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Muijica e l’apologia della sobrietà

Da leggere l’intervista a Muijica su Repubblica:

Lei è diventato un ideale politico nel mondo perché ha vissuto e vive come la parte più povera dei suoi concittadini e non come quella più ricca. Pensa di essere una eccezione nella politica di oggi?
“Sicuramente sono stato un’eccezione anche nel mio Paese. Però la mia è soprattutto una filosofia di vita. Il problema è che viviamo in un mondo nel quale si crede che colui che trionfa debba possedere tanto denaro, avere privilegi, una casa grande, maggiordomi, tanti servitori, vacanze extralusso. Mentre io penso che questo modello vincente sia solo un modo idiota di complicarsi la vita. Penso che chi passa la sua vita a accumulare ricchezza sia malato come un tossicodipende, andrebbe curato”.

Diventare sempre più ricchi è una malattia?
“Ho conosciuto dei multimilionari, anche molto anziani. E a molti ho chiesto per quale ragione continuassero a accumulare denaro se tanto poi alla fine avrebbero dovuto lasciarlo qua. La risposta è sempre stata che non potevano farne a meno, come una malattia”.

Si oppone alla globalizzazione?
“No, non è possibile. Sarebbe come essere contrari al fatto che agli uomini cresce la barba. Ma quella che abbiamo conosciuto finora è soltanto la globalizzazione dei mercati. Che ha come conseguenza la concentrazione di ricchezze sempre maggiori in pochissime mani. E questo è molto pericoloso. Genera una crisi di rappresentatività nelle nostre democrazie perché aumenta il numero degli esclusi. Se vivessimo in maniera saggia, i sette miliardi di persone nel mondo potrebbero avere tutto ciò di cui hanno bisogno. Il problema è che continuiamo a pensare come individui, o al massimo come Stati, e non come specie umana”.

Lei è ateo ma condivide molte idee con Papa Francesco, soprattutto la critica della società consumistica e del capitalismo selvaggio.
“La mia idea di felicità è soprattutto anticonsumistica. Hanno voluto convincerci che le cose non durano e ci spingono a cambiare ogni cosa il prima possibile. Sembra che siamo nati solo per consumare e, se non possiamo più farlo, soffriamo la povertà. Ma nella vita è più importante il tempo che possiamo dedicare a ciò che ci piace, ai nostri affetti e alla nostra libertà. E non quello in cui siamo costretti a guadagnare sempre di più per consumare sempre di più. Non faccio nessuna apologia della povertà, ma soltanto della sobrietà”.

Quel pasticciaccio brutto del bonus ai giovani e dei guadagni per Amazon

Attenzione, la domanda la pone (qui) Francesco Boccia, un deputato del PD:

«Ma vi pare normale che Amazon, azienda leader mondiale nel commercio elettronico, fornisca la vendita di beni e servizi connessi al bonus cultura di 500 euro erogati dallo Stato per i diciottenni? Lo farà gratis? Penso proprio di no. Ovviamente continuando sui servizi che eroga a non pagare le imposte dovute in Italia. E con uno dei principali azionisti privati (Diego Piacentini) che lavora per il governo. Almeno si risparmi l’offesa all’intelligenza media degli italiani nel ribadire che lavora gratis.

Qui il problema non è cosa fa Piacentini, ma se ci sembra normale che i dati dai nostri ragazzi debbano essere anche nelle mani di privati (Spid, sistema pubblico di identità digitale è già un fallimento per costi e tempi, ma il tema delicato per me è connesso a chi possiede e utilizza le informazioni: i gestori privati di identità Spid).»

Ora sarebbe curioso ascoltare la risposta, eh.

Nel merito. Gherardo Colombo: «Perché questa riforma è un pasticcio»

“Con il sistema disegnato dalla riforma costituzionale, i nuovi senatori risponderebbero ai partiti, non alle autonomie locali. E, questo, diminuirebbe lo spazio della democrazia”. Per Gherardo Colombo – ex membro del pool Mani pulite, saggista, credente della regole anti autoritarie, autore con Piercamillo Davigo di un libro-dialogo dal titolo “La tua giustizia non è la mia” (Longanesi, 176 pp., 12.90 euro) – l’architettura istituzionale immaginata da Matteo Renzi e compagni “è un pasticcio che non aiuterà a far funzionare utilmente il sistema italiano”. E nemmeno il livello del dibattito pubblico è all’altezza: “La discussione a cui stiamo assistendo – dice all’Huffington Post – è molto più prossima alla propaganda che all’analisi e all’informazione. I punti veri non vengono quasi mai toccati. Si enfatizza la riduzione dei costi della politica e la semplificazione legislativa, ma il primo aspetto è marginale, il secondo va contro la reale necessità dell’Italia: che avrebbe bisogno di meno leggi, non di più velocità nella loro approvazione”.

Definirebbe “populistico” questo confronto?
No, perché non voglio fare un torto al popolo.

Cosa non la convince del referendum?
Non si possono chiamare i cittadini a rispondere solo con un ‘sì’ o con un ‘no’ quando devono valutare argomenti così differenti: la composizione del senato, l’abolizione delle province e del Cnel, le regole per l’elezione del presidente della repubblica. Sono materie diverse. Sarebbe stato necessario formulare un quesito per ognuna di queste proposte.

Il problema maggiore che riscontra?
L’erosione delle autonomie regionali, peraltro solo delle regioni a statuto ordinario. Semmai, sarebbe giusto abolire quelle a statuto speciale. Mi chiedo, poi, come riusciranno i nuovi senatori a fare contemporaneamente i senatori e i sindaci.

C’è qualcosa che apprezza?
L’abolizione del Cnel e delle province.

Che cos’è la costituzione per lei?
È la legge fondamentale, che coincide al novantanove per cento con l’idea di giustizia.

Non rischia di sacralizzare la costituzione identificandola con la giustizia?
Intendo la mia idea di giustizia. Ma credo di no: la costituzione garantisce a ciascuno la libertà di esprimere la propria diversità, cioè di essere cattolico, protestante, ebreo, socialdemocratico, conservatore, estremista o moderato. Allo stesso tempo, però, impedisce che queste diversità diventino causa di discriminazione, stabilendo che tutti siano eguali di fronte alla legge e abbiano pari opportunità.

Nella costituzione italiana non c’è un riferimento al diritto di ricercare liberamente la felicità, presente invece nella dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America: la invidia?
Non la invidio perché la nostra costituzione esprime lo stesso concetto con parole diverse, enunciando all’articolo 3 che è compito della repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono la realizzazione delle persone.

Ma realizzazione e felicità sono due cose diverse.
Provi a immaginare una legge che imponga per diritto la felicità: sarebbe un controsenso.

La dichiarazione d’indipendenza statunitense però riconosce un diritto, non impone di essere felici.
Nel tempo in cui la costituzione è stata scritta, era difficile enunciare il diritto alla felicità in un paese cattolico come era il nostro. Oggi forse lo si potrebbe fare. Tuttavia, una legge si può mettere al servizio della felicità di tutti solo garantendo la libertà di chiunque. E questo la costituzione italiana lo fa.

(continua su Huffington Post qui)

«Ecco perché non si può votare Trump»: parla un suo ex avvocato

(di Tohmas M. Wells)

Mi piace l’autenticità. Sono preparato a lasciare che un candidato dica qualcosa con cui non sono totalmente d’accordo, e a sostenerlo/a comunque. Credo che la necessità di essere politicamente corretti sia andata troppo oltre. Credo anche che i media, spesso, montino e distorcano storie fino alla menzogna.

Credo che una middle class di successo sia la chiave della storia del successo americano, in termini sia economici che politici, e che i lobbisti abbiano fin troppa influenza. Sono un pragmatico, tanto da preferire il compromesso all’ideologia. Mi piacciono gli accordi, soprattutto quelli del tipo “win-win”.

Dunque, Donald Trump è il “mio” candidato, giusto? No, non lo è!

Nel 1987, quando io avevo 35 anni e lui 41, Donald Trump mi assunse come legale per un importante progetto nel nord del New Jersey: un centro commerciale che, come tutto il resto, avrebbe portato il suo nome, il “Trump Centre”. Il fatto che lui mi avesse scelto era molto importante per me, un grande onore arrivato solo un paio d’anni dopo aver avviato il mio studio legale che ora ha più di trent’anni. Era ancora il periodo in cui Trump costruiva edifici, aveva appena finito la Trump Tower.

Sembrava uno intelligente, dotato di fiuto per gli affari, risoluto. Possedeva un ufficio impressionante, una barca enorme, una linea aerea, un elicottero e diversi casinò. Nel giro di qualche anno, avrebbe perso praticamente tutto a causa di pessime decisioni d’affari. Per Donald Trump hanno lavorato tantissimi avvocati, un mucchio. Non sono Roy Cohn (non sono aggressivo come lui e neanche, spero, moralmente discutibile come lui) ma sapevo bene quanto ottenere l’utilizzo del suolo contasse in un iter procedurale impegnativo nel New Jersey. Ero elettrizzato quando mi assunse.

Dopo il colloquio iniziale, i miei contatti con Donald non furono molto frequenti, a dire il vero. Ma ricordo bene un infelice episodio (che non dimenticherò mai): un viaggio in limousine (alla volta di un meeting con il consiglio di redazione di un giornale del New Jersey) durante il quale il mio cliente, sposato, cercò di intrattenermi parlandomi del numero e delle qualità di giovani donne disponibili che, a suo dire, “lo volevano”. Ero evidentemente scioccato e imbarazzato, ma continuavo a sorridere. Volevo che il cliente fosse felice, ne avevo bisogno.

Mentre lavoravo per Donald, diversi servizi giornalistici sostenevano che Trump, e la moglie dell’epoca Ivanna, vivessero in un appartamento della Trump Tower composto da 8, 16, perfino 20 o 30 stanze. Sinceramente incuriosito, una volta gli chiesi quante camere ci fossero davvero in quell’appartamento. Non dimenticherò mai la sua risposta “Tutte quelle di cui scriveranno”.

Donald Trump era, all’epoca come adesso, eccessivo, esagerato soprattutto ai suoi stessi occhi. Ma, al tempo stesso era spaventosamente piccolo, un uomo dalla scarsa moralità. Era, e lo è ancora, tutto ego e spettacolo.

Ci ho pensato tanto e voglio condividere il mio modesto parere sui motivi per cui non possiamo eleggere Donald Trump presidente degli Stati Uniti. Per me, è più una questione di carattere che di politica. A causa della mancanza del primo, la seconda (la vera linea politica di Donald Trump) non è così semplice da riconoscere.

Una volta iniziato a snocciolare le ragioni per cui Donald non sarebbe un bene per il nostro Paese, è stato difficile fermarsi. Sono riuscito a fermarmi, però, arrivato a 20. Circa 4000 parole. Continuate a leggere se siete interessati.

1. Quell’uomo mente sempre. 
Da bugiardo patentato, lo fa impunemente. “A Jersey City ho visto migliaia di persone esultare mentre il World Trade Center crollava” “Nell’ultimo trimestre il prodotto interno lordo è stato meno di zero”. “Il numero di immigrati illegali negli Stati Uniti è di 30 milioni, potrebbe salire a 34”. “Il governo messicano obbliga i soggetti più pericolosi ad entrare nel nostro paese”. “Il tasso di disoccupazione potrebbe arrivare al 42%”.

Tutte queste affermazioni sono uscite dalla bocca di Donald, spesso urlate, più volte davanti a folle numerose. Vogliamo parlare della bufala “Le statistiche sulla criminalità indicano che i neri uccidono l’81% delle vittime bianche di omicidio?”. Verrebbe da chiedersi come una simile bugia possa essere concepita, figuriamoci detta. Donald Trump afferma tutte queste cose a viva forza, quindi forse devono essere vere. Ma non lo sono!

Non vi è un briciolo di verità, è inequivocabile. En passant, viene da riflettere sulla veridicità delle frequenti affermazioni di Trump a proposito del fervore della sua Cristianità e del fatto che la Bibbia sia il suo libro preferito. Evidentemente, “non dire falsa testimonianza” non è il suo Comandamento preferito.

2. In realtà, non ruota tutto intorno al candidato. 
“Non è incredibile che io abbia ragione così spesso? “Solo io posso rimediare” “Ho un grande cervello”, “Sono molto, molto ricco”.

Donald dice davvero cose del genere. Il suo ego non sembra conoscere limiti. Quando Donald si sente offeso da qualcuno, diventa ossessionato senza riuscire a controllarsi. Si agita, diventa furioso e dice cose incredibilmente inopportune. È in stato di grazia quando può ottenere un risultato che brama con la prepotenza.

Avete mai notato che le storie vere raccontate dagli altri candidati su persone che hanno conosciuto, e che magari lottano con un problema serio, non fanno parte del lessico di Trump? Continua a dirci che gli interessano solo i vincitori. Credo che questa gente non abbia i requisiti giusti. Per dirla in un altro modo, Donald Trump non è capace di relazionarsi bene agli altri.

In primis, ha le sue idee su chi deve affiancarlo. Inoltre vuole essere lui a condurre i giochi. È quel bambino capriccioso che vuole che le cose vengano fatte a modo suo, o se ne va battendo i piedi. Cosa succederà quando capirà che anche la carica più alta della nazione non riguarda soltanto lui? Vogliamo mettergli in mano i codici per l’attivazione delle armi nucleari?

3. I presidenti degli Stati Uniti non sono re. 
La Costituzione li obbliga a condividere il potere. Donald Trump, che usa la parola “Io” più di qualsiasi altra persona abbia mai aspirato a questo incarico, ha una tendenza sfacciatamente autoritaria. Vuole essere un “uomo forte”, non un presidente.

Dovremmo domandarci cosa accadrebbe se fosse davvero chiamato a governare o a chiudere uno dei suoi accordi, in un mondo politico “a somma zero” dove l’altra parte dice semplicemente di no. Cosa dire della sua bassa curva dell’attenzione, della sua irascibilità e del suo bisogno di twittare ogni frustrazione?

4. Il diavolo si nasconde nei dettagli. 

“Vincendo così tanto ci stancheremo di vincere”, “Chiudiamo buoni accordi con la Cina” o perfino il famoso “Make America great again” sono slogan che non dicono nulla, in realtà. Non siamo stupidi, condividi qualche dettaglio con noi, così da farci capire se sai di cosa stai parlando. Per Donald, tuttavia, nei rari casi in cui a queste dichiarazioni seguono cifre specifiche (come il muro di 1609 chilometri, alto dai 35 ai 55 piedi o la deportazione di 11 milioni di immigrati) i dettagli non arrivano mai.

Non ci dicono mai che per costruire quel muro, anche più basso di 35 piedi (stando alle attuali stime edilizie) ci vorrebbero 25 miliardi di dollari anche se riuscisse ad ottenere il terreno per costruirlo (la maggior parte della frontiera su cui Trump vuole costruire il muro si trova in mezzo a un fiume e, in molti casi, la terra potrebbe non essere sicura abbastanza da costruire una recinzione).

La sua soluzione magica per fare in modo che sia il Messico a pagare? L’unica proposta che ho sentito prevede di confiscare le rimesse a quanti inviano soldi a casa o una delle sue “tariffe del 45%”. Come potrà mai funzionare per gli americani che inviano soldi alle famiglie o per tutti noi che pagheremo il 45% in più sulla merce prodotta in Messico o per l’azienda americana che si occuperà della fabbricazione? E cosa dire del fatto che il muro farebbe ben poco per fermare l’immigrazione illegale, causata perlopiù dai “soggiorni troppo lunghi” dei visitatori e che probabilmente creerà pochissimi posti di lavoro (semmai ce ne saranno) per le persone che Trump ha aizzato con il suo delirio xenofobo?

Prendiamo in considerazione la deportazione e concentriamoci sulle questioni serie. Esattamente come crede di riunire e deportare undici milioni di persone. Userà gli stadi e nazionalizzerà le navi da crociera? Chi si occuperà del raduno: di certo non la polizia, l’esercito forse? E i bambini abbandonati? Che dire del fatto che le fattorie americane, i ristoranti, per non parlare dei posti di lavoro nel settore del giardinaggio o della manodopera edilizia resteranno vacanti? Lavori fondamentali, certo, ma sono queste le occupazioni che Trump ha intenzione di destinare ai suoi “Americani veri”, per far sì che l’America torni ad essere grande?

5. Le parole sono importanti. 
Non è tutto un “disastro”, non è tutto “stupido”, una “disgrazia”. E non è neanche tutto “straordinario”, “enorme”, “Fantastico”, “meraviglioso”. Non sono tutti “perdenti” o “stupidi”. Parlare di ex presidenti bugiardi (o che erano “un disastro”, la sua preferita) o definire dittatori stranieri dei grandi leader non migliora il discorso.

Gli americani non sono dei puritani (almeno la maggior parte), ma la volgarità urlata dai palchi, le allusioni alle dimensioni del pene, le rivelazioni sulle conquiste sessuali, le critiche al ciclo mestruale di una giornalista e le offese rozze di ogni tipo non si addicono ad un presidente. Abbiamo dei figli.

6. Leggere è bello. E lo è anche studiare. 
Di recente, Trump ci ha detto che non legge tanto. Sappiamo di certo che non ha scritto un libro grazie alle recenti rivelazioni di Tony Schwartz. Quest’ultimo è stato suo ghost writer per il libro “The Art of the Deal” (sì, ne ho una copia dalla prima pubblicazione, autografata da Donald che mi consiglia di “continuare così”) e che, a detta di Donald, tra i libri da leggere assolutamente è secondo solo alla Bibbia.

Anche se sono stato proprietario di una libreria per diversi anni, e non permetterei ai miei figli di guardare la TV durante la settimana per incoraggiarli a leggere, non credo che sia obbligatorio leggere per guidare un paese. Credo, tuttavia, che quanti aspirano a guidarci debbano studiare duramente, cercare di acquisire saggezza dagli altri, di padroneggiare idee e relazioni molto complesse. Credo che essere presidente sia difficile. Sono felice di sapere che, dopo una lunga giornata, il Presidente Obama si ritiri nel suo ufficio privato per dedicarsi a 3 o 4 ore di studio… e letture.

Un’ interpretazione corretta delle dichiarazioni bizzarre di Trump, e dei suoi scivoloni, rende evidente che non ha la minima propensione per la lettura e lo studio. Per usare le sue parole, prende decisioni “con pochissima conoscenza” delle questioni, oltre a quella già acquisita, più la parola “buonsenso, perché ne ho parecchio, così come ho molto fiuto per gli affari”. È una singolare forma di arroganza, credere di poter anche solo immaginare di essere il leader del mondo libero senza sforzarsi di capire profondamente un simile incarico.

7. Il nuovo vocabolario a cui ci stiamo adattando è pessimo. 
Xenofobo (chi prova avversione e paura per gli stranieri e per tutto ciò che è straniero). Misogino (chi nutre un forte pregiudizio verso le donne), nativista (chi preferisce gli abitanti autoctoni agli immigrati). Fascista (autoritario e dittatoriale). Bigotto (chi è intollerante verso opinioni differenti). Demagogo (chi mira a ottenere il consenso popolare basandosi sulla lusinga e sulla promessa e non su argomentazioni razionali). Sostenitore della distopia (descrizione di uno stato, tipicamente totalitario, dove tutto è sgradevole e squallido). Razzista (sapete cosa significa).

Siamo stati costretti a tirar fuori il vocabolario per capire molti dei termini utilizzati dai media per descrivere il fenomeno unico che è Donald Trump. A spaventare è il fatto che queste strane parole siano davvero appropriate. Che ne è stato delle espressioni “uomo di stato”, “ben qualificato” o perfino “brillante” usate per descrivere le persone che vogliamo eleggere per una carica tanto importante? Nessuna di queste è stata associata al “The Donald”.

8. Dobbiamo stare attenti al “duro”. 
Riferendosi ad un dimostrante durante un raduno, Donald Trump ha detto “Ai bei vecchi tempi, lo avrebbero trascinato via su una barella”. Le sue parole rivelano ammirazione per questo tipo di forza. La sua durezza non riguarda la forza necessaria a prendere decisioni molto difficili. Riguarda la volontà di “prendere a pugni in faccia quel tizio” o, come minimo, salvare la faccia (la sua).

Resisterò alla tentazione di accanirmi ancora sui codici nucleari. Mi limito a chiedermi se vogliamo davvero un presidente irascibile che, come da lui suggerito, nel caso in cui un leader (Castro) non fosse pronto ad accoglierlo sulla pista d’atterraggio farebbe “invertire la rotta dell’Air Force One per tornare a casa”. Un uomo che dopo aver ritwittato un’immagine, creata da suprematisti bianchi, che ritraeva Hillary Clinton davanti a una montagna di dollari accompagnata da una stella di David, e per questo accusato di antisemitismo, non ha saputo neanche inventarsi una delle sue scuse-non-scuse, del tipo “Mi dispiace se ho offeso qualcuno”. “Un tipo tosto” per cui tutti i giornalisti più importanti sono “stupidi” e disgustosi. Che parla solo dei media che osano criticarlo, senza dire una parola su David Duke e sul pessimo elemento che gli ha dato il cinque e ha ripreso il suo post offensivo.

Che il post fosse o meno finalizzato a rafforzare, ancora più saldamente, questa fetta di sostenitori, Trump dimostra la sua idea di “durezza”: un’idea che esalta la sua opinione, il suo avere sempre ragione sugli altri. Nel suo mondo un “duro” non può essere umile, rispettoso, misurato o diplomatico.

9. Il successo conta. 
Il successo negli affari di Trump è eccessivamente gonfiato e le sue abilità sono limitate. Donald Trump può essere un bravo venditore e uno showman solo in una competizione con PT Barnum (Phineas Taylor Barnum è stato un imprenditore e circense statunitense). Questo possiamo concederglielo. Per un periodo, ha ottenuto indici d’ascolto alti dicendo ad alcune celebrità a spasso che erano state licenziate. Tuttavia, chiedete ad uno qualsiasi dei grandi imprenditori edili di New York (tra cui lui non figura, o almeno non è tra i più importanti: risulta 14° nella lista aggiornata) e capirete che i suoi successi sono ben pochi.

Quattro fallimenti (1991, 1992, 2004 e 2009), il Plaza Hotel, la Trump Air, i tre casinò, le bistecche, l’acqua, il Trump Center a cui ho lavorato, i cantieri ferroviari nel West Side di Manhattan (dove gli edifici portano il suo nome, come consolazione), la Trump University: tutti insuccessi assoluti, tranne per Trump che “non ha alcun rimpianto”.

Poi ci sono questioni di etica commerciale fondamentale: 3500 cause, il fatto che sia incline a non pagare le tasse completamente né in tempo, il fatto che si definisca il “Re del debito” (un re diventato ricco indebitandosi e poi rinegoziando). Sono queste le competenze che vogliamo in un presidente?
Dovremmo porci domande anche sul suo leggendario valore netto, sempre gonfiato di miliardi rispetto ai calcoli degli altri. Ci si dovrebbe chiedere se il valore sarebbe rimasto lo stesso se non avesse ereditato un notevole patrimonio dal padre Fred e lo avesse solo investito passivamente. Non lo sapremo mai da Donald, di certo non lo sapremo da quelle dichiarazioni dei redditi che non renderà pubbliche.

10. Non potremmo essere un grande paese senza il Primo Emendamento, ma i media potrebbero ucciderci. 
I media non sono il nemico di Donald, come continua a gridare dal palco. Ma potrebbero essere il nemico di tutti noi. È questa l’impressione ultimamente. Lo spazio televisivo riservato a Donald, la sua abilità di imperversare al telefono con le sue filippiche (soprattutto con i media via cavo) non è soltanto, per usare una delle sue parole, “disgustoso”.

Donald, che vive di sondaggi e indici d’ascolto, capisce che sono questi numeri e non il valore delle notizie a decidere quello che va in onda. Donald domina quasi tutti i cicli di notizie, limitandosi ad essere più offensivo di chiunque altro. È reality TV portata all’estremo, ed è fuori controllo.

11. Temperamento, atteggiamento e indole sono importanti.
Per molti aspetti, Donald rappresenta il peggio in tutti noi. O, almeno, in molti di noi. Gli interessa solo la gratificazione continua. È un bambino irascibile che vuole che le cose siano fatte come dice lui. È l’adolescente egoista che non ha ancora il quadro della situazione. È il giovane viziato e privilegiato, che ha sfruttato razza e religione “giuste”, istruzione, bell’aspetto e patrimonio familiare per avere successo facilmente, e che guarda dall’alto in basso chiunque non sia riuscito a farcela perché non ha i requisiti di cui sopra.

È un uomo che pensa che sia normale definire una persona “grassa”, “brutta” o stupida o prendere in giro un disabile. È un collezionista di mogli trofeo, di proprietà trofeo, il ragazzino che vince (o così crede) perché possiede più giocattoli.

12. L’imperatore e i suoi vestiti. 
Donald sostiene di conoscere le forze armate meglio di chiunque altro. Perché? Perché ha frequentato una costosa scuola privata dove gli studenti indossavano uniformi e, a volte, marciavano? E che mi dite della frase: “conosco l’Isis meglio dei generali‘? C’è qualche soldato vero che può valutarlo, per favore?

Donald dice che l’America non vince più. Rispetto a chi, e a cosa? È indubbio che abbiamo dei problemi. La democrazia è un caos. Lo testimonia l’attuale campagna e la lunga ripresa dalla recessione del 2008, che non ha sufficientemente incluso la middle class. E, sì, è difficile comprendere gli scambi commerciali in un mondo sempre più connesso e integrato. Ma fino a che punto l’America è un “disastro”, come ci dice Donald?

Come puoi dire sul serio e credere che “Questo paese è un inferno. Stiamo colando a picco”. In confronto a chi? Messico, Cina o la Russia, suo nuovo e bizzarro tormentone, che stando a Donald “ci batte sempre, perché i nostri leader sono stupiti?”. Dacci un taglio.

13. Gli immaturi trucchetti che utilizza nei discorsi non funzionano. Non con la maggior parte di noi, almeno.
Dice Donald, “non parlerò” dell’alcolismo del candidato del partito libertariano alla vicepresidenza. “Mi rifiuto di ammettere… Non posso dire… che non sopporto la voce stridula della Clinton che urla al microfono”. Lo hai appena fatto, Donald. Riusciamo a capire che, con queste affermazioni, perfino tu sai di muoverti su un terreno malfermo e così cerchi di giocartela su entrambi i fronti. Non attacca. E non lo fa neanche il trucco infido, e neanche tanto intelligente, di attribuire agli altri accuse feroci che persino tu hai paura di fare, ma che vuoi comunque anticipare.

Ad esempio, quando hai commentato il massacro di Orlando dicendo “tante persone pensano che Obama non voglia capire. Molti pensano che forse non vuole saperne niente, io sono giunto alla conclusione che non sa cosa sta facendo, ma ci sono molte persone che pensano che forse non voglia capire. Non vuole vedere quello che sta succedendo. E potrebbe anche essere così”

Chi sono queste “persone” che hanno associato il presidente ai terroristi? Forse le stesse che, con Trump, hanno visto la gente del New Jersey celebrare la distruzione delle torri gemelle o quelli convinti che Hillary Clinton abbia ucciso Vince Foster, che il padre di Ted Cruz stesse collaborando con Lee Harvey Oswald per uccidere il Presidente Kennedy? Quelli che credono che Obama non sia nato negli Stati Uniti e non abbia studiato ad Harvard o alla Columbia?

Due possibilità. La più probabile: l’espressione “molte persone dicono che” è solo una frase in codice di Trump per dire “voglio avanzare un’ipotesi così oltraggiosa” che neanche il Donald più furioso riuscirebbe a tirarsene fuori, senza questo espediente. O forse quel “mucchio di persone” è in realtà un gruppo selezionato, la cerchia chiusa di lealisti che partecipano ai raduni e che hanno sentito queste parole da lui.

14. L’irascibilità non si addice a un presidente. 
“I politici hanno scelto di nuovo questo nano come candidato”. Così si pronunciava il New York Herald su Abraham Lincoln, che adesso è considerato da (quasi) tutti il miglior presidente degli Stati Uniti. Prendete in considerazione la dichiarazione apparsa quando Washington lasciò l’incarico “è arrivato il tempo per la fonte di tutte le disgrazie del nostro paese di ritornare allo stesso livello dei suoi concittadini”.

I presidenti degli Stati Uniti, tutti, hanno subìto delle critiche e, nella nostra terra di libertà di parola, i critici possono dire la loro. Grazie a Dio. Non c’è molto da dire sul fatto che Donald non gestisca bene le critiche. Chiedete a Megyn Kelly (“un talento di terz’ordine), Rosie O’Donnel (“la grassottella Rosie”, “una perdente”) o Elizabeth Warren (“Pocahontas”) o a uno dei suoi avversari recentemente sconfitti: Cruz, Kasich, Rubio o Bush. Perfino Chris Christie, quello più simile a lui, ha provato il suo morso quando ha insinuato che Donald fosse “permaloso”. Non riesce mai a mollare la presa. È ossessionato dalle critiche anche quando vince.

I repubblicani venuti meno alla “promessa” di sostenerlo non dovrebbero avere il permesso di correre per la carica ancora una volta, secondo lui. Per Donald essere in disaccordo con lui deve avere una conseguenza (e anche seria) e perseguire tale obiettivo merita sforzi ed energia, anche quando non fa alcuna differenza.

Crediamo davvero che il nostro presidente debba avere il tempo per questo? Vogliamo davvero che un uomo di tale suscettibilità, dalla tendenza così autoritaria sia, per dirne una, responsabile dell’FBI o dell’IRS? Il concetto di “polizia segreta” sembra troppo estremo? Forse sì. Ma se fossi Donald, ventilerei l’ipotesi con una delle sue dichiarazioni: “La gente dice che…”. Ecco, ho appena usato uno dei suoi trucchetti. Capite quanto è facile?

15. I bulli ci saranno sempre, ma la Casa Bianca non dovrebbe essere il loro posto. 
Cosa fa un bullo? Cerca di intimidire, fisicamente o verbalmente. Finora questa caratteristica di Donald è stata soltanto verbale e rivolta ad avversari in affari e, più recentemente, a politici e giornalisti. E, ovviamente, ai suoi ex ghost writer ed ex dipendenti o imprenditori ingannati (non protetti da clausole contrattuali anti-calunnia) che osano giudicare la sua condotta apertamente.
Cosa succederà quando questo tizio avrà il più forte esercito del mondo a sua disposizione, e un pulpito da bullo che gli darà sicura visibilità? A qualcun altro sembra una cattiva idea?

16. Law and order.
Prima di essere una serie premiata agli Emmy, “Law and order” era uno dei fili conduttori della campagna di Richard Nixon nel 1968, per farsi eleggere nell’anno in cui il paese vide due omicidi pubblici e dimostrazioni devastanti, perfino rivolte, in 110 città. Nixon cercava di mobilitare quella che lui definiva la “maggioranza silenziosa”, appellandosi al bisogno di un maggiore controllo da parte della polizia. Attinse alla divisione razziale ed economica tra bianchi e neri, tra la classe operaia e “l’élite dei liberali dell’est” e ai media malvagi che il vicepresidente Spiro Agnew definiva “i nababbi chiacchieroni del negativismo”. Trump sta cercando di reintrodurre tutto questo. Ovviamente sì, ma anche no.

Sì, vuole dividere e mobilitare gli elettori arrabbiati che si sentono abbandonati da una cultura sempre più variegata. Ma no, perché la sua idea distopica di un’America senza legge, assediata, indebolita non è quella che predicava Nixon e neanche Ronald Reagan, a dirla tutta. È un suo unicum, almeno in America. È, tuttavia, un esempio da manuale del grido di guerra comune a innumerevoli dittatori e uomini forti. È uno strumento fondamentale del demagogo: sollevare un problema e poi dichiarare di essere “l’unico che può risolverlo”

Al netto di questa retorica terribile, cosa ci aspetta? Donald dice “il 20 gennaio del 2017, giorno in cui presterò giuramento, finalmente gli americani si sveglieranno in un paese che applica le sue leggi… il crimine e la violenza che oggi affliggono la nazione vedranno presto la fine.” Come funziona Donald? Legge marziale? Credi davvero che al Presidente Obama, e ai suoi 44 predecessori, non sarebbe piaciuto vedere tutte le leggi in vigore e rispettate a pieno? Ah, se il solo desiderio potesse riuscirci! Però dal momento che gli stati, e non il governo federale, hanno un peso su gran parte del diritto penale, il presidente da solo non ha il potere costituzionale di fare una cosa simile. E allora? Continuare con la logica del waterboarding (forma di tortura) e uccidere le famiglie dei terroristi? Certo, “Solo io posso risolvere il problema”.

17. Le invettive incoerenti, e spesso contradditorie, non formano una linea di politica estera. 
Convinciamo il Giappone e la Corea del Sud a cercare le armi nucleari. Eliminiamo la NATO. Distruggiamo l’ISIS, ma senza alleati musulmani e truppe sul campo. Attacchiamo la Libia, anzi no. Abbiamo fatto bene ad attaccare l’Iraq, anzi no. Non ricostruiamo una nazione, ma risolviamo il problema in Siria. Fermiamo l’Iran stringendo accordi migliori.

In effetti, pensateci, questa è la soluzione a quasi tutto: “stringiamo accordi migliori” ovunque. E mai chiedere scusa, per niente. Siamo l’America, ricca, molto ricca. Non siamo in debito con nessuno. O con noi o contro di noi. Vi ricorda qualcuno?

18. Come si può diventare un buon presidente se non si mostra rispetto per l’incarico?
Negli anni ’60, durante una Guerra impopolare, abbiamo sopportato tutti un presidente che, indossando una spilla a forma di bandiera, descriveva chiunque non fosse stato d’accordo con lui (inclusi un mucchio di giovani universitari in tutta l’America, compreso me) come un “Un-American”, una persona contraria ai fondamentali valori politici e culturali degli Stati Uniti. Anche se l’opposizione politica è vecchia quanto la nostra nazione, si inizia a scivolare lungo la china di una pericolosa mancanza di rispetto quando il disaccordo viene rimpiazzato dal vilipendio.

Il candidato repubblicano crede sia normale accusare un ex presidente, del suo stesso partito, di aver intenzionalmente dichiarato Guerra appellandosi a falsi pretesti e incolpare l’attuale Presidente di cospirazione con i terroristi islamici. Qualsiasi americano assennato, di qualunque partito o senza partito, di qualsiasi filosofia politica capisce che tutto questo deve finire.

La verità, o almeno una sua parvenza, deve ritornare. Le menzogne ignobili non trovano spazio in un dialogo assennato, figuriamoci chi le pronuncia. Non possono diventare la spina dorsale di un circo mediatico che si preoccupa più degli ascolti che della verità.

19. Anche i ragazzi ricchi e potenti devono giocare secondo le regole. 
Non prendiamoci in giro. La Trump University non era un’istituzione accademica, era molto lontano dall’esserlo. Era un modo per diventare ricchi in fretta ideato da un tizio che vendeva un programma per arricchirsi alla svelta. Non era il primo e non sarà l’ultimo di questo genere. A tarda notte, le pubblicità da quattro soldi alle TV sponsorizzeranno sempre questo tipo di offerta. Tuttavia, gli sforzi di Donald puntavano molto più in alto: 35.000 dollari, “università”. Sul serio? Non era altro che un imbroglio ordito da un uomo che ora sta cercando di diventare il leader di una nazione e del mondo libero.

Sappiamo tutti, lo abbiamo letto almeno, che di idioti ne nascono in continuazione. Ma possiamo almeno negare il rispetto a quelli che prendono di mira la povera gente e denunciarli, quando vanno troppo oltre? “No” dice Donald Trump. Il processo seguito ad una class action contro le sue truffe è ancora in tribunale. A detta di Donald, perché l’illustre ed esperto giudice federale che se ne occupa è un suo “hater” e non è in grado di rendergli giustizia perché i suoi genitori sono originari del Messico.

Nel mondo di Donald, l’unico individuo capace di giudicarlo non dovrebbe essere Messicano o imparentato con dei messicani, una persona di fede islamica e, no, neanche una donna. In questo mondo, gli uomini ricchi, privilegiati, egocentrici, eticamente discutibili dovrebbero essere giudicati solo da uomini ricchi, privilegiati, egocentrici, eticamente discutibili.

20. Dobbiamo combattere per qualcosa. 
La versione dell’America di Donald Trump non include quelli che non sono come lui. Invece, va matto per quelli che Sarah Palin definì “americani veri”. Il fatto che tutti noi sembriamo essere completamente sacrificabili è preoccupante. Prendere di mira un’intera religione (l’Islam, con 1,6 miliardi di fedeli di cui 3,3 milioni sono cittadini americani) per sottoporla ad un controllo maggiore, o peggio, è palesemente in disaccordo con i valori tradizionali americani, se non lo è con quelli degli “americani veri”.

È anche incostituzionale e, al di là di tutto questo, incredibilmente controproducente perché rafforza le controversie facendo allontanare gli alleati di cui abbiamo bisogno per risolvere il problema dei terroristi in campo nemico. Altre strategie simili caldeggiate da Donald, come il waterboarding e altre forme di tortura, per non parlare dell’accanimento contro le famiglie dei nemici, non sono semplicemente illegali. Sono, per usare un’altra delle sue parole, “stupide”. Non funzionano, con molta probabilità servirebbero solo a peggiorare la situazione e a far crescere il numero ed il fervore dei nemici.

Dovremmo chiederci: come sarebbe l’America dei “veri americani”? Un mucchio di individui intolleranti, sovraeccitati, aggressivi, dietro un grande muro, isolati (senza scambi commerciali e, quindi, con un’economia malata e beni molto costosi) e con tantissimi nemici. Nessuna “città splendente sulla collina”, questo è certo. Per un posto del genere è difficile non immaginare altro che rovina.

Possiamo fare molto di più, molto di meglio. Per me, “il meglio” ha l’aspetto dell’ex senatrice ed ex segretario di Stato Hillary Clinton. A quelli che non arrivano a questa conclusione tanto facilmente (lo capisco) dico questo: pensate che quest’anno la scelta dovrà ricadere sul male minore. In ogni caso, non pensate neanche lontanamente di trascinarci in quell’abisso che è Donald Trump.

(fonte)

Le minacce a Giarrusso e la scoreggia della mafia

“Vergognati pezzo di merda, tu solo un cesso che hai rovinato i funerali di un bambino di 16 anni. Cesso pezzo di merda, ti auguriamo lo stesso dolore, puoi chiedere conto a chi vuoi noi siamo noi. Dovrete dare conto di tutto questo”.

A scrivere questa frase è Giuseppe Ruscica, uno dei boss dei “Cursoti Milanesi”, clan mafioso catanese. La frase è rivolta a Mario Michele Giarrusso, componente della commissione Antimafia del Movimento 5 Stelle.

La colpa di Giarrusso sarebbe quella di avere preteso che la Questura impedisse il pomposo funerale che si stava apparecchiando per la morte del giovane Eugenio Ruscica conosciuto nel quartiere come “Bananedda” (dal nomignolo del padre Carmelo Ruscica detto “Bananedda”, arrestato nel 2013 in un maxi blitz antidroga contro i Cursoti Milanesi). Per il funerale erano pronti fuochi d’artificio e altre banalità: le solite che le mafie usano per mostrare pateticamente i muscoli.

Giarrusso ha chiesto l’intervento della Questura e alla fine il funerale ha dovuto svolgersi in forma privata. Per fortuna. E le minacce di Ruscica sono una scoreggia. Solo una scoreggia. Intanto, un abbraccio a Mario. Qui le posizioni politiche non contano: c’è un prepotente da arginare, la mafia da zittire. Ricordiamocelo.

«Volevo portare la salma di mio figlio al paese ma la burocrazia non ha pietà»

(la kafkiana storia raccontata da Marco Nese per Il Corriere)

Pur essendo una stradina dritta e stretta, a via del Verano ti ci puoi perdere. Se hai la sventura di mettere piede negli uffici allineati uno appresso all’altro, rischi di rimanerci prigioniero per giorni e giorni, preso nella morsa di una burocrazia delle carte più complicata di quella dei Borboni. Ne ho esperienza personale. Rimbalzato per oltre una settimana da un ufficio all’altro. La storia è questa. Io e mia moglie avevamo deciso di trasferire i resti di nostro figlio Giuseppe, morto nel 1995. Erano custoditi in una cassetta nel cimitero romano di Isola Farnese, sulla Cassia.

Volevamo portarli a Castellabate, nel Cilento, nostro paese d’origine. Prima tappa: via del Verano 72A. Lì c’è la distribuzione dei moduli. Lunga fila per conquistare il foglio con cui chiedere «l’estumulazione». L’impiegata consegna anche l’elenco dei documenti da allegare. «Prepari tutto e poi vada all’altro ufficio, al numero 74». Il giorno dopo al 74, altra lunga fila. Finché si arriva al cospetto di una signora che controlla le carte. Sono a posto. Bisogna pagare 129 euro per tasse varie. Ma non è finita. La burocrazia è un mostro con vari tentacoli. Il cimitero di Isola Farnese ricade sotto il controllo di un altro ufficio, i Suburbani. Con tutte le carte bisogna raggiungere un palazzone in fondo alla via al numero 68. Lì è il regno dei Suburbani.

Ma ormai è tardi, non c’è più nessuno. L’indomani, ai Suburbani nuova verifica delle carte, che ormai sono un bel mucchio. Tutto in regola. Allora l’impiegato telefona al custode del cimitero e gli spiega che martedì alle 8,30 deve procedere alla «estumulazione». Sembra finita. Invece no. Il martedì è necessario presentarsi al cimitero e farsi rilasciare dal custode il certificato per l’estumulazione avvenuta. A quel punto, c’è un cambio di rotta. Entra in ballo anche la Asl. Precisamente quella che ha sede sul Lungotevere della Vittoria. Al terzo piano della Asl, un signore cortese compila un altro modulo. È un decreto con cui autorizza il trasporto.

Per renderlo più autorevole ci si deve applicare una marca da 16 euro, reperibile dal tabaccaio dietro l’angolo. Stavolta, sembra davvero di essere al capitolo finale. Ma è solo un’illusione. Il giorno dopo, di nuovo in via del Verano, alla polizia mortuaria, dove un agente si mette a compilare l’ennesimo modulo. Di colpo si blocca: «Ah, ma andate fuori Roma, allora ci vuole l’ufficio esterni». L’aspetto fantastico di questi uffici è che tutti ti sorridono e ti guardano con aria di commiserazione. «Che ci vuole fare, è la burocrazia». C’è anche chi ti consiglia di affidarsi a un’agenzia invece di impazzire di qua e di là.

Ma ormai siamo in ballo e proseguiamo. All’ufficio esterni, una signora assicura che mi trovo nel posto giusto. Mette alcuni timbri, mi restituisce il pacco di carte e indica la prossima destinazione. Di nuovo ai Suburbani, al numero 68. Ai Suburbani fanno fotocopie di tutti i fogli, li ammucchiano su altre montagne di scartoffie. Dividono le carte in due spezzoni, uno va consegnato al custode, l’altro va portato al numero 74, ufficio Protocollo. Il signore del Protocollo non parla mai, mette timbri dappertutto, annota qualcosa su un registro, e finalmente restituisce il malloppo. Pensate che sia finita? C’è la sorpresa finale. In uno dei passaggi qualcuno ha fatto confusione: risulta che non è morto mio figlio, ma è deceduta mia moglie.

Così a Voghera la ‘ndrangheta affilava affari e vendette

(l’articolo di Nicoletta Pisanu, fonte)

Marco Ferrentino
Marco Ferrentino

Quel pugno dato alla sua ragazza andava vendicato. E per questo, il rivale è stato accoltellato in pieno centro a Voghera. Ferocia e violenza traspaiono dalle quasi tremila pagine del provvedimento di fermo spiccato dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria che ha portato a bloccare quarantuno persone in tutta Italia con l’accusa di affiliazione alla ’ndrangheta. Pagine che raccontano il perché del coinvolgimento nella vicenda giudiziaria degli otto vogheresi arrestati. Marco Ferrentino, 36 anni, è considerato dagli inquirenti «il reggente e capo carismatico dell’omonima cosca», si legge nelle carte giudiziarie, «distribuendone i relativi proventi ai sodali e gestendo ‘la cassa comune’». Il cugino Francesco, 26 anni, secondo le accuse «nella vicenda afferente l’accoltellamento compiuto da Giuseppe Dimasi ai danni di M.F. (estraneo all’inchiesta, ndr) in data 4 dicembre 2014, pur rimasto estraneo al fatto, diventerà il punto di riferimento per gli spostamenti di Pasquale Dimasi, fratello di Giuseppe, assicurando il mutuo soccorso tra i sodali in caso di controffensive da parte di gruppi criminali avversi». La vicenda si riferisce all’accoltellamento successo in viale Montebello. La natura delle cause che hanno portato all’atto violento, sono spiegate dalle intercettazioni. M.F. aveva aggredito la compagna di Pasquale Dimasi, sua ex moglie, scatenando la vendetta: «L’ha stroppiata sì, si è fatta male ed è scappato, gli faccio dove scappi?», racconta al fratello. Poi aggiunge: «Chiama chi devi chiamare e digli di arrangiarsela lui!», secondo gli inquirenti riferendosi alla necessità di avvertire Marco Ferrentino di quanto accaduto.

A Voghera sono state sequestrate tre imprese edili che secondo le accuse servivano per coprire affari illeciti e per questo gli indagati si erano affidati a un prestanome. Parlando di problemi relativi alle firme di alcuni assegni in virtù di questa pratica, Giuseppe Dimasi intercettato spiega a Marco Ferrentino: «Quando vieni quassù devi farti subito la delega e deve salire anche ‘chidu pecuruni’», riferendosi secondo gli inquirenti al prestanome. La costituzione di una società di import di riso, di cui risulta agli inquirenti socio il vogherese Fabio Aschei, indagato, era legata al business della droga. Aschei viene intercettato mentre un indagato calabrese spiega che per formare la società è necessario l’aiuto economico dei Ferrentino: «Il bambinello Gesù (Marco, ndr) deve portare i doni anche se non è ancora Natale». Droga che circolava anche a Voghera. Le intercettazioni riportano il consiglio di Francesco Ferrentino a Diego Freitas De Siqueira, 30enne, indagato, che secondo le accuse stava movimentando gli stupefacenti. Ferrentino gli suggerisce di non passare dal ‘carro armato’ in via Gramsci, per la presenza della polizia: «Non passare di là, cambia strada, non vorrei che ni mungianu». Usa il termine mungere, in dialetto, secondo l’interpretazione degli inquirenti, per indicare il tocco degli agenti durante l’attività di perquisizione.

 

Corsico: l’avvocato della sagra della mammola scrive al sindaco. Punto, due punti, tre punti, punto e virgola.

Ricordate la fiera a Corsico patrocinata dalla famiglia mafiosa? Ricordate gli attacchi alla ex sindaca Maria Ferrucci (a cui va un abbraccio fortissimo) durante il consiglio comunale? Si sono mossi in molti per raccontare lo sdegno. Ma il punto più alto lo raggiunge la lettera dell’avvocato difensore dell’azienda dello stocco di Mammola. Leggetela, non aggiungo altro. La potete scaricare qui o leggerla qui sotto. Bah.

«Temo tuttavia che ignorino che noi gufi vediamo anche di notte quando gli altri sono ciechi»

di Maurizio Viroli

A considerare con un po’ d’attenzione i contenuti della riforma costituzionale (del metodo ho discusso su queste colonne il 24 luglio) salta agli occhi che l’argomento principale è che l’attuale sistema bicamerale rende difficile approvare leggi. È una bugia bella e buona. Il governo Letta, rimasto in carica dal 28 aprile 2013 fino al 22 febbraio 2014 per un totale di 300 giorni, ovvero 9 mesi e 25 giorni, ha approvato 35 leggi di cui 25 Decreti legge (Dl, ndr), quattro Disegni di legge (Ddl, ndr), sei Disegni di legge di ratifica. Il governo Monti, rimasto in carica dal 16 novembre 2011 al 28 aprile 2013, per un totale di 529 giorni, ovvero un anno cinque mesi e 12 giorni, ha approvato 92 leggi, di cui 37 Dl, 23Ddl, 32 Ddl di ratifica.

Il Governo Berlusconi IV, rimasto in carica dall’8 maggio 2008 al 16 novembre 2011, per un totale di 1287 giorni, ovvero tre anni sei mesi e otto giorni, risultando il secondo governo più longevo della Repubblica Italiana, ha approvato 230 leggi, di cui: 77 Dl, 49 Ddl, 1 Ddl costituzionale, 103 Ddl di ratifica. Grosso modo gli ultimi tre governi sono stati in grado di approvare una legge ogni 10 giorni (considerando tutti i 365 giorni dell’anno). E sarebbero poche? Non discuto qui della qualità delle leggi. Il mio argomento è, semplicemente, che anche con il sistema vigente i nostri legislatori possono legiferare.

Il secondo argomento è che con una sola camera legislativa si potrebbe procedere a passo più spedito. Sciocchezza che non sta né in cielo né in terra. La democrazia esige passo fermo ma lento. È l’autocrate, che dà vita a leggi con il semplice fiat della sua volontà sovrana perché non ha bisogno di consultare, ascoltare, deliberare.  Di più: tranne che in circostanze eccezionali quando s’impongono procedure spedite, ma sempre definite dalla Costituzione, la democrazia vive di lunghe, approfondite e serie discussioni. E davvero non riesco a intendere, sia lecito un argomento ad personam come un uomo di specchiata probità e profonda dottrina come l’onorevole Franco Cassano, che nei suoi scritti sul Pensiero meridiano ha svolto un lucido elogio della lentezza, non insorga contro un progetto di riforma che s’ispira a una infatuazione per la rapidità che sembra tratto dai più folli deliri futuristi.

Da queste considerazioni non discende affatto che non sia lecito o non sia utile rivedere funzioni e prerogative del Senato. Discende soltanto che la riforma proposta da Renzi e sostenuta da Berlusconi e Napolitano è dissennata. Riforma saggia sarebbe invece riportare il bicameralismo al suo principio originario, e al suo ufficio proprio che è quello di limitare il più possibile la possibilità di pessime leggi. Quattro occhi vedono meglio di due, recita l’adagio; due Camere possono sbagliare meno di una sola. Privarsi del doppio esame delle leggi vuol dire fidarsi troppo della saggezza e competenza dei legislatori.

Nel pensiero politico repubblicano il Senato o Camera alta risponde all’esigenza sacrosanta di avere un’istituzione dove siedono i cittadini più saggi, più esperti, più reputati. Nell’esperienza storica le camere alte sono state spesso luoghi riservati ai nobili, ai ricchi ai privilegiati. Ma in una repubblica democratica, come la nostra, il Senato deve essere esclusivamente seconda camera riservata a cittadini che si distinguono per saggezza e probità e offra una seconda o prima meditata valutazione delle proposte di legge. E allora stabilite che possano diventare senatori soltanto cittadini che abbiano compiuto il 50imo anno d’età e che può votare per il Senato solo chi ha compiuto 40 anni. E stabilite pure che si vota per il Senato in tempi diversi rispetto alle elezioni per la Camera. Riformare, ricordo, vuol dire ritornare alla forma propria, non devastare.

Quanto al proposito di assegnare un bel premio che assicuri al presidente del Consiglio un’ampia maggioranza parlamentare che gli permetta di continuare con maggiore determinazione la pratica di infischiarsene delle minoranze, ognun vede che questa bella idea va contro un ovvio principio di saggezza politica. Vale a dire è che i parlamenti sono luogo del compromesso. Un presidente del Consiglio che non ha bisogno di cercare compromessi, è stimolato a fare da solo. Ma chi fa da solo, in politica, è più probabile che faccia male, piuttosto che bene.

Gli sbarramenti elettorali servono allo scopo di precludere l’accesso a formazioni estreme, che di solito non raggiungono molti consensi. Ma se sono troppo alti creano un parlamento che non rappresenta adeguatamente le diverse componenti della società. Cittadini che non si sentono rappresentati diventano o apatici o cercano di fare sentire la loro voce per vie extraparlamentari, due mali seri per la stabilità della Repubblica. Su un punto i riformatori hanno ragione: noi critici siamo gufi. Temo tuttavia che ignorino che noi gufi vediamo anche di notte quando gli altri sono ciechi, e le nostre sorelline civette sono sempre state simbolo della saggezza. Complimento più encomiastico non potevano rivolgercelo. Ringrazio anche a nome degli altri gufi, e cercheremo di essere all’altezza. Faremo il possibile per aiutare anche molti nostri concittadini a vedere in questa ormai troppo lunga notte della Repubblica.

Da Il Fatto Quotidiano del 30 luglio 2014

Vari Renzi e Nardella: è ignobile sfasciare la verità

Ma davvero il sindaco di Firenze Nardella crede che vietando una manifestazione non sia il modo migliore per surriscaldare gli animi di una città presa in prestito per celebrare il potere e i suoi convitati? Ma davvero a Nardella non è venuto in mente che legare l’inizio di un’iniziativa politica (di governo, tra l’altro) alle commemorazioni per l’alluvione potesse essere poco apprezzato dai suoi concittadini? Ma davvero Nardella crede che basti urlare che “i violenti hanno sfasciato Firenze” e incassare l’applauso della sua bomboniera endogamica di partito per legittimarsi? Ma davvero Nardella crede che la gente gli creda?

Sfogliare in internet le home page di alcuni quotidiani in questi minuti riporta le lancette indietro di decenni: Repubblica pubblica un video intitolandolo “poliziotto picchiato con un cartello stradale” e non c’è nessun poliziotto picchiato. E solo di sguincio un cartello. Il giochetto di agitare violenza per accrescere il proprio consenso (un trucco antico insegnato nei nostri tempi più bui) non ha funzionato perché i manifestanti alla fine hanno deciso di disperdersi per non prestare il fianco a una strumentalizzazione che è già in atto.

Che tristezza il potere quando ha bisogno di mostrare i muscoli e di ingigantire i pochi violenti per smuovere solidarietà.
Che tristezza.

(scritto per i Quaderni di Possibile qui)