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Nel merito. Che c’entrano le donne con la riforma (Boschi esclusa)

Un gran pezzo di Giulia Sivierio:

Lo sfruttamento del femminismo come strategia di marketing non è un fenomeno recente: è stato usato per far cominciare le donne a fumare, per vendere trucchi, parrucchi, vestiti e persino libri, ma continua a produrre e a inventare nuovi modelli e obiettivi. L’ultimo dei quali è davvero stupefacente, visto il “prodotto” e visto che è stato usato in modo strumentale da chi dovrebbe stare ben lontana da questi trucchi. Questa è la conclusione: parto dall’inizio.

Maria Elena Boschi è ministra delle Riforme Costituzionali ed è anche delegata alle pari opportunità. Martedì 18 ottobre a Roma il PD ha organizzato l’incontro “Le ragioni delle donne per il Sì”. Il video integrale sta qui. La riunione è stata introdotta dicendo che «le donne hanno scelto di esprimersi e hanno deciso di dire sì». Le donne, non quelle che stavano lì al tavolo, non quelle in sala, non quelle del PD o altre fuori, tante o poche io non lo so. Le donne, dicevano. Molte, non l’hanno invece presa bene.

Ho scritto a delle amiche (il fatto che la delegata alle pari opportunità fosse intervenuta per piegare la questione femminile, o maschile, alla propria campagna elettorale a favore della riforma costituzionale, mi sembrava una cosa spregevole), ho pensato subito che le donne dovrebbero semmai essere più consapevoli della difficoltà di avere il diritto di voto e che quindi dovrebbero essere più sensibili ogni volta che una scheda (come quella del Senato non più elettivo) viene loro tolta di mano, poi ho cercato di non puntare la pistola, come mi dice spesso qualcuno, ho ascoltato e ho studiato la riforma da una prospettiva femminista.

La premessa è ovviamente che non ci sono argomenti da uomini e non ci sono argomenti da donne: ci sono semmai argomenti su cui la libertà delle donne è direttamente in gioco e su cui le donne si mobilitano maggiormente o sono più attente. Ecco, il referendum costituzionale è uno di questi?

(continua qui su Il Post)

Quindi siamo stati profetici su Albertini, alla fine

Ne avevamo parlando sui Quaderni di Possibile (qui) scrivendo:

«A proposito d’immunità e di riforma costituzionale il caso dell’ex sindaco Gabriele Albertini (oggi senatore, tra l’altro di maggioranza) è un paradigma importante: il senatore del Nuovo Centro Destra pretende di evitarsi il processo penale per calunnia aggravata ai danni del magistrato Robledo appellandosi alla sua immunità da senatore. […] Siamo al 29 luglio 2014 quando Albertini chiede ufficialmente al Senato di poter usufruire dell’immunità (ancora) per essere salvato dal processo penale e mentre la Giunta per le Immunità decide il da farsi l’ex sindaco lancia un messaggio chiaro: “se poi la stessa maggioranza, quando io ho un problema, mi vota contro, allora sono io che non voto più”. In sostanza Albertini minaccia il governo di far mancare il proprio voto (preziosissimo nella risicata maggioranza al Senato) nel caso in cui non abbia il trattamento che si aspetta.»

Indovinate un po’? È accaduto. Leggere per credere. Ecco l’articolo de Il Fatto Quotidiano:

«In vero Albertini aveva cercato l’immunità anche quando era parlamentare europeo senza riuscire a ottenerla proprio per il fatto che le sue opinioni erano riferibili a quando era sindaco e non eurodeputato. Una logica da cui si sfugge solo se ci s’infila la politica. E infatti Albertini condiziona, di fatto, il giudizio dei membri della giunta calando l’asso dell’appoggio alla maggioranza in Senato. Epilogo: la giunta vota come atto di fede, un po’ come i parlamentari ai tempi di Ruby “nipote di Mubarack”: Albertini ha espresso il suo convincimento nell’esercizio del suo mandato parlamentare, anche se parlamentare non era. Punto. Ora dovrà essere l’Aula del Senato a prendere la decisione definitiva sulla vicenda.»

Continua qui.

La migliore risposta (politica) per Goro e Gorino

Oggi mi arriva da un messaggio di Andrea Maestri, parlamentare di Possibile, che mi scrive:

«Con 370 voti favorevoli e 28 contrari la Camera dei Deputati ha approvato il nostro emendamento in tema di rimpatrio dei minori stranieri non accompagnati. Introdotti criteri per il Tribunale per i Minorenni che potrà disporre il rimpatrio solo se il ricongiungimento coi familiari corrisponde al superiore interesse del minore, previa audizione del minore stesso e del tutore e tenuto conto delle indagini familiari e della relazione dei servizi sociali. Emendamento suggerito da ASGI (associazione studi giuridici sull’immigrazione), che sottolinea l’importanza di non lasciare un margine di discrezionalità troppo ampio al Tribunale. Dunque, maggiore protezione e più garanzie per il minore di cui si intenda disporre il rimpatrio. Finalmente ho potuto incidere concretamente su una legge e su una materia a me cara, i diritti dei bambini.»

Provare a fare le cose sul serio. Dove serve. Noi lo facciamo così.

Dopo Equitalia? Sarà peggio. Ecco perché.

La manovra che doveva togliere di mezzo Equitalia e garantire così un rapporto di maggiore collaborazione con il contribuente rivela ora le sue carte nascoste: il nuovo organismo che sostituirà Equitalia, il cui nome è Agenzia delle Entrate-Riscossione, sarà molto più forte e incisivo rispetto a Equitalia stessa, con poteri superiori in materia di indagini e di riscossione. Possibile? Certo, perché si avvarrà dei penetranti poteri già a disposizione dell’Agenzia delle Entrate (come ad esempio l’accesso alle banche dati degli enti creditori) e che erano invece interdetti a Equitalia. Ma procediamo con ordine e vediamo, nelle pieghe del nuovo decreto fiscale, cosa il Governo ha riservato a chi non versa le somme previste nelle cartelle di pagamento.

Il decreto fiscale pubblicato due giorni fa in Gazzetta Ufficiale [1] non regola solo la rottamazione delle cartelle. Il primo articolo detta una lunga serie di norme rivolte alla soppressione di Equitalia: è, in pratica, la messa in liquidazione della società di Riscossione dei tributi erariali e (in alcuni casi) locali. Equitalia sparirà il prossimo 1° luglio 2017 e al suo posto nascerà «Agenzia delle entrate-Riscossione», un ente pubblico economico sotto vigilanza del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Il presidente di Agenzia delle Entrate-Riscossione sarà il direttore dell’Agenzia. Il che la dice tutta sull’accentramento di poteri, in un unico soggetto: se prima l’Agenzia delle Entrate gestiva solo l’accertamento della riscossione, ora regolerà anche la successiva fase di riscossione coattiva. Insomma, dalle «carte» ai «fatti».

Che fine fanno i vecchi crediti di Equitalia e le cartelle già notificate in tutti questi anni? Ogni rapporto giuridico passa in automatico ad Agenzia delle Entrate-Riscossione, che eredita crediti e debiti di Equitalia. Dunque, massima continuità a ciò che era stato sino ad ora fatto e che, pertanto, verrà proseguito, negli stessi termini, dal nuovo ente.

Chi difenderà, in causa, l’Agenzia delle Entrate-Riscossione? Il decreto fiscale stabilisce che il nuovo ente è autorizzato ad avvalersi del patrocinio dell’Avvocatura dello Stato competente per territorio, ma potrà stare in giudizio avvalendosi direttamente di propri dipendenti davanti al tribunale e al giudice di pace, salvo che, ove vengano in rilievo questioni di massima o aventi notevoli riflessi economici, l’Avvocatura dello Stato competente per territorio, sentito l’ente, assuma direttamente la trattazione della causa.

Nuovo ente, vecchia mentalità. Purtroppo, il primo punto che lascia intravedere l’assenza di un effettivo cambiamento nell’impostazione del rapporto con il cittadino è quello relativo al personale. Per garantire la continuità nelle funzioni di riscossione, il decreto legge prevede che lo stesso personale già assunto da Equitalia passi ad Agenzia delle Entrate-Riscossione (con la garanzia della posizione giuridica ed economica maturata alla data del trasferimento), previo superamento di apposita procedura di selezione e verifica delle competenze. Insomma, dietro lo sportello, il contribuente troverà sempre lo stesso dipendente di prima che faceva «spallucce» dinanzi alle problematiche sollevate dal debitore, invitandolo candidamente a «fare ricorso al giudice se ha qualcosa da contestare». Insomma, nessuna compliance, ossia collaborazione, sul cui vessillo, invece, era stata portata avanti la riforma.

Più poteri in fase di riscossione. Il punto nodale è, invece, che il nuovo ente avrà molti più poteri rispetto al predecessore. Il decreto legge, infatti, consente ad Agenzia delle Entrate-Riscossione di utilizzare banche dati e informazioni già in uso all’Agenzia delle Entrate, ma il cui accesso era invece interdetto a Equitalia, al fine di realizzare al meglio il recupero forzato delle tasse non pagate.

Sul punto il nuovo decreto fiscale dedica un apposito articolo (articolo 3), dal titolo appunto Potenziamento della riscossione. Chi non ci crede, lo vada a leggere qui. Ne riportiamo il testo.

Art. 3

Potenziamento della riscossione

A decorrere dal 1° gennaio 2017, l’Agenzia delle entrate può utilizzare le banche dati e le informazioni alle quali è autorizzata ad accedere sulla base di specifiche disposizioni di legge, anche ai fini dell’esercizio delle funzioni   relative   alla   riscossione nazionale di cui all’articolo 3, comma 1, del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 dicembre 2005, n. 248.

All’articolo 72-ter del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, dopo il comma 2-bis, è inserito il seguente: «2-ter. Ai medesimi fini previsti dai commi precedenti, l’Agenzia delle entrate può acquisire le informazioni relative ai rapporti di lavoro o di impiego, accedendo direttamente, in via telematica, alle specifiche banche dati dell’Istituto nazionale della previdenza sociale.

L’Agenzia delle entrate-Riscossione è autorizzata ad accedere e utilizzare i dati di cui al presente articolo per i propri compiti di istituto. 

Cosa significa tutto ciò? Che Agenzia delle Entrate-Riscossione avrà più poteri di indagine nello scovare i redditi nascosti dei debitori, poteri consistenti nella possibilità di accedere a tutti gli archivi e banche dati degli enti creditori, come Inps, Comuni, ecc.. Se prima tali poteri erano garantiti solo all’Agenzia delle Entrate, per meglio individuare le evasioni fiscali, ora gli stessi saranno utilizzabili nella fase successiva, quella del pignoramento. Così, Agenzia delle Entrate-Riscossione potrà acquisire le informazioni relative ai rapporti di lavoro o di impiego, accedendo direttamente, in via telematica, ai database dell’Inps. Di fatto, diventa possibile quello che aveva chiesto e auspicato l’Ad di Equitalia, Ernesto Maria Ruffini, nelle audizioni parlamentari in cui aveva più volte sottolineato la necessità di poter accedere anche all’archivio dei rapporti finanziari per poter agire conoscendo la situazione finanziaria del debitore quasi in tempo reale.

Insomma, in un unico soggetto vengono a fondersi i poteri di soggetto accertatore e di soggetto riscossore. Con tutte le ricadute, in termini di indipendenza e autonomia, che è già possibile immaginare.

Pagare meno i medici obiettori, ad esempio

(Una provocazione ma non troppo di Marco Faraci in un suo articolo per Strade)

Il tema dell’obiezione di coscienza all’aborto è tornato in questi giorni all’onore delle cronache, in seguito alla triste vicenda della donna di Catania morta in seguito a una complicazione nella gravidanza.

Il quadro non è sufficientemente chiaro per capire se alla base del decesso ci sia stato un ritardo nel deliberare il ricorso ad un aborto finalizzato a preservare la vita della madre. Nessuna conclusione particolare può essere quindi tratta, per ora, sul caso specifico, ma al tempo stesso quanto è avvenuto ha risvegliato l’attenzione sul tema più ampio della carenza di medici ospedalieri abilitati a compiere interruzioni della gravidanza, specie nelle regioni del Sud Italia, dove il 90% dei ginecologi sono obiettori.

La questione che deve essere posta in termini generali è se abbia senso considerare l’obiezione di coscienza all’aborto non come una normale scelta morale e culturale esercitata nel mercato, ma come un diritto positivo riconosciuto e tutelato dallo Stato. Siamo, evidentemente, di fronte ad una giurisprudenza anomala che non trova particolari similitudini in altri ambiti della vita economica, istituzionale e sociale del nostro paese, pur non essendo certo l’aborto l’unico argomento controverso ed eticamente sensibile.

Certo, per i sostenitori dell’obiezione all’aborto, esiste almeno un parallelo da cui derivare un fondamenti di legittimità, cioè il riconoscimento ufficiale, avvenuto a partire dal 1972, dell’obiezione di coscienza al servizio militare. Questo parallelo, tuttavia, appare poco convincente: il servizio di leva consisteva, infatti, in un obbligo imposto dallo Stato a cittadini che non avevano alcun desiderio di indossare la divisa; in questo contesto il riconoscimento dell’obiezione di coscienza e della possibilità di prestare un servizio alternativo rappresentava una forma di temperamento dell’impegno coatto a cui i nostri ragazzi venivano sottoposti.

Peraltro l’accesso all’obiezione di coscienza non era concesso “gratuitamente”; nei primi anni il servizio civile era più lungo del corrispondente servizio militare, e inoltre gli obiettori per tutta la vita erano soggetti a una serie di limitazioni che andavano dall’impossibilità di ottenere il porto d’armi al divieto di svolgere alcuni lavori.

L’obiezione dei medici non si configura, al contrario, come una forma di mitigazione di un arruolamento forzato, ma rappresenta invece un rifiuto rispetto ad alcuni contenuti di un lavoro volontariamente intrapreso. Certamente, a nessuno viene imposto di fare il ginecologo ospedaliero. L’obiezione dei medici non assomiglia quindi a quella di un diciottenne che non vuole essere obbligato ad imbracciare alle armi; semmai è l’obiezione di un dipendente che si rifiuta di ottemperare ad alcune delle mansioni che gli sono chieste dal datore di lavoro che ha liberamente scelto.

E’ la situazione, se vogliamo cercare degli esempi, di un ingegnere “pacifista” che lavora in un’azienda che tra i suoi clienti ha il Ministero della Difesa, ma che si rifiuta di lavorare su tutti i progetti militari, esigendo di lavorare solo in progetti civili. Di un autotrasportatore vegano, che pretende dall’azienda di trasporti per cui lavora di non trasportare carne. Di un professional del settore vendite, sostenitore dei diritti umani, che non vuole farsi mandare dalla sua azienda in trasferta in Arabia Saudita o in Iran. Di un Carabiniere, a suo agio con le mansioni amministrative, ma che ripudia ogni attività armata.

Intendiamoci, tutte queste preferenze sono più che legittime e possono avere motivazioni molto forti, fino a riguardare lo stesso valore che attribuiamo alla vita. Non tutto quello che è legale è necessariamente morale, secondo la moralità di ciascuno; e sulla base di quello che sentiamo come giusto e come sbagliato, ognuno di noi orienta le proprie decisioni e sceglie di perseguire determinate carriere e determinate opportunità, piuttosto che altre. Naturalmente nel mondo del lavoro capita di trovarsi davanti a determinate posizioni professionali che implicano aspetti ed attività ai quali si è interessati e altri ai quali si è moralmente contrari – ed è certo comprensibile il desiderio di ritagliarsi il meglio di quei ruoli, espungendo quanto invece è considerato “cattivo”.

In questi casi, tuttavia, o si opta direttamente per lavori diversi che non implichino attività moralmente controverse, oppure si deve essere sufficientemente bravi da convincere l’azienda a impiegarci negli ambiti a cui si è più affini. Quello che tuttavia non può essere accettabile da un punto di vista liberale è la pretesa di essere assunti a fronte di un’obiezione morale dichiarata ad effettuare determinate attività utili all’azienda, e pretendere allo stesso tempo che a tale obiezione non corrispondano forme di penalizzazione in termini di opportunità, carriera e stipendio.

E’ chiaro che in fase di colloquio si può legittimamente dire di non essere disponibili a fare determinate cose, ma a quel punto bisogna essere in grado di compensare questa rigidità con particolari livelli di eccellenza tali da rendersi comunque appetibili all’azienda.
 In ogni caso, si deve accettare che, a fronte di una minore flessibilità, si perdano alcune opportunità di lavoro, oppure si sia retribuiti con salari inferiori.

Se un ingegnere dice a un’impresa che opera anche con la Difesa che per ragioni di coscienza non può lavorare su progetti militari, deve accettare il rischio di non essere assunto, oppure di crescere meno in termini professionali e di stipendio, perché non impiegabile in determinati progetti. Sicuramente al colloquio dovrà presentarsi con un curriculum più pregiato, perché ceteris paribus non si vede la ragione per la quale la sua azienda non dovrebbe piuttosto assumere un ingegnere impiegabile in modo flessibile in qualsiasi progetto aziendale.

Lo stesso, ragionevolmente, deve avvenire nel caso di medici obiettori all’aborto. Gli ospedali dovrebbero essere liberi di gestire le proprie politiche del personale in modo da poter garantire l’erogazione di tutti i servizi previsti. Questo vuol dire che, specie a fronte dell’attuale penuria di medici non obiettori, i ginecologi che si rendono disponibili a effettuare interruzioni della gravidanza dovrebbero ragionevolmente essere ritenuti più “pregiati” e di conseguenza dovfebbero essere privilegiati in termini di assunzioni, promozioni e stipendio.

Nel mercato del lavoro mostrarsi moralmente neutri risulta normalmente premiante; introdurre considerazioni di tipo valoriale implica inevitabilmente dei costi, perché evidentemente riduce la propria utilizzabilità. Ciascuno di noi, nella ricerca di un impiego, è libero di decidere quale valore attribuire ai propri personali princìpi morali e di conseguenza qual è il costo che è disposto a sostenere in nome di essi. La verità è che l’erogazione dei servizi di interruzione della gravidanza non è in crisi per il fatto che alcuni medici, sulla base dei propri imperativi etici, si rifiutano di praticarla. E’ in crisi in virtù del pervertimento statalista dell’elementare principio del mercato secondo cui la “rigidità” comporta un costo.

Le norme sull’obiezione di coscienza per i medici addirittura ribaltano tale principio, generando una situazione nella quale tutti gli incentivi economici e professionali sono a favore dell’obiezione. Questa, infatti, non solo non “costa” nulla, ma produce vantaggi a chi la esercita, in quanto consente di evitare la gavetta di attività poco professionalizzanti. I medici non-obiettori, essendo in pochi, si trovano in pratica a effettuare solo aborti e quindi sono discriminati in termini di crescita professionale e in molti casi anche in termini di turni e di ferie. A queste condizioni non c’è affatto bisogno di essere moralmente contrari all’aborto per scegliere l’obiezione coscienza; anzi, l’obiezione diventa per tanti medici l’opzione più razionale di carriera. In queste condizioni si arriva al paradosso che è proprio la decisione di “non obiettare” che assurge a scelta morale e di principio, una “missione” che alcuni ginecologi scelgono pur a fronte degli svantaggi professionali che ne derivano.

Se ne esce solamente riportando la scelte dell’obiezione e della non-obiezione al loro naturale equilibrio di mercato. I dirigenti ospedalieri dovrebbero essere tenuti ad assicurare i servizi e dovrebbero gestire le politiche sulle risorse umane in maniera conseguente. La disponibilità a compiere qualsiasi lavoro dovrebbe essere considerata titolo preferenziale e valorizzata in termini di stipendi e di opportunità di crescita professionale. “Prezzare” correttamente la scelta dell’obiezione secondo il suo minore valore economico, contribuirebbe probabilmente a ricondurre il fenomeno ad una dimensione più genuina, scremando l’obiezione di opportunità, oggi rilevante.

La questione, in definitiva, non è quella di obbligare alcuno a fare alcunché, ma ricondurre la risoluzione di non praticare aborti a legittima scelta individuale che si esprime all’interno delle dinamiche del mercato, svestendola dell’attuale dimensione “sindacale” e statalizzata.

La demogogia al cubo? Raddoppiare gli stipendi parlamentari: parola dell’ex leghista passato con Verdini (e quindi in maggioranza)

“Raddoppiamo gli stipendi dei parlamentari”. Nei giorni in cui alla Camera si discute la proposta di legge di M5s sul taglio degli stipendi di deputati e senatori, c’è chi decide di andare in controtendenza. E di rivendicarlo con orgoglio. Marco Marcolin, rappresentante a Montecitorio di Scelta civica verso i cittadini per l’Italia, spiega così la sua posizione: “Per rispondere alla demagogia di Beppe Grillo e di chi prova a rincorrerlo sul proprio terreno, presenterò una proposta di legge per raddoppiare lo stipendio dei parlamentari. Bisogna smetterla – prosegue Marcolin – di prendere in giro i cittadini sottovalutando il loro grado di preparazione e di informazione”.

Trevigiano di Montebelluna, eletto nelle file della Lega alle ultime elezioni, ex tosiano successivamente transitato in Fare! per poi approdare, di fatto, in maggioranza, nel nuovo gruppo parlamentare nato dalla sinergia tra Ala e Scelta civica e creato dal viceministro Enrico Zanetti con il sostegno di Denis Verdini, Marcolin spiega che gli sperperi del sistema italiano nulla hanno a che fare con gli emolumenti di deputati e senatori. “Il vero problema dei costi della politica non riguarda lo stipendio dei parlamentari – garantisce – ma gli sprechi e l’inefficienza della macchina amministrativa. Rincorrere la guerra populista alla casta portata avanti dal M5s significa abbassare drasticamente la qualità del dibattito e della composizione del Parlamento, dal momento che saranno sempre meno i professionisti disposti a farsi eleggere per guadagnare di meno ed essere insultati e diffamati da chi fino a pochi giorni prima di diventare parlamentare era disoccupato”.

La posizione di Marcolin non è certo l’unica posizione sorprendente tra quelle esposte in queste ore. Tra le più curiose, c’è stata senz’altro quella di Renato Brunetta, che lunedì, nel corso del suo intervento, ha proposto che l’indennità dei parlamentari venga calcolata sulla base del reddito pregresso, ovvero pagare di più chi è già ricco e meno chi è povero. Per chi è disoccupato al momento dell’elezione, il capogruppo di Forza Italia ha pronta la soluzione: “In quel caso si farà ricorso al reddito di cittadinanza“, che tuttavia in Italia ancora non esiste. Sulla scia di Brunetta, proprio il viceministro dell’Economia Zanetti, che ha suggerito di riconoscere a deputati e senatori uno stipendio pari a quello che il parlamentare ha dichiarato in media negli ultimi 3 anni prima di essere eletto.

(fonte)

I 300 vigliacchi di Goro

Il machismo, la difesa del territorio, la forza bruta, il guardianismo sfrenato, l’eroismo delle barricate, i bancali di legno messi a sbarrare la strada: a Goro, in provincia di Ferrara, la popolazione scende per strada e esplode in una resistenza tenace e dura per bloccare l’avanzata del pericolo nemico, per difendere le proprie famiglie e per evitare l’invasione. A vederla da fuori sembrerebbe la strenua difesa contro i barbari, leggendo i giornali ci si convince che questi che volevano con la forza entrare nel piccolo comune ferrarese siano pericolosi da un torbido passato, dediti ai peggiori traffici.

A Goro i maschi alfa hanno evitato l’approdo di un pullman scalcagnatoche portava 11 donne e 8 bambini. Undici donne e otto bambini. 19 persone che potete trovare in migliaia di case famiglia in giro per l’Italia, gente che incroci in coda mentre aspettano di essere ricevuti negli uffici dei Servizi Sociali, a ritirare il numerino nei corridoi dei Consultori. I maschi di Goro sono scesi in piazza contro di loro: hanno tirato fuori dal cassetto il coraggio dei vili e sono scesi in piazza con tutta la rabbia e la disinformazione che avevano bisogno di espellere. Contro 8 donne e 11 bambini.

Siamo un Paese vigliacco, noi. Stiamo inermi di fronte alle prepotenze della mala politica, degli interessi particolari e sventoliamo rabbia preferibilmente contro gli inermi. Subiamo corrotti e corruttori, votiamo (o comunque sopportiamo) mafiosi e paramafiosi, lecchiamo le scarpe a imprenditori padronali, restiamo indifferenti alle violenze domestiche, giustifichiamo per comodità personale una microillegalità diffusa e quotidiana, chiediamo autografi agli evasori e sopportiamo le millanterie e le inattitudine di pezzi della classe dirigente.

Però quando si tratta di punire un rifugiato per punirli tutti evidentemente non ci fermiamo di fronte alla forma del bisogno, anzi se sono deboli come possono essere deboli donne e bambini in fuga dalla guerra esibiamo tutte le unghie con la stessa codardia di chi abbaia solo quando è sicuro di poter vincere. Così la rabbia (che poi è una paura travestita) prende direzioni patetiche e ottiene una misera (umanamente misera) vittoria di Pirro che lascia solo un’onta.

Mi piacerebbe credere che a Goro abbiano pensato che arrivasse un battello cariche di centinaia di migliaia di persone, tutte pregiudicate, che avrebbe fatto sloggiare i cittadini: se fosse stato così almeno si potrebbero addurre giustificazioni più consistenti appellandosi a un’informazione troppo allarmista. Eppure, mi dico, quella mandria di contestatori incattiviti deve aver visto personalmente arrivare il convoglio; qualcuno li avrà avvisati dell’inconsistenza della minaccia; qualcuno avrà avuto il tempo per spiegare che di madri scappate nascondendosi addosso i propri figli se ne vedono in ogni angolo d’Italia oltre che del mondo.

Poi mi viene da pensare alle mogli, quelle ferraresi, che hanno assistito alla dipartita del proprio marito, ieri sera, uscito di casa con il muso del soldato che demenzialmente si lancia in mezzo all’odore del sangue. Mi chiedo se loro, quelle mogli, non hanno avuto il dubbio che l’eccesso di difesa sia l’inizio della sconsideratezza e se non abbiano provato a spiegargli che capita a tutti nella vita di avere bisogno e capita a tutti di pregare che l’aiuto che ti aspetteresti sia intellettualmente onesto.

Ecco, mi chiedo, se davvero dormiranno tranquille le donne di Goro. Nel paese che si schianta contro donne e bambini se si sentono sicure circondate dai lupi. Quando si supera la bava poi si perde il controllo. Mica solo con i profughi. A Goro come a Calais.

(scritto per Fanpage qui)

Ah, a proposito di riforma scritta male e pensata male: a 18 anni si diventa senatori. Olè.

(di Salvatore Settis, qui)

Ma davvero la neo-costituzione modello Renzi-Boschi è il prodotto di oscuri complotti? Non necessariamente; o almeno, non sempre. Qualche esempio. Visto che il Senato non viene abolito, e conserva anzi una funzione cruciale nell’iter legislativo (specialmente per quel che riguarda Regioni, Comuni e UE), è importante vedere chi può diventare membro di entrambe le Camere che continuano a esser due.

La differenza più sostanziale è che alla Camera dei deputati resta un meccanismo elettivo, sia pure con un alto numero di “nominati”, mentre al Senato si accede per nomina dei Consigli regionali e non per elezione: e questo ormai lo sanno tutti. Meno noto è il fatto che per essere deputati bisogna avere almeno 25 anni (art. 56), mentre per essere senatori, secondo la nuova Costituzione se approvata, ne bastano 18 (l’art. 58 della Costituzione vigente, che fissava il limite di 40 anni, è integralmente abrogato).

Viene così demolita dopo 2500 anni l’etimologia della parola “Senato”, che viene dal Senatus romano, e vuol dire “assemblea dei senes”, gli “anziani”. Dobbiamo immaginare, dietro questa riforma renziana, una lobby di diciottenni impazienti di entrare al Senato? Certo che no. Semplicemente, i neo-padri della Costituzione (e della Patria) non si sono ricordati che, se senatore può diventare un consigliere regionale o un sindaco, per queste cariche il limite è a 18 anni. Nessun complotto dunque, solo un po’ di sciatteria.

Secondo esempio: mentre l’art. 67 della Costituzione vigente dice che “Ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione”, nella neo-Costituzione questo è vero solo dei deputati (art. 55) e non più dei senatori. Ma non perché i senatori potrebbero essere diciottenni, bensì perché “il mandato dei membri del Senato è espressamente connesso alla carica ricoperta a livello regionale o locale” (relazione Renzi-Boschi alla legge di riforma costituzionale).

Ok. Ma il Presidente della Repubblica, secondo il nuovo art. 59, può nominare senatori per sette anni cinque “cittadini che hanno illustrato la patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. Quale patria? Non la “nazione”, si suppone, visto che tali “senatori per altissimi meriti” non la rappresentano.

Dovremo dunque immaginare senatori che hanno illustrato il Molise o che abbiano altissimi meriti nel Friuli? No, anche in questo caso nessun complotto: i neo-Costituenti non ci avevano pensato. Non si erano accorti nemmeno che, fra i senatori (stavolta a vita) che rappresenteranno non la nazione ma le autonomie locali ci sono anche gli ex-Capi dello Stato. Non deve essersene accorto nemmeno Napolitano, sempre attento a tenere alto il prestigio della carica, che ha controfirmato la riforma senza fiatare. La distrazione, si sa, è contagiosa.

Terzo esempio, il meccanismo di elezione del Presidente della Repubblica (art. 83). Come un missile a tre stadi, la sequenza è questa: nei primi tre scrutini i due terzi dell’assemblea (come ora), dal quarto al sesto scrutinio i tre quinti dell’assemblea anziché la maggioranza assoluta (e fin qui bene), e infine la grande novità. Dal settimo scrutinio in poi, i tre quinti non dell’assemblea ma dei votanti.

Tomaso Montanari su Huffington Post ha fatto i conti in modo impeccabile. Assumendo che l’assemblea abbia 732 grandi elettori, i tre quinti –negli scrutini dal quarto al sesto– sono 440. Ma quanti sono dal settimo in poi?

Perché la seduta sia valida (art. 64), basta che siano in aula la metà più uno dei componenti (367 elettori): e i tre quinti di 367 fa 221. In un Parlamento dove (secondo la legge elettorale vigente) il governo in carica, con relativo premio di maggioranza, avrà 340 deputati (senza contare i senatori), un numero come questo si può raggiungere tanto facilmente da relegare il Capo dello Stato al ruolo di maggiordomo del governo.

Ma non basta: nulla obbliga i 367 presenti in aula, necessari per la validità della seduta, a votare a ogni scrutinio. È dunque in teoria possibile, secondo la lettera del nuovo art. 83, che in un’aula con 367 elettori votino solo in cinque, e che il Capo dello Stato lo eleggano in tre. Succederà mai? Certo che no. Ma perché la neo-Costituzione apre lo spiraglio a una tale aberrazione?

I fautori del sì hanno dato imbarazzate risposte: chi semplicemente nega l’evidenza (e mente sapendo di mentire), chi invece sostiene che, visto che tanto voteranno tutti o quasi, questa parte dell’art. 83 non si applicherà mai. Ma se non verrà mai applicata (come tutti speriamo) perché è stata scritta e messa non in un regolamento condominiale, ma nella Costituzione?

Si tratterà anche qui di pura sciatteria? Forse. Ma perché tanti incidenti di percorso su punti così cruciali, quando poi le quasi 3000 parole della riforma scendono in alluvionali minuzie (per esempio nel definire i compiti del Senato: art. 70)? E soprattutto: siamo sicuri che una Costituzione così trasandata sia la migliore possibile? Non è forse, la negligenza nello scrivere le leggi (e a maggior ragione la Costituzione), peggiore di ogni complotto?

Sempre a proposito della favola di Expo perfetto e senza mafia

Ma che ne dicono le diverse commissioni antimafia di Pisapia che hanno tirato la volata all’elezione di Beppe Sala sull’onda di un Expo che dovrebbe essere andato meravigliosamente bene? Ecco l’articolo di Lucio Musolino:

I padiglioni della Cina e dell’Ecuador sarebbero stati realizzati dalla‘ndrangheta. L’ombra delle cosche sull’Expo 2015 emerge nell’operazione Rent della guardia di finanza calabrese che ha sequestrato beni per oltre 15 milioni di euro alle famiglie mafiose Aquino-Coluccio di Marina di Gioiosa Jonica e Piromalli-Bellocco di Rosarno. Un blitz che ha coinvolto diverse province d’Italia tra cui Milano, Reggio Calabria, Catanzaro, Catania, Bergamo, Bologna, Brescia e Mantova. La Dda reggina contesta agli indagati i reati di associazione mafiosa, riciclaggio, estorsione, induzione alla prostituzione, detenzione illecita di armi da fuoco con l’aggravante del metodo mafioso.

L’inchiesta riguarda, in sostanza, un gruppo criminale calabrese che si sarebbe infiltrato nella realizzazione di opere importanti. Si tratta di un sodalizio, dedito al controllo di diverse attività economiche (fittiziamente intestate a soggetti compiacenti) che si sarebbero aggiudicate numerosi appalti e sub-appalti in Lombardia. Nel decreto di sequestro, infatti, compaiono anche alcune “anonime società del nord Italia”  che si sono occupate della realizzazione dei padiglionidella Cina e dell’Ecuador, delle opere di urbanizzazione e delle infrastrutture di base nella fiera Expo 2015, del subappalto per la societàFerrovie del Nord, dell’ipermercato di Arese e del consorzio di Bereguardo(Pavia).

Le fiamme gialle hanno eseguito perquisizioni e sequestrato beni immobili (appartamenti e locali), mobili, mobili registrati (autoveicoli di lusso, motoveicoli e autocarri), società, polizze assicurative e conti correnti bancari e postali, per un valore di oltre 15 milioni di euro. Complessivamente una trentina gli indagati. I soggetti principali sono Salvatore Piccoli, Giuseppe Gentile, Antonio Stefano (già in carcere traffico internazionale di sostanze stupefacenti), Graziano Macrì (pronipote del defunto Antonio Macrì, il boss dei “due mondi” conosciuto con il nome di Barone) e Pasquale Giacobbe.

Erano loro, secondo l’inchiesta coordinata dal procuratore Federico Cafiero De Raho, dall’aggiunto Gaetano Paci e dal sostituto Antonio De Bernardo, gli uomini della ‘ndrangheta che venivano mandati al nord Italia per rilevare società decotte o sull’orlo del fallimento. Stando alla ricostruzione fatta dagli uomini del colonnello Nicola Sportelli, comandante del gruppo Locri della guardia di finanza, una volta in mano alle cosche, queste società (che rimanevano formalmente intestaste ai vecchi proprietari) iniziavano ad accaparrarsi appalti per milioni di euro. Dalle intercettazioni, inoltre, era emerso il metodo mafioso che gli indagati adottavano ogni volta che avevano problemi di natura imprenditoriale.

Società che operavano non solo in Italia ma anche all’estero. Procura di Reggio Calabria e guardia di finanza (guidata dal colonnello Alessandro Barbera) è riuscita a monitorare i lavori per la realizzazione di un complesso turistico-sportivo, a Arges Pitesti (Romania) e del resort Molivişu, per un valore di 80 milioni di euro di cui 27 a carico dell’Unione Europea, nonché di un immobile in Marocco. Tutti soldi sui quali avrebbero messo le mani soggetti ritenuti vicini alle cosche Aquino-Coluccio e Piromalli-Bellocco.

Alcuni dei destinatari del provvedimento di sequestro sono stati già coinvolti nell’inchiesta “Underground” della Dda di Milano che il 3 ottobre scorso ha arrestato 14 persone che erano riuscite ad ottenere in subappalto i lavori, dal valore di circa 5 milioni di euro, per il collegamento ferroviario tra il Terminal 1 e ilTerminal 2 di Malpensa versando mazzette a Davide Lonardoni, il dirigente di Nord_Ing che progetta e coordina la realizzazione di tutti gli interventi di potenziamento infrastrutturale e di ammodernamento della rete ferroviaria e degli impianti di Ferrovie Nord.

 

Renzi contro Ciriaco De Mita. Giuro.

Matteo Renzi annuncia che il suo prossimo impegno referendario sarà un faccia a faccia televisivo nel salotto di Mentana. Contro De Mita. Ciriaco De Mita. Giuro.

La notizia intanto contiene subito una grande verità: il premier ha effettivamente deciso di spersonalizzare il referendum e in effetti ha partecipato solo a tutti i dibattiti televisivi in prima serata rinunciando però responsabilmente allo scontro che si terrà alla fraschetta da Marione ad Ariccia contro un giovane chierichetto del fronte del no.

La seconda verità invece è che il mondo dell’informazione si mantiene compatto per evitare che la retorica del giovane contro il vecchio possa prendere piede così hanno pensato di pescare nel fronte del no (variegato nel bene e nel male, come quello del sì, del resto) un giovane virgulto pronto a reggere i ritmi astutamente televisivi del premier. Dopo De Mita assisteremo allo scontro Renzi-Calderoli, poi Renzi contro Renzo Bossi (Umberto potrebbe rischiare di essere a tratti scoppiettante), poi Renzi contro un compagno di classe di Salvini, poi Renzi contro un posteggiatore abusivo e infine Renzi contro il capo villaggio anziano dei watussi. Peccato che non sia disponibile Andreotti. Mentre Gelli, pur indisponibile, ha fatto sapere per vie traverse di essere d’accordo con la riforma.

(il mio buongiorno per Left continua qui)