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Povera Rai

Francesca Fornario conduce un programma su Radio Due, oltre a tutto il resto. Ed è un’amica.

Scrive sul suo profilo fb:

“Ricapitolando: niente battute su Matteo Renzi, niente politica, niente satira, niente personaggi, niente imitazioni, niente copioni, niente “scenette” qualunque cosa siano, niente comicità e che altro… ah, niente battute sul fatto che non si può dire “comunista”. Quel che resta – il mio imbarazzo e bene che ci vogliamo io e Federica Cifola – va in onda ogni sabato e domenica in diretta su radio2, dalle 18 alle 19.30″.

Si apre un discussione in rete in cui in interviene anche un fido renziano come Tommaso Ederoclite che domanda:

Avevo già letto Pasquale, se fosse così è gravissimo, ma nello stesso tempo mi pongo una domanda, come mai Francesca nonostante certe “censure” ha continuato a lavorarci lo stesso?

E Francesca risponde:

Perché questo è il mio lavoro, vivo di questo facendolo con il massimo scrupolo, vivrò di questo fino a quando mi consentiranno di farlo dandogli comunque un senso di servizio – servizio pubblico! – e restando libera di spiegare perché prima il programma era fatto in un modo e ora in un altro. Quindi, cerco comunque di fare meglio che posso il programma – un nuovo programma, a questo punto, completamente diverso dalla prima stagione di due anni fa, che aveva avuto molto successo – seguendo le nuova linea editoriale, parlando agli ascoltatori di cose che penso possano sollevare la condizione di ciascuno tipo – come ho fatto ieri – raccomandando libri per bambini che cambiano di poco in meglio la vita. Ad esempio, “La guerra del burro”. Resto convinta che il servizio pubblico lo facessi meglio facendo quello che so fare meglio, e non serve, immagino – spero! – spiegare perché la satira SERVA, vero? Che preferisco farlo spiegare a Groucho Marx: Groucho Marx diceva che la prima cosa a sparire in un paese quando si trasforma in uno stato totalitario sono i comici e la commedia: «Poiché ridono di noi, non si accorgono di quanto siamo importanti davvero per la loro salute mentale». Ovvio che se invece di dirmi cosa non posso più fare mi dicessero anche cosa devo fare, e se fosse qualcosa inconciliabile con i miei principi tipo fare propaganda a favore del sì al referendum o peggio ancora elogiare i dischi di Nek, saluterei senza pensarci un secondo, essendo io una privilegiata che pensa di poter fare tanti altri lavori al posto di questo. Buona giornata!

Povera Rai. Poveri noi.

Yusra in gara per la nazionale dei senza nazione

Non è facile lenire i segni della corda. Sempre. Nella vita, quando capita di stringere una corda con la forza del bisogno, i segni infine rimangono per tutti gli anni dopo: sono le rughe dell’allarme, della disperata salvezza.

Yusra si è appesa alla corda del gommone. Mica di un gommone. Del gommone che attraversa l’Egeo per trascinare gli scappati siriani dalla Turchia alla Grecia: i gommoni su quella rotta sono tutti uguali per il retrogusto disgraziato, per l’appuntitissima fragilità del sogno e per quel mare pronto a farti isola in mezzo al mare. Lei, Yusra, con i suoi quasi diciotto anni, si è appesa al suo gommone con il motore spento e l’ha trascinato fino a riva salvando se stessa e il resto di quella ciurma che erano rifugiati, scappati, migranti, forse salvi, come lei.

Yusra Mardini è una storia che si ripete ogni giorno. Migliaia di volte ogni anno. Certo: lei non è annegata, non è finita rinchiusa tra i manganelli e nemmeno impigliata nel filo spinato. Quando il CIO ha deciso di aprire la partecipazione alle olimpiadi a una squadra di rifugiati (che visione coraggiosa istituire la nazionale dei senza nazione, tra l’altro) Yusra deve aver pensato che il destino le offriva l’opportunità di spalmare balsamo sulle sue ferite.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Il giornalismo che si fa letteratura

Io quando mi capita di leggere un reportage che ha tutte le parole a posto, con i sentimenti e i colori conficcati nella penna, senza retorica ma con una bella lingua, mi riprometto di tenere conto, di custodire la bellezza che si fa notizia. E per questo il pezzo di Domenico Quirico, inviato in Niger per la Stampa, lo considero tra gli articoli da ritagliare:

«Vedi! Siamo arrivati Migrante, finalmente: tu e io, insieme, ad Agadez, la città di tutti i traffici, il crocevia di ogni cosa, l’inizio della speranza, forse; il tuo golgota di sabbia, certamente. Sì. Siamo arrivati in tempo per il lunedì, il giorno del Grande Convoglio. È stato davvero un lungo viaggio, due giorni in bus per salire da Niamey. Tanto, troppo. Forse hai ragione, questa è la saggezza che cerchi, invano, di infonderci: la sofferenza ci fa vivere il tempo minuziosamente, un attimo dopo l’altro. So che per te esiste. Per gli altri, per quelli che non soffrono, scivola via e forse non vivono nel tempo, non ci sono mai vissuti. Siamo saliti insieme sul piccolo bus sgangherato, io e i tuoi giovani compagni. Silenziosi, esitanti, sì anche sospettosi l’uno degli altri.

Sette posti di controllo

Sette posti di controllo c’erano su mille chilometri di strada: ricordi? I gendarmi sono venuti, gli occhi avidi, hanno guardato il mio passaporto italiano e me lo hanno reso con un gran sorriso: buon viaggio, turista. Ma per te, per voi, ah no, è stato diverso. Tutti fuori! controllo, controllo. È anche per questo che abbiamo impiegato due giorni, non solo per la strada che è uno strazio di buche: per chiudere un occhio sul fatto che siete migranti, volevano diecimila franchi Cfa, tredici euro, ad ogni posto di controllo. A te che hai detto che eri povero: vabbè, siamo fratelli, dammene cinquemila. Quante volte hai fatto quel gesto, hai visto quel ghigno, hai raschiato in fondo alle tasche partendo dal tuo paese laggiù, in fondo all’Africa? Suvvia basta! Adesso ci siamo: hai visto come è cambiato il paesaggio? Fino a Tahua c’erano luoghi dove gli animali, cavalli, cammelli, asini, mucche sono più numerosi degli uomini, dove questi non l’hanno ancora spuntata e si vedono bei campi di miglio e di sorgo verdi come la vita che cresce e pulsa e i giovani contadini affondano con lena la corta zappa nella terra. Li invidiavi vero? Tu che vieni da un paese assetato dove è inutile gettare la semente. Sai che quei ragazzi si affannano perché se il raccolto sarà buono potranno sposarsi. Forse anche tu quanto tornerai.

Questo invece è il deserto. Affondi i piedi in questa sabbia che non è pura ma venata di argilla secca e friabile, ultimo indizio del livello raggiunto dall’acqua in epoche lontane, senti un crocchiare come di una crosta di farina che si spezza. Guarda la polvere che si alza in nuvole fitte, ancora più impenetrabile per il riflesso del sole.

Il contatto col passeur

Siamo qui nella ressa della stazione dei bus, ora, aspettiamo. Tu il mediatore, è il numero di telefonino che ti è stato dato a Niamey, sai che verrà e ti metterà in contatto con il tuo passeur. Tutto funziona a puntino, tutti lavorano per te. Io sono più avanti, so già chi sarà il passeur che mi porterà nel deserto verso la frontiera libica a Sebah, privilegi di chi ha già pagato i 200 euro. Senti, non guardarmi in quel modo, io al passeur la domanda l’ho fatta: ma non senti rimorsi a accumular denaro sulla pelle di altri esseri umani, a diventar ricco sulla sofferenza? Sai che mi ha risposto con una sicurezza soffice e spaziosa da starci dentro supino ad occhi aperti? Guarda che è un uomo gentile, negli occhi ha una furbizia senza ironia e una parlata a strascico pieghevole e lunga, prima portava i turisti nel deserto in Libia, è rimasto senza lavoro, alla fame, e ha iniziato a trasportare voi: «All’inizio – ha detto – anche io avevo problemi morali, poi ho pensato che tanto questi ragazzi il viaggio lo vogliono fare, in un certo modo li aiuto, cerco di ridurre i rischi e la sofferenza. Due anni fa era diverso, c’erano i libici a trasportare, lasciavano la gente nel deserto con un inganno per farli crepare e guadagnar doppio. Ci siamo parlati, abbiamo deciso che non poteva andare avanti così e ora prima di partire i miei clienti li sfamo, fanno una doccia, do loro un telefonino perché chiamino casa. I miei mezzi hanno tutti il gps. Se c’è un guaio nel deserto vado ad aiutarli, nessuno più si perde e muore. E poi se non ci fossero loro, se non ci offrono altro, qui ad Agadez di cosa viviamo, come sfamiamo i figli?».

(continua qui)

Colleghi giornalisti, tirate fuori gli sms di Renzi

All’inizio era un mito: Renzi, si diceva, in prima persona o giocando di sponda con il fidato Filippo Sensi, invia indicibili messaggi per esibire le proprie rimostranze ai giornalisti autori di pezzi non graditi. Sembrava semplicemente uno strascico di quel berlusconismo che ha insegnato la censura (e peggio ancora l’autocensura) all’informazione e invece oggi le voci cominciano ad essere consistenti. Il Consigliere Rai Carlo Freccero, intervistato, dichiara «ho visto gli sms di Renzi, c’è da vergognarsi» e Sallusti addirittura disse (qui) che Renzi lo minacciò di spaccargli le gambe per un articolo non gradito sulla Boschi. Nessuno dei due è stato querelato, ovviamente. E sono molti quelli che danno di gomito raccontando altri aneddoti di questa natura precisando però di non potersi permettere di denunciarlo pubblicamente.

Ecco, io un’idea ce l’avrei: tirate fuori gli sms. È una notizia. Credetemi.

Claude Eatherly: il rimorso di Hiroshima

Che meraviglia il giornalismo quando racconta la storia attraverso i suoi personaggi così enormemente umani. Fiorenza Loiacono scrive di Claude Eatherly:

“Günther, non ricordo tutta la lettera che ho mandato in Giappone, ma dicevo loro che ero il maggiore che aveva dato il segnale di via libera per la distruzione di Hiroshima, che ero incapace di dimenticare quell’atto, e che la colpa di quell’atto mi aveva causato grandi sofferenze. Li pregavo di perdonarmi. Dicevo loro che gli uomini non dovrebbero combattere.”

Così scriveva Claude Eatherly, uno dei piloti della missione Hiroshima, al filosofo Günther Anders il 22 agosto 1959, quattordici anni dopo lo sgancio della bomba atomica che il 6 agosto 1945 aveva provocato la distruzione della città e la morte immediata di circa 70.000 individui. Altri 70.000 sarebbero morti nei giorni seguenti e ancora negli anni successivi a causa dei postumi delle ferite e delle tracce radioattive depositate sui corpi e nello spazio circostante.

Sin dal volo di ritorno alla base, la coscienza di Claude Eatherly non potè tollerare quanto era accaduto. Celebrato negli Stati Uniti come un eroe insieme all’equipaggio che quella mattina aveva condotto e ultimato la missione, egli rifiutò di essere riconosciuto come tale. Pur di essere punito, di essere condannato ad una pena giudiziaria, si rese responsabile di atti antisociali: «Avevo quasi l’impressione di essere più felice in prigione, poiché la coscienza di essere punito dava sollievo alla mia colpa».

Fu l’unico della sua squadra a provare rimorso, tentando di trovare una via di riscatto alla sua sofferenza morale. Riteneva che quanto accaduto rendesse necessaria una riconsiderazione dello «schema di valori e di obbligazioni» che guidavano l’agire umano, convinto che dopo Hiroshima non fosse più possibile delegare ad altri la responsabilità dei propri pensieri e delle proprie azioni.

Fremeva, denunciava ai giornali il suo vissuto, scriveva lettere di scuse, partecipava a conferenze pacifiste, rendendosi inviso alle autorità militari statunitensi che, come tutte le autorità militari, desideravano fra le proprie fila meri e silenti esecutori di ordini.

Continua qui.

Se l’Uruguay vince contro Philip Morris

Buone notizie: questa la racconta Piero Basso:

E così, alla fine, l’Uruguay ha vinto contro il gigante del tabacco Philip Morris, che nel 2010 aveva trascinato il piccolo paese (tre milioni di abitanti) davanti al Centro internazionale per il regolamento delle controversie relative ad investimenti (in inglese “International Centre for Settlement of Investment Disputes, ICSID, una commissione arbitrale della Banca mondiale con sede a Washington), per avere danneggiato, con la sua politica antifumo, gli interessi della multinazionale.
In particolare Philip Morris contestava alcuni provvedimenti come l’obbligo di indicare la pericolosità del tabacco sulle confezioni e il limite di vendere un solo tipo di sigaretta per marca (una sola Marlboro e non Marlboro Light, blu, verde). Questi provvedimenti, insieme a una campagna generalizzata di educazione sanitaria, hanno portato a una riduzione del numero di fumatori in Uruguay dal 35 al 22% della popolazione.
E’ la prima volta che la commissione, nata per tutelare gli investimenti, riconosce la prevalenza dell’interesse pubblico rispetto agli interessi commerciali. Non solo, rigettando il ricorso della Philip Morris la commissione l’ha anche obbligata a rimborsare l’ingente costo delle spese legali sostenute, oltre 7 milioni di dollari (spese che l’Uruguay era stato aiutato a sostenere da una fondazione americana). Gli altissimi costi della difesa sono un’altra delle armi di cui si servono le multinazionali per ricattare i governi che si oppongono alle loro politiche.
“Questa vittoria, ha dichiarato Tabaré Vazquez, il presidente dell’Uruguay che è anche un noto oncologo, e che era presidente anche nel 2010 al tempo del ricorso della Philip Morris, è un successo a livello globale nella lotta contro l’industria del tabacco. D’ora in poi, quando le industrie del tabacco cercheranno di intervenire sulle regolamentazioni usando la minaccia di una causa, avranno a che fare con il nostro precedente”.

Il governo italiano al servizio delle multinazionali
Per un governo che prende le difese della salute del suo popolo, un altro corre al servizio delle multinazionali.
Non illudiamoci. L’inaspettata vittoria dell’Uruguay, dovuta probabilmente anche al forte impatto mediatico (Davide contro Golia) e alla mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale, non rappresenta un’inversione di rotta rispetto alla tendenza dilagante, a partire dagli anni ’90, a ridimensionare sempre più le prerogative del pubblico rispetto agli interessi dei privati, In particolare queste “commissioni arbitrali” sono istituite per proteggere gli investimenti delle multinazionali, non la salute o il benessere dei cittadini.
E sono al cuore degli accordi commerciali già firmati (come il TPP, partenariato transpacifico) o in corso di discussione, come il TTIP (partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti). Quest’ultimo è per il momento fermo, grazie all’opposizione di alcuni governi europei e alla mobilitazione di milioni di cittadini sia in Europa che negli Stati Uniti, ma si sta preparando il cavallo di Troia, che renderà pressoché superfluo il TTIP. Si tratta del CETA (Comprehensive economic and trade agreement), il trattato di libero scambio tra Unione Europea e Canada, concluso nel 2014 e che ora deve essere firmato.
Perché “cavallo di Troia”? Perché, scrive Greenpeace, sono ben 42.000 le multinazionali americane presenti in Europa che hanno una succursale in Canada, e che quindi, se il CETA verrà approvato, avranno quello che chiedono da tempo: un mezzo potente per aggirare gli standard europei in materia di sicurezza ambientale e alimentare. Anche il CETA, infatti, prevede la possibilità per le aziende di citare in giudizio i governi che prendono decisioni “lesive” dei loro interessi privati.
E’ possibile fermarlo? Sì, con la sensibilizzazione e la mobilitazione dell’opinione pubblica che ha già messo in serie difficoltà il cammino del grande accordo transatlantico, il TTIP, ed è a questo punto che il governo italiano e il presidente della Commissione europea Junker corrono in aiuto delle multinazionali, cercando di evitare il voto dei parlamenti nazionali, col rischio che in qualche parlamento gli interessi della popolazione prevalgano su quelli delle multinazionali.
La materia è complessa: alcuni accordi possono essere ratificati direttamente dal Parlamento europeo, altri richiedono la ratifica da parte dei parlamenti nazionali. Junker ha chiesto di far approvare il trattato dal solo parlamento europeo; contro l’esautoramento dei parlamenti nazionali si sono espressi quasi tutti i paesi europei, ma occorre l’unanimità, e questa è stata rotta dall’Italia che con una lettera del Ministro allo Sviluppo Economico Carlo Calenda alla Commissione europea conferma la disponibilità dell’Italia a esautorare il suo Parlamento e gli altri in Europa dal loro potere di ratifica dei trattati commerciali (qui il testo in inglese https://stopttipitalia.files.wordpress.com/2016/06/lettera-calenda-2.pdf).
Un trattato potenzialmente pericolosissimo, con possibili gravissime conseguenze per le nostre vite, mai discusso pubblicamente, che ora si vuole ratificare senza neppure una discussione in Parlamento, e senza permettere nessuna partecipazione all’opinione pubblica.
Con il governo italiano in prima linea in quest’opera di demolizione della base sessa della democrazia.

(fonte)

Le mafie e le responsabilità delle banche

Mi capita di parlarne spesso. La lettera del magistrato Marco Patarnello mi pare che centri perfettamente il punto:

«Caro direttore,

l’opinione pubblica sembra stanca di interventi in favore delle banche e ci chiediamo perché. La deflagrazione che il fallimento di una banca, magari dell’importanza di Mps, creerebbe nel tessuto economico costringe lo Stato ad un intervento. Ma quale? Faccio il magistrato al Tribunale di Roma e ho dedicato gli ultimi tre anni della mia vita professionale alle misure di prevenzione patrimoniali: sequestro e confisca di patrimoni mafiosi o costruiti illecitamente, un’attività svolta mettendo sotto la lente di ingrandimento gli ultimi venti o trent’anni di vita imprenditoriale, economica, lecita e illecita di malavitosi, corrotti e criminali. Patrimoni di decine o centinaia di milioni di euro accumulati illecitamente.

In ognuno di questi processi abbiamo sempre trovato un grosso mutuo, un finanziamento o un prestito concesso da istituti bancari. Prestiti spesso concessi in evidente malafede, senza le garanzie minime, in situazioni in cui nessun cittadino “normale” avrebbe avuto accesso al credito. Con la conseguenza che spesso il Tribunale esclude tali crediti delle banche dal novero di quelli che devono essere soddisfatti con il denaro confiscato ai malavitosi. Una mole di attività bancaria svolta chiaramente facendo affari spregiudicati, prestando denaro a chi non dava nessuna garanzia, se non quella di entrate illecite. Negando, invece, i prestiti a chi non aveva garanzie fantasmagoriche, come ha potuto constatare chiunque, da persona comune, abbia chiesto un finanziamento o un mutuo in questi anni. E, si badi, questo non da parte delle sole banche di serie B o di provincia.

Non sono in condizione di fare un’analisi statistica o completa, ma poche banche mi sono parse estranee a questo modo spregiudicato e rischioso di fare impresa. Ora che la situazione economica è più difficile si scopre che i crediti di molte banche sono in sofferenza, non sono garantiti e si prende in considerazione di risolvere il grave pericolo insito nel fallimento di queste imprese mettendo denaro pubblico. Quando si guadagna ci si ricorda di essere un’impresa, quando si perde si socializzano le perdite. Non può funzionare così. Il fallimento di una banca è senza dubbio un rischio grosso per l’economia di un territorio o anche dell’intero paese, se la banca è grande. È ragionevole impedire che ciò accada. Ma non a qualsiasi costo e non regalando, sostanzialmente, il denaro ad un’impresa, anche se si trattasse di denaro dell’Europa o parzialmente dello stesso sistema bancario. Perché il patto sociale regga, investire denaro pubblico non può essere un regalo. Se una banca non ce la fa con le sue forze si nazionalizza, si risana e si rivende. Questo ha un senso per la collettività. E non è una bestemmia anticapitalista e antimoderna più di quanto non lo sia regalare denaro pubblico ad un imprenditore, che per di più ha dimostrato di farne cattivo uso.»

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*In magistratura dal 1989, è stato vicesegretario del Csm. Ora si occupa al Tribunale di Roma di misure di prevenzione antimafia, sequestro e confisca di patrimoni illeciti.

Dino, 86 anni e 250 pasti al giorno con il cibo invenduto

(Articolo di Costanza Ignazzi, fonte)

Un pasto caldo per chi la sera non ha una casa in cui tornare e nessuno che prepari la cena. Ma anche un modo per evitare che tonnellate di cibo invenduto nei mercati e supermercati di tutta Roma vadano buttate quando invece possono essere determinanti per i meno fortunati. Da nove anni questa è la causa di Dino Impagliazzo, 86enne dirigente in pensione, che quattro sere a settimana, insieme ai suoi 300 volontari, sfama i meno fortunati della Capitale.

«Quando ho cominciato – spiega Impagliazzo, che fa parte del movimento cristiano dei Focolari – eravamo solo io, mia moglie e la nostra cucina. Adesso riusciamo a fornire un pasto caldo a 250 senzatetto ogni sera». Ogni giorno, i volontari della Onlus RomAmor fondata da Impagliazzo fanno il giro di mercati rionali, alimentari e supermercati di Roma a raccogliere la merce in scadenza che non può più essere venduta: ogni giorno si mettono all’opera per preparare pasta, zuppe, panini da distribuire vicino alle stazioni Tiburtina e Ostiense. In un anno i pasti distribuiti arrivano a quota 27mila. «Cerchiamo di dar loro una cena completa – racconta – primo, secondo, frutta e perfino dolci. Ci riforniamo da chi ci conosce e sa che portiamo il cibo gratuitamente a chi ne ha bisogno. C’è il piccolo commerciante che ci offre il sabato frutta e verdure per esempio. L’invenduto di frutta e di verdura del sabato non arriverebbe a lunedì, così noi preleviamo questi prodotti che se cotti o preparati in giornata o il giorno dopo possono sfamare tante persone. Ai supermercati fa comodo consegnarci la merce invece di spendere per lo smaltimento, per esempio Todis ci invia un carico ogni settimana». Ogni sera persone di ogni nazionalità e religione si radunano intorno ai volontari di RomAmor per un aiuto, un po’ di attenzione, un pasto caldo e una parola di conforto. «Molti sono africani – dice ancora Impagliazzo – alcuni sono musulmani (e per loro i panini sono senza maiale, nel rispetto del loro credo ndr), ma quasi la metà sono italiani. Persone che il giorno prima vivevano in una casa con una famiglia, ma che poi hanno divorziato e si sono trovati per strada. Qualcuno ha perso il lavoro e non può più permettersi affitto o beni di prima necessità».

Con la nuova legge contro gli sprechi alimentari approvata lo scorso 2 agosto dal Senato, la rete di solidarietà potrebbe espandersi grazie soprattutto agli incentivi e sgravi ai fornitori di cibo. E se Impagliazzo e i suoi volontari hanno dovuto bussare a tante porte per raccogliere di che sfamare chi è in difficoltà, l’utilizzo delle rimanenze per esigenze umanitarie potrebbe presto diventare lo standard. Secondo un calcolo di Pasto buono, potrebbero essere sette milioni i pasti distribuiti quotidianamente in tutta Itaila.

Ma per Impagliazzo e i suoi volontari, la rete di aiuto e solidarietà non si ferma qui. «Abbiamo messo su una casa di accoglienza ai Castelli Romani: al momento sono ospitate 20 persone, tutti nigeriani scappati dalla violenza di Boko Haram – spiega – Tra l’altro è appena nato un bambino, lo hanno chiamato Vittorio». L’obiettivo è creare altre strutture come questa: «Siamo alla ricerca di altri spazi per l’ospitalità, speriamo che qualcuno che ne abbia la possibilità possa metterli a disposizione della nostra causa».

Il Tour RiCostituente? una lettera sul futuro

Senza respiro. Anzi, meglio, con un respiro lungo come tutto il Paese: il tour ricostituente non è un viaggio ma l’abbiamo pensato per essere un cammino, per scrivere la lettera del futuro che vogliamo costruire, per costruire una politica che davvero sia cambiamento. Come scrive Pippo sul suo blog:

«Questioni come la disuguaglianza, il lavoro che si trasforma e deve saper interpretare i cambiamenti tecnologici, gli spazi e le risorse pubbliche, il ruolo del credito, la misura da dare alla globalizzazione, l’evasione fiscale (nazionale e internazionale), il modello di sviluppo e l’economia crircolare, le cose che succederanno nei prossimi anni, gli investimenti pubblici (a partire dalla scuola e dalla ricerca) saranno definite a partire da proposte (precise anche sotto il profilo economico) che possono essere discusse fin da ora e andranno a comporre una lettera sul futuro che invieremo alle italiane e agli italiani.

Questo è il futuro, non quello sbandierato da chi pensa che tutto questo si possa realizzare trasformando il Senato in un pasticcio.

Questa è la responsabilità di chi vuol governare il Paese, non a partire da bonus elettorali e da altre trovate che lasciano letteralmente il tempo che trovano, non a partire da proposte che sembrano fare tornare tutto a posto con (non) soluzioni taumaturgiche ispirate all’eterno concetto dell’accontentare tutti quanti.»

Partecipare significa esserci, mettercisi. Insieme.

Quelli del PD che sono contro le riforme che hanno votato

Bello, tutto bene, per carità. Ma chissà che ne dicono Civati, Mineo, Fassina o D’Attorre che dal PD si sono presi la briga di uscire quando sarebbe bastato restarci per fare la minoranza nella sua nuova versione: contro se stessa. Sì perché Tocci è entusiasta di comunicarci che è riuscito a racimolare una decina di parlamentari che voteranno contro la riforma Boschi al prossimo referendum sulla costituzione.

«Mi fa molto piacere pubblicare qui il documento sottoscritto in tal senso da dieci parlamentari democratici: Corsini, Dirindin, Manconi, Micheloni, Mucchetti, Ricchiuti, Tocci, al Senato; Bossa, Capodicasa, Monaco alla Camera.», scrive Tocci sul suo sito esultando per la sua sporca decina di dissidenti. Bello, tutto bene, per carità, ma nel voto finale di quella mostruosa riforma solo Tocci aveva votato contro. Solo lui. E, a ben vedere, Corradino Mineo che per coerenza se n’è andato. Il resto sono smemorati, convertiti, illuminati, distratti, improvvisamente coraggiosi, fulminati o semplicemente (banali) strateghi.

Il voto in Parlamento ormai è considerato un incidente di percorso: gente che ci tritura per votare l’Italiacum e poi ci dice che non va mica bene; gente che vota la fiducia zerbina al premier per poi dimettersi dalla vigilanza Rai; antirenziani che diventano renziani e oggi di nuovo antrenziani; pentiti di essersi pentiti di non essersi pentiti di asservirsi a Renzi. Opposizione al cubo: un’opposizione che si oppone a se stessa.

(il mio buongiorno per Left continua qui)