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Cosa Nostra, operazione “Nuovo mandamento”: condanne per 280 anni. Tutti i nomi.

Per i giudici della prima sezione della Corte d’Assise D’Appello Antonino Sciortino sarebbe stato effettivamente al vertice del supermandamento di Camporeale, quello in cui avrebbe fatto convergere i clan mafiosi di Partinico e di San Giuseppe Jato. Un’accusa ritenuta non provata in primo grado, tanto che Sciortino era stato assolto e liberato, dopo essere stato detenuto al 41 bis, ma che adesso gli è costata invece una condanna a 18 anni di reclusione. Assieme a lui, alla sbarra, nell’aula bunker di Pagliarelli, c’erano altri 39 imputati, tutti presunti boss e gregari delle famiglie mafiose di Camporeale, Monreale, Borgetto, Partinico, San Giuseppe Jato e Giardinello, finiti nel blitz “Nuovo Mandamento” dell’aprile del 2013 e processati con il rito abbreviato.

I giudici hanno ribaltato il verdetto anche per Sergio Damiani, pure lui assolto dal gup e ora condannato (in continuazione) complessivamente a 11 anni di carcere. In senso opposto è stata invece rivista la sentenza per Demetrio Schirò e Vincenzo Mulè: erano stati condannati a 4 mesi in primo grado e ora sono stati del tutto scagionati.

Gli imputati rispondevano a vario titolo di mafia, estorsione, detenzione di armi e di droga, furto di bestiame e anche di un omicidio, quello di Giuseppe Billitteri, eliminato col metodo della lupara bianca il 22 marzo del 2012. Questa è l’inchiesta che aveva coinvolto anche l’ex sindaco di Montelepre, Giacomo Tinervia, arrestato per estorsione e concussione. La premessa che portò poi allo scioglimento del Comune per mafia. Tuttavia l’ex primo cittadino venne successivamente assolto da ogni accusa e la sentenza è ormai definitiva.

Sono stati concessi lievi sconti di pena a 14 persone: Salvatore Mulè è stato così condannato a 17 anni (anziché 18), Giuseppe Lo Voi a 18 anni e 2 mesi (19 anni), Giuseppe Marfia a 11 anni e 4 mesi (12 anni), Francesco Vassallo a 10 anni e mezzo, Salvatore Tocco 1 anno e 8 mesi (2 anni e 4 mesi), Vincenzo Madonia a 10 anni e 4 mesi (12 anni), Carmelo La Ciura a 10 anni (15 anni e 4 mesi), Giovanni Rusticano a 7 anni e mezzo (9 anni e 4 mesi), Giovanni Longo a 3 anni e 2 mesi (3 anni e 4 mesi), Sebastiano Bussa a 2 anni e 11 mesi (3 anni), Baldassare Di Maggio a 7 anni e 2 mesi (7 anni e 10 mesi) e Pietro Ficarrotta a 7 anni e 2 mesi (7 anni e 10 mesi), mentre Giuseppe Mulè è stato condannato a 8 anni e 2 mesi. Riduzione anche per il collaboratore di giustizia Giuseppe Micalizzi, da 5 anni a 4 anni e mezzo, che aveva iniziato a parlare con i magistrati poche settimane dopo il suo arresto.

I giudici hanno infine confermato la sentenza di primo grado per altri 22 imputati: assolti anche in appello Santo Abbate, Francesco Abbate, Vincenzo Cucchiara, Giacomo Maniaci, Antonio Badagliacca, Davide Buffa e Francesco Sorrentino, mentre è stata confermata la condanna a 20 anni per Francesco Lo Cascio che rispondeva dell’eliminazione di Giuseppe Billitteri. La colpa della vittima sarebbe stata quella di essersi opposto proprio alla creazione del nuovo mandamento. Altri tre imputati per lo stesso omicidio sono sotto processo con l’ordinario. Sono state anche confermate le condanne per due carabinieri, Francesco Gallo e Giovanni Rammacca, accusati di abuso d’ufficio perché non avrebbero multato Giuseppe Lucido Libranti (presunto boss di Pioppo, sotto processo per l’omicidio Billitteri) trovato alla guida senza patente: le pene sono rispettivamente di 6 e di 8 mesi.

Conferma anche per Giuseppe Speciale (8 anni), Francesco Matranga (10 anni), Salvatore Romano (10 anni e 8 mesi), Santo Porpora (8 anni), Domenico Billeci (10 anni e 8 mesi), Salvatore Lombardo, classe 1969 (8 anni), Salvatore Lombardo, classe 1922 (10 anni e 8 mesi), Giuseppe Abbate (8 anni), Angelo Cangialosi (8 anni), Antonino Giambrone (8 anni), Calogero Caruso (8 anni) e Salvatore Pestigiacomo (6 anni e 8 mesi).

(fonte)

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Intanto la ‘ndrangheta spara a Sydney: ucciso il boss Barbaro

Ancora un’esecuzione di puro stile mafioso in Australia, nella guerra fra bande per il controllo del mercato della droga, che vede fra i protagonisti una consolidata ramificazione della ‘ndrangheta calabrese. Pasquale Barbaro di 35 anni è stato ucciso la scorsa notte a Sydney con numerosi colpi mentre usciva dalla casa di un suo associato, da due uomini incappucciati subito fuggiti. Il giorno dopo, in un processo per omicidio, in un tribunale di Sydney sarebbe stata ascoltata un’intercettazione di Barbaro che parlava con il boss della temibile banda libanese Brothers for Life.

La famiglia Barbaro. Pasquale Barbaro (nella foto) era in libertà su cauzione in attesa del processo in dicembre davanti alla Corte Distrettuale di Sydney, per produzione e traffico della droga ice, dove rischiava una condanna a 20 anni. Pasquale Barbaro, che un anno fa era sopravvissuto a un simile agguato, porta lo stesso nome del nonno, ucciso in una simile esecuzione nel 1990. Suo zio, anche Pasquale Barbaro, sta scontando 30 anni di carcere per l’importazione nel 2009 della quantità record di 4,4 tonnellate di ecstasy, 15 milioni di pasticche nascoste i 3000 barattoli di pomodori pelati provenienti dal porto di Napoli. E il cugino, anch’egli Pasquale Barbaro, è stato assassinato a Melbourne nel 2003 insieme al noto boss criminale Jason Moran.

Le ipotesi. Secondo il giornalista giudiziario Keith Moor vi sono sospetti che Barbaro fosse diventato un informatore della polizia. “Il sospetto è che sia stato ucciso per aver violato il codice di omertà, come è successo con suo nonno nel 1990”, ha detto alla radio nazionale Abc. L’uccisione potrebbe anche essere legata a qualcosa di diverso dalla guerra fra bande. “Era coinvolto in diversi reati fra cui la droga. E’ ovvio che si sia fatti dei nemici e vi sono stati tentativi di eliminarlo nel passato”, ha aggiunto.

(fonte)

Citano Berlinguer. E sbagliano. Avanti così.

Quindi i sostenitori del sí oggi hanno deciso di usare Berlinguer come clava pubblicando questa immagine:

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In pratica per rimanere nel merito ci (come dicono loro) non hanno niente di meglio (loro che governano con la destra e soprattutto come la destra) che insistere sulle “cattive compagnie” degli altri (che sono le stesse con cui il PD ha votato per il referendum sull’acqua e contro la riforma costituzionale proposta da Berlusconi. Ma non solo: nel giochetto riescono anche a sbagliare. Prendono Berlinguer per dirci che i “compagni” non votano come i fascisti e dimenticano che il PCI votò tranquillamente leggi che riteneva giuste senza preoccuparsi delle compagnie. Esempio? Il referendum per la legge sulla scala mobile, tanto per citarne una. Basta controllare qui.

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Perché votiamo cretini per governarci?

(Alessio Postiglione scrive un articolo per HP che sembra satira. Ma non lo è.)

Perché eleggiamo cretini per governarci? Potrebbe sembrare irrispettoso e snob ma, nelle democrazie europee, abbiamo una certa predilezione per votare personaggi le cui biografie non sembrano le più adatte: comici, attori, saltinbanchi dei reality, smandolinatori da crociera. Mentre un tempo la politica era grigia perché era seriosa, ci si aspettava che un politico si formasse alla Frattocchie, studiasse i dossier, facesse una gavetta dal quartiere al parlamento, oggi promuoviamo sul campo maschere carnascialesche, che hanno fatto della battuta greve la loro raison d’être.

E questo non significa non riconoscere la loro validità politica. In questo post, spiego le ragioni politiche della vittoria di Trump. Tuttavia è indubbio che il neo presidente americano, come già Berlusconi o Grillo, seppur non cretini, siano un’altra cosa: spettacolo prestato alla politica. Portatori di un linguaggio diverso e spensierato, fatto di “vaffa”, corna, battute sulle donne, che ha definitivamente spazzato via i grigi “professoroni”, il culturame, i sociologismi d’antan.

Alla rappresentanza politica si è sostituita la rappresentazione, alle drammatiche disquisizioni da “intellettuali da Magna Grecia”, la commedia. Il giornalismo si è trasformato di conseguenza: prima infotainment, oggi satira nei teatri. Sia nei media che nella politica, cos’è ragionamento e cosa cabaret?

Molte le ragioni di queste nuove leadership. È la logica dei Nip – not important person – che ha prevalso sui Vip, secondo la dinamica dei reality e del Grande Fratello. È la mediatizzazione della politica, per la quale servono physique du role e non éminence grise. È la controdemocrazia del pubblico, parafrasando i politologi Pierre Rosanvallon e Bernard Manin, che si basa sull’espressione reiterata del dissenso, dietro schermi e pc, e che tende a premiare cioè che Sergio Fabbrini ha definito élite negative. Ma c’è un motivo in più.

La politica soffre di “selezione avversa“, per cui si sceglie sempre la cosa sbagliata.

(continua qui)

Sandra Bonsanti: «Questi padri costituenti. Come è potuto accadere?»

(di Sandra Bonsanti, Huffington Post 14 novembre 2016)

Ma come è potuto accadere che fosse un signore imputato per appartenenza a un’associazione segreta, per il quale il Pm ha chiesto quattro anni di carcere, a concordare la riforma della costituzione con il governo Renzi? Uno come Denis Verdini che rivendica a ogni piè sospinto la sua partecipazione decisiva al tentativo di indebolire il nostro Parlamento e rafforzare il potere del governo e del suo capo?

E come è potuto accadere che un banchiere del vertice di Banca Etruria chiamato Boschi si rivolgesse in cerca di grandi nomi per il governo della banca, a un tal Flavio Carboni per il quale, nella stessa inchiesta sulla P3, il Pm ha chiesto nove anni e mezzo di carcere? Verdini, padre costituente, accusato di aver fatto parte “di un’aggregazione stabile che aveva scelto la segretezza come forma strutturale e sistematica per poter penetrare negli apparati dello Stato, a tutti i livelli…”.

Cosa c’è di malato in questa Italia avvinghiata agli spettri di un passato tutt’altro che glorioso proprio quando predica il cambiamento derivante da una nuova Costituzione? Ci aiuta a trovare una spiegazione, una intervista che Carlo Azeglio Ciampi dette a Mario Calabresi nel gennaio del 2013. Disse Ciampi: “In Italia non si è data sufficiente importanza a cosa è stata la P2, ma villa Wanda è ancora aperta e il titolare è ancora lì (Gelli morì due anni dopo, nel 2015, ndr) e molti degli aderenti a quella loggia massonica sono ancora in circolazione. La stagione della P2 non è mai finita, ha continuato ad agire sotto traccia, continuando a inquinare le istituzioni italiane. Il fatto di non aver estirpato fino in fondo questo cancro è un grande cruccio”.

Mi sono chiesta se fosse soltanto il grido di allarme un po’ generico e un po’ ripetitivo di un padre della patria… oppure, invece, la denuncia del politico accorto e informato, che visse in prima persona gli anni della Banca d’Italia, le vicende legate a Sindona e Calvi, a Sarcinelli e Baffi, a Giorgio Ambrosoli… a Gelli, a Andreotti…

Me lo sono chiesta poche settimane fa, alla morte di Tina Anselmi, quando in molti hanno voluto ricordarla per i tanti motivi per i quali dobbiamo esserle grati, ma pochi hanno nominato la commissione P2 e l’ansia che ha sempre tormentato quella grande donna perché vedeva che la sua sfida era persa e l’antistato era più vivo che mai.

Lo tenevano sempre attivo coloro che da sempre avevano sostenuto il piano di rinascita della P2: un progetto che arrivava da lontano, dai primi anni del dopoguerra, alimentato da spezzoni della politica italiana che si muovevano verso una destra eversiva. E che sono sopravvissuti alimentando molti dei progetti di riforme della costituzione volte a rafforzare l’esecutivo nella mani di un sol uomo, venendo finalmente alla luce della ribalta con la grande riforma di Craxi e i progetti di repubblica presidenziale.

Ecco perché le preoccupazioni di Carlo Azeglio Ciampi non posso e non devono essere sottovalutate. Ecco perché le trame di Verdini e Carboni possono essere una cosa seria. Ecco perché non c’è assolutamente nulla di nuovo nella costituzione Boschi-Renzi-Verdini. Ecco perché deve essere respinta.

Intanto Renzi fa felice il Front National. Avanti così.

Lui si chiama Florian Philippot ed è il vicepresidente del Front National, partito di estrema destra francese tanto caro a Salvini e a tutti i piccoli salvinini razzisti che gironzolano in Europa. L’estrema destra francese ora scopre che l’Italia non è così lontana e quando si accorge che Matteo Renzi ha iniziato il suo percorso di trumpizzazione per racimolare voti a destra per il prossimo referendum del 4 dicembre togliendo la bandiera dell’Europa Philippot non riesce a trattenere un moto di gioia barzotta:

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Sono i balzi di chi ha deliberatamente deciso di snaturare un partito pur di garantirsi l’autopreservazione al potere. Non conta più nulla, non contano le sensibilità politiche, non contano le compagnie, non contano i populismi e non contano nemmeno gli applausi del fronte opposto: questo referendum è un maiale, non si butta via niente. E allora viene normale pensare che alla fine Trump, qui da noi, sia arrivato da un bel può anche da noi, semplicemente diluito.

(il mio buongiorno per Left è qui)

 

I profughi. Una poesia.

I PROFUGHI

(di Adam Zagajewski)
Piegati da un peso
che non sempre si vede
avanzano nel fango o nella sabbia del deserto,
chini, affamati,

uomini di poche parole dai pesanti caffettani,
adatti a tutte le stagioni,
donne vecchie dai volti sciupati
che portano qualcosa, un neonato, una lampada
– un ricordo- oppure l’ultimo tozzo di pane.

Può essere la Bosnia, oggi,
la Polonia nel settembre ’39, la Francia
otto mesi più tardi, la Turingia nel ’45,
la Somalia, l’Afghanistan o l’Egitto.

C’è sempre un carro, o almeno un carretto,
colmo di tesori (il piumino, la tazza d’argento
e il profumo di casa che presto svanisce),
un’auto senza benzina abbandonata nel fosso,
un cavallo (che sarà tradito), la neve, molta neve,
troppa neve, troppo sole, troppa pioggia,

e quel caratteristico curvarsi,
come verso un altro pianeta, migliore,
con generali meno ambiziosi,
meno cannoni, meno neve, meno vento,
meno Storia (purtroppo un simile pianeta
non esiste, resta solo il curvarsi).

Tascinando i piedi,
vanno lentamente, molto lentamente,
verso il paese da nessuna parte,
verso la città nessuno,
sul fiume mai.

Dalla raccolta  “Tradimento“, Adelphi 2008, traduzione di Valentina Parisi. Lo potete comprare nella nostra Bottega dei Mestieri Letterari qui.

Nel merito. Alfredo Robledo: “Al referendum voto No. Con il Sì passiamo all’oligarchia”

Toh, anche Robledo vota no e intervistato da Angela Gennaro per Huffington Post (qui) spiega il perché;

«Perché se passasse questa riforma costituzionale, per come proposta, si finirebbe per spostare di fatto le leve di comando in capo a un’oligarchia che avrebbe come riferimento il presidente del Consiglio. E onestamente, a prescindere da chi sia il premier, ritengo che sarebbe una situazione restrittiva dei diritti dei cittadini. Non posso non pensare al memorandum del 2013 di un colosso della finanza mondiale come JP Morgan. Lì la banca d’affari statunitense parlava di politica, istituzioni e Costituzioni, criticando in buona sostanza le Carte antifasciste e troppo “socialiste” degli Stati europei. Una delle ragioni della crisi, si sosteneva, era insomma il fatto che le persone avessero “troppi diritti” in Europa. Ecco: far passare una riforma che dà ragione a quelle critiche è un fatto che mi preoccupa tantissimo.

Ma come si concretizzerebbe questa “svolta oligarchica”?
La preoccupazione nasce con il collegamento con la legge elettorale, la quale finisce in pratica per contribuire – con la nomina dei capilista bloccati – a negare il diritto di rappresentanza dei cittadini. Gli eletti non risponderebbero al corpo elettorale ma al segretario del partito che li ha indicati in lista. Con questo combinato disposto, il potere esecutivo riuscirà a condizionare gli altri poteri, anche quello giudiziario – penso alla Corte Costituzionale – e la Presidenza della Repubblica. Insomma, il rischio è quello di una vera e propria forma di controllo. E una tendenza simile si è già manifestata con la magistratura.

In che modo?
Prendiamo la questione del prepensionamento delle toghe, deciso dal governo nel 2014: nuovi limiti di età che spostano l’età della pensione dei magistrati da 75 a 70 anni. In questi due anni abbiamo assistito a uno slittamento del provvedimento. Ma ci hanno anche fatto vedere uno scenario inedito: un sostanziale accordo delle correnti in magistratura, in contesti dove prima c’erano solo scontri. Per me, così, si è sostanzialmente creata una situazione di dipendenza della magistratura dalla politica: la mia categoria deve raggiungere un accordo perché, con buona pace dell’indipendenza, nessuno può permettersi di non partecipare all’indicazione delle nomine dei magistrati al vertice. Certo, le nomine sono fatte dal Consiglio Superiore della Magistratura, composto per due terzi da colleghi eletti dai magistrati, e un terzo da laici eletti dal Parlamento. Eppure proprio quei membri laici, in questi due anni di nomine, non si sono più divisi come invece spesso accadeva in passato, ma hanno fatto come mai prima d’ora fronte comune nelle votazioni. Un’armonia sospetta.

Qualcuno potrebbe accusarla di avercela con questo governo. 
Assolutamente no. Quando parlo di rischio oligarchico lo faccio a prescindere da chi sia il presidente del Consiglio e da chi sia formata la maggioranza. È la Storia, oltre che la cronaca attuale, a far suonare il campanello d’allarme. Non certo io.

Altri tasti dolenti della riforma?
L’immunità del nuovo Senato. I 95 senatori vengono ripartiti tra le Regioni in base al loro peso demografico: 74 senatori saranno eletti tra i membri dei Consigli regionali e 21 tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori. I nuovi senatori godranno delle stesse tutele dei deputati, ovvero delle prerogative dell’articolo 68 della Costituzione: non potranno essere arrestati o sottoposti a intercettazione senza l’autorizzazione della loro camera. E qui mi permetto di delineare il peggiore degli scenari: cosa impedisce ad un partito, prima delle elezioni, di fare una valutazione di utilità rispetto alla scelta di persone che si ritrovano anche in situazioni giudiziarie non trasparenti? Cosa impedisce che da un governo forte arrivi l’input a indicare delle persone da salvare, traghettandole al Senato e alla sua immunità anche nell’esercizio di funzioni amministrative e non solo parlamentari?»

(l’articolo è qui)

L’esercito in citta? «è un sedativo sociale, in grado di rassicurare sul brevissimo periodo e a dosi minime»

Persone di cui tenere il nome in tasca: Roberto Cornelli, professore di Criminologia, ex sindaco di Cormano e ex Segretario di Milano Città Metropolitana per il PD. Ecco cosa scrive sulla questione milanese (di eserciti, violenza e tutto il resto):

«Un’avvertenza in premessa: sono discorsi difficili, forse non adeguati al mezzo che sto usando. Ma se non si prova a farli anche qui (oltre che nelle aule universitarie e nelle sedi scientifiche internazionali) temo che si perda un’occasione. 

Nelle metropoli talvolta capita che ci si uccida, all’incrocio di una strada come tra i muri di casa. A Milano capita molto più raramente che in altre metropoli d’Europa e del mondo. Ma quando capita la tragedia irrompe, travolgendo chi ne è coinvolto, i familiari, gli amici e la società intera, che rimane scossa dalla propria vulnerabilità e per la propria impotenza.
Che fare? Innanzitutto, ci si deve capire qualcosa di ciò che sta accadendo, e la tragedia, per essere comprensibile, deve avere un senso rispetto alla vita che quotidianamente conduciamo.
Ma che senso può avere per tutti noi l’uccisione di un uomo ad opera di un altro uomo?
Sono convinto che un omicidio che accade sia capace di scuotere profondamente le nostre fondamenta sociali, riportandoci ogni volta a temere ciascun altro come un potenziale nemico. Da qui la ricorrente richiesta di aumentare le protezioni, di moltiplicare i presidi di controllo, di militarizzare il territorio, di ritenere sicuro solo il mio spazio personale privatizzato.
Sono convinto però che un omicidio che accade possa spingerci anche a riflettere sul fatto che nella storia, quella vicina e quella lontana, gli uomini hanno smesso di uccidersi tra loro quando hanno iniziato a collaborare e, collaborando, a imparare sempre nuove modalità di relazionarsi con gli altri che prescindessero dall’uso della violenza. E’ un po’ come quando i bambini in età prescolare apprendono a convivere senza aggredirsi fisicamente, con drammi e fatiche immense (loro e di quelli che stanno loro intorno), e alla fine moltissimi ce la fanno. Gli uomini hanno iniziato a uccidersi sempre meno tra loro quando hanno imparato a stare in società quando gli atteggiamenti che hanno adottato e le istituzioni che si sono dati hanno potenziato il rispetto reciproco (non a caso nelle democrazie consolidate il tasso di omicidi è mediamente più basso).
Così, l’omicidio che accade entra in un’altra trama di significati, in cui proprio la paura di ripiombare in società violente ci spinge a ridare valore a un progetto di società che vede nell’affermazione della dignità di ogni persona un ancoraggio saldo per evitare che le tragedie diventino normalità.
Evidentemente non ho parlato di politiche di sicurezza, ma ritengo che sia proprio a partire da questa opzione culturale che si possa provare a reagire alle emergenze con progetti strutturati ed evitando di ricorrere sempre e solo a “sedativi sociali”, tanto facili quanto spesso inefficaci.

Sintesi per la stampa: la richiesta dell’esercito è un sedativo sociale, in grado di rassicurare sul brevissimo periodo e a dosi minime (se non diventa cioè una richiesta ricorrente). Per il resto (per ridurre la violenza o assicurare alla giustizia gli autori) serve a ben poco. Può essere addirittura dannoso se concepito come LA soluzione.»