Vai al contenuto

Boeri sulla manovra: “Poco per i giovani e il lavoro, il grosso delle risorse va alle pensioni. Ma così non si cresce”

Una manovra che “fa poco” per i giovani e per il lavoro e destina alle pensioni “il grosso delle risorse“. E non attua le misure più utili a sostegno dei redditi più bassi. E’ il giudizio del presidente dell’Inps Tito Boeri sulla legge di Bilancio che il governo sta limando in queste ore. L’economista che guida l’istituto previdenziale, in una videoregistrazione trasmessa durante il convegno dei giovani di Confindustria in corso a Capri, ha commentato le misure annunciate dal premier Matteo Renzidurante la conferenza stampa di sabato scorso dicendo che “un paese che non investe sul lavoro è un Paese che non ha futuro“.

Giudizio negativo anche sulla decisione di riconoscere la quattordicesima a tutte le pensioni al di sotto di 1000 euro, perché in questo modo quell’aiuto “va anche alle persone che appartengono a nuclei familiari con redditi elevati: abbiamo calcolato che sette quattordicesime su dieci vanno a persone che non sono povere“. Uno “spreco di risorse”, dunque, se l’obiettivo era quello di aiutare chi è più in difficoltà. Il ministro del lavoro Giuliano Poletti, anche lui presente al convegno, ha replicato sostenendo che “Boeri sbaglia perché questa manovra guarda al futuro, guarda a due grandi pilastri: crescita e sviluppo economico, industria e innovazione“.

 Di tutt’altro avviso Boeri, secondo il quale la manovra – il cui invio alle Camere, atteso per giovedì, è slittato alla prossima settimana – “purtroppo è nel solco delle leggi di stabilità degli ultimi 10/15 anni in Italia, con poche eccezioni, forse quelle del 2015 si è distinta per attenzione ai giovani”. Il fattore comune è che anche stavolta “il grosso delle risorse lo investe sulle pensioni e sull’età immediatamente precedente alla pensione”. Ma non è così che un Paese può sperare di tornare a crescere a ritmi non da “zero virgola”. “Per il Paese è fondamentale tornare a crescere: negli ultimi 20 anni la povertà è aumentata soprattutto tra i giovani. Isalari d’ingresso quando si entra sono molto bassi e negli ultimi 25 anni sono diminuiti di un altro 25%, la disoccupazione è sotto gli occhi di tutti e poi ci sono molti giovani che vanno all’estero“, ha ricordato il numero uno dell’Inps. “Il problema nostro è questo: un Paese che smette di investire sui giovani è un Paese che non ha grandi prospettive di crescita”. Boeri ritiene invece “che sia fondamentale per questo Paese e per il nostro sistema di protezione sociale tornare a crescere”.

Per quanto riguarda l’ampliamento della quattordicesima alle pensioni sotto i 1000 euro lordi, Boeri ha osservato che la misura non è un utile supporto alle persone in difficoltà. “Se c’è la scelta politica di aiutare bassi redditi” e le persone che “sono già in pensione”, allora, afferma il presidente dell’Inps, “dare la quattordicesima non è lo strumento più adatto” perché “si guarda solo alla pensione individuale e va anche alle persone che appartengono a nuclei familiari con redditi elevati”. Così “sprechiamo tante risorse, abbiamo calcolato che sette quattordicesime su dieci vanno a persone che non sono povere. Non è uno strumento che va a chi ha maggiormente bisogno di questo tipo di aiuto”. Sarebbe stato meglio aiutare solo “le persone che sono nel regime contributivo, un regime molto meno generoso”. “Dati alla mano – ha analizzato Boeri – solo 3 su 10 percettori di 14/a appartengono al 20% più povero della popolazione e quasi il 30% appartiene al 30% più ricco della popolazione”. Per il presidente dell’Inps  “questo dimostra che le risorse sono allocate male, c’erano altri modi per arrivare ai più poveri ed era considerare il reddito complessivo della famiglia, utilizzando i dati Isee che abbiamo già”.

Quelle di Boeri non sono state le uniche critiche mosse alla legge di bilancio durante l’assemblea di Capri. Prima del presidente dell’Inps, già Susanna Camusso aveva affermato che nella manovra “non c’è un’idea di investimenti pubblici”, lamentando peraltro il fatto che, ad oggi, ancora “non c’è il testo” ma si sta discutendo solo sulle “slide”. Alla segretaria della Cgil aveva risposto lo stesso ministro Poletti che, seduto in platea, aveva replicato con una battuta: “Senza testo la manovra non si può approvare, ma neanche criticare”.

(fonte)

“Manfredi Borsellino? Squilibrato. Lucia? Cretina precisa”: parola del giudice Saguto.

(Giuseppe Pipitone per Il Fatto Quotidiano)

Manfredi Borsellino? “Uno squilibrato”. La sorella Lucia? “Cretina precisa”. È il 19 luglio 2015, anniversario numero 23 della strage di via d’Amelio, il massacro del giudice Paolo Borsellinoe della sua scorta. Silvana Saguto, una delle donne che a Palermo incarna il volto dell’antimafia fatta di numeri ed euro sottratti a Cosa nostra, sta partecipando – in qualità di madrina – alla manifestazione “Le vele della legalità”. Ricorda il sacrificio del magistrato assassinato, parla dell’antimafia dei sequestri, quella che dal 2010 rappresenta guidando la sezione misure di prevenzione del tribunale. Poi sale sulla sua auto blindata, telefona ad un’amica, e – come racconta Repubblica – si lascia andare ad una serie di insulti contro i figli di Borsellino. Inveisce soprattutto con Manfredi, oggi commissario di polizia, che 24 ore prima al palazzo di giustizia ha abbracciato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, tra la commozione generale. “Ma poi, Manfredi Borsellino che si commuove, ma perché minchia ti commuovi a 43 anni per un padre che ti è morto 23 anni fa? Che figura fai”.

Ma non solo. “Ma che – continua Saguto – dov’è uno… le palle ci vogliono. Parlava di sua sorella e si commuoveva, ma vaffanculo”. Sono i giorni del caso Crocetta, con il settimanale Espresso che ha pubblicato il testo dell’intercettazione (poi smentita dalla procura di Palermo, che indaga per calunnia e pubblicazione di notizie false) in cui il medico del governatore dice che Lucia Borsellino“va fatta saltare come il padre”. Ed è per questo che Manfredi Borsellino era intervenuto davanti al capo dello Stato, per difendere la sorella, che due settimane prima si era dimessa da assessore regionale alla sanità. Saguto però è un fiume in piena, e bolla Manfredi come “uno squilibrato, lo è stato sempre, lo era pure quand’era piccolo”. Lucia Borsellino, invece, per il magistrato è “cretina precisa”. Parole pesantissime quelle pronunciate da Saguto, che colpiscono al cuore la credibilità di una fetta ampia del mondo della cosiddetta antimafia.

“Io e mia sorella Lucia siamo senza parole, non vogliamo commentare espressioni che andrebbero catalogate alla voce cattiveria. Solo parlandone, rischiamo perciò di attribuire importanza a chi quelle parole ha proferito”, ha detto Manfredi, commentando le parole della Saguto. La donna “economicamente più importante di Palermo”, come la definì Gian Carlo Caselli, è infatti al centro di un’inchiesta della procura di Caltanissetta, che la ha iscritta nel registro degli indagati per corruzione, induzione e abuso d’ufficio: secondo l’accusa, aveva trasformato il mondo dei beni sequestrati a Cosa nostra in un suo personalissimo business, utilizzato a vantaggio della sua famiglia e di pochi fedelissimi del suo cerchio magico. Incarichi ad amministratori giudiziari amici (sempre gli stessi), nomine in cambio di lavori per il marito Lorenzo Caramma (anche lui indagato), il figlio e la fidanzata del figlio, regali chiesti e ottenuti, che spesso arrivavano proprio dalle aziende che lo Stato ha sottratto ai boss: come nel caso del supermercato Sgroi, dove Saguto aveva maturato un debito di oltre 18mila euro.

È un sistema tentacolare quello che ruota attorno al magistrato, un sistema che quando finisce al centro di inchieste giornalistiche (come nel caso di Telejato, la minuscola emittente guidata da Pino Maniaci), prova a difendersi facendo quadrato. “Voglio fare qualcosa d’impatto, un incontro con i giovani che gli eroi del contrasto alla criminalità, quindi voglio fare una giornata su di te”, dice Carmelo Provenzano, professore dell’università Kore di Enna, al magistrato, attaccato due giorni prima dalla trasmissione Le Iene. Sono gli stessi giorni in cui – secondo la ricostruzione dei pm nisseni – un ufficiale della Dia avrebbe fatto circolare volontariamente una vecchissima informativa che parlava di un rischio attentato per la Saguto. L’ex zarina della sezione misure di prevenzione che, nonostante le polemiche, non accenna a diminuire di un grammo la sua pressione su amici e componenti del cerchio magico. È il 31 luglio quando Saguto chiama Guglielmo Muntoni, presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Roma, chiedendogli di trovare un incarico per il marito. Muntoni accetta di buon grado, e spiega alla collega che “i miei amministratori sono precettati a cercare qualcosa che vada bene per un bravo ingegnere di Palermo”.

Sono solo le ultime intercettazioni raccolte dall’indagine. Mentre al Csm continua ad andare avanti la pratica per il trasferimento di sede di Saguto (che ha chiesto di essere spostata a Milano) e degli altri quattro magistrati coinvolti dall’inchiesta della procura di Caltanissetta, emerge infatti uno spaccato di come la toga messa a sentinella della “robba” sequestrata ai boss vivesse quotidianamente. L’auto blindata con la scorta, per esempio, veniva mandata in giro per le più banali commissioni domestiche, o utilizzata per andare al mare evitando il traffico. “È un inferno”, dice il prefetto Francesca Cannizzo al telefono. “Ce ne possiamo fregare dell’inferno se vieni con me, abbiamo la mia macchina, c’è la preferenziale”. Ed è proprio per la cena con il prefetto Cannizzo, che Saguto riceve in dono dall’amministratore giudiziario del complesso turistico Torre Artale sei chili di tonno. Un dono che punta ad attirarsi la benevolenza del magistrato e che riscuote alto gradimento. “Il prefetto – dice Saguto intercettata – era impazzita letteralmente una cosa così non l’ha mai mangiata”.

Nel merito. Ecco perché con questa riforma il Parlamento diventa subalterno.

(intervista a Massimo Villone,  costituzionalista)

Roma. È da tempo che le Camere cercano di introdurre nei regolamenti la corsia preferenziale per i ddl più importanti del governo. Con la riforma la novità entra direttamente in Costituzione. Non le sembra positivo professor Massimo Villone?

«No. Mettere in Costituzione il voto a data certa per le leggi consegna al governo in via permanente il controllo dell’ agenda e dei lavori parlamentari, rendendo il Parlamento subalterno, per di più quando se ne riduce la rappresentatività con un Senato non elettivo. Inoltre, crea una rigidità che riduce la capacità del Parlamento di rimanere aderente al sistema politico».

Il voto a data certa dovrebbe ridurre la necessità di decreti e fiducie, strumenti molto abusati finora dagli esecutivi. Non è la mossa giusta?

«No. Si evitano forse decreti e fiducie, ma si mette la mordacchia al Parlamento in altro modo. Una legge pur contestata come il Lodo Alfano sull’ immunità per i potenti, è stata approvata in tre settimane tra Camera e Senato. Senza bisogno del voto a data certa che, paradossalmente avrebbe chiesto tempi maggiori. Oggi un governo con una maggioranza coesa può senza dubbio dettare scelte e tempi. Ma con il voto a data certa si vuole normalizzare la maggioranza di governo, marginalizzando il dissenso. In parallelo, con la clausola di supremazia nel Titolo V si normalizzano le comunità locali. È la “democrazia decidente” del Sì».

Al Senato assemblea e commissioni non dovranno più rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari. Come si articolerà Palazzo Madama?

«I consigli regionali sono eletti con sistemi maggioritari. Assegneranno i senatori in prevalenza alle forze vincenti nel territorio, spesso con l’ apporto di liste locali o civiche di ambigua identità politica. I senatori non avranno vincolo di mandato, diversamente dal Bundesrat tedesco. Avranno invece le prerogative dei parlamentari per arresti, perquisizioni, intercettazioni. Nella migliore delle ipotesi, una simile assemblea sarà luogo di interessi particolari e di egoismi territoriali».

(Repubblica, 19 Ottobre 2016)

Expo: la Russia non paga i lavori del padiglione e l’azienda di Treviso fallisce

(ne scrive Andrea De Polo per La Stampa qui)

A mezzogiorno del Primo maggio 2015 Alessandro Cesca, titolare della Sech Costruzioni Metalliche spa di Refrontolo (Treviso), abbraccia uno per uno tutti i suoi operai: hanno finito a tempo di record il loro cantiere al padiglione della Russia, quando nessuno ci avrebbe scommesso un euro. Il 17 ottobre, invece, è da solo quando legge la sentenza del Tribunale di Treviso che accoglie l’istanza dei fornitori e decreta il fallimento dell’azienda, dopo una storia di oltre quarant’anni.

Dal momento più alto a quello più basso della sua vita di imprenditore sono passati 535 giorni. Un anno e mezzo scarso in cui ha lottato contro i mulini a vento, perché quei lavori all’Expo la Russia non li ha mai pagati. Un credito di oltre 400 mila euro mai riscosso perché il committente, tale Rvs Holding Srl, appaltatore di RT-Expo Srl (le due società che gestivano la partecipazione della Russia all’Expo milanese), aveva sollevato una serie di “non conformità” al termine del cantiere. Nonostante il Ctu del Tribunale di Milano non avesse riscontrato alcun problema. Quei 400 mila euro non incassati si sono fatti sentire, eccome, perché hanno aperto la crisi di liquidità che ha portato al crac della Sech Costruzioni. «Nessuno ci ha aiutati, e si è innescata la catena che sta portando alla distruzione di tutto il nostro sistema di imprese: i clienti non mi pagano, io non riesco a pagare i fornitori» ha spiegato Cesca «può capitare a tutti, è la fine del Nordest».

La Sech Costruzioni era in buona (si fa per dire) compagnia. Altre otto imprese italiane vantavano crediti dalla Federazione Russa per i lavori eseguiti al padiglione dell’Expo: Catena Services, Coiver Contract, Ges. Co. Mont, Idealstile, Elios Ambiente, Mia Infissi, Vivai Mandelli, Sforazzini. Qualcuno si è accontentato di portare a casa il 20 o 30 per cento dell’importo, altri – tra cui la Sech – hanno scelto di adire le vie legali, denunciando i russi al Tribunale di Milano. Beffa nella beffa: la prima sentenza sulla vicenda è in arrivo a dicembre. Quando il capannone della Sech, una quarantina di operai al massimo dello splendore, sarà già stato svuotato anche della polvere.

«Ci siamo ritrovati a lottare contro tutto e tutti» denuncia ancora il titolare «nessuno del mondo della politica si è adoperato per darci una mano, figuratevi cosa possiamo fare noi contro un gigante come la Russia. Sì, ci sarà una sentenza tra un paio di mesi, ma anche se fosse favorevole, credete che quei soldi li vedremo? Intanto io sono stato costretto a chiudere tutto, gli operai sono a casa, e domani nessuno di noi sa cosa farà». Gli fa ancora più male, oggi, riguardare le foto dei lavori completati negli anni scorsi. I tornelli dello stadio di San Siro, a Milano. Il museo del tappeto a Baku in Azerbaijan, la stazione di Porta Susa a Torino, la sede di Luxottica ad Agordo. Il padiglione russo con quello strano specchio sopra la testa: l’inizio della fine. La Sech qualche anno fa aveva comprato il capannone di un altro gigante che in zona aveva chiuso i battenti, Indesit, e aveva assunto alcuni operai rimasti a casa. Era il 2013, e l’assessore regionale veneto Elena Donazzan, giunta Zaia, aveva parlato di «imprenditori eroi». «Me lo ricordo», dice oggi Cesca, «ma da quel giorno siamo rimasti soli».

Qui, dove le aziende stropicciano le mamme

(bel pezzo di Paolo Fantauzzi per L’Espresso)

Non aspettare la cicogna” recita lo slogan del ministero della Salute ideato per il Fertility day. A 37 anni, e dopo numerosi tentativi, Antonella(il nome è di fantasia) si era decisa: andare in Spagna per coronare il sogno di diventare mamma. Ma come ha iniziato le pratiche per l’inseminazione artificiale, al lavoro sono iniziati i guai. Dopo quattro mesi di malattia segnati da ricorrenti attacchi d’ansia dovuti al trattamento e dopo aver comunicato l’intenzione di sottoporsi a un nuovo ciclo di terapia ormonale, è arrivata la lettera di licenziamento. Motivo: “il progetto futuro ed incondizionato di assentarsi periodicamente”, tale da provocare “notevoli danni e costi per straordinari”. Dopo un calvario giudiziario durato anni, nei mesi scorsi la Cassazione ha confermato la nullità del provvedimento: è discriminatorio cacciare un’impiegata che ha manifestato l’intenzione di sottoporsi a un intervento di fecondazione in vitro.

Come mostra la recente legge contro le “dimissioni in bianco”, gli sforzi per tutelare l’occupazione, specie quando riguarda le donne, non mancano. Solo che nella quotidianità tanti buoni propositi vengono resi carta straccia da principali interessati unicamente al tornaconto personale, capaci di aggirare le norme o piegarle a loro vantaggio. Furbetti che sfruttano le dipendenti facendole lavorare durante la gravidanza o impongono condizioni tali da spingerle alle dimissioni non appena rientrano dalla maternità obbligatoria, fra demansionamenti, trasferimenti e permessi negati pure quando spettano di diritto. L’obiettivo è sempre lo stesso: rendere la vita difficile e far mollare l’impiego. Anche le fortunate neo-mamme con un contratto stabile, infatti, sono protette fino al primo anno di vita del bambino. Dal giorno dopo possono diventare carne da macello. E spesso lo diventano.

I numeri del ministero, in aumento, confermano la difficoltà di conciliare l’occupazione con la prole. Tanto da spingere molte madri a dimettersi. Senza considerare quelle precarie, alle quali basta non rinnovare il contratto

Un fenomeno praticamente impossibile da censire, perché per qualche vicenda che finisce davanti a un giudice ce ne sono centinaia che rimangono nel silenzio, senza denunce né vertenze sindacali. Anche perché le vie legali sono spesso impervie: per dichiarare nullo un licenziamento occorre dimostrare che la discriminazione è la motivazione prevalente e l’onere della prova spetta al lavoratore.

MATERNITÀ SENZA RIPOSO
Al tribunale di Roma, ad esempio, è in corso una causa che – se confermata negli addebiti – aprirebbe una nuova frontiera all’astuzia datoriale: una dipendente stabilizzata al quarto mese di gravidanza ma costretta lavorare durante il congedo di maternità, mentre l’Inps le pagava gran parte dello stipendio. «All’inizio non mi pareva vero, ero felicissima del contratto. Poi ho capito» racconta Alessandra (nome di fantasia): «Continuavano a darmi cose da fare, nonostante nelle ultime settimane fossi costretta a restare stesa sul divano. Inoltre anche dopo il parto pretendevano che fossi reperibile pure di notte, con la piccola che si svegliava appena suonava il telefono».

Alessandra ha prodotto chat e mail aziendali a sostegno delle sue argomentazioni, l’azienda controbatte che ha fatto tutto di propria iniziativa, visto che il contratto indicava il domicilio come luogo di lavoro, e senza che nessuno le avesse chiesto alcunché. Lei intanto ha denunciato la vicenda all’Ispettorato del lavoro e all’Inps e ci sono accertamenti in corso per verificare l’ipotesi di truffa ai danni dello Stato. Tra l’altro pure un’altra dipendente, assunta incinta a tempo determinato e non rinnovata poco dopo lo scadere della maternità, sarebbe stata impiegata durante il congedo.

LA MADRE VIAGGIATRICE
Uno dei metodi più ricorrenti per indurre una neo-mamma a lasciare il posto è tuttavia il trasferimento. Come accaduto a Mariangela, spostata a 150 chilometri dalla sede originaria tre giorni dopo il primo compleanno di suo figlio, al termine della tutela garantita dalla legge. Motivo: il presunto calo del fatturato nel negozio in cui lavorava. Lei si rifiuta, contesta le motivazioni e dopo le sanzioni disciplinari arriva il licenziamento. Che la Corte d’Appello di Torino ha però ritenuto discriminatorio: l’azienda, che nel frattempo aveva assunto altri due dipendenti nel punto vendita, è stata condannata a reintegrarla e a pagarle gli arretrati.

Storia quasi identica vicino Padova, dove Lucia Zandarin è stata mandata via una settimana dopo il primo anno di vita della sua secondogenita. Causa scatenante: aver chiesto all’azienda di restare a casa il lunedì usufruendo del congedo parentale. «Nemmeno mi riconoscevano l’orario ridotto per l’allattamento e il medico era arrivato a prescrivermi dei tranquillanti perché la situazione di lavoro era diventata un pensiero fisso» racconta: «E dire che dopo la prima gravidanza, quando dovevo dormire fuori per le trasferte, mi era perfino capitato di girare in auto con l’altra piccola e mia madre». Lucia è riuscita a vedersi riconosciuta i suoi diritti dopo una vertenza sindacale: ha mollato il posto, ma ha ottenuto una congrua buonuscita minacciando una causa per licenziamento discriminatorio.

IL PERMESSO NO
Sempre il congedo parentale è stato vicino Lecco la causa del licenziamento di una segretaria part-time di un poliambulatorio: ci andava quattro giorni a settimana e al termine della maternità voleva stare a casa una volta a settimana, del tutto in linea con la legge. “Necessità inderogabili di organizzazione del lavoro e del regolare funzionamento” dello studio, le motivazioni nella lettera di benservito. Anche in questo caso, licenziamento discriminatorio, ha stabilito la Corte d’Appello di Milano.

Michela Martello, invece, dopo le ferie forzate volevano metterla in cassa integrazione, malgrado la società di prodotti erboristici in cui era impiegata fosse sanissima: «Volevano che mi dimettessi e cercavano di convincermi col fatto che, con un bambino di pochi mesi, avrei avuto diritto all’indennità di disoccupazione». Michela tiene duro ma quando torna si ritrova da sola in una stanzetta: isolata fisicamente dai colleghi, senza telefono, computer né mansione. A fare fotocopie. Proprio come capita alla protagonista del film “Mobbing”. Michela finisce dalla psicologa e alla fine fa causa all’azienda, assistita dalla Cgil ma con le critiche dei familiari che non condividono la decisione di intraprendere le vie legali.

Alla fine il danno subito è tale che il giudice dispone un risarcimento di 60 mila euro. «Sono tanti, è vero» ammette lei «ma davvero non c’è una somma che compensi la perdita di un lavoro che si ama e l’essere trattati in modo disumano. Sono stata in terapia a lungo e tranne il mio compagno nessuno ha appoggiato la mia scelta: è un problema culturale ma dobbiamo ribellarci. Noi donne per prime».

Nel merito. I governi passano, la Costituzione resta

(testo dell’intervento pronunciato da Laura Ronchetti in occasione della presentazione del numero di Democrazia e diritto sulla revisione costituzionale, il 18 ottobre scorso a Roma)

Il volume di DEMOCRAZIA E DIRITTO che raccoglie le ragioni del No al referendum costituzionale esprime nel suo insieme un messaggio chiaro e a tutt’oggi rivoluzionario: si tratta del principio “che è il popolo a dare al governo una costituzione e non viceversa”.

Si tratta di un principio – “incontestabile” dal punto di vista del costituzionalismo – richiamato da Hannah Arendt a proposito della rivoluzione americana che, come quella coeva francese, ha colto la valenza delle Costituzioni quale fonte di legittimazione e di limitazione del potere.

Ne coglie il senso Ida Dominjanni quando parla di “paradosso inaudito di un governo costituente”. È un’illusione, infatti, pensare che il potere si autolimiti. Questo semplice ma grande principio (è il popolo ad imporre la costituzione al governo e non viceversa, sia nel procedimento di formazione che nel contenuto) va oltre la mera opportunità politica o prassi costituzionale; coglie, invece, nel vivo l’essenza del costituzionalismo democratico.

Le Costituzioni democratiche hanno visto la luce soltanto in seguito a moti di liberazione dal potere assoluto o falsamente autolimitatosi che le hanno imposte come argini, per non tornare più indietro, a forme così concentrate di potere da essere necessariamente autoreferenziali, oligarchiche. Le Costituzioni sono dighe per arginare la – per certi versi inarrestabile, irresistibile – tendenza e tentazione del potere di invadere, di esondare dalle proprie prerogative. Un potere accentrato e concentrato tende ad abusare, a strafare, a sopraffare. Sopraffare certamente le minoranze, ma non solo: un potere concentrato e non limitato può sopraffare anche le maggioranze, come insegna la storia remota, prossima e, con incredibile ricorso storico, quella presente.

La limitazione del potere si impone per poter perseguire i diritti fondamentali ma più in generale il bene comune dell’intera popolazione, non gli interessi di quella parte che sostiene il governo di turno. Per questo i limiti costituzionali che si pongono al governo sono di vario tipo: di attribuzioni, da dividersi con le altre istituzioni statali e quelle non statali (come le Regioni); di contenuto, con un indirizzo politico da ricavare dalla prima parte della Costituzione; di tempo: ogni governo è pro tempore. A prescindere dal loro succedersi tutti i governi sono tenuti per lo meno all’osservanza, se non all’attuazione, della Costituzione.

La Costituzione resta, i governi no.

La posta in gioco oggi, dunque, è fondativa del nostro stesso modo di concepire le forme politiche e sociali della convivenza tra di noi e con gli altri popoli, questione ben più seria di chi governerà dal 5 dicembre in poi. Per questo il voto del popolo del 4 dicembre deve essere il voto di un popolo che, rinnovando la propria fiducia nei principi del costituzionalismo democratico, dà al governo una Costituzione e respinge l’idea – parafrasando il contributo di Massimo Villone – che il “governo forte” possa scrivere una “Costituzione debole” per noi.

Noi, cittadine e cittadini, tutte le persone presenti sul territorio italiano, siamo le destinatarie e i destinatari della Costituzione. Ognuno di noi deve poter capire cosa dice la Costituzione, quali diritti e doveri riconosce, quali i principi fondamentali che devono fondare e orientare le forme del vivere comune e in comune, quali le istituzioni che assicurano l’attuazione di questi diritti, doveri e principi.

Per queste motivazioni pongo come questione democratica la questione del linguaggio, dello stile, della grammatica della Costituzione: non si tratta di far prevalere la forma sulla sostanza, ma al contrario di dare sostanza alla forma.

La Costituzione a chi parla? È il collante, il terreno comune, la norma fondamentale, la narrazione condivisa dalla comunità politica, a prescindere delle sue divisioni? Allora deve essere semplice, chiara, limpida e, proprio per questo, solenne. Deve essere per il popolo quel che è la lingua madre per ognuno di noi. A chi serve una Costituzione incomprensibile, respingente? Soltanto a chi vuole aggiudicarsi il monopolio della sua interpretazione. Soltanto a chi intende perseguire un ulteriore scollamento con il progetto politico contenuto nella nostra Costituzione, che rappresenta l’ultimo argine contro il pieno dispiegarsi della lex mercatoria nel nostro paese.

Noto è lo scempio che si fa dell’art. 70 che giustamente Roberta Calvano ha inserito per intero nel suo contributo invitando a guardare con i propri occhi e a toccare con mano, come san Tommaso, l’incredibile scelta di sostituire con un tortuoso testo di oltre due pagine (pp. 57-59 del volume) l’attuale disposizione: “la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere” che, per inciso, entra abbondantemente in un tweet.

Difficile sarà per l’elettore valutare la bontà dei nuovi procedimenti legislativi ma particolarmente facile sarà capire che non si sta semplificando se addirittura tra costituzionalisti ancora si discute quale sia il loro effettivo numero.

Questa fluviale revisione tocca, oltre all’art. 70, altri 46 articoli.

Come giustamente osserva Ferrajoli, non si tratta di revisione costituzionale ma di un’altra costituzione: non solo perché modifica ben 47 articoli su 139 ma anche perché le modifiche della Parte II della Costituzione dedicata all’ordinamento della Repubblica non possono non avere ricadute sulla Repubblica stessa che il soggetto di tutti i principi fondamentali della Parte I della Costituzione. Basti fare riferimento in modo particolare all’art. 3 della Costituzione: è la Repubblica nel suo insieme a dover perseguire il principio di uguaglianza sostanziale, che è a fondamento del nostro Stato sociale e dei nostri diritti sociali il cui godimento è indissolubilmente legato all’effettivo esercizio dei diritti civili e politici.

La revisione costituzionale in corso appare, dunque, una tappa dirimente di quel processo di naturalizzazione delle riforme, e in particolare di quelle neoliberiste, di cui parla Dominijanni. Si inserisce nel solco del “revisionismo regressivo” ripercorso da Claudio De Fiores. Perché? Perché persegue la spoliticizzazione delle istituzioni e, dunque, della comunità e delle collettività rappresentate da queste istituzioni, spoliticizzazione che è funzionale a quelli che si presentano come gli “imperativi” neoliberisti: come argomenta Wendy Brown nel suo ultimo libro è il mercato al posto della politica; non si tratta più di mera delegittimazione del conflitto ma di una drastica riduzione della possibilità stessa che il conflitto possa trovare spazio nelle istituzioni.

Ciò in parte spiega perché i contenuti di questa revisione costituzionale, come argomenta Mauro Volpi, richiamino quelli della riforma Berlusconi. La differenza più vistosa investe il ruolo delle regioni: nel 2006 fu respinta la cd devolution, dieci anni dopo ci confrontiamo con la proposta di una centralizzazione dei poteri che svuota in gran parte lo stesso concetto di regionalismo politico prescelto dai nostri Costituenti. Un regionalismo in funzione di contropotere dello Stato, quale visione ascendente del potere, di garanzia del pluralismo territoriale e politico.

Si tratta di un punto dolente, perché non di rado la letteratura costituzionalista associa l’uguaglianza allo stato centrale e la libertà al regionalismo che consente la differenziazione: in questa visione però l’uguaglianza è intesa come omogeneità, parità formale, che rifiuta di tenere in considerazione quelle diversità che richiedono differenziazione per perseguire l’uguaglianza sostanziale. È necessario rivedere il Titolo V per i gravi errori che sono stati compiuti nel 1999, nel 2001 e ancora nel 2012, ma non nella direzione di uno Stato centralizzato iperburocratizzato.

Con la presente riforma costituzionale, infatti, la spoliticizzazione tocca le regioni, ridotte a enti amministrativi, e con esse la Camera che dovrebbe rappresentarle.

Non solo si procede a una drastica contrazione delle competenze regionali, ma tra le materie di competenza delle Regioni elencate nel nuovo terzo comma dell’art. 117 sono presenti molti riferimenti alla mera programmazione e organizzazione, promozione e valorizzazione che suggeriscono una nuova visione della natura stessa delle autonomie regionali. Saremmo difronte, dunque, a una sorta di definitiva amministrativizzazione delle Regioni, concepite come meri enti funzionali all’indirizzo politico del governo e non più come autonomie politiche.

Analoga deriva sembrerebbe interessare il nuovo Senato. Se ne trova conferma nell’unica funzione attribuita a titolo esclusivo al Senato: la valutazione delle politiche pubbliche e dell’attività delle pubbliche amministrazioni e la verifica dell’attuazione delle leggi si connotano chiaramente per essere attività non vincolanti e di carattere tecnico-amministrativo. Le Regioni e con esse la Camera che le rappresenta, dunque, costituiranno un bilanciamento, un contrappeso al potere dello Stato insoddisfacente.

Quando parliamo di Stato, a quale istituzione dobbiamo fare riferimento: alla Camera dei deputati, al Governo o al loro rapporto fiduciario?

Giustamente Azzariti invita a “interrogarsi su dove va a finire la perdita di potere del Senato riformato” e, aggiungerei, delle Regioni nell’assetto complessivo dei poteri. Sarebbe rassicurante rispondere nella Camera dei deputati che diventa davvero l’organo la cui centralità potrebbe dare slancio alla piena partecipazione di tutti i lavoratori alla vita economica sociale e politica del paese.

Nel contesto di predominanza della minoranza più forte che si determinerà nella Camera dei deputati nell’operare congiunto di Italicum e revisione costituzionale, purtroppo non sarà così.

È necessario valutare, infatti, quale peso l’ordinamento attribuisce al principio di maggioranza ovvero assicura alle posizioni minoritarie. Non esiste pluralismo possibile senza la pari dignità delle minoranze, non esiste costituzionalismo che non nasca per tutelare le minoranze dalla tentazione di sopraffazione delle maggioranze o, peggio ancora, della minoranza più forte, come ricorda Clemente di San Luca. Loranza Carlassare spiega chiaramente perché con l’Italicum la minoranza più forte è in una posizione di predominanza dell’intero assetto dei poteri: ottiene una maggioranza più che assoluta alla Camera dei deputati, e conseguentemente il controllo dell’elezione del presidente della Repubblica, dei giudici costituzionali e dei membri laici del Csm, ed anche del procedimento di revisione costituzionale. Prova ne sia l’attuale applicazione dell’art. 138 Cost. ad opera di un Parlamento eletto con il Porcellum, strutturalmente simile all’Italicum. In questo modo, conclude Carlassare, “intere fasce sociali, private della rappresentanza, sono espulse dal sistema”.

Tutto ciò non potrà non incidere direttamente sulla materialità delle nostre esistenze. Inciderà, come scrive Chiara Giorgi, sul “potere di decidere delle e sulle nostre vite individuali e collettive”. Tutto ciò bloccherà ogni tentativo di espansione dei principi del costituzionalismo con una revisione in senso progressista come invita Michele Della Morte, in nome di una cultura non mercantile, aperta a rimettere del tutto in discussione il rapporto tra lavoro di produzione e quello di riproduzione sociale, come auspica Dominjanni. Viceversa contribuirà a determinare una democrazia minore, come scrive Prospero, se non la minorità per gran parte della popolazione, dalle classi ai soggetti subalterni, disconosciuti nelle loro differenze, a partire da quella sessuale fino a quelle territoriali.

Ciò significherebbe vivere senza costituzione o con una Costituzione decostituzionalizzata, come teme Dogliani, e tutto ciò ha poco a che vedere con una democrazia compiuta nella quale il governo è il potere esecutivo di un’assemblea rappresentativa di una comunità politica attiva e plurale.

Per questo auguro a tutti noi una vita activa, garantita dalla Costituzione.

(fonte)

“Che cosa diranno i vicini?”

(A proposito di parrucconi, moralisti e benpensanti vale la pena rileggere Bukoswski che anche con la penna in mano è sempre un pugno) 

i miei genitori erano sempre dietro a
chiederlo,
naturalmente non mi importava un fico di
che cosa diranno i vicini.
mi facevano pena i vicini,
codardi che spiavano da dietro le
tendine.
l’intero quartiere si spiava
addosso
e negli anni trenta non c’era molto
da vedere,
eccetto me che tornavo a casa ubriaco
a tarda notte.

“finirai per uccidere tua madre,”
diceva mio padre,
“e inoltre che cosa diranno
i vicini?”

quanto a me pensavo di comportarmi
assai bene.
in un modo o in un altro
riuscivo a ubriacarmi
senza avere in tasca
il becco di un quattrino.
un trucco che mi sarebbe tornato
molto comodo
più avanti
negli anni.

a peggiorare le cose per i miei poveri
genitori
cominciai a scrivere lettere al direttore
di un giornale a larga tiratura,
che, per lo più, venivano pubblicate
e sostenevano tutte
cause impopolari.

“che cosa diranno i vicini?”
chiedevano i miei
genitori.

ma le lettere producevano risultati
interessanti – messaggi minatori,
incluse minacce di morte a mezzo posta.
inoltre mi misero in contatto
con certa gente stramba
convinta che io credessi a
tutto quello che scrivevo.

ci furono incontri segreti
in cantine e solai,
c’erano pistole,
patti,
discorsi.
quelli erano i posti
dove scroccavo da bere.
a molte di quelle assemblee
partecipavano i razzisti,
giovanotti tra
i 17 e i 23 anni.
“non vogliamo che i neri
ci fottano le donne!
devono morire!”
sfortunatamente
di donne
io non ne fottevo
proprio.
tutti gli incontri iniziavano
con il saluto sull’attenti
alla bandiera
che io giudicavo
dannatamente
infantile.
ma la maggior parte di quei giovanotti
venivano da famiglie
perbene
e dopo le assemblee
io bevevo con loro.
bevevo più che potevo
mentre blateravano.
non ho mai aperto bocca
ma non sembravano seccati.
ricordavano le mie lettere
e non sospettavano che
fossero un trucco.
non ero un essere umano
decente,
ma certo non ero in combutta
con ideologie
o gruppuscoli.
mi ripugnava
l’intera idea della vita
e degli uomini
ma era più facile
scroccare
da bere
ai razzisti
che alle vecchiette
nei bar:

“non credo che tu
sia davvero mio figlio,”
disse mio padre.

“che cosa diranno
i vicini?” disse
mia madre.

poveri dannati patrioti pazzi illusi.

dopo che mi cacciarono
di casa
gliela diedi su
alle assemblee
e andai a vivere da me
in una catapecchia a
Bunker Hill.

e i miei genitori non dovettero
più preoccuparsi
di cosa avrebbero detto
i vicini.

(La poesia è pubblicata nel libro che trovate qui nella nostra libreria Bottega dei Mestieri Letterari sullo scaffale dei libri che vale la pena leggere. Fate un giro nel nostro negozio che nasce piccolo per diventare grande. Ditemi cosa ne pensate.)

Il vestito della moglie di Renzi

Poi magari un giorno, tutti insieme, ci mettiamo d’accordo nello stabilire un limite potabile di ecologia intellettuale nella discussione politica. Stabiliamo un limite di polveri sottili d’idiozia che possono stare nell’aria. Capiamo che pasteggiare editoriali sul vestito della moglie di Renzi ha la stessa cattiva pasta di chi fotografava i calzini viola di un giudice oppure di chi storpia un cognome per guadagnarsi un applauso dalle pulci.

Perché se accendiamo il tritacarne, credetemi, finisce che tocca a tutti di metterci per sbaglio dentro un dito.

Una Campana smemorata e l’onorevole omertà di governo

Prendete un deputato. Mettetelo in Commissione Giustizia, il cuore pulsante di un Paese ferito dai crimini organizzato di mafiosi, massoni e speculatori di ogni sorta. Pensate alla responsabilità di quel deputato.

Prendete un partito che dimette il sindaco di Roma mentre la città affonda in un’indagine che svela una rete criminale che affonda le radici tra la violenza e la politica. E mentre quel sindaco diventa il capro espiatorio (ma non ci crede quasi nessuno) il presidente del partito Matteo Orfini si dichiara pronto a querelare chiunque avvicini il nome del suo partito (il PD) a Mafia Capitale. E sembra che ci creda davvero mentre sbraita. Così come sembra che ci creda davvero Matteo Renzi quando in televisione ci dice che Ignazio Marino “si è dimesso”.

Ora fate che inizi il processo di Mafia Capitale (anche se un pezzo d’informazione sembra essersi distratta)  e che venga citato come teste una deputata. Si chiama Micaela Campana ed è in Commissione Giustizia. Ed è del partito che non vuole essere accostato a Mafia Capitale. Ed è moglie di un ex assessore in Campidoglio coinvolto nello stesso procedimento. Sempre del PD.

Seguitemi: la Campana ha organizzato un incontro tra Salvatore Buzzi (che in questa storia è uno dei cattivi) con il vice ministro degli Interni Filippo Bubbico (che dovrebbe essere quello che protegge i buoni, pensate, che è quello che ieri ha tolto la scorta al testimone di giustizia Ignazio Cutrò). La deputata Campana (nonché membro della Commissione Giustizia) infila una serie di “non ricordo”, di risposte degne di un film comico sulla mafia siberiana. Quando parla invece incappa in dichiarazioni che contraddicono la realtà dei fatti. A un certo punto il giudice le dice: «Non dire la verità sotto giuramento è un reato.» A un deputato membro della Commissione Giustizia.

Ieri verso sera esce una nota dell’Ansa che dice la deputata Micaela Campana ha resto una testimonianza segnata “da una serie di bugie e reticenze smentite dal contenuto degli atti processuali.” Ha mentito. E verrà probabilmente indagata per falsa testimonianza. Una componente della Commissione Giustizia. Responsabile nazionale per il welfare nel Pd, il partito del Presidente del Consiglio.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Nel merito. Dal bicameralismo perfetto al bicameralismo malfatto.

di Giovanni Maria Flick, Guardasigilli nel primo governo Prodi, ex presidente della Corte costituzionale

Da Il Fatto Quotidiano del 15 ottobre 2016

Perché votare No? Un breve riassunto dei motivi.

Quanto al merito della riforma della Costituzione che viene proposta:

1) perché non si può passare dal bicameralismo “perfetto” (per così dire) a un bicameralismo “malfatto” (quanto all’elezione e composizione del Senato, alle sue competenze, ai suoi rapporti con la Camera dei deputati nei procedimenti legislativi);

2) perché nei rapporti tra Stato e Regioni l’eccesso di decentramento – attuato con la riforma costituzionale del 2001 – non può essere corretto con l’eccesso opposto di un accentramento pressoché totale, dimenticando oltretutto le Regioni a statuto speciale per le quali il problema di quei rapporti si pone in modo ben più rilevante che per le Regioni a statuto ordinario;

3) perché è vero che il meglio (cui aspirare) è nemico del bene: tuttavia la proposta di riforma costituzionale non è un bene, ma un pasticcio (in particolare per le ragioni dianzi esposte a proposito del Senato e del rapporto fra Stato e Regioni).

Quanto al metodo della riforma su cui si voterà il prossimo 4 dicembre:

1) perché in un unico quesito confluiscono problemi, interrogativi e soluzioni fra loro assai diversi e di difficile comprensione, da accettare o rifiutare in blocco;

2) perché la riforma è stata elaborata attraverso la ricerca di maggioranze risicate a tutti i costi; la presenza, quando non prevalenza, di finalità di politica contingente; lo scontro costante tra maggioranza e opposizione; il legame incestuoso con la legge elettorale vigente e sub judice e quella da attuare; con motivazioni come il risparmio di spesa, estranee al contesto e alla logica costituzionale; con uno spirito e in un modo antitetico a quelli richiesti dall’articolo 138 della Costituzione per la sua revisione;

3) perché l’assenso alla riforma è stato richiesto e suffragato con argomentazioni successive fra loro contraddittorie e via via riconosciute erronee dagli stessi proponenti: prima la personalizzazione sul presidente del Consiglio; poi il richiamo alla volontà del presidente della Repubblica e alla sua rielezione; poi ancorale pressioni indebite dei mercati e dei media di informazione finanziaria; infine l’ammissione degli errori contenuti nella riforma, degradandoli tuttavia disinvoltamente a semplici sviste bagatellari correggibili dopo l’entrata in vigore del nuovo testo di Costituzione;

4) perché in realtà, invece, gli errori di contenuto e di forma e le lacune della proposta sono macroscopici, e sarà perciò molto difficile se non impossibile emendarli ex post, come dimostrala vicenda in parte analoga dell’approvazione della legge elettorale Italicum (la migliore, intoccabile, a colpi di fiducia) meno di un anno fa e ora quella della necessità condivisa e delle difficoltà del suo cambiamento.