Vai al contenuto

Il diritto al nome

«C’è una piccola frase, apparentemente alquanto banale, in “La sera del dì di festa” di Giacomo Leopardi che dice «tutto al mondo passa e quasi orma non lascia». Desidero richiamare l’attenzione su quel “quasi”. Certo, la vita e le nostre opere sono effimere, ma non del tutto. C’è un residuo, il “quasi”, che resta, che si accumula e che forma ciò che chiamiamo umanità, un termine che può tradursi in cultura: il deposito delle esperienze che vengono da lontano e preparano il futuro, un deposito al quale tutti noi, in misura più o meno grande, partecipiamo. O, meglio: dobbiamo poter partecipare. Altrimenti, siamo fuori della umanità. Per questo, troviamo qui il primo, il primordiale diritto, che condiziona tutti gli altri. La violazione di questo diritto equivale all’annientamento del valore della persona, alla sua riduzione a zero, a insignificanza.

Eppure, viviamo in un mondo nel quale non è nemmeno possibile stabilire con precisione quanti sono gli esseri umani che non conoscono questo elementare diritto che possiamo chiamare “diritto al segno” o, leopardianamente, “diritto all’ orma”. Si misurano a milioni, cioè a numeri approssimativi, senza che – ovviamente – a questi numeri possano associarsi nomi. Milioni di anonimi, che giungono a noi come fantasmi, mentre le loro sono esistenze concrete, anche se durano spesso lo spazio d’ un mattino o di pochi mattini, consumandosi in fretta in condizioni disudigmane, in luoghi dove la lotta per la mera sopravvivenza materiale sopravanza qualunque possibilità di relazioni, dove i neonati vengono al mondo sotto la maledizione di leggi statistiche che li condannano alla sparizione entro pochi giorni o settimane di vita.
Ciò che ci interpella inderogabilmente è che non possiamo dire, come forse si sarebbe potuto un tempo, nel mondo diviso per aree, storie, politiche separate e indipendenti le une dalle altre: sono fatti loro, loro è la responsabilità, il nostro mondo non è il loro, ognuno pensi per sé alle proprie tragedie. Non possiamo dirlo, perché il mondo, come ci ripetiamo tutti i momenti, è diventato uno solo, grande, globale. Noi, in un tale mondo, osiamo parlare kantianamente, senza arrossire, di “dignità” come universale diritto al rispetto. Il “diritto all’ orma” detto sopra è legato a tutti gli altri diritti come loro premessa e condizione: è davvero quello che è stato definito da Hannah Arendt, con una formula che ha avuto successo (Rodotà), il “diritto di avere diritti”.
C’è un diritto che potremmo dire essere un altro modo d’ indicare il diritto di avere diritti, ed è il diritto al nome: un diritto al quale i trattati di diritto costituzionale, se non l’ ignorano, dedicano poche righe. La nostra Costituzione, all’ art. 22, tra i diritti umani fondamentali stabilisce che nessuno può essere privato del suo nome perché i Costituenti sapevano il valore di quel che dicevano. “Nominando” si specifica, si riconosce, si creano le premesse per creare un rapporto.»
(Gustavo Zagrebelsky, qui)

Le lacrime di Carl Gustav Jung

Perché, nella modesta casa canonica a Kleinhüningen, dove suo marito è pastore, Emilie Preiswerk, sposata Jung, volga improvvisamente lo sguardo altrove dai suoi ricami e scoppi a piangere a dirotto, in un qualsiasi martedì pomeriggio del 1880, non è chiaro; anzi, al suo bimbo di cinque anni, Carl Gustav – che è l’unico in tutto il cosmo ad accorgersi dello zampillo assurdo di quelle lacrime – si scatena un terrore dentro al cuore quando la vede. Il bambino guarda la madre intensamente, senza dire niente, indagando con i piccoli occhi chiari la stanza, per capire cosa sia successo, chi le abbia fatto così male. Ma non c’è nulla: nessuno. Non ha radice, quel dolore. C’è solo un vasto silenzio nell’aria, che detona in un’eco di ansie mute. Quando Emilie riconosce la paura negli occhi del figlio, si asciuga le lacrime con il grande fazzoletto rosa che tiene sempre in tasca e gli sorride, come a dirgli: “non è niente, mamma sta bene”. Anche Carl Gustav sorride, d’istinto, di rimando, ma il terrore provato gli resta dentro. Quel terrore che non capiva il soffrire della creatura che più amava. Torna ai suoi giochi solitari con un’angoscia nuova.

Anche se è un medico, un filosofo, impegnato a Burghozli in uno dei maggiori centri di cura psichiatrica svizzera, lo sguardo di Carl Gustav Jung, alla fine dell’estate del 1904, non è molto diverso quando una diciannovenne strillante, di nome Sabine Spielrein, varca le porte del sanatorio. Geme, ride, urla come se fosse penetrata da lame, si lamenta e dice cose apparentemente senza senso. Il dottor Jung la prende in cura.

Seduta nella stanza bianca, contorta da ondate di tic che le sfigurano il volto, il dottore la percepisce piena di un’energia che non comprende appieno. È come se le sue strilla provenissero da una camera di tortura chiusa dentro la sua mente, di cui si è perduta la chiave. Ora lui vuole ritrovare quella chiave.

Poche settimane prima, nel suo taccuino, Jung aveva scritto di un immaginario caso clinico denominato “Sabine S.”. Ed ora, eccola lì: Sabine Spielrein. Sembrerebbe una incredibile coincidenza. Ma il giovane dottore non crede nelle coincidenze. Crede che le cose accadano dispiegandosi dalla nostra anima, come segni di un libro che dobbiamo imparare a decifrare. Crede che tutto accada con significato. Se ora quella donna è lì, è perché il destino gli sta parlando: Carl Gustav Jung ne è certo. Lo dice anche a sua moglie Emma; e le confida che, stavolta, vuole abbandonare le cure inefficaci della psichiatria contemporanea, per sperimentare un nuovo metodo, creato da un suo collega viennese, un tipo che lui non ha mai visto, che alcuni considerano un genio, altri un ciarlatano. Un tipo di nome Sigmund Freud. Quello che Jung non racconta a sua moglie è il fremito alle gambe che sente quando Sabine lo guarda, nei suoi rari sprazzi di lucidità non assediata da incubi. La trova bellissima come una tempesta. In lei, intravede pianeti perduti della propria interiorità. Come se Sabine fosse venuta a lui, per indicargli chi potrebbe ancora essere. Come se lei, mentre lui la cura, lo stesse curando.

I risultati medici sono straordinari: nel 1911, Sabine Spielrein somiglia alla ginnasiale promettente che era stata. Sembra uscita dall’inferno in cui era piombata durante le sue crisi, sembra avere un’armatura nuova. Si laurea brillantemente in medicina, vuole diventare psicanalista. Jung l’ha curata. L’ha curata con il metodo di Freud.

(Un gran pezzo di Cesare Catà. Continua qui)

Mercificare bellezza.

Per fortuna c’è Tomaso Montanari:

Ci saranno anche le spogliarelliste? È quel che ci si chiede, increduli, attraversando il meraviglioso Cortile dell’Ammannati di Palazzo Pitti, violato dall’ennesima baracconata privata. Questa volta, infatti si tratta nientemeno che di un ‘addio al celibato’, organizzato dalla società Palazzigas Events.

Grandi palloni gonfiati rosa e azzurri, le tavolate pronte per essere imbandite, una imbarazzante cornice dorata a coprire la Grotta di Mosè. Un’imponente organizzazione che da tre giorni ha pure sequestrato gran parte del parcheggio per i dipendenti della Soprintendenza.

Ci si sarebbe potuti aspettare che l’arrivo di Eike Schmidt alla guida del complesso mediceo avrebbe messo fine allo scadimento commerciale, volgare, privato di questi straordinari monumenti pubblici. Invece stiamo andando di male in peggio, e ci si chiede dove ci si fermerà. Dal matrimonio bollywodiano siamo scesi all’addio al celibato: quanto manca alla sagra della ballotta, all’apericena, alla bicchierata del circolo?

E con che criterio saranno scelti gli eventi? Perché un lussuoso e pacchiano addio al celibato dovrebbe esser meglio della sagra? Per l’eleganza? Viene da ridere: basta guardare le foto per preferire qualunque sano evento paesano. E allora è più giusto essere esclusivi o popolari? È meglio che Pitti se lo godano pochi ricchi o molti cittadini comuni? O basta pagare, e ciascuno ne farà quel che vuole? Non sarebbe semplicemente più sensato che un monumento resti un monumento: da conoscere, non da usare?

Il Codice dei Beni Culturali punisce chiunque «destina i beni culturali ad un uso incompatibile con il carattere storico artistico»: queste foto dimostrano che – almeno sul piano estetico, e del decoro – siamo già oltre quel limite. Per non parlare dei rischi materiali: già in altre occasioni le pietre del Cortile sono uscite danneggiate da simili eventi privati.

Ma è sul piano morale che concedere il cuore di Pitti ad un addio al celibato appare un errore fatale. In questi giorni si festeggia il sessantesimo compleanno di un’istituzione dell’Oltrarno assai più umile di Palazzo Pitti: la trattoria Sabatino. Nel libro che ne racconta la storia così parla Anna, figlia della prima cuoca che ci lavorò: «In Piazza Santo Spirito c’erano tutti quei meravigliosi palazzi. Quando mi sposai tornai di casa in via Maffia. Avevo una casa che era un tugurio, ma aveva una finestra sul retro che la si affacciava su tutti quei bei palazzi e di lì si vedevano le meraviglie: riuscivo a vedere persino Palazzo Pitti e Boboli». La povertà privata era in qualche modo riscattata da una bellezza pubblica: una bellezza di tutti.

La reggia di Pitti che si intravedeva dalle finestre riusciva a innalzare, a nobilitare e soprattutto a umanizzare quel tugurio: la sovranità del granduca era ora la sovranità di tutti, anche degli ultimi. Ed è per questo che privatizzare e mercificare quella bellezza è un delitto imperdonabile: perché significa toglierla – sul piano dei simboli e del legame morale – a chi non ha nient’altro, e lacerare così un tessuto civile unico al mondo.

Aleppo senza acqua

“Quasi 2 milioni di persone in Aleppo sono, ancora una volta, senza acqua corrente da rete pubblica. Gli intensi attacchi di giovedì notte hanno danneggiato la stazione di pompaggio di Bab al-Nayrab che fornisce acqua a circa 250mila cittadini nella parte orientale della città: le violenze stanno impedendo alle squadre di tecnici di raggiungere la stazione per la riparazione”. Le parole di Hanaa Singer, rappresentante UNICEF in Siria, non lasciano spazio all’immaginazione: sotto i bombardamenti, stando a quanto riportano gli “elmetti bianchi”, hanno perso la vita almeno 93 persone e sono rimaste colpite anche strutture dei servizi di emergenza e molti rifugi sotterranei. E il dramma nel dramma è ora la mancanza di acqua.

Il rischio di epidemie. “Per ritorsione – continua Singer – la stazione di pompaggio di Suleiman al Halabi, che si trova ad est, è stata disattivata, tagliando l’acqua a un milione e mezzo di persone nella parte occidentale di Aleppo. Privare i bambini dell’acqua li mette a rischio di terribili epidemie aggiunge trauma alla sofferenza, alla paura e all’orrore che già vivono a ogni giorno”. Nella parte orientale della città, la popolazione dovrà ora utilizzare acqua di pozzo altamente contaminata. Nella parte occidentale, i pozzi già esistenti saranno una fonte alternativa sicura. “L’UNICEF aumenterà il trasporto dell’acqua di emergenza in tutta la città – precisa ancora Singer – ma questa è una soluzione temporanea e non sostenibile nel lungo periodo. Per la sopravvivenza dei bambini è fondamentale che tutte le parti in conflitto fermino gli attacchi contro le infrastrutture idriche, dando accesso per valutare e riparare i danni alla stazione di Bab-al- Nayrab, e che facciano di nuovo passare l’acqua alla stazione di Suleiman al-Halabi”.

Aleppo brucia. “Nulla di quello che dice il regime sui corridoi umanitari è vero, nulla. Come possiamo uscire di casa se non ci sentiamo sicuri? Se fosse vero, me ne andrei subito”, ha detto all’agenzia di stampa tedesca Dpa Mustafa, 48 anni, intrappolato con i suoi genitori anziani, la moglie e una figlia in città, in uno dei quartieri presi di mira dalle forze siriane o loro alleate. “La terra trema e si sposta sotto i nostri piedi. Aleppo brucia”, spiega all’agenzia Bahaa al Halabi, anche lui residente ad Aleppo est.

(fonte)

Sull’Europa ha ragione Renzi

Quando dice che questa Europa è impaurita, impegnata più a dire che a fare Matteo Renzi svela un arcano di cui sembra non si possa parlare. Merkel e Hollande sembrano più spaventati per le loro future campagne elettorali che impegnati a costruire un’Europa davvero. Come scrive il Corriere (qui) sembra che gli spot europei non abbiano mai portato a un’effettiva soluzione. E quindi fa bene Renzi ad alzare la voce.

Ah: se qualcuno si stupisce che io prenda le parti del premier quando sono d’accordo con quello che fa; beh, è affar suo. Del resto qui si scriveva che la riunione di Ventotene era stata una farsa e il Presidente del Consiglio ci ha solo messo qualche giorno in più a capirlo. E i “suoi” ancora no. Ma fa niente.

La scheda (e lo stile) di Renzi: un piccolo confronto.

Da leggere oggi Alessandro Gilioli:

All’ultimo referendum confermativo di una modifica costituzionale, quello del 2006, la scheda era così:

scheda

A quello precedente, nel 2001, era così:

Schermata 2016-09-23 alle 09.52.43

A questo giro, ha fatto sapere Renzi su Twitter, sarà invece così:

xd

Non so, vedete voi la differenza: a me pare che, per la prima volta, si abbandoni la neutralità burocratica per inserire nella scheda alcuni connotati politici.

Peccato che siano solo i connotati su cui argomenta una della due parti in causa: il superamento del bicameralismo, la riduzione dei parlamentari, il contenimento dei costi, la soppressione del Cnel.

Tutti veri, per carità, ma allo stesso modo (essendo ugualmente vero) si sarebbe potuto scrivere:

Approvate il testo della legge costituzionale concernente
“Creazione di un nuovo Senato non eletto dai cittadini
Doppio incarico di senatori e consiglieri regionali
Creazione di nuovi procedimenti tra Camera e Senato fino un massimo di dieci per l’approvazione delle leggi
Riduzione dell’autonomia delle regioni
Triplicazione del numero delle firme necessarie per le proposte di legge di iniziativa popolare?”

In altre parole, in questa scheda la domanda contiene in sé (solo) argomentazioni a favore di una delle due risposte. Tra l’altro proprio quelle argomentazioni di più facile impatto “anti-casta”: meno parlamentari, riduzione dei costi della politica.

Non sono sicuro che questa sia la modalità più fair e neutrale per porre un referendum.

(fonte)

La necrofilia di quelli del SÌ: ora tocca anche a Giovanni Falcone

“Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando c’è da rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare” disse Giovanni Falcone. Il giudice antimafia era convinto che la lotta alla criminalità organizzata avesse bisogno di una reale voglia di cambiamento.

Gli amici del PD di Ercolano invece evidentemente ci leggono un appoggio alla loro riforma costituzionale e così inseriscono la frase in bella mostra nel volantino del loro evento per il sì. Ci sarebbe da piangere se non fosse che non ne abbiamo il tempo. Noi, da parte nostre, per favore, rimaniamo seri. Grazie.

La libertà non è avere un buon padrone. È non averne.

Questa banda di disonesti ha reso pubblica la scheda elettorale della scheda elettorale per il prossimo (quando?) referendum sulla riforma costituzionale:

«Approvate il testo della legge costituzionale concernente “disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?»

In poche parole è come se domani vi chiedessero se siete disponibili a non usare la vostra auto elevandovi il numero delle vittime di incidenti stradali oppure se vi chiedessero di abolire la pioggia per eliminare il rischio di essere colpiti da un fulmine.

Diceva Macchiavelli: «Per molto tempo non ho detto ciò che pensavo, né penso sempre ciò che dico, e se invero mi accade talvolta di dire la verità, la nascondo tra tante menzogne che è difficile scoprirla.» In sostanza un governante che racconta bugie al proprio popolo è uno che lo ritiene indegno. Il quesito referendario è assai peggio del razzismo ovulatorio della Lorenzin e anche peggio del peggior Berlusconi.

Ma la teoria del meno peggio è il punto di forza di una campagna referendaria che vede tra i sostenitori del Sì un’accolita di questuanti impegnati a imbellettare questa misera realtà. Sono pronti a tutto pur di far passare il referendum: bugie, manipolazioni, millanterie e trucchi da piazzista sono le armi del governicchio.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Continua la saga Lorenzin

Ormai è una saga. Dopo “Narcos” tutti sono concentrati nella nuova serie tv “Torna a casa Lorenzin”: una serie di episodi (di cui non si vede la fine come accade per tutte le serie di successo) che riprendono l’epopea di una ministra per caso che si ritrova ad avere fastidiosi impicci come il dovere avere un’opinione, gestire le sue deleghe e comunicare eventuali campagne ministeriali; lei invece preferirebbe fare altro (come calendarizzare l’ovulazione degli altri oppure scolpire su pietra le dieci buone abitudini comandate) e vive questo dissidio interiore come una castrazione intellettuale.

L’ultima puntata, quella di oggi, è un capolavoro di sceneggiatura, roba da rimanere incollati allo schermo: dopo avere partorito (tanto per rimanere in tema) la campagna di comunicazione più fallimentare della nostra storia repubblicana oggi ha proposto la peggiore arrampicata sugli specchi dati tempi di Houdini. Secondo la ministra la fotografia usata per lanciare il fertility day (che puntava tutta sulla differenza tra felici bianchi dai denti sbiancati contro negri brutti, sporchi e cattivi) non sarebbe stata quella “visionata e vidimata dal Gabinetto”. In pratica la ministra a sua insaputa ha subito una campagna di comunicazione a sua insaputa. Un insaputismo al quadrato, una cosa del genere, che di questi tempi potrebbe presto proiettarla evidentemente alla Presidenza del Consiglio, visti i tempi.

Quindi, nell’ordine: un ministero che dovrebbe essere guida politica e amministrativa di un Paese intero riesce a inanellare prima un’orrida comunicazione verbale (l’infertilità rivenduta come malattia, qualche settimana fa) poi cerca di rattoppare con un’immagine razzista (tra l’altro le foto sono robetta da stock, come scrivere una tesi di laurea con un copia e incolla su google) e oggi la ministra si scusa dicendo di non avere verificato il modo in cui questa campagna avrebbe dovuto rimediare la magra figura precedente. Una brutta figura al quadrato, insomma, anche lei. Anzi, addirittura, la Lorenzin grida al complotto annunciando urbi et orbi (come piace a lei) di avere “attivato il procedimento di revoca per la responsabile della comunicazione della direzione generale del suo ministero”. In pratica alla fine il salvatore è sempre il capro espiatorio, non c’è fede che tenga.

Bisogna ammettere però che la “squadra di governo” della ministra Lorenzin appare alla luce degli ultimi fatti sempre di più un grande parco dei divertimenti: ci si immagina stagisti sottopagati che stanno tutto il giorno davanti ai pc mentre qualcuno gli urla nelle orecchie «finché non mi trovate almeno un negro che fuma con la faccia incattivita mentre guarda con disprezzo un’indifesa e soggiogata donna bianca all’interno di una casa disordinata con sullo sfondo una banda di sbandati alcolisti che frusta una vecchietta sola in un parcheggio buio oggi non andate a casa!». Deve essere una vita d’inferno fare il googlatore per il ministero della salute. Ma ancora peggio deve essere per i correttori di bozze: me li vedo tutti stremati dal dovere spremere almeno millecinquecento-duemila battute senza avere nemmeno un mezza fetta di concetto. Tutto il giorno inchiodati alla macchinetta del caffè aspettando la notizia di un decesso per cannabis. Oppure immaginate il comitato scientifico: il fior fiore di scienziati impegnati a trovare il collegamento tra lo spritz e l’infertilità, proni a testare gli effetti malefici degli spettinati sulla salute pubblica e sempre intenti a trovare una molecola velenosa nel luppolo. Roba da Nobel per l’abuso di fantasia scientifica.

(il mio pezzo per Fanpage continua qui)

Gli oligarchi olimpici

Proviamo a sforzarci di essere seri. Tentiamo anche di svestire per un secondo i panni dei tifosi e disinteressiamoci dei colori del M5S e dell’orrido balletto alla ricerca di assessori e delle polemiche di questi giorni. Attenzione: non perché non siano rilevanti fatti politici (parliamo di Roma e del movimento politico tra i più importanti in Italia) ma semplicemente perché su questo punto non c’entrano. Mischiare le carte e le cose serve per dibattere e propagandare. Non ora, per favore. No.

Liberi di tutte le sovrastrutture immaginate una sindaca che si presenta alle elezioni ripetendo in ogni dove (e scrivendolo nel suo programma elettorale) che non avrebbe accettato la candidatura della propria città alle olimpiadi nel caso in cui sia eletta. Facciamo che venga eletta con un risultato che non lascia spazio a dubbi. E poi (tu pensa) mantenga la parola data. Mi si perdoni la domanda: che c’è di strano? Anzi, di più: che c’è da discutere?

Virginia Raggi ha mantenuto la promessa. E non solo: ha spiegato più volte la sua scelta convincendo evidentemente la maggioranza degli elettori. Intorno intanto si levano i gridolini dei renzini servili: mentre la Raggi parla di “scelta di responsabilità” loro, dopo aver deposto il sindaco Marino con una firma dal notaio per la vergogna di passare dal consiglio comunale, gridano alla mancanza di coraggio. Loro, il Pd e molti dei cognomi di quel tempo, che leccarono Monti quando prese la stessa decisione con le stesse identiche motivazioni. Un PD con le idee politiche funzionali al padrone di turno. Evviva.

(il mio buongiorno per Left è qui)