nel 2008 ed i cui mandanti sono stati indicati dalla collaboratrice di giustizia in “Domenico Cugliari, detto Mico i Mela”, Franco Calafati ed Emilio Bartolotta”. Quindi i riferimenti a: “Riccardo Cellura che da Carugo, in provincia di Como, procurò falsi distintivi delle forze dell’ordine usati anche in occasione del tentato omicidio a Piscopio da parte dei Patania-Caglioti ai danni di Rosario Fiorillo detto “Pulcino”; ad “Antonio Mazzeo residente a Carugo, che dal Nord mandava a Stefanaconi le armi ai cugini Patania”; ed a Nazzareno Fortuna, detto “Cacazza“, di Stefanaconi, “che era il prestanome dei Patania ed il vero traditore della famiglia, ovvero colui che – ha spiegato Loredana Patania – passava poi di nascosto tutte le informazioni ai Piscopisani”.

Infine i riferimenti all’allora comandante della Stazione dei carabinieri di Sant’Onofrio Sebastiano Cannizzaro e all’allora parroco di Stefanaconi Salvatore Santaguida. Secondo Loredana Patania, la zia Giuseppina Iacopetta si sarebbe recata diverse volte in Chiesa con la scusa di confessarsi con don Santaguida ma in “realtà per passare informazioni che il sacerdote trasferiva poi al maresciallo Cannizzaro. Sono stata perseguitata dal maresciallo – ha dichiarato la Patania – con il sequestro della casa, il ritiro della patente e continue microspie. Una microspia venne messa anche nell’auto di Giuseppe Patania, ma i Patania sapevano della presenza della cimice”. Accuse che la difesa di Sebastiano Cannizzaro (avvocati Aldo Ferraro e Pasqualino Patanè) e Salvatore Santaguida (avvocato Enzo Galeota) proveranno a smontare nella prossima udienza fissata per il 30 novembre. Nel corso dell’esame, in ogni caso, Loredana Patania ha ammesso di aver fatto uso di sostanze stupefacenti. “Ho fumato cocaina – ha dichiarato – mentre il mio attuale compagno Daniele Bono, pure lui inserito nel clan Patania, all’epoca faceva uso di cocaina. Ora viviamo insieme in una località protetta – ha concluso la Patania – e pure lui ha deciso di collaborare con la giustizia. Non parliamo mai però dei processi e delle dichiarazioni che dobbiamo rendere o abbiamo reso”. Parola di collaboratrice di giustizia. Se crederla o meno spetterà al Tribunale, oggi più volte costretto invano a cercare di fermarla nelle sue dichiarazioni “a ruota libera”. Il contro-esame fissato per la prossima udienza si preannuncia a dir poco interessante.

Gli imputati. Ad essere accusati del reato di associazione mafiosa sono: Giuseppina Iacopetta, ritenuta al vertice della cosca dopo l’uccisione del marito, Fortunato Patania, freddato nel settembre 2011 durante la faida con i Piscopisani; i figli Salvatore, Saverio, Giuseppe, Nazzareno e Bruno Patania; Andrea Patania; Cosimo e Caterina Caglioti; Nicola Figliuzzi; Cristian Loielo; Alessandro Bartalotta; Francesco Lo Preiato; Ilya Krastev. L’ex maresciallo dei carabinieri, già alla guida della Stazione di Sant’Onofrio, Sebastiano Cannizzaro, è invece accusato di falso e concorso esterno in associazione mafiosa. Tale ultimo reato viene contestato anche a don Salvatore Santaguida, parroco di Stefanaconi.

Cronache d’impero: in onore del premier all’istituto Neruda in scena il balletto della “Buona scuola”

img_0017Nella palestra della scuola “Pablo Neruda” il balletto dei giovanissimi studenti in onore di Matteo Renzi (seduto in prima fila) è in corso da qualche minuto e la rappresentazione per qualche attimo resta sospesa a metà strada tra spontaneità e riverenza al capo del governo. Ma ad un certo punto l’equilibrio si rompe: sulle trascinanti note di “Viva la vida” dei Coldplay i ragazzini innalzano una scritta colorata, “La buona scuola”. Matteo Renzi, studenti, la ministra Stefania Giannini, maestri e professori applaudono la coreografia encomiastica, che rappresenta l’istantanea più curiosa – ma non l’unica – della cerimonia che si è svolta ieri mattina alla scuola elementare e media “Neruda” di Roma in occasione della firma da parte del governo di un protocollo di intesa con Banca europea degli investimenti, Cassa depositi e prestiti per investimenti nell’edilizia scolastica per un valore di 530 milioni di euro in occasione della Giornata per la sicurezza nelle scuole.

Cerimonia breve che in piccole dimensioni ha riproposto la quintessenza del “renzismo”: capacità operativa su tante questioni e al tempo stesso insopprimibile impulso a mettere in “scena” qualsiasi cosa e a farlo sempre e comunque nel segno dell’auto-elogio. Narrazione che, a giudicare da quasi tutti i risultati elettorali degli ultimi due anni e dai sondaggi, sembrerebbe segnare qualche smagliatura. Come conferma la vicenda di ieri. Avendo deciso di usare una scuola per l’annuncio dell’accordo, c’era un precedente che avrebbe dovuto pesare. Erano le prime settimane del governo Renzi e il 5 marzo 2014 l’ingresso del presidente del Consiglio nella scuola elementare Raiti di Siracusa fu salutato da una canzoncina encomiastica: «Facciamo un salto, battiam le mani/ ti salutiamo tutti insieme presidente Renzi». Qualcuno arrivò ad evocare nientedimeno che il duce, sta di fatto che da quel giorno fu vietato alle telecamere delle tv di accompagnare Renzi nelle sue visite sempre più sporadiche alle scuole, comunque sempre elementari e medie.

Ieri mattina il ritorno. Pretesto doppio: l’accordo con la Bei ma anche la prima giornata nazionale per la sicurezza nelle scuole.I preliminari prevedono una serie di balletti. Protagonisti una ventina di ragazzi. Ma diversi di loro hanno decisamente più di 14 anni e infatti si scoprirà più tardi che fanno parte della «organizzazione» del Ministero dell’istruzione, dell’Università e della ricerca. Poi interviene la ministra Giannini che, ricordando il valore concreto e simbolico della giornata, sostiene: «C’è un Paese che rivede l’orizzionte, la luce, la speranza». Poi tocca alla preside Brunella Martucci, protagonista della bella impresa di aver aperto dopo 30 anni una scuola in un quartiere periferico. Appena vede alcuni bambini che si allontanano dalla cerimonia, li riprende: «State qui! Sennò si porta la giustificazione! Non facciamo brutta figura». Poi parla il presidente del Consiglio. Simpaticamente e brevemente. In vista del momento più atteso: Renzi che, seduto ai banchi, firma il protocollo di intesa, attorniato da bambini sorridenti. Uscendo un papà ricorda una canzone di Giorgio Gaber: «Vedo bambini cantare, in fila li portano al mare, non sanno se ridere o piangere, batton le mani».

(da La Stampa)

Intanto l’ex assessore di Scopelliti si prende 9 anni per mafia

(Lucio Musolino per Il Fatto Quotidiano)

img_0016

Nove anni di carcere per associazione a delinquere di stampo mafioso e 2.100 euro di multa. L’ex consigliere e assessore comunale all’Ambiente Pino Plutino è stato condannato anche dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria al termine del processo “Alta tensione 2“. Adesso manca solo il sigillo della Cassazione per confermare quanto sostiene la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria e cioè che l’uomo di fiducia dell’ex sindaco e governatore Giuseppe Scopelliti è un componente della famiglia mafiosa Caridi federata con la potente cosca Libri.

La sentenza è arrivata intorno alle 19 dopo una lunga camera di consiglio. In sostanza, i giudici della Corte d’Appello hanno confermato l’impianto accusatorio del pm Stefano Musolino che, in primo grado, aveva ottenuto la condanna di Plutino a 12 anni di carcere.

Arrestato nel 2012, l’ex assessore comunale sarebbe stato il referente politico dei Caridi al Comune di Reggio. Su di lui, il clan avrebbe fatto confluire i voti non solo degli affiliati, alterando la libera competizione elettorale per le comunali del 2011. Plutino, infatti, è il cugino di Domenico Condemi, considerato il boss del quartiere San Giorgio Extra e condannato a 20 anni di carcere.

Secondo gli inquirenti, l’ex assessore condannato era “il referente della cosca Caridi-Borghetto-Zindato e cresciuto politicamente attraverso queste dinamiche”. Secondo la Procura, da questa inchiesta, è venuta fuori quella che definiscono la ‘ndrangheta “fluida” capace di infiltrarsi nelle istituzioni e che chiede di essere riconosciuta come “sistema di potere“.

La Corte d’Appello ha assolto il fratello del boss, Filippo Condemi, “per non aver commesso il fatto”. Cadono le accuse anche per il poliziotto Bruno Doldo processato per rivelazione del segreto d’ufficio. Al termine del processo, così come era avvenuto in primo grado, i giudici hanno ritenuto che Doldo (all’epoca anche arrestato) fosse innocente e, soprattutto, non fosse quell’”agente della Digos” di cui si parla nelle intercettazioni effettuate durante le indagini.

Paolo Maddalena (vice presidente Emerito della Corte Costituzionale): «È una grande sciocchezza, meglio il niente al male. Questa riforma segna la fine della democrazia.»

(intervista a Paolo Maddalena di Giacomo Russo Spena)

“Macché semplificazione e tagli a sprechi, le ragioni della riforma vanno indagate altrove: Renzi si è piegato alla volontà dei poteri forti, Jp Morgan ci ha dettato le modifiche costituzionali”. Dalla voce non sembra stia parlando un ottantenne. Ragiona, analizza e spiega le motivazioni per le quali sta sostenendo la campagna del NO al referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre. Paolo Maddalena, vice presidente Emerito della Corte Costituzionale, è uno dei massimi esperti in materia. Lo contattiamo telefonicamente, combattivo, ha desiderio di sviscerare nel dettaglio la riforma per convincere soprattutto gli indecisi al voto.

La riforma voluta dal presidente Matteo Renzi riduce il numero dei senatori, stabilisce nuovi rapporti tra Stato e Regioni, oltre a semplificare l’annosa questione della burocrazia e cancellare carrozzoni come il Cnel… Cosa non la convince?

Sono spot propagandistici, senza alcuna logica. La riduzione dei costi e la semplificazione non si raggiungono col soffocamento del Senato, uno degli organi massimi dell’espressione della sovranità popolare. Tra l’altro la Ragioneria di Stato ha smentito i numeri del governo e, con la riforma, si risparmierebbero soltanto 51 milioni. Ci sono altri modi per racimolare soldi. Anche la questione dello snellimento dell’iter legislativo è mendace. Agli esami degli atti i tempi si allungheranno.

Beh, però si pone fine alla “navetta” tra i due rami del Parlamento…

Su molte materie rimane obbligatorio l’esame di una e dell’altra Camera. In caso di divergenze di vedute tra Camera e Senato, il conflitto dovrà essere risolto dai due presidenti e, qualora non trovassero un accordo, la questione andrebbe fino alla Corte Costituzionale dove trascorrerà almeno un anno dalla sentenza. Un iter così, lo capisce chiunque, è lungo e assurdo.

Insisto, i fautori del Sì dicono che il Senato interverrà su poche leggi e soprattutto c’è l’occasione di superare il bicameralismo paritario, come già avviene in Francia e Germania. Lei è per difendere a priori il bicameralismo?

In dottrina il bicameralismo può essere imperfetto, alcune materie possono passare soltanto alla Camera e non al Senato. Il governo, invece, con tale riforma fa un pasticcio, il provvedimento è scritto male e pieno di incongruenze. Il Senato sarà formato da nominati, ovvero da sindaci e consiglieri regionali senza vincolo di mandato, tanto valeva eliminarlo del tutto e rimanere con una Camera Alta. Infine, la questione dei tempi di approvazione di una legge: è una questione di volontà politica, non di bicameralismo paritario. Quando la maggioranza ha deciso – si pensi all’introduzione del pareggio di Bilancio in Costituzione – ha modificato la Carta in poche settimane. Quando si vuole, le leggi vengono varate velocemente, anche adesso.

Quindi è falso che si sta ricalcando il modello del Senato tedesco?

La Camera dei Lander funziona diversamente. Nel testo della riforma si parla di “Senato delle Autonomie” ma nel dunque non ha competenze specifiche sui territori anzi schiaccia le autonomie locali.

Il pensiero di molti si può riassumere col giudizio: “Dopo anni di immobilismo, siamo di fronte a una riforma pasticciata ma sempre meglio di niente”. Come replica?

È una grande sciocchezza, meglio il niente al male. Questa riforma segna la fine della democrazia.

Veramente, come denuncia il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, siamo al rischio di una deriva oligarchica? Non le sembra di esagerare?

Renzi ha annientato i contrappesi creando un esecutivo forte. Ha tolto poteri al presidente della Repubblica il quale sarà, a conti fatti, eletto solo da 220 parlamentari, e ha ridotto le garanzie costituzionali alla Consulta. Nell’albero istituzionale ha tagliato le foglie facendo restare esclusivamente il tronco dell’esecutivo.

La legge elettorale – che prevede un rafforzamento dell’esecutivo – è uscita però dalla contesa referendaria e si ipotizza una modifica dell’Italicum.

Che si raggiunga una nuova legge elettorale entro il 4 dicembre è escluso da tutti, non c’è tempo. E l’Italicum è strettamente collegato con la modifica del titolo V: rischiamo un Senato esautorato di potere e una Camera con un premio di maggioranza “drogato”. Mi spiego meglio. Secondo l’Italicum, il ballottaggio si può vincere col 20/25 per cento del consenso degli elettori e ciò – considerando l’alto tasso di astensionismo – significa che il 10/15 per cento dei cittadini italiani vanno a costituire una maggioranza assoluta. Ribadisco, siamo alla distruzione della democrazia.

Ma la Costituzione si può modificare ed è migliorabile oppure dovrà rimanere così vita natural durante?

La nostra Carta è ottima e ha bisogno soltanto di piccoli ritocchi. Qui si fa una modifica che trasforma la forma di governo: passiamo da una democrazia parlamentare a un governo presidenziale. Sul piano giuridico è un grave errore perché oligarchia e democrazia sono forme di Stato diverse.

Scusi, governo presidenziale non è ben diverso dal dire oligarchia? Pensiamo agli Usa o la Francia, sono democrazie funzionanti…

Il problema è stabilire sempre il contrappeso al potere: negli Usa c’è il bilanciamento col Congresso se noi invece il Parlamento lo riduciamo ad un Senato di nominati ed esautorato di potere e ad una Camera che rappresenta una maggioranza del 10 per cento degli italiani, mi spiega dove sono i contrappesi?

Se vince il NO la situazione rimarrà così per anni, lo sa?

Non è vero, se vince il NO si mette in moto finalmente una forma di partecipazione popolare perché la gente sta capendo il quadro politico: siamo succubi di finanza, banche e multinazionali. E anche della Germania. Si capirà che l’Italia deve cambiare politica e riappropriarsi di se stessa. Noi stiamo svendendo il nostro territorio e la sovranità. Gli ultimi governi, dal 2011 in poi – i cosiddetti governi presidenziali – hanno perseguito le medesime politiche: al proprio interno il dominio dell’esecutivo e all’esterno l’assoggettamento ai diktat di Bce e Troika. Rischiamo di diventare come gli ebrei sotto la schiavitù di Babilonia.

La battaglia per la difesa della Costituzione si intreccia con l’Europa dell’austerity e per un ritorno alla sovranità popolare, sta dicendo questo?

Questa riforma, come tutte le leggi di Renzi, come il TTIP, come il CETA, e come molti regolamenti e direttive europee sono tutte a favore della finanza e contro gli interessi del popolo. E’ un passaggio di una storia che inizia negli anni ’80, si vuole capovolgere l’ordine sociale italiano. Non conta il valore della dignità umana, l’uomo diventa merce. Pensiamo allo Sblocca Italia: a favore della finanza, distrugge l’ambiente e regala i nostri territori ai profitti delle lobby.

Insomma, professor Maddalena, crede veramente che le Istituzioni europee, la Bce e le agenzie di rating abbiano fatto pressioni al governo Renzi per varare la riforma costituzionale?

JP Morgan l’ha chiesto esplicitamente con un documento del 2013, di 16 pagine: i governi del Sud Europa sono troppo antifascisti e democratici e vanno cambiati a vantaggio di un esecutivo forte col quale i mercati possono dialogare. Il Mercato è formato da un denaro fittizio – creato ad hoc da politici servitori – che ammonta a 1,2 quadrilioni di dollari, 20 volte il Pil di tutti gli Stati del mondo. Il processo di una finanza sana che passa per il percorso finanza-prodotto-occupazione-profitto-finanza, è sostituito da finanza-finanza. Qual è l’obiettivo finale?

Qual è?

Appropriarsi dei beni esistenti, soprattutto dei Paesi più deboli e periferici. E noi, ogni giorno, stiamo svendendo pezzi importanti del nostro territorio oltre a privatizzare beni comuni e diritti basilari. Ci impoveriamo. L’articolo I della nostra Costituzione dice che siamo una “Repubblica democratica fondata sul lavoro”, tra i recenti dati su disoccupazione e precarietà, possiamo affermare che stiamo spogliando il lavoro dalla sua funzione e sostituendolo col massimo profitto. E’ immorale e contro l’etica repubblicana.

Per difendere la nostra Costituzione bisogna rompere con l’Europa?

La tematica è controversa. Noi dobbiamo accettare la sfida europea ma non a prezzo della nostra miseria perché gli attuali manovratori di Bruxelles stanno privilegiando la Germania. L’Europa, a trazione tedesca, viaggia a due velocità: o si contrastano le disuguaglianze e si costruisce un’Europa più equa o andremo verso la nostra fine.

(17 ottobre 2016, fonte)

Siria, ad Aleppo crollano gli ospedali

Violenti bombardamenti hanno colpito due ospedali nella giornata di sabato ad Aleppo, in Siria. Oltre cento i morti tra i civili, compresi 17 bambini.
Due ospedali della città di Aleppo, in Siria – uno dei quali specializzato in medicina pediatrica – sono stati bombardati nella giornata di sabato dalle forze filo-governative di Bashar al-Assad. Secondo l’Osservatorio siriano per i Diritti dell’uomo i raid hanno provocato la morte di almeno 107 civili, compresi 17 bambini. Le strutture colpite sono state distrutte: “Non ci sono più ospedali in piedi” nei quartieri controllati dai ribelli, ha dichiarato al settimanale francese l’Express Joël Weiler, dirigente della Ong Médicins du Monde. Un’informazione confermata anche dall’Organizzazione mondiale della sanità.

“A partire dal mese di gennaio – ha aggiunto l’attivista – abbiamo contato 126 attacchi contro strutture ospedaliere, nonostante la Convenzione di Ginevra protegga i combattenti feriti. Non abbiamo più personale, né materiali. Le ultime razioni alimentari sono state distribuite giovedì: la volontà è ormai di affamare la gente. Sono mesi che denunciamo questo scandalo, non so più quali parole utilizzare per definirlo”.

Dal punto di vista umanitario, infatti, Aleppo è ormai sull’orlo del baratro: “Entro Natale, in ragione dell’intensificazione delle operazioni militari, potremmo assistere alla fuga verso la Turchia di 200mila persone, il che rappresenterebbe una catastrofe”, ha dichiarato l’emissario Onu per la Siria, Staffan de Mistura.

Le stesse Nazioni Unite hanno inoltre ricordato di aver “condiviso con tutte le parti in conflitto e con tutti gli stati coinvolti un piano umanitario dettagliato per fornire aiuto agli abitanti di Aleppo-Est, necessario anche per evacuare i malati e i feriti. Occorre che questo piano sia adottato e che ci venga garantito un accesso immediato e sicuro all’area in questione”.

È stata anche avanzata l’ipotesi di instaurare un’amministrazione autonoma da parte degli insorti a Aleppo-Est. Idea che però è stata immediatamente rispedita al mittente dal ministro degli Affari esteri siriano, Walid Mouallem: “Quale governo al mondo – ha dichiarato – accetterebbe una soluzione del genere?”.

La strada per un mondo migliore passa attraverso le scelte individuali. L’era delle guerre del petrolio, dei morti per carbone, dei disastri petroliferi, è al tramonto. Utilizza anche tu energia rinnovabile per la tua casa, grazie a LifeGate, e risparmia attivandola da solo online, clicca qui.

(fonte)

Il Financial Times ha detto che con il no l’Italia esce dall’euro? Falso.

Lo spiega perfettamente Carlo Maria Mele qui:

«A leggere i titoli, Münchau, accodandosi a quanti rappresentano scenari drammatici in caso di bocciatura della riforma costituzionale voluta dal governo Renzi, metterebbe in guardia dai rischi di una vittoria del No, affermando che in quel caso l’Italia si ritroverebbe nel caos più totale, e addirittura fuori dalla moneta unica.

Il Financial Times: “Se vince il no l’Italia fuori dall’euro” [Stampa]
Italia fuori dall’Euro se vince il No” [Repubblica]
FT: Con vittoria del No in dubbio l’Italia nell’Euro [Il Messaggero]
Munchau: Con vittoria del No possibile uscita dell’Italia dall’Euro [Sole 24 ore]

Eppure a leggere l’articolo originale, quello del Financial Times, il quadro cambia.
Scrive Münchau che a una bocciatura della riforma potrebbe far seguito “una sequenza di eventi tali da sollevare dubbi sulla partecipazione dell’Italia all’Euro Zona”, ma precisa subito che “le cause sottostanti a questa possibilità estremamente allarmante non hanno niente a che fare con il referendum in sé”. La causa più importante sarebbe invece l’andamento (deludente a dir poco) dell’economia italiana da quando il paese ha adottato l’euro, nel 1999.
Seguono altre motivazioni della crisi in atto e dei suoi possibili sviluppi a breve termine, tra cui l’incapacità della Ue di costruire una vera Unione economica e bancaria dopo la crisi del 2009, scegliendo invece per l’imposizione dell’austerità.»

Una vergogna a forma di Signor Procuratore Generale: Franco Antonio Cassata

(La storia di Adolfo Parmaliana, di quel verminaio Intorno al Procuratore Generale, magistralmente raccontata da Gian Antonio Stella per il Corriere)

Era proprio lui, il corvo: l’allora procuratore generale messinese. Lo dice la sentenza della Cassazione che, depositata nei giorni scorsi, inchioda Franco Antonio Cassata, a lungo il più influente magistrato della città sullo Stretto, per una colpa infamante. La diffamazione pluriaggravata, con un dossier anonimo, di un morto: Adolfo Parmaliana, il docente suicida perché stremato dalla fatica di battersi contro il malaffare e una certa poltiglia giudiziaria.

Una condanna piccola piccola: 800 euro. E spropositatamente bassa, per fare un esempio, rispetto ai nove mesi di carcere inflitti nel 2013 a un immigrato senegalese, mai arrestato prima, che dopo aver perso il lavoro aveva tentato di rubare in un supermarket un paio di confezioni di latte in polvere: di qua un dossier anonimo gonfio di veleni, di là il tentato furto di latte in polvere. Ma una condanna fondamentale per una città dove quel giudice era potentissimo. E che consente ora alla vedova del morto, Cettina, di chiedere un risarcimento in sede civile scartando ogni ipotesi di accordo bonario: «La cosa che più mi fa male è vedere come, nonostante le condanne in primo, secondo e terzo grado, lui si muova per Barcellona Pozzo di Gotto, la sua città, come fosse sempre Sua Eccellenza il Signor Procuratore Generale. Come se nessuno sapesse nulla. E gli fanno pure l’inchino. Un signorotto feudale».

Ricordate? Al centro di tutto c’è la storia di Adolfo Parmaliana, un professore universitario di chimica industriale descritto come «amante dei libri, dei vestiti eleganti, della Juve e idolatrato dai suoi allievi» che il 2 ottobre 2008, dopo anni di battaglie contro le piaghe della cattiva politica siciliana (perfino dentro la sinistra in cui si riconosceva) si uccise buttandosi da un viadotto autostradale. Combattivo segretario diessino di Terme Vigliatore, un paese a due passi da Barcellona, a sud di Milazzo, era stato appena messo sotto inchiesta per diffamazione (lui!) e l’aveva presa malissimo. La sua colpa, diceva, era aver fatto manifesti che ringraziavano Carlo Azeglio Ciampi per aver sciolto il consiglio comunale per le ingerenze della criminalità: «Giustizia è stata fatta. La legalità ha vinto. Tanti dovrebbero scappare… Se avessero dignità!». Aveva chiesto di essere interrogato dal magistrato. Richiesta lasciata cadere…

Sulla scrivania, quel giorno che si era messo al volante per raggiungere il viadotto, aveva lasciato l’orologio, il portafogli e una lettera: «La Magistratura barcellonese/messinese vorrebbe mettermi alla gogna, umiliarmi, delegittimarmi; mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati. Non posso consentire a questi soggetti di offendere la mia dignità di uomo, di padre, di marito, di servitore dello Stato e docente universitario». Chiudeva accusando «una magistratura che ha deciso di gambizzarmi moralmente». Ultime parole: «Questo sistema l’ho combattuto in tutte le sedi istituzionali. Sono esausto, non ho più energie per farlo e me ne vado in silenzio. Alcuni dovranno avere qualche rimorso, evidentemente il rimorso di aver ingannato un uomo che ha creduto ciecamente, sbagliando, nelle istituzioni. Un abbraccio forte, forte da un uomo che fino ad alcuni mesi addietro sorrideva alla vita».

Colpito da quella morte, dove si impastavano mala-politica e mala-università, mala-amministrazione e mala-giustizia, il giornalista e scrittore Alfio Caruso, da sempre attento a questi temi (sono suoi «Da cosa nasce cosa» e l’ustionante «Perché non possiamo non dirci mafiosi») decise di farci un libro: «Io che da morto vi parlo». E stava quasi per finirlo dopo aver ricostruito una serie di vicende inquietanti quando ricevette un plico. Lo stesso spedito in contemporanea a Giuseppe Lumia, già Presidente dell’Antimafia. Conteneva un dossier anonimo pieno di fango. La faccenda sfociò in un’inchiesta. Sul margine di uno dei fogli del dossier anonimo (il diavolo fa la pentola ma non il coperchio…) era rimasto il timbro del telefono della cartoleria da dove era stato spedito. E dalla cartoleria fu possibile risalire al destinatario di uno dei fax del dossier: il numero 090-770424 era intestato alla Procura generale di Messina. Era solo la prima delle sorprese.

Convinto di essere intoccabile, il giudice Cassata accolse cerimoniosamente gli inquirenti reggini giunti a Messina per indagare su quel fax senza prendere la precauzione di svuotare l’ufficio da quanto c’era di compromettente. E cosa notò casualmente il capitano del Ros Leandro Piccoli in una vetrinetta? Un fascicolo con scritto «copie esposto Parmaliana da spedire». Istantanea telefonata al procuratore Giuseppe Pignatone che conduceva le indagini: «Che facciamo?» «Sequestrate». La carpetta, ricostruisce l’avvocato Fabio Repici che con la collega Mariella Cicero ha difeso il professore suicida, «conteneva quattro copie del dossier anonimo — senza il timbro dell’ufficio con il numero di protocollo — e su due di queste erano attaccati due post-it con su scritto “Procura ME” e “Procura Reggio C.”». Possibile che un procuratore generale si fosse abbassato a quel livello? Le prove erano schiaccianti. Da lì il rinvio a giudizio per «diffamazione pluriaggravata in concorso con l’aggravante di aver addebitato alla presunta vittima fatti determinati e di aver agito per motivi abietti di vendetta». E dopo la condanna in primo grado, fu implacabile la sentenza d’appello confermata poi in Cassazione: «…tale ritrovamento è evidente spia di un lavoro di dossieraggio che vedeva l’imputato raccogliere carte per usarle contro la memoria del professore…». La memoria d’un morto. Suicida per difendere il proprio onore di uomo perbene. La parola adesso spetta ai giudici civili che dovranno stabilire quale sia il risarcimento dovuto alla famiglia. Ma esiste al mondo una cifra che possa minimamente risarcire una cosa così?

La bufala della sicurezza a Milano spiegata (bene) da Piero Colaprico

(Piero Colaprico, da Repubblica, qui)

“Milano trema”. Ma dove ballavano i ben oliati kalashnikov, con le loro raffiche, e persino i bazooka della ‘ndrangheta, adesso lampeggiano i coltelli a buon mercato. Chi conosce i poliziotti e i carabinieri di strada sa che anche la loro paura nel tempo è radicalmente cambiata. Quando negli anni Ottanta inseguivano qualcuno, lungo le strade buie delle periferie di Milano, il pensiero comune era: “E se questo è armato?”.

Oggi si domandano un’altra cosa: “E se fosse malato?”. Si è passati dai placcaggi in stile rugby alle perquisizioni con i guanti da chirurgo.

Allora, ai tempi di criminali stra-conosciuti, come Francis Turatello, Renato Vallanzasca e Rossano Cochis; Epaminonda detto il Tebano con i suoi killer chiamati “gli indiani” per la ferocia dei delitti; ai tempi delle rapine dei terroristi rossi e neri, i morti ammazzati si contavano letteralmente a centinaia, ma Milano – lo ricorderà chi c’era – reggeva l’urto e, se era il caso, si mobilitava. Adesso, che si registrano tra i dieci e i venti omicidi l’anno, invoca l’esercito e si barrica in casa: “Milano trema” nonostante vittime e carnefici siano quasi sempre non i cittadini comuni, ma i senzacasa, i disperati, gli immigrati all’arrembaggio, quelli che hanno organizzato, al massimo, traffici da poche migliaia di euro. Questi assassini? Li arrestano quasi tutti. Le sezioni Omicidi qui funzionano con numeri da record: “fanno scuola”.

E, per capirci sino in fondo, dove c’erano le inchieste difficili, per esempio, sugli altezzosi boss della Comasina, e sui loro agguati tragici e spettacolari, costati undici morti solo nell’ultima faida metropolitana, “vinta ” dai fratelli Flachi negli anni ’90, adesso esiste un piano di sicurezza integrata. Prevede telecamere accese e sala operativa unica. Ha portato all’immediato arresto dei giovani filippini dell’altra sera, gli ultimi a finire nei telegiornali sotto la voce “allarme sicurezza”. Ragazzi, bisogna precisarlo, che hanno aggredito e ferito non per la droga, o per la supremazia da delirio delle bande. Ma solo perché altri filippini non sono arretrati. Hanno difeso il loro ballo proletario, sotto le luci fredde del Palazzo della Regione. Tentato, insomma, di salvaguardare una festa in strada: l’unica possibile, in questa costosa capitale morale, se non si hanno i venti euro d’ingresso per le discoteche, o la macchina, per inoltrarsi tra il dedalo dei capannoni industriali, riadattati e con security nerovestita, di via Scalarini, l'”ultima location”.

La stessa matematica, scienza di solito rispettata, era ed è categorica sui reati: quest’anno siamo scesi ancora, attestandoci a quota, sinora, 105mila “delitti in totale”. Cioè, abbiamo di fronte a noi milanesi numeri decisamente crollati rispetto ai 152mila reati del 2015; e diminuiti dai 162 mila del 2014. Il “meno 36 per cento dei reati a Milano in dieci anni”, viene assicurato dal ministero dell’Interno.

Il prefetto Alessandro Marangoni ha avuto un’immagine efficace per inquadrare la cosiddetta paura percepita: “Ci si sente con la spada di Damocle che ci cade sul collo, invece questa spada si allontana sempre più, non ci colpirà così facilmente, ma “ci crediamo” lo stesso”, dice, con chiara amarezza. Se c’è una città che gli dà ragione, ed è molto probabilmente la Milano che ha studiato di più, che conosce e pratica il volontariato, che ha relazioni sociali valide ed è meno povera, ce n’è anche un’altra che “trema”. E che rivendica un’inquietudine diventata un diritto, e non è più un deficit, sentendosi sostenuta dai politici che ribadiscono e rilanciano allarmi stentorei a ogni avvenimento criminale.

Sì, Milano sarà “ringiovanita “, grazie ai giovani universitari, all’uno su quattro di loro che resta qui, e ai nuovi lavori nati con il web. Ma – non scordiamolo – ci sono 90mila e 947 uomini e 115mila 78 donne (censimento del 2011) che hanno settant’anni o più: praticamente un abitante su sei è anziano e non lavora. Non solo: tutti i reati calano, è vero, ma i furti “reggono “. Chi non ha la porta blindata (e sono tanti), chi vive nelle zone ad alta densità di case occupate (almeno 200mila concittadini), si sente oggettivamente “a rischio”.

Anche le violenze sessuali, per quanto diminuite, per quanto avvengano nella stragrande maggioranza dei casi – e va sottolineato anche questo – tra conoscenti, o dentro le mura delle case (di famiglie-prigione) – oscillano sempre tra le 300 e le 250 denunce l’anno. Numeri e storie tali da impensierire chiunque al minimo ritardo.

Esiste dunque una fascia di persone per le quali le truffe e le frodi informatiche, in costante aumento, in media una ventina al giorno, sono faccende esotiche. Viceversa, una rissa in un bar rumoroso fa temere il peggio. E, a proposito di locali, resta sospesa “la” domanda cruciale: ma come può “tremare” davvero una metropoli che ieri sera, come ogni sabato, vede tra le 200 e le 300mila persone a zonzo lungo i quartieri della nightlife e degli aperitivi?

Sembra esistere una “malattia della paura percepita”: difficile pensare che dove lavorano, tra forze di polizia e vigili, quasi 15mila unità, come antidoto bastino 650 soldati e, come d’incanto, sul far della periferica sera, torni nei cuori il sereno.

Monica Guerritore: “Via Verdini e i ladri, la Carta non si tocca”

“Io credo piuttosto che il rischio Brexit, per il Paese, si concretizzi con l’uscita dalla nostra Costituzione, da questa Costituzione”. L’attrice Monica Guerritore appartiene alla schiera di artisti e intellettuali impegnati per il No al referendum. E dell’uscita di Roberto Benigni non condivide una virgola. “Una premessa però, mi permetta: non siamo in guerra”.

In che senso non siamo in guerra?
“La nostra è solo difesa di una rete che protegge tutti noi, la Costituzione come madre protettiva in un periodo in cui l’etica e il senso della comunità hanno ceduto il passo al cinismo, alla mancanza di rispetto dei diritti altrui. Solo questo…”

Pensa che chi sostenga il Sì alla riforma non abbia senso della comunità, dell’etica?
“Non penso questo. Sono però certa che la nostra Carta abbia consolidato nei decenni un legame forte col popolo italiano che prescinde dai politici che si succedono al governo. E poi, Renzi non è pericoloso, ma chi mi assicura che dopo di lui non ci sia una deriva autoritaria, agevolata proprio da questa riforma?”

Questo non vuole dire, sostiene Benigni, che non si possa riformare la seconda parte della Carta, senza intaccarne i principi.
“Non è vero. Non sono una tecnica. Ma è fin troppo ovvio che se modifichi certi equilibri, finisci col compromettere tutto. Per di più con un’iniziativa arbitraria, non condivisa”.

Però la riforma è stata approvata in Parlamento, per buona parte da una larga maggioranza.
“Sì, ma su iniziativa di un governo. Sa cosa? Io non credo nella politica. Penso che sia la politica a dover essere riformata, non la Costituzione”.

Resterà così per decenni, avverte Benigni.
“Lasciamola così. Portiamo piuttosto in Parlamento politici non corrotti, non indagati, cacciamo i cattivi legislatori: se i senatori fossero delle eccellenze, il Senato non sarebbe da buttare”.

Ci teniamo le due Camere e tutto il resto allora?
“Il problema è avere Verdini in maggioranza, o quella sindaca lì a Roma, gente scelta dai partiti. Cambiamo i partiti. Poi, nuovi eletti su criteri democratici potranno pure lavorare a una riforma condivisa della Costituzione. Ma non ora. Non così”.

(fonte: Repubblica qui)

Nel merito. Francesco Pallante: «10 domande su un Senato casa di un’incredibile serie di complicazioni»

(di Francesco Pallante, Professore associato di Diritto costituzionale, membro del Consiglio di Direzione di Libertà e Giustizia)

La riforma costituzionale voluta dal governo è talmente mal pensata e scritta da produrre, sotto diversi profili, risultati opposti a quelli auspicati dai suoi fautori. Un caso emblematico è l’incredibile pasticcio normativo relativo al nuovo Senato. Moltissimi sono i profili contraddittori o non chiari, come risulta dalle seguenti dieci domande:

1) Se si prende per buona la previsione di cui al nuovo art. 57, co. 1, Cost., che – in contrasto con il nuovo art. 55, co. 5, Cost. – riserva la rappresentanza delle “istituzioni territoriali” ai soli senatori certi, e non anche a quelli di diritto e di nomina presidenziale, occorre chiedersi: cosa c’entrano questi ultimi nel nuovo Senato? Esercitano una funzione rappresentativa? Di chi? Della presidenza della Repubblica o del presidente che li ha concretamente nominati?

2) Quanti saranno i sindaci nel nuovo Senato: ventuno o ventidue? Il nuovo art. 57, co. 2, Cost. dispone che “I consigli regionali e i consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori”. Benché la somma di consigli delle regioni e delle province autonome ammonti a ventidue (venti regioni e due province autonome), la maggior parte dei commentatori ritiene che i sindaci-senatori saranno ventuno, perché considera il consiglio regionale del Trentino-Alto Adige come “assorbito” dai due consigli provinciali di Trento e Bolzano.

Si tratta senz’altro di un’interpretazione ragionevole (e che, probabilmente, alla fine prevarrà), ma che cozza contro il tenore letterale della disposizione, dal momento che il consiglio regionale del Trentino-Alto Adige è composto non dai consigli delle province autonome, ma dai consiglieri delle stesse e la competenza a eleggere il sindaco-senatore spetta agli organi consigli (regionali e provinciali autonomi) e non ai loro componenti.

3) Se davvero il Senato rappresenta le “istituzioni territoriali”, tra cui vi sono le regioni, perché non fanno parte del Senato i presidenti delle regioni stesse, che pure ai sensi dell’art. 121, co. 4, Cost. rappresentano la propria regione? E davvero si può ritenere che ciascun consigliere-senatore rappresenti l’intera regione anziché il solo collegio in cui è stato eletto?

4) Se davvero il Senato rappresenta le “istituzioni territoriali”, perché la scelta dei consiglieri-senatori è affidata ai gruppi consiliari, vale a dire alle articolazioni regionali dei partiti politici nazionali? È ovvio che, essendo stati eletti dai partiti, i vari consiglieri-senatori si riuniranno in gruppi parlamentari secondo le appartenenze partitiche e non secondo le provenienze territoriali, sicché non ci saranno senatori della Lombardia, del Lazio, della Puglia etc., ma del Pd, del M5S, della destra etc., (faranno gli interessi dei partiti, non delle regioni).

5) Se davvero il Senato rappresenta le “istituzioni territoriali”, tra cui vi sono i comuni, come potranno i sindaci essere realmente rappresentativi se i comuni non hanno voce nella loro scelta? Perché non è stato previsto che i sindaci siano scelti dai Consigli delle autonomie locali (organo costituzionale – art. 123, co. 4, Cost. – presente in tutte le regioni)? I sindaci potranno tutt’al più essere rappresentanti del proprio comune, non certo di tutti i comuni della regione, anche perché nella nuova costituzione manca un criterio che indirizzi la scelta dei consigli regionali: di fatto, la scelta avverrà sulla base della persona (e del partito di appartenenza), non sulla base del territorio da rappresentare.

6) Se davvero il Senato rappresenta le “istituzioni territoriali”, perché il sistema delle conferenze permane e, addirittura, il governo in carica ne prevede il rafforzamento (si veda la relazione del sottosegretario Bressa)? Non sarà perché alle conferenze partecipano i membri degli esecutivi regionali, entrando in quella sede in rapporto con i membri dell’esecutivo nazionale? Lì sì che le regioni possono far valere i propri interessi (in particolare finanziari: è nelle conferenze che si distribuiscono le risorse dei fondi nazionali) e in effetti si può dire che i delegati regionali alla conferenza agiscono con mandato vincolato (diversamente dai senatori che, ai sensi dell’immutato art. 67 Cost., esercitano le proprie funzioni senza vincolo di mandato).

7) Come saranno eletti i nuovi senatori? È un vero mistero, perché il nuovo art. 57 Cost. contiene previsioni contrastanti, che non potranno essere tutte contestualmente attuate dalla legge elettorale. Secondo la nuova costituzione, i consigli regionali e delle province autonome “eleggono” al proprio interno i senatori “con metodo proporzionale”, “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi” e tenendo conto che “i seggi sono attribuiti in ragione dei voti espressi e della composizione di ciascun Consiglio”.

Almeno tre cose non sono chiare:

a) Chi decide quali consiglieri saranno senatori? Gli elettori che, secondo il nuovo testo costituzionale, “scelgono” (art. 57, co. 5, Cost.) o i consigli che, sempre secondo il nuovo testo costituzionale, “eleggono” (art. 57, co. 2, Cost.)? Le due parole hanno etimologicamente il medesimo significato, per cui: o gli elettori scelgono, ma allora i consigli si limitano a ratificare; o i consigli eleggono, ma allora gli elettori danno mere indicazioni.

b) Come si potrà ripartire i seggi tra le forze politiche presenti in consiglio regionale sulla base dei voti ricevuti da ciascuna lista e sulla base della composizione dei gruppi consiliari (nuovo art. 57, co. 6, Cost.)? La cosa non è equivalente, perché nel primo caso non avrebbe influenza il premio di maggioranza, che tutte le leggi elettorali regionali prevedono (sia pure in misura diversa), nel secondo sì.

c) Se i senatori non di nomina presidenziale sono 95, e ogni regione e provincia autonoma esprime un sindaco (22 senatori) e due consiglieri regionali (44 senatori), per l’assegnazione dei seggi tra le regioni in base alla popolazione residuano 29 senatori: ma come si fa, dovendo ripartire 29 posti tra 20 regioni? Dal punto di vista matematico, non può venirne fuori alcuna distribuzione in base alla popolazione! E poco cambia se si interpreta il nuovo art. 57, co. 2 e 3, Cost. nel senso che ogni regione esprime come minimo 2 senatori (44 senatori), perché residuano comunque solo 51 senatori da ripartire per 20.

8) Se l’obiettivo della riforma è dare stabilità al sistema politico, perché è stato previsto che si perde la carica di senatore se si perde la carica di consigliere regionale o sindaco? Questo darà vita a un Senato che andrà incontro a rinnovi parziali, privo di durata complessiva. La concreta configurazione della maggioranza di un organo statale dipenderà da vicende locali (anche personali: si pensi al caso Marrazzo), rendendo la stabilità dell’organo del tutto imprevedibile.

È vero che il Senato non darebbe più la fiducia, ma in molte materie importanti rimarrebbe il bicameralismo legislativo perfetto, sicché approvare le leggi potrebbe risultare, anche per questa via, più difficile. Inoltre, da cosa realmente dipende la durata in carica dei senatori? Mentre ai sensi del nuovo art. 57, co. 5, Cost., “la durata dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti” (dunque, occorre guardare alla durata dei consigli regionali e provinciali), ai sensi del nuovo art. 57, co. 6, Cost. la legge elettorale per il Senato dovrà, tra l’altro, regolare le modalità per la sostituzione dei senatori “in caso di cessazione dalla carica elettiva regionale o locale” (dunque, occorre guardare, rispettivamente, alla durata dei consigli regionali e dei comuni).

9) Come faranno le regioni speciali a eleggere i propri senatori? Gli Statuti di tali regioni prevedono l’incompatibilità tra la carica di consigliere regionale e quella di membro del Parlamento, con la conseguenza che se il consiglio regionale eleggesse un proprio consigliere come senatore subito dopo dovrebbe dichiararlo decaduto da consigliere per incompatibilità sopravvaluta, con l’ulteriore conseguenza della perdita anche della carica di senatore (giacché si può essere senatori solo in quanto si sia consiglieri o sindaci).

10) Se davvero il Senato eserciterà tutte le competenze previste dal nuovo art. 57, co. 5, Cost., come faranno, concretamente, i consiglieri/sindaci-senatori a trovare il tempo per esercitare il doppio mandato? In proposito, vanno anche ricordati i tempi stretti (10, 15, 30 giorni) entro cui il Senato deve esercitare le proprie competenze legislative.

In definitiva, lungi dal semplificare il sistema costituzionale, il nuovo Senato, qualora la riforma dovesse entrare in vigore, produrrà un’incredibile serie di complicazioni. Davvero quel di cui abbiamo bisogno è complicarci la vita?

(fonte)