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Quindi Cantone è per la legalizzazione. E il PD?

In attesa che la Camera riapra i battenti e si torni a discutere in quella sede della proposta di legge per legalizzare l’uso della cannabis, registriamo con soddisfazione anche l’autorevole parere favorevole del presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone. Registriamo soprattutto il fatto che per argomentare la sua posizione abbia utilizzato la parola “laicità”. Imprescindibile per discutere l’argomento in maniera ragionata e senza tifo da stadio. Aspettiamo che anche gli esponenti del maggiore partito di maggioranza facciano lo stesso sforzo e si esprimano chiaramente a favore della legalizzazione. Sarebbe assai bizzarro farsi condizionare da chi parla ancora di “morti da overdose per la cannabis” e di altre fantasiose argomentazioni prive di dati e di basi scientifiche. I fatti esposti da Cantone e prima ancora dalla Direzione Nazionale Antimafia sono le uniche sulle quali discutere: regolamentazione, duro colpo ai traffici delle mafie, vantaggi per l’economia e le casse dello Stato. Il resto è chiacchiericcio da ombrellone.

(ecco, è la dichiarazione che abbiamo preparato oggi, firmata Possibile, che trovate qui)

Che bello un politico che si vergogna

«Mi vergogno da morire, mi vergogno tutto il tempo. Non faccio che scusarmi. Quei bambini assomigliano tutti ai miei figli, quelli con i colori scuri e gli occhi furbi come Gabo e quelle con gli occhi chiari e i capelli color miele di Greta.»

Chi scrive è Beatrice Brignone, parlamentare di Possibile, donna e mamma. A Ferragosto si è deciso di dedicarsi a viaggi politici nel senso pieno della parola e così Beatrice ha scelto di seguire Hope For Children a Salonicco per toccare con mano la condizione dei minori rifugiati. È partita dalle Marche con un furgone stipato di aiuti raccolti da Possibile nelle Marche (la regione in cui Bea risiede) e con la responsabilità di chi sa che bisogna conoscere per deliberare e, se serve, anche entrare nelle sofferenze altrui. Beatrice tiene il suo diario tra i Quaderni di Possibile (qui).

A noi la politica piace farla così.

Stefano Catone intanto prosegue sulla rotta balcanica per raccontare che nessun Paese è un’isola (qui il blog del viaggio). L’hanno finanziato tramite crwodfunding coloro che leggono il suo acuto lavoro sulle migrazioni. Al suo rientro, anche per lui, la testimonianza diventerà spinta politica. Ancora.

Intanto noi continuiamo con il nostro Tour RiCostituente (trovate tutto qui). Ormai sono mesi che consumiamo suole incrociando voglia di entrare nel merito della riforma e anche entrare nel merito della proposta politica. Tra le mie prossime date è spuntata anche Londra, tanto per dire quanto ci crediamo in senso largo.

Se non lo leggete sui giornali provate a immaginare come funzioni la comunicazione politica. La risposta vi sarà semplice. Ma costruiamo. Costruiamo.

Se volete darci una mano siamo qui. Potete scrivere qui o, perché no, scrivere anche a me. Il viaggio è lungo ma appassionante. Credetemi.

A Capalbio non è sinistra, semplicemente.

Che agosto questo della sinistra italiana: prima il deputato Sannicandro (SEL) che dichiara di non essere mica una metalmeccanico (e poi ovviamente ci dice di essere stato frainteso e poi che sono demagoghi quelli che lo attaccano, come se un semplice “scusa” fosse troppa fatica) e poi l’intellighenzia sinistra di Capalbio che inorridisce per i rifugiati arrivati a sporcare la vista mare. «La sinistra non sa più comunicare» scrive qualcuno crucciandosi di presunti arrugginimenti di presunte neosinistre. E se fosse tutto molto più semplice? E se semplicemente non fossero di sinistra questi che si spacciano come intellettuali (o parlamentari) imbolsiti da se stessi?

Se coloro che dovrebbero rappresentare la categoria dei metalmeccanici (per rimanere sull’esempio, ma vale per tutti) non possiedono più il vocabolario del lavoro, del reddito e dei diritti che si fa? Si decreta il fallimento della rappresentanza, semplicemente. Si alzano le mani e si dichiarano falliti i membri della classe dirigente. Semplice. E invece? E invece si leggono editoriali e opinioni che vorrebbero infilarci l’idea opposta: sono sbagliati i metalmeccanici che se la prendono, dicono loro. Che schifo di metalmeccanici, già.
A Capalbio succede lo stesso: gli esimi sottoscrittori di appelli solidali s’intristiscono per l’arrivo di qualche rifugiato nella nota località vacanziera. Il motivo? Rovinano una delle bellezze d’Italia, dicono loro, e così, senza accorgersene nemmeno aprono a un nuovo concetto di federalismo dell’accoglienza: i poveri vanno con i poveri, gli sporchi con gli sporchi, gli ultimi si accolgono in mezzo agli ultimi o penultimi, i bisogni vanno risolti senza sbrodolare fuori dalla classe sociale in cui emergono. E le difese sono ancora peggio: dicono che rovinano il turismo (e invece Lampedusa evidentemente è fogna, per questi), provano a spiegarci che è questione di rapporto tra abitanti e rifugiati (quindi A Pozzalo dovrebbero esserci un massimo di rifugiati, secondo i loro calcoli) e, per ultimo, abbozzano il solito “io non sono razzista ma”. E su quel ma, al solito, scatta il conato.

(il mio editoriale per Fanpage continua qui)

Il referendum non si vince con l’istinto

riforma costituzionale di questo governo. L’ho deciso fin dall’inizio per impegnarmi a viso aperto come succede a chi non ha ruolo politico ma sopporta di essere impolitico, peggio ancora apolitico. Sono principalmente contro questa riforma poiché l’occasione di superare il bicameralismo perfetto era troppo importante per svilirla con un Senato che si abolisce per finta e che si farcisce di politici che si votano tra loro, perché non sopporto che il senato diventi un dopolavoro per una categoria che al lavoro sembra proprio poco predisposta di natura; sono contrario alla riforma perché le competenze del (finto) Senato rimarranno moltissime e perché la riforma è scritta talmente male che sarà inevitabile avere una mole di procedure legislative che si bloccheranno troppo spesso per conflitti di attribuzione; viaggio per spiegare che questa brutta riforma a braccetto con quella brutta legge elettorale che è l’Italicum ci sarà una deformata idea di rappresentanza che non mi convince.

Studio, racconto e ascolto le diverse opinioni e ragioni. Mi capita anche (pensa te) di confrontarmi con sostenitori della riforma che si dimostrano preparati e in buona fede. So che sembra incredibile ma tant’è.

E non credo proprio che si possa pensare di girare l’Italia dicendo che questa riforma non va bene perché il nostro istinto primordiale non ama Renzi, la Boschi e le altre facce di questo governo. Attenzione: io non li amo proprio per niente, sia chiaro, ma una riforma costituzionale non merita di essere avversata nello stesso puerile modo in cui è stata proclamata. E quindi no, non sono d’accordo per niente con Grillo quando dice che “basta pensare a chi ha fatto questa riforma per capire che non va bene, anche senza capirla”.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

La sinistra Capalbio esclusa

Se c’è una cosa che mi atterrisce è l’essere d’accordo con persone che disistimo profondamente. Così vedere gioire Salvini, Meloni per la vicenda di Capalbio mi procura ancora più fastidio per questa “sinistra” sinistrata, scolorita e indegnamente rappresentata. Il federalismo della solidarietà è l’ennesima trovata di una classe dirigente che è aristocratica nei diritti e socialista con i doveri degli altri.

“Sinistra al caviale” ha detto Nencini. Nencini, nuovo Psi, viceministro: oggi sono stato d’accordo anche con lui, per dire.

La vicenda è raccontata qui.

Per chi vorrebbe convincerci che questa sia la stessa riforma dell’Ulivo

Andrea Pertici, professore di diritto costituzionale e punta di diamante della nostra squadra nel Tour RiCostituente, entra nel merito. Come piace a loro:

«L’argomento – rilanciato da Arturo Parisi in un’intervista a La Stampa – è ricorrente: questa riforma costituzionale sarebbe quella dell’Ulivo. Probabilmente il richiamo a questa positiva esperienza di centrosinistra – essenzialmente confinata nel biennio 1996-1998 (nonostante qualche successivo tentativo di rianimarla) – è dovuto al tentativo di alcuni esponenti del Partito democratico di convincere gli elettori “ulivisti” che quella è la loro riforma.

Ora, in realtà, il governo dell’Ulivo (cioè il primo governo Prodi) si tenne lontano dalle riforme costituzionali (non aveva neppure un ministro incaricato in materia), ma nel programma presentato dalla coalizione nel 1996, in effetti, la tesi n. 4 se ne occupava (brevemente). A scanso di ogni equivoco, vale la pena riportare letteralmente questa parte alla quale i sostenitori del parallelo con l’attuale riforma si attaccano con tanta enfasi.

Tesi n. 4

Una Camera delle Regioni

La realizzazione di un sistema di ispirazione federale richiede un cambiamento della struttura del Parlamento.

Il Senato dovrà essere trasformato in una Camera delle Regioni, composta da esponenti delle istituzioni regionali che conservino le cariche locali e possano quindi esprimere il punto di vista e le esigenze della regione di provenienza.

Il numero dei Senatori (che devono essere e restare esponenti delle istituzioni regionali) dipenderà dalla popolazione delle Regioni stesse, con correttivi idonei a garantire le Regioni più piccole.

Le delibere della Camera delle Regioni saranno prese non con la sola maggioranza dei votanti, ma anche con la maggioranza delle Regioni rappresentate.

I poteri della Camera delle Regioni saranno diversi da quelli dell’attuale Senato, che oggi semplicemente duplica quelli della Camera dei Deputati. Alla Camera dei Deputati sarà riservato il voto di fiducia al Governo. Il potere legislativo verrà esercitato dalla Camera delle Regioni per la deliberazione delle sole leggi che interessano le Regioni, oltre alle leggi costituzionali.

Ora, salva la qualificazione del «Senato della Repubblica» (questo rimane il nome) come «rappresentativo delle istituzioni territoriali», su ognuno dei punti di merito, la riforma costituzionale del 2016 risulta distante da quella prefigurata sinteticamente nel programma dell’Ulivo. Vediamo perché andando per punti:»

(continua qui)

Il sogno di Fausto e Iaio (e la mia lettera)

L’amico e collega Daniele Biacchessi ha prodotto questo bel film su Fausto e Iaio per esercitare memoria. Questo è l’inizio con la mia lettera scritta e letta per loro. Buona visione.

I funerali di Fausto e Iaio

dal film “Il sogno di Fausto e Iaio”
Regia di  Daniele Biacchessi
Illustrazioni con tecniche Ldp di Giulio Peranzoni 
Musiche di Gaetano Liguori
Editing di Matteo Lasi

Prenota il dvd e digital download
Info: biacchessi@gmail.com

Buona scuola, brave persone

Ci sono persone dietro gli algoritmi della cosiddetta “buona scuola” che si sta dimostrando feroce, sbagliata e poco efficace. Ci sono persone che hanno delle storie, belle o brutte che siano, che andrebbero rispettate e vanno ascoltate. Perché la politica sono le persone, sempre, e anche se ultimamente sembrano tutti così concentrati sulle persone che governano la politica come piace farla a noi invece è quella delle persone governate. Diciamo che ci interessano governati felici più che governanti soddisfatti, anche se sembra un’eresia.

Per questo stiamo raccogliendo le storie (leggetele qui, per farvi un’idea) e chiedendo tutte le spiegazioni necessarie (qui c’è l’interrogazione presentata dai parlamentari di Possibile). Perché la politica noi la facciamo così. La continueremo a fare così finché saremo considerati degni di rappresentare qualcuno. E fa niente se forse risultiamo essere terribilmente seri o addirittura “sofisticati” per il nostra fare senza cianciare. Se per caso ci riusciamo sarebbe una rivoluzione, anche culturale.

Intanto continuiamo a girare l’Italia. Da mesi. Venite a trovarci. Seguiteci qui.

(Qui trovate tutti gli articoli e le iniziative)

Aleppo, il cimitero senza voce

(di Andrea Riccardi, Famiglia Cristiana)
Che succede in Siria? Un intero Paese muore in una guerra senza quartiere. È tristemente semplice. Sul terreno, invece, tutto è complicato: guerra tra le forze del presidente Assad (appoggiate dai russi), l’ Isis, i curdo-arabi (appoggiati dagli americani), Al Nusra, un tempo affiliata ad Al Qaeda e altri attori armati. Le guerre s’ intrecciano. La gente non sa dove andare. Ci sono quasi cinque milioni di rifugiati all’ estero. Più di 600 mila sfollati si addensano verso la frontiera giordana. Il conteggio dei morti, civili e combattenti, è difficile. Forse mezzo milione. Ha detto recentemente papa Francesco: «È inaccettabile che tante persone inermi, anche tanti bambini, debbano pagare il prezzo del conflitto, il prezzo della chiusura di cuore e della mancanza di volontà di pace dei potenti».

Le immagini di Aleppo mostrano palazzi sventrati. La parte est della città, assediata dalle truppe del Governo, accoglie 300 mila persone, condannate alla fame, senza medicine. Lo scontro tra governativi e ribelli segna alterne vicende, ma alla fine la vittoria di Assad è probabile. L’ altra Aleppo, controllata dai governativi, dove abitano i cristiani rimasti, soffre molto. Un giovane di quella città ha dichiarato: «L’ umanità è finita ad Aleppo». Gli ospedali bombardati. I bambini uccisi. Avevamo fatto un appello per Aleppo “città aperta”. Chi lo ha preso sul serio?

I curdo-arabi, appoggiati dai raid americani, incalzano l’ Isis e hanno occupato Mambij, città a 120 km da Raqqa, la capitale del “califfato”. Qui, più di un mese fa, una famiglia di sei persone (con due bambini) è stata fucilata per dare un esempio: aveva tentato la fuga. Tempo di barbarie. Dura da cinque anni. Dal 2011. Resta poco della Siria che abbiamo conosciuto. La situazione si aggraverà dal punto di vista umanitario. Si sentiranno poi le ricadute del tentato colpo di Stato in Turchia nei rapporti turco-americani e nell’ operatività delle forze turche.

Forse, tra non molto, ci sarà un nuovo giro di negoziati a Ginevra (il terzo). Non basta un comunicato. Il tempo passa: morti, istruzioni, dolore, profughi. C’ è bisogno di compromesso tra posizioni irriducibili. Solo gli americani e i russi possono trovarlo. Poi resta la lotta all’ Isis. Ci sono parti del Paese dove per fortuna non si combatte: qui il controllo degli uni e degli altri è assodato. Soprattutto, nel dolore, è maturata una larga volontà di pace della gran parte dei siriani.

Ho conosciuto un guerrigliero, ieri convinto della guerra e ora alla ricerca della pace. È necessario non sprecare tempo: si dia ascolto alla volontà di pace! Un atto che cancellerà le responsabilità di cinque anni di guerra. E, con quel giovane di Aleppo, gridiamo: «L’ umanità è finita in Siria!». Deve tornare presto.

Sono di sinistra, mica metalmeccanici, eh.

Arcangelo Sannicandro, una vita nel fu Pci poi in Rifondazione comunista e poi in Sinistra Ecologia e Libertà che in realtà sarebbe Sinistra Italiana: uno di quelli che la sinistra (e i metalmeccanici) dovrebbe averla come stella polare. Ma tant’è: Sannicandro alla Camera ha pensato bene di pronunciare fiero una frase così: «Non siamo lavoratori subordinati dell’ultima categoria dei metalmeccanici! Da uno a dieci noi chi siamo?» ha detto il senatore durante la discussione sul taglio degli stipendi agli onorevoli (Sannicandro ovviamente era contrario).

E fa niente se la brutta figura avrebbe potuto rientrare con un “scusate, ho sbagliato, ho detto un cazzata”, no, il parlamentare ha deciso di giustificarsi sfiorando il ridicolo: «Tentavo di stabilire – ha dichiarato Sannicandro – alcuni dati essenziali per affrontare il problema dell’indennità di carica dei deputati in modo oggettivo e non demagogico. Ho chiarito preliminarmente una ovvietà che è scomparsa dal lessico e dall’orizzonte culturale di tanti sia a destra che a sinistra, e cioè che i deputati e i senatori non sono lavoratori subordinati né autonomi. E cioè non sono operai, impiegati, artigiani, commercianti o liberi professionisti. Così come dice la Costituzione siamo rappresentanti attraverso cui il popolo esercita la sua sovranità. Se ciò non fosse sufficientemente chiaro, aggiungo che i deputati non sono assicurati né all’Inps e né all’Inail e né ricevono le prestazioni da questi all’occorrenza erogate, né sono inquadrati in un contratto collettivo nazionale.»

(il mio buongiorno per Left è qui)