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‘Ndrangheta: il pentito Andrea Mantella parla dei legami tra i clan di Vibo e Lauerana

Un articolo importante di Giuseppe Baglivo per Zoom24:

Ci sono anche le dichiarazioni del vibonese Andrea Mantella, esponente di spicco del clan Lo Bianco di Vibo Valentia che da qualche mese ha iniziato a collaborare con la giustizia, a sostegno dell’impalcatura accusatoria messa in piedi dal procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, Gaetano Paci e dal pm antimafia Giulia Pantano contro la consorteria dei Ferrentino e dei Chindamo di Laureana di Borrello colpite duramente giovedì dall’operazione denominata “Lex” che ha interessato pure il clan dei Lamari. Sono gli stessi magistrati a spiegare nel loro provvedimento di fermo che il collaboratore di giustizia vibonese, ex intraneo alla cosca Lo Bianco di Vibo Valentia, nell’anno 2006 aveva costituito un autonomo sodalizio mafioso nella città di Vibo Valentia, scisso da quello originario dei Lo Bianco, a base prevalentemente familiare e con omonima denominazione, vale a dire quella di “‘ndrina Mantella”. Ad avviso dei magistrati della Dda di Reggio Calabria, Andrea Mantella nella sua qualità di capo clan ha conosciuto molti esponenti delle altre articolazioni territoriali della ‘ndrangheta, sia da soggetto libero che da detenuto.

Mantella
Andrea Mantella

Mantella e Alessandro Ferrentino. In un recentissimo interrogatorio reso il 26 settembre scorso, Andrea Mantella racconta di aver conosciuto, e fatto amicizia durante un comune periodo di detenzione a Spoleto, il 43enne Alessandro Ferrentino di Laureana di Borrello, indicato come “capo indiscusso dell’omonima cosca di ‘ndrangheta Ferrentino-Chindamo, all’epoca detenuto per l’omicidio volontario” di Pietro Morfei, il boss di Monsoreto di Dinami ucciso la sera del 17 luglio 1998 ed erroneamente indicato da Mantella come “Morfea Peppe”. Alessandro Ferrentino avrebbe raggiunto nella ‘ndrangheta la dote del “vangelo”.

Secondo quanto appreso da Andrea Mantella, a causa dell’assenza forzosa di Alessandro Ferrentino sul territorio di Laureana di Borrello, il comando della cosca sarebbe stato assunto dal di lui fratello, sulla cui figura aggiungeva che si trattava di persona che faceva la spola con il Nord Italia anche per i traffici di droga. Pure dal carcere, tuttavia, per il tramite del fratello che regolarmente si recava a fargli visita e lo manteneva economicamente, Ferrentino Alessandro “nipote del noto Giosuè Chindamo”, avrebbe dato disposizioni continuando a “comandare” il suo gruppo mafioso, servendosi del congiunto che, dopo il suo arresto, avrebbe preso le redini dell’organizzazione, dedita prevalentemente ad estorsioni e traffici di armi e sostanze stupefacenti, sia di cannabis che cocaina. Su Laureana i Chindamo-Ferrentino, alleandosi al clan dei Lamari, ad avviso di Andrea Mantella (ma ciò risulta anche dalle sentenze definitive relative alle operazioni antimafia “Tirreno” e “Piano Verde”), avrebbero soppiantato nel potere mafioso la famiglia dei Cutellè.

Carmelo Lo Bianco
Carmelo Lo Bianco

Andrea Mantella ed i Lo Bianco. Andrea Mantella ai magistrati della Dda di Reggio Calabria si qualifica come “imprenditore agricolo” e soggetto che aveva il “monopolio delle carni a Vibo Valentia”. Spiega quindi di aver fatto parte della cosca Lo Bianco di Vibo Valentia, clan “satellite” della potente famiglia di ‘ndrangheta dei Mancuso di Limbadi e Nicotera, avendo raggiunto il grado mafioso di “Trequartino”. “Successivamente ho fondato nel 2006 una mia ‘ndrina – rimarca il collaboratore di giustizia – per l’appunto la ‘ndrina Mantella”, un sodalizio mafioso autonomo a base prevalentemente familiare che “tuttavia è stato stroncato dopo qualche anno”. Il motivo della frizione fra Andrea Mantella e i Lo Bianco era dettato dal fatto che il futuro collaboratore di giustizia non avrebbe tollerato lo strapotere mafioso dei Mancuso anche sulla città di Vibo, con i Lo Bianco che consegnavano loro gran parte dei proventi illeciti delle attività delittuose su Vibo. “Rappresento inoltre – ha fatto mettere a verbale Mantella ai magistrati della Dda di Reggio – che sono stato un killer dei Lo Bianco, avendo commesso nel loro interesse, come diretto esecutore materiale, parecchi omicidi. 

Paolo D'Elia
Paolo D’Elia

paolo-lo-bianco
Paolo Lo Bianco

Il controllo sulla città di Vibo ed i legami con il reggino. Il verbale non omissato da parte della Dda di Reggio Calabria permette per la prima volta di apprendere diversi particolari in ordine ad alcune dichiarazioni rese Andrea Mantella che invece i magistrati della Dda di Catanzaro hanno inteso al momento “omissare” per non compromettere le indagini in corso. Si apprende così che l’autonomo gruppo mafioso fondato da Andrea Mantella sarebbe stato “composto da circa 13 persone” e, ad avviso del pentito, sino al giorno della sua collaborazione tale sodalizio avrebbe “dominato incontrastato su Vibo Valentia”. “Dopo il mio avvento mafioso in autonomia rispetto alla ‘ndrina dei Lo Bianco – dichiara Mantella – la città di Vibo Valentia era sotto di me e del mio gruppo, esercitando noi ogni forma di potere mafioso, tramite estorsioni, controllo dei lavori pubblici e droga”. Quindi l’indicazione da parte di Andrea Mantella dei suoi rapporti intessuti con altri sodalizi mafiosi come i Piromalli ed i Molè di Gioia Tauro, i cui esponenti sarebbe andato a trovare direttamente a Gioia Tauro tramite Paolino Lo Bianco(figlio del defunto boss Carmelo Lo Bianco, detto “Piccinni”) e Paolino D’Elia, oggi 87enne, nativo di Seminara ma negli anni ’80 trasferitosi nel Vibonese per sfuggire ad una faida dopo essere stato gravemente ferito in un agguato mafioso a Seminara.

pistola e soldi

Si tratta dello stesso Paolo D’Elia, oggi imputato a Vibo per usura in un processo istruito dalla Dda di Catanzaro, che avrebbe svolto il ruolo di “paciere” – per come emerso nell’inchiesta “Nuova Alba” – fra le opposte articolazioni del clan Lo Bianco guidate dagli omonimi cugini Carmelo Lo Bianco, l’uno detto “Piccinni”, l’altro “Sicarro”. Gli stessi Mancuso, secondo il Ros, avrebbero tenuto in gran considerazione Paolo D’Elia indicandolo quale esponente autorevole della massoneria deviata ed autore, negli anni, di alleanze con altre famiglie mafiose come gli Alvaro di Sinopoli, i De Stefano di Reggio Calabria ed i Molè di Gioia Tauro.

francesco-pesce

Andrea Mantella racconta inoltre di aver avuto rapporti pure con i clan di San Luca, con i Pesce di Rosarno ed in particolare con Francesco Pesce, detto “Testuni” (in foto a sinistra), figlio dello storico boss Antonino Pesce, ed anche con Rocco Bellocco, sempre di Rosarno.

I Lo Bianco e le “proiezioni” delle dichiarazioni di Mantella. E’ il traffico di droga quello che potrebbe aprire scenari del tutto inediti sull’asse Vibo-Laureana di Borrello. Andrea Mantella indica in particolare un personaggio del clan Lo Bianco, dedito a compiere usura, danneggiamenti ed estorsioni, il quale avrebbe stretto solidi rapporti in carcere con diversi componenti dei clan mafiosi di Laureana di Borrello. Altri elementi del clan Lo Bianco-Barba, indicato da Mantella come un unico sodalizio criminale, sarebbero stati inoltre particolarmente attivi nel settore del traffico di stupefacenti. Droga che Andrea Mantella spiega che veniva indicata dai mafiosi con i termini di “shweeps”, “stoccafisso” oppure “ciciorfa”. “Spesso poi – conclude Mantella – per indicare la ndrangheta noi utilizzavamo in gergo pure il termine di “pisella”. 

Non ce la fanno proprio. Radio Maria scomunica il Vaticano: “Confermiamo tutto. E dopo il terremoto arriveranno altri castighi”

Il balletto continua. Ed è un balletto sulle macerie e sugli sfollati ballato da chi vorrebbe essere santo mentre invece continua a rimestare nel fango. Dopo l’intervento del Vaticano che aveva sconfessato Radio Maria e le sue teorie sul terremoto come punizione divina ora Radio Maria sconfessa il vaticano. Che squallore.

“Tutte le sventure sono castighi divini”. Padre Giovanni Cavalcoli, in un’intervista a Radio Capital, non si scusa per le frasi shock sul terremoto pronunciate a Radio Maria il 30 ottobre. Anzi, ribadisce: “Confermo tutto, i terremoti sono provocati dai peccati dell’uomo, come le unioni civili”.

«Torture sui migranti? Non è una sopresa, siamo il Paese di Cucchi»: parla il direttore di Amnesty International

“Mi pare che tutto quello che tocchi le forze di polizia, non solo in questa materia, risente della paura dei testimoni di esporsi troppo” ma “visto che siamo nel Paese dei Cucchi e degli Aldrovandi veramente ci stupiamo che possano essere avvenute cose di questo genere?”. Il direttore di Amnesty International Italia, Gianni Rufini, non si fa illusioni sugli esiti che il rapporto ‘Hotspot Italia: come le politiche dell’Unione europea portano a violazioni dei diritti di rifugiati e migranti’ pubblicato dalla sua organizzazione possa avere sulle politiche pubbliche. Il dossier contiene una sequenza inquietante di testimonianze di abusi. La più diffusa, denuncia l’organizzazione per i diritti umani, è l’impiego di un manganello elettrico per dare scosse ai migranti che rifiutano di farsi prendere le impronte digitali. A cui, secondo decine di testimonianze da diverse città, tutte praticamente identiche, si accompagnano abusi, percosse e minacce, anche su minori.

Le denunce riportate nel rapporto sono agghiaccianti, eppure non sembrano aver attirato particolare attenzione. Come se lo spiega?

“In realtà ha attirato una certa attenzione. Ma naturalmente ci rendiamo conto che questo non è un argomento tale da suscitare una attenzione elevatissima. C’è una certa stanchezza dell’opinione pubblica e si è alzata la soglia dei maltrattamenti che molte persone trovano accettabili. C’è meno sensibilità di quanta ce ne fosse un anno fa. Ma il problema è anche nel rapporto: l’impossibilità di portare le persone allo scoperto con testimonianze firmate, tali da portarle davanti a un giudice. Queste persone non hanno accettato di esporsi per timore delle ritorsioni che potrebbero subire, soprattutto in relazione alla loro condizione di richiedenti asilo”.

Voi però siete certi delle loro testimonianze.

“Certo, i nostri ricercatori hanno visto anche referti medici che non hanno potuto pubblicare. Hanno parlato con le persone subito dopo i maltrattamenti, ma molte non volevano essere citate. Mi pare che tutto quello che tocchi le forze di polizia, non solo in questa materia, risente della paura dei testimoni di esporsi troppo perché le conseguenze potrebbero essere troppo negative. Ma visto che siamo nel paese dei Cucchi e degli Aldrovandi veramente ci stupiamo che possano essere avvenute cose di questo genere? Non mi stupisce tanto che le forze di polizia possano aver adottato comportamenti eccessivi in mancanza di adeguata supervisione. In queste situazioni dovrebbe esserci un controllo. Noi certamente parliamo di comportamenti di singoli all’interno delle forze di polizia, non della polizia in quanto tale”.

(l’intervista continua qui su LaPresse)

Sempre peggio: la Questura vieta la manifestazione per il No in concomitanza con la Leopolda

Il mio pezzo per Fanpage:

«Non succedeva dal 1978, dopo l’assassinio di Aldo Moro e ora succede per volere di Renzi»: è una serata tesa quella che si sta consumando a Firenze dopo la decisione della Questura di vietare una manifestazione programmata per domani dal Comitato Firenze dice No (che raggruppa diverse associazioni della città come Mamme No inceneritore e Movimento Lotta per la Casa) in piazza San Marco alle ore 15.00 con relativo corteo per dichiarare il proprio no alla riforma costituzionale. Secondo la Questura di Firenze la manifestazione non può essere autorizzata per la contemporanea presenza di “massimi esponenti del Governo Italiano” alla stazione Leopolda dove Matteo Renzi e i suoi si sono radunati per l’abituale evento fiorentino. La Questura ha deciso che un assembramento è possibile nella piccola piazza Santissima Annunziata, senza nessuna possibilità di corteo.

Durissime le reazioni: il comitato nel suo comunicato stampa parla di “una scelta che  non solo non ha precedenti, ma viola completamente il diritto costituzionale a manifestare” e aggiunge che “la responsabilità politica è tutta da attribuire alla prepotenza che contraddistingue da sempre il governo Renzi”. “Nel paese di Renzi, e ancora di più nella “sua” città, – scrive Firenze che dice No – anche la libertà di espressione sembra valere solo per i suoi sostenitori. Come interpretare diversamente quanto accaduto mercoledì, quando la polizia è intervenuta per impedire una semplice conferenza stampa davanti ai cancelli della Leopolda? Renzi parla di “Leopolda del popolo”, ma utilizza metodi dittatoriali per impedire al popolo del NO di manifestare liberamente. La “gente normale” di cui Renzi parla sono – aggiungono – le famiglie vittime della crisi, gli studenti a cui crollano i soffitti della scuola (e che presto verranno mandati a lavorare gratis da McDonald’s), gli inquilini sotto sfratto, i precari e i disoccupati di questo paese, chi è stufo di una politica asservita ai poteri forti. Le stesse persone che sabato scenderanno in piazza per portare le proprie ragioni alla Leopolda del Sì. Ragioni con cui Renzi deve confrontarsi. Perché questo è il paese reale, che non si può nascondere né zittire”.

Durante la giornata si è pensato anche di provare una mediazione oppure a ottenere una sospensiva ma, come ci conferma l’avvocato Paolo Solimeno (dell’Associazione Nazionale Giuristi Democratici) non ci sarebbero i tempi tecnici. “Non ci sono comprovate ragioni di pericolo – ci dice Solimeno raggiunto telefonicamente – per l’ordine pubblico come stabilisce la giurisprudenza. Qui il questore dice che c’è la concomitanza di altre manifestazioni e dice che c’è il rischio che convergano nella manifestazione “elementi esterni che possano compiere diritti”. Siamo di fronte a una compressione ingiustificata di un diritto senza un concreto pericolo. Si torna al testo unico per la sicurezza fascista”.

Anche il vicepresidente di Libertà e Giustizia Tomaso Montanari è intervenuto: “Mi sembra davvero insensato e grave – dice Montanari – che si probisca una manifestazione pacifica che si chiama ‘Firenze dice no’, e che lo si faccia mentre il Presidente del Consiglio abusa del suo ruolo istituzionale mescolando le celebrazioni dell’Alluvione del 1966 alla Leopolda del Si. Si sarebbe ascoltata volentieri la voce del sindaco Nardella: Firenze non può essere ridotta alla scenografia plaudente di una corte. Non tutti i fiorentini sono felici di fare le comparse nella fiction del buon governo renziano”.

(continua qui)

I Mazzei-Carcagnusi e i loro interessi su Roma. La mafia dei Santapaola sul litorale.

I carabinieri del comando provinciale di  Roma stanno eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare in carcere,  emessa dal gip del Tribunale di Roma, su richiesta della locale Procura della Repubblica – Dda, nei confronti di sei persone, ritenute responsabili a vario titolo dei reati di tentata estorsione ed estorsione, aggravati dal metodo mafioso, procurata inosservanza di pena e possesso di documenti di identificazione falsi.

Dalle indagini svolte dal Nucleo Investigativo dei carabinieri di Roma è emerso, inoltre, che uno degli arrestati, di origini catanesi, era  latitante e, utilizzando documenti contraffatti e avvantaggiandosi dell’appoggio logistico di conterranei, aveva stabilito il suo covo nell’area laziale compresa tra Aprilia e Pomezia. L’indagine è stata avviata dal Nucleo Investigativo  carabinieri di via In Selci, a seguito della denuncia presentata il 14 luglio scorso da un imprenditore romano, operante nel settore del noleggio di autoveicoli a medio e lungo termine, nei confronti di un  pregiudicato di origini catanesi, stabilitosi ormai da decenni con la  propria famiglia nel litorale Sud della capitale.

Secondo quanto riferito dalla vittima, il catanese, insieme con la sua convivente romana, di professione agente immobiliare, e ad altri siciliani, facendo ricorso a minacce e violenze, aveva tentato in quattro distinte occasioni, tra il 10 e il 14 luglio 2016, di  estorcergli circa 50.000 euro, riuscendo infine, il 14 luglio, a farsi consegnare 2.000 euro. Le indagini, sviluppate anche con l’ausilio di  intercettazioni telefoniche e ambientali, hanno consentito di ricostruire in maniera compiuta l’intera vicenda, riuscendo a identificare tutti i partecipanti agli episodi delittuosi descritti  dalla vittima.

In particolare i carabinieri hanno appurato che il pregiudicato di origine catanese, fingendosene legittimo proprietario, nel giugno 2016 aveva ceduto tre autovetture del valore complessivo di circa 60.000 euro al citato imprenditore, che operava nel settore del noleggio di autoveicoli. Dopo aver ricevuto circa 30.000 euro a titolo di anticipo del prezzo complessivo concordato per l’alienazione dei tre veicoli, da saldarsi all’atto del formale passaggio di proprietà, il  pregiudicato catanese aveva preteso la restituzione delle tre vetture o, in alternativa, la dazione di ulteriori 50mila euro da parte della vittima.

Al fine di vincere le resistenze della vittima, il pregiudicato catanese, la sua convivente e altre quattro persone di  origine siciliana, tra il 10 e il 14 luglio, avevano minacciato di morte e malmenato l’imprenditore, e, al fine di incutergli maggiore  timore, lo avevano anche informato di essere appartenenti a un’organizzazione mafiosa attiva nella provincia di Catania. Il 14  luglio 2016, a seguito di reiterate minacce, avevano costretto la vittima a firmare un assegno del valore di 2000 euro, incassato nei  giorni successivi.

I carabinieri precisano che, nel pomeriggio del 18 luglio 2016, due dei sei estorsori, destinatari dell’attuale misura cautelare, erano stati arrestati in flagranza di reato per aver percosso l’imprenditore e per averlo rapinato della somma contante di 1.600 euro, fatti avvenuti presso l’attività commerciale della vittima, nei pressi della stazione ferroviaria Roma-Tiburtina.

Nel corso dell’attività è stato inoltre riscontrato che due dei  soggetti catanesi, resisi responsabili delle condotte estorsive  denunciate dalla vittima e arrestati oggi dai carabinieri, risultano effettivamente appartenenti alla famiglia di mafiosi catanesi  denominata Mazzei-Carcagnusi, legati alla più nota famiglia di Cosa Nostra catanese dei Santapaola. Uno di loro, infatti, annovera condanne definitive per omicidio e associazione di tipo mafioso.

L’altro, invece, figlio di un ergastolano condannato per omicidio e associazione mafiosa, si era reso irreperibile dallo scorso mese di marzo scorso a seguito di una condanna definitiva a otto anni di reclusione per rapina aggravata e porto abusivo di armi. Le  attività investigative hanno permesso di stabilire che costui, sebbene latitante, aveva partecipato agli episodi estorsivi contribuendo, insieme con gli altri correi, a intimidire la vittima.

Lo scorso 8 agosto, individuato nell’ambito delle attività in corso, i carabinieri di via In Selci lo avevano fatto arrestare dai colleghi di Catania mentre si trovava all’interno di un centro commerciale con la moglie per compiere acquisiti, durante una trasferta in terra etnea.

Dalle indagini svolte dal Nucleo Investigativo di Roma è emerso, altresì, che il latitante, utilizzando documenti contraffatti e  avvantaggiandosi dell’appoggio logistico del conterraneo artefice della vicenda estorsiva, aveva ormai stabilito il suo covo nell’area laziale compresa tra Aprilia e Pomezia.

[AdnKronos]

Che schifo le nefandezze di Radio Maria

Radio Maria ha sparato la cazzata. Un’altra. Dice che il terremoto sarebbe la punizione di dio per la legge sulle unioni civili votate in Parlamento qualche mese fa. Quindi secondo Radio Maria dio, per logica, è omofobo. Ma non solo: dice Radio Maria che dio è vendicativo, assassino è un po’ vigliacchetto se davvero colpisce cittadini per farsi intendere dai politici. La cazzata, di per sé, sarebbe anche solo una delle tante che viene sparata nel mare magnum dell’informazione, buona al massimo per dare un colpetto di vitalità agli adinolfi di turno.

Ma c’è una cosa che mi turba: che Radio Maria poi non venga mai sconfessata dalla Chiesa. Non dico il Papa (anzi, sì, dico anche il Papa) ma un Cardinale con un minuto libero per dirci che hanno detto una boiata ci starebbe pure. (edit: il Vaticano ha risposto*) Anche la redazione di Radio Maria non ha sconfessato il suo conduttore; dice che abbiamo capito male noi. Eppure le parole hanno un senso e padre Livio Fanzaga ha testualmente detto:

“dal punto di vista teologico questi disastri sono una conseguenza del peccato originale, sono il castigo del peccato originale, anche se la parola non piace… Arrivo al dunque, castigo divino. Queste offese alla famiglia e alla dignità del matrimonio, le stesse unioni civili. Chiamiamolo castigo divino”.

Una cosa è certo: l’ignoranza, l’estremismo e la turboreligione genera mostri. E padre Livio Fanzaga, ancora una volta, sembra tenerci ad essere il loro pastore. Dei mostri. Chissà che ne pensa dio.

*(edit: hanno risposto. Ne scrive l’Ansa:
Il Vaticano condanna le affermazioni andate in onda su Radio Maria riguardo al terremoto come “castigo divino” dopo le unioni civili. “Sono affermazioni offensive per i credenti e scandalose per chi non crede”, deplora mons. Angelo Becciu, sostituto alla Segreteria di Stato, interpellato dall’ANSA. Becciu ha spiegato che si tratta di affermazioni “datate al periodo precristiano e non rispondono alla teologia della Chiesa perché contrarie alla visione di Dio offertaci da Cristo”. “I terremotati ci perdonino, a loro solidarietà del Papa”. “Cristo – ha aggiunto mons. Becciu – ci ha rivelato il volto di Dio amore non di un Dio capriccioso e vendicativo. Questa – spiega – è una visione pagana, non cristiana”.”Chi evoca il castigo divino ai microfoni di Radio Maria – afferma ancora mons. Becciu – offende lo stesso nome della Madonna che dai credenti è vista come la Madre misericordiosa che si china sui figli piangenti e terge le loro lacrime soprattutto in momenti terribili come quelli del terremoto”. “Radio Maria – aggiunge il prelato, tra i più stretti collaboratori del Papa – deve correggere i toni del suo linguaggio e conformarsi di più al Vangelo e al messaggio della misericordia e della solidarietà propugnato con passione da papa Francesco specie nell’anno giubilare. Non possiamo non chiedere perdono ai nostri fratelli colpiti dalla tragedia del terremoto per essere stati additati come vittime dell’ira di Dio. Sappiano invece che hanno la simpatia, la solidarietà e il sostegno del Papa, della Chiesa, di chi ha un briciolo di cuore”.
Bene. Ora rimane solo di ricacciare Fanzaga nel Medioevo.)

Decisamente No. Una guida informata e ragionata. #TourRicostituente #IovotoNO

Noi continuiamo a prendere il prossimo referendum terribilmente sul serio. Sui nostri canali, e in particolare sul sito iovoto.no, trovate le infografiche, le faq, il materiale #nelmerito e le tappe del tour #RiCostituente (in costante aggiornamento). Il 19 novembre ci troviamo a Bologna per un importante evento del Tour Ricostituente in cui ci saremo tutti, nel prossimo mese sarò in giro per l’Italia quasi tutti i giorni per incontri e dibattiti, qui trovate le date in continuo aggiornamento. Se c’è una cosa di cui sono fiero è che noi nel nostro piccolo non ci siamo risparmiati. Mai. Con tutte le difficoltà del caso.

La guida la potete scaricare anche qui, la potete stampare, inviare ai vostri contatti, portarvela in ufficio per discuterne, mandare le vostre osservazioni e contestazioni. Al contrario dei profeti delle cavallette (e dei santi profeti dei terremoti) il Paese non finirà il 5 dicembre ma rimango convinto che i sensi riattivati da questa campagna elettorale debbano essere l’occasione per mantenere questo Paese vivo. Al contrario di qualcuno io vorrei molti politici. Anzi, vorrei vivere in un Paese in cui tutti i cittadini sono politici. Addirittura. Pensa te.

 

Operazione “Lex”: la ‘ndrangheta da Reggio Calabria, Roma, Monza, Pavia fino a Varese. Ecco gli arrestati.

Alle prime luci dell’alba di oggi, nelle province di Reggio Calabria, Roma, Milano, Vibo Valentia, Pavia, Varese, Como, Monza-Brianza e Cagliari, i Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria, collaborati in fase esecutiva dai militari dello Squadrone Eliportato Cacciatori, della Compagnia Speciale del G.O.C., da unità cinofile e dell’8° Nucleo Elicotteri Carabinieri di Vibo Valentia, nonché da quelli dei Comandi Provinciali territorialmente competenti, hanno dato esecuzione al provvedimento di fermo di indiziato di delitto emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria,  nei confronti di 41 indagati (36  in carcere e 5 agli arresti domiciliari), ritenuti, a vario titolo, gravemente indiziati dei delitti di associazione mafiosa in relazione al sodalizio ‘ndranghetista nella sua articolazione territoriale denominata Locale di Laureana di Borrello – formata dalle famiglie “Ferrentino-Chindamo” e “Lamari” – operante nel comune di Laureana di Borrello e comuni limitrofi con ramificazioni in tutta la provincia reggina ed in altre province, concorso esterno in associazione mafiosa,  porto e detenzione di armi comuni da sparo, importazione e cessione di sostanze stupefacenti del tipo cocaina, estorsione, lesioni personali gravi, frode sportiva, intestazione fittizia di beni, incendio, danneggiamento, violenza privata,  con l’aggravante, per tutti i delitti, dell’agevolazione  delle attività dell’associazione  mafiosa.

L’indagine trae origine da una serie di episodi criminosi, registrati sul territorio della municipalità di Laureana di Borrello (RC) e zone limitrofe a partire dal mese di giugno del 2014, sintomatici dell’operatività di un sodalizio criminale attivo in quell’area ed in grado di esercitare un controllo di tipo mafioso sull’intera comunità. Di qui l’avvio della complessa attività d’indagine, svolta dai militari della Compagnia di Gioia Tauro sotto il costante coordinamento della Procura Distrettuale Antimafia, sviluppata secondo metodologie di tipo tradizionale e attraverso una rilevante mole di attività tecnica, che si è giovata anche delle propalazioni rese da alcuni collaboratori di giustizia. In particolare, è stata acclarata l’appartenenza di molti degli odierni fermati, anche con ruoli di vertice, alle cosche “FERRENTINO-CHINDAMO” e “LAMARI” quali articolazioni autonome, talvolta alleate e talvolta in aperta conflittualità, dell’associazione per delinquere di tipo ‘ndranghetistico  nota come “Locale di Laureana di Borrello” del Mandamento Tirrenico, operante nel territorio di quel comune e delle municipalità limitrofe, con ramificazioni in tutta la provincia ed in altre province del Nord Italia e segnatamente Milano, Varese, Pavia e Como.

Nel corso delle indagini è stato quindi possibile cogliere le modalità con le quali la Cosca, avvalendosi della forza intimidatrice derivante dal vincolo associativo, riusciva a controllare e a sfruttare le risorse economiche della zona mediante il compimento di una serie indeterminata di delitti riguardanti le armi, il patrimonio, la vita e l’incolumità individuale, il commercio di sostanze stupefacenti. Sono state, inoltre, documentate molteplici condotte, da parte della Locale di ‘ndrangheta, tese ad influenzare l’ordinario andamento delle istituzioni comunali,  e, in particolare, le condotte di alcuni componenti dell’amministrazione della municipalità pre-aspromontana per l’aggiudicazione di appalti pubblici in favore delle aziende mafiose di riferimento della cosca. Emblematica la posizione  dell’assessore al “verde pubblico, agricoltura, manutenzione, tradizione, servizio idrico, servizi demografici, viabilità, fiera ed artigianato” del Comune di Laureana di Borrello, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa,  perché – pur non facendo parte stabilmente della Locale in argomento – forniva un concreto, specifico, consapevole e volontario contributo alla ‘ndrina CHINDAMO-FERRENTINO, come referente politico del sodalizio. Numerosi poi sono stati gli efferati episodi delittuosi censiti e perseguiti, quali atti intimidatori, danneggiamenti, incendi ed estorsioni. In taluni casi, infatti, alcuni cittadini sono stati vittime di atti ritorsivi, perpetrati in maniera cruenta attraverso l’esplosione di colpi di arma da fuoco e/o incendi, che hanno riguardato beni mobili ed immobili di loro proprietà e che, in una circostanza, hanno visto un collaboratore scolastico divenire vittima di un “pestaggio”, da parte di alcuni soggetti appartenenti alla cosca, per il sol fatto di aver rimproverato un “rampollo” minorenne riconducibile alla ‘ndrina CHINDAMO-FERRENTINO. In un altro caso, invece, un imprenditore, risultato poi essere vicino alla Cosca rivale dei LAMARI, è stato sequestrato per alcune ore da appartenenti alla Cosca FERRENTINO per costringerlo a continuare la gestione fittizia di un’impresa edile, ubicata a Voghera, in nome e per conto del sodalizio.

È stato, inoltre, documentato come la principale fonte di guadagno della cosca fosse rappresentata dal traffico internazionale di sostanze stupefacenti avente, quale canale di approvvigionamento, le tratte che dall’India e dalla Colombia portano al Porto di Gioia Tauro dove, con le compiacenze di soggetti vicini alle cosche operanti in quello scalo, venivano fatti passare, ben occultati in cargo contenenti riso, ingenti quantitativi di droga. Il tutto grazie alla copertura di un società, la Ditta di import-export “United Seed’s Keepers” s.r.l. con sede a Milano e Roma, interamente controllata da imprenditori prestanome della consorteria mafiosa.
Diverse, peraltro, sono state le ipotesi di intestazione fittizia riscontrate con riferimento a numerose attività commerciali, tra le quali spiccano ben 2 imprese edili ed una società, attiva nel Porto di Gioia Tauro, di import/export, e di alcuni immobili in Lombardia, nonché l’infiltrazione della famiglia LAMARI nella gestione della “Polisportiva Laureanese”, inserita nel Campionato di Promozione, girone “B”, con episodi di “combine” dei risultati di almeno due incontri di calcio mediante minacce aggravate dalla metodologia mafiosa.
L’attività d’indagine ha evidenziato come la Locale, con la forza promanante dal vincolo mafioso, ha assoggettato la popolazione del centro pre aspromontano che viveva asfitticamente sotto la coltre del potere mafioso, che non dava tregua. A Laureana di Borrello, in particolare, l’autonomia imprenditoriale era azzerata non esistendo settore economico, e non, che non incontrasse “l’interesse” delle ‘ndrine.
Persino il mondo del calcio è controllato dalle ‘ndrine, che gestistocono la locale squadra calcistica e, attraverso le combine di partite con dirigenze di altre squadre della medesima categoria, falsano i risultati.
Anche nella politica cittadina della municipalità di Laureana di Borrello, le due ‘ndrine hanno dei referenti mafiosi che consentono loro l’aggiudicazione di appalti.

L’attività ha permesso nel tempo di procedere già all’arresto di 5 persone, al sequestro di oltre 2 kg di sostanza stupefacente del tipo marijuana nonché 3 pistole, 1 fucile, centinaia di munizioni di vario calibro e quasi 02 kg di polvere da sparo.

I destinatari del provvedimento di fermo, eseguito nel corso dell’odierna operazione, sono stati i seguenti:

 

1) FERRENTINO MARCO, classe ’80 ;

2) PETTÉ TIZIANA, classe ’81;

3) BIELOVA ALLA, classe ’89;

4) FERRENTINO ALESSIO, alias “u stuccaru”, classe ‘78;

5) FERRENTINO FRANCESCO alias “u zassu”, classe ‘90;

6) DI GIGLIO ANTONINO alias “u liraru”, classe ‘75;

7) FERRENTINO ALESSIO , classe ‘84;

8) DI MASI GIUSEPPE , classe ‘88;

9) PITITTO GIUSEPPE, classe ’75;

10) SIGNORELLO JOSE’, classe ’87;

11)  SIBIO GIOVANNI, classe ’89;

12)  MONEA SALVATORE, classe ’74;

13)  LAMANNA FRANCESCO, classe ’86;

14)  LAMANNA ANTONELLO,  classe ’75;

15)  PIROMALLI VINCENZO, classe ’69;

16)  BEVILACQUA MARIO, classe ’72;

17)  ASCHEI FABIO,  classe ’61;

18)  PETTÈ PASQUALE,  classe ’67;

19)  DI MASI PASQUALE, classe ’86;

20)  PRESTIA FRANCESCO,  classe ’76;

21)  TARANTINO FRANCESCO, classe ’76;

22)  PANIGO MARINA, classe ’59;

23)  MEZZASALMA FABIO, classe ’63;

24)  MARAFIOTI ALBINO, classe ’85;

25)  FERRARI GIORGIA, classe ’95;

26)  SALVO ISABELLA, classe ’69;

27)  FREITAS DE SIQUEIRA DIEGO,  classe ’86;

28)  CHINDAMO ALBERTO, classe ’88;

29)  LAMARI VINCENZO alias Enzo, classe ’68;

30)  LAMARI ANGELO, classe ’67;

31)  LAMARI MATTIA, classe ’97;

32)  MASTROIANNI FABIO, classe ’87;

33)  PAPANDREA NATALE, classe ’91;

34)  NAPOLI CLAUDIO, classe ’76;

35)  PROSSOMARITI ANDREA, classe ’73;

36)  LAINÀ VINCENZO, classe ’63;

37)  CIANCIO FRANCESCO ANTONIO, classe ’95;

38)  OPPEDISANO MAURIZIO, classe ’81;

39)  ZITO FELICE,  classe ’91;

40)  MANDAGLIO ANDREA,  classe ’95;

41)  MANDAGLIO GIOVANNI, classe ’93

Dei predetti FERRARI Giorgia, SALVO Isabella, MANDAGLIO Andrea, MANDAGLIO Giovanni e ZITO Felice sono stati posti agli arresti domiciliari.

Nel medesimo contesto sono stati disposti dalla Direzione Distrettuale Antimafia Reggina diversi sequestri preventivi, finalizzati alla confisca, di una serie di società e beni immobili ritenuti riconducibili direttamente o indirettamente, per il tramite di intestatari fittizi, alle Cosche Lamari e Chindamo – Ferrentino.

In particolare, sono stati sottoposti a sequestro in via d’urgenza:

–          Dimasi Costruzioni di Giuseppe Dimasi (Voghera);

–          Dima Costruzioni S.r.l. di Lamanna Francesco(Voghera);

–          Dimafer di Ferrentino Francesco(Voghera);

–          Ditta di import-export “United Seed’s Keepers” s.r.l. con sede a Milano e Roma;

–          Ditta Di.Gi. lavori edili di Digiglio Antonino “u liraru”;

–          Ditta N.P. Lavori e Costruzini snc di Napoli Claudio e Prossomariti Andrea;

–          Azienda “Demetra“ srl con sede in Laureana di Borrello;

–          Attività commerciale “Il Quadrifoglio”di proprietà di Brogna Francesco nelle due sedi di Laureana di Borrello e Feroleto della Chiesa;

–          Società Polisportiva Laureanese calcio;

–          Edicola di Pititto Giuseppe in Vibo Valentia;

–          Garage adibito alla vendita di Pesce Stocco di Ferrentino Alessio.

 

L’operazione odierna ha visto l’impiego complessivo di circa 300 militari in tutta la penisola, con perquisizioni che hanno interessato diverse abitazioni ed immobili considerati depositi di armi e droga della consorteria laueranese, nonché lo studio legale, con sede a Milano, di un noto penalista ritenuto vicino alla cosca.

A proposito del Pd che non c’entra con Mafia Capitale: per portare in tribunale l’ex capogurppo servono i carabinieri

Doveva testimoniare al processo di Mafia Capitale, ma non si è presentato. Per due volte. La prima volta dicendo di avere disturbi gastroinestinali, la seconda senza giustificazione. Così i carabinieri sono andati a prelevarlo, come si dice in gergo, e lo hanno portato a piazzale Clodio. Chi? Uno sgherro di Massimo Carminati? Un funzionario di secondo piano di una delle coop che facevano capo a Salvatore Buzzi? No, Fabrizio Panecaldo, ex capogruppo del Pd all’assemblea capitolina, il consiglio comunale di Roma.

A disporre l’accompagnamento coattivo dell’ex eletto del Partito democratico erano stati i giudici della X sezione penale del tribunale di Roma, presieduta da Rosanna Ianniello, che aveva avuto già i suoi problemi con la testimonianza di un’altra esponente del Pd, la deputata Micaela Campana, che aveva messo insieme in una sola testimonianza 39 “non ricordo”. Una decisione presa il 25 ottobre quando Panecaldo era stato citato come testimone ma non era comparso nell’aula bunker di Rebibbia. All’udienza precedente Panecaldo aveva invece disertato adducendo con un certificato problemi di salute (“sindrome parainfluenzale con disturbi gastrointestinali”, ricorda Il Messaggero). Panecaldo si è scusato con il tribunale e con le parti per non essersi presentato nelle due udienze precedenti. A volere la testimonianza di Panecaldo sono stati Valentina Panvini e Pier Gerardo Santoro, legali di due imputati, Giordano Tredicine (ex consigliere comunale del Pdl) e Salvatore Buzzi, guida della Coop 29 giugno e ritenuto capo dell’associazione finita a processo.

Era stato proprio Buzzi in una telefonata con la compagna, Alessandra Garrone, aveva definito Panecaldo una “mucca da mungere“. “Panecaldo – si sente nell’intercettazione – me faceva: ‘Ah a me non me dà niente?’ Allora gl’ho detto… ‘Lo sai il proverbio ‘La mucca tu la devi mungere ma gli devi da’ da mangia’. Tu solo la mungi’. Allora mi fa: ‘Tra un mese e mezzo glie damo da magna’ e tra un mese e mezzo la mungeremo”. Da qui nasce una domanda del pm Luca Tescaroli, cioè se per caso Panecaldo ha mai sollecitato utilità a suo vantaggio. L’ex capogruppo ha risposto di non aver “mai chiesto nulla. Neanche un finanziamento. Eppure sono stato eletto cinque volte in consiglio comunale”.

E’ sempre Buzzi che in un interrogatorio in carcere aveva detto ai magistrati: “Il Pd non lo avevamo mai finanziato così, era famelico. Panecaldo era insistente, mi chiedeva assunzioni”. E, racconta il Messaggero, proprio il capitolo “segnalazioni” è diventato il perno della testimonianza. L’ex consigliere del Pd ne ammette una, “poi basta”. Ma Santoro, l’avvocato di Buzzi, tira fuori un “pacchetto” di messaggini con nomi, numeri di telefono, attitudini: “Patente C e BK”, per esempio. Panecaldo ha risposto così: “Rivendico le mie segnalazioni, non me ne vergogno, non ritengo che siano motivo di biasimo o di reato. Segnalo soprattutto gente che a 50 o più anni si ritrovava senza futuro. E non ho mai chiesto nulla in cambio”. Anche qui, come in altre udienze, è servita una “spinta” della presidente del tribunale, Ianniello: “Prima aveva detto un solo segnalato, ora siamo già a tre. Come mai?”. Risposta: “Sempre senza risultato”.

(fonte)

Nel merito. Perché con questa riforma si rischia l’autocrazia (di Lucia Maniscalco)

(Articolo di Lucia Maniscalco)

La riforma della Costituzione pensata dal Governo Renzi, così come pubblicata in Guri n. 88 del 15 aprile 2016 dopo le prescritte due distinte votazioni da parte della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, è al centro del dibattito politico in considerazione del referendum costituzionale di cui all’art. 138 Cost. che si terrà il 4 dicembre p.v.

Le modifiche interessano una parte cospicua della Costituzione e, nonostante le dichiarazioni del Governo circa la non alterazione del sistema di governo, innescano sul punto perplessità non indifferenti anche alla luce di quanto sta accadendo in riferimento alle modifiche, seppure relative a materie di competenza legislativa ordinaria, all’impianto ordinamentale complessivo, dalla cui analisi non si può prescindere per ovvie ragioni di sistematicità.

Un premier con più poteri?

L’ampliamento dei poteri del premier si legge in via indiretta e non per espressa previsione, ma ciononostante non se ne può sottovalutare la portata. L’analisi degli articolati mette in luce infatti un panorama riconducibile ad un disegno che si integra perfettamente con un sistema a forte connotazione presidenziale, che fa addirittura temere l’autocrazia se letto in combinato disposto con la legge elettorale c.d. “Italicum” che prevede un premio di maggioranza al partito che ottiene un numero di voti di poco superiore al 25 per cento, a cui spetta, in omaggio al principio della governabilità, la guida del Paese. Alla classe di potere è deferito anche un ruolo decisivo nell’elezione del Presidente della Repubblica, nella scelta dei giudici della Corte Costituzionale e nella nomina del Consiglio Superiore della Magistratura, oltreché nella determinazione dell’indirizzo generale con particolare riguardo alle politiche di bilancio.

Il Senato delle Autonomie al posto del Senato della Repubblica

Come si è avuto modo di puntualizzare da parte di illustri giuristi, l’eliminazione del bicameralismo paritario più che rassicurare in ordine alla riduzione dei costi e allo snellimento procedurale dell’iter di formazione delle leggi, preoccupa per la semplice ragione che il Senato rimane in vita, con competenze e numero ridotti ma pur sempre in vita. Il Senato delle Autonomie sostituirà così il Senato della Repubblica con la conseguente eliminazione di uno dei contrappesi disposti dai Padri costituenti per arginare il rischio di una ricaduta in senso autoritario dello Stato.

Il regime elettorale cui esso va incontro è quanto meno inquietante atteso che si elimina l’elezione diretta da parte del popolo come suole in democrazia, per fare posto ad elezioni di secondo grado di competenza dei consigli regionali per eleggere alla carica consiglieri regionali e sindaci di comuni in misura di uno per ciascuno nell’ambito dei rispettivi territori. Il principio della sovranità del popolo subisce senz’altro una grave lesione che fa perdere al Senato il suo ruolo di bilanciamento e di moderazione in caso di eccessi da parte della Camera dei deputati.

E’ certo comunque che la confusione tra i ruoli, consiglieri o sindaci da una parte e senatori dall’altra, regnerà sovrana. Al Senato non compete inoltre l’espressione della fiducia al governo che è riservata alla Camera dei deputati. Né si intravede per esso uno spiccato ruolo con specifico riguardo alle materie di interesse delle autonomie locali tenuto conto che le leggi di bilancio sono riservate alla competenza della Camera e dunque si percepisce chiaramente lo svuotamento di contenuto di tale organo rispetto all’attuale. La trasformazione del ruolo del Senato ha riflessi sulla democraticità di tale organo e sulla rappresentatività politica dello stesso.

Il procedimento legislativo si complica e distingue tra leggi approvate dalla sola Camera dei deputati, sulle quali il Senato può richiedere il riesame, e  leggi di competenza di entrambe le Camere. Nell’insieme però non sfugge la perdita di valore del Senato anche se si inserisce il criterio della rappresentanza dei territori come elemento di partecipazione nella fase della formazione delle leggi che li riguardano. A tal proposito va però considerato che tutta la riforma, e in particolare quella del titolo V della Costituzione, è pervasa dall’esigenza di fare riassumere allo Stato  un ruolo centrale e di ridurre le competenze che con la riforma della Costituzione del 2000 sono state estese agli enti territoriali nella formulazione del decentramento.

La predominanza dell’Esecutivo sul Parlamento

In genere si osserva una predominanza dell’Esecutivo sul Parlamento così come emerge, oltreché dalla previsione di termini ristretti per l’esame e l’ approvazione delle leggi, come se si trattasse di un compito qualsiasi non avente influenza sulla qualità della produzione legislativa, e dalla previsione normativa che autorizza il Governo a richiedere alla Camera dei deputati di deliberare, entro 5 giorni dalla richiesta, che un disegno di legge, indicato come essenziale per l’attuazione del programma di governo, sia iscritto con priorità all’ordine del giorno e sottoposto alla pronuncia in via definitiva della Camera dei deputati entro il termine di settanta giorni dalla deliberazione. In tali casi, tra l’altro, i termini di cui all’articolo 70, terzo e quarto comma, che disciplinano la funzione legislativa e i rapporti con il Senato, sono ridotti della metà.

L’accelerazione delle procedure è un elemento che depone in senso contrario alla loro democraticità  poiché mette in secondo piano la qualità della normazione e, ciò che è ancora più importante, l’impatto che essa può avere sulla collettività.

Cosa cambia per i disegni di legge di iniziativa popolare

Di contro, per i disegni di legge di iniziativa popolare è previsto l’incremento a centocinquantamila delle firme per la loro presentazione rispetto all’attuale previsione pari a cinquantamila.

In conclusione, l’accentramento del potere nelle mani del leader del partito vincente, unito al procedimento di formazione delle leggi e alle strategie messe a disposizione del Governo per accelerare sulle leggi di iniziativa governativa, e in particolare su quelle indicate come essenziali per l’attuazione del programma di governo, nonché il quorum previsto per l’elezione del Presidente della Repubblica che si abbassa ai tre quinti dell’assemblea dal quarto scrutinio per arrivare ai tre quinti dei votanti dal settimo, la non diretta eleggibilità  del Senato e la riduzione delle sue competenze, la svalutazione del Parlamento con il contingentamento delle procedure, l’eliminazione dei contrappesi per evitare le derive in senso autoritario del potere, non lasciano sperare nulla di buono da questariforma della Costituzione, sebbene essa sia presentata dal Governo come la panacea di tutti i mali, e mettono in luce le storture di un sistema che tende chiaramente a ridurre le istituzioni democratiche e ad offuscare tale obiettivo attraverso la corsa al cambiamento a tutti i costi  lasciando però intuire che l’obiettivo vero è la trasformazione del sistema per consentire la facile governabilità ad una oligarchia contro le aspettative del popolo sovrano.

(fonte)