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Non vivo più nulla realmente

Non vivo più nulla realmente, benché viva con una intensità di cui le semplici sensazioni non potrebbero dar conto. Inutilmente apro gli occhi, poiché non posso più vedere. Invano rimango sbalordito davanti alla mia finestra ovale, tentando di cogliere suoni. È come se avessi non un certo numero di sensi, ma miliardi di sensi, ciascuno diverso, ciascuno adatto ad altri stimoli: uno esclusivamente per la forma della tazza dalla quale bevo il mio caffè, un altro solo per la forma del sogno di questa notte. Un altro per il bisbiglio terribile delle mie orecchie, udito distintamente un po’ di anni fa, mentre me ne stavo, nel mio pigiama sdrucito, con le gambe sul termosifone, nella mia stanza di via Ștefan cel Mare. Non percepisco più le alterazioni della luce, le altezze del suono, la chimica del garofano e dei dettagli, ma scene intere, inghiottite all’improvviso da un senso virtuale, appena dischiuso nel centro della mia mente solo per quella scena luminosa ed effimera come un’onda, che reagisce con essa, modificandola, appiattendola, avvolgendola come un’ameba e formando insieme con essa un’altra realtà, antica e immediata, illuminata da un desiderio nostalgico e oscurata dall’estraneità. È come se tutto ciò che mi accade, che potrebbe accadermi, dovesse essermi già accaduto, come se tutto esistesse già in me, non però in forme piene e vistose, ma in attesa, in lamelle accartocciate, rudimentali, avviluppate strettamente le une dentro le altre là nelle strutture del cervello – e anche nelle ghiandole e negli organi e nel mio crepuscolo, come pure nelle mie case in rovina – attendendo lì una conferma e un nutrimento dalla vampa modulata dell’esistenza, a sua volta irrisolta ed embrionale. Non percepisco più se non ciò che ho percepito già in passato, non posso più sognare che i sogni già sognati. Apro gli occhi, non però per il colore e i contorni, dal momento che la luce non si diffonde più in corpuscoli che attraversino il mio cristallino e gli strati traslucidi della retina, che producano rodopsina nelle mie cellule di forma conica; intere immagini giungono improvvise, scolpite nella rodopsina e accompagnate come da un’aura di penero di suono e filamenti di sapori e di profumi, di gelo e calore, di dolore e pietà, di una torsione del capo verso destra confortato e contrastato dal senso cocleare. Giungono interi quartieri, insieme con il tempo, lo spazio e il loro turbamento, e soprattutto con il loro grado di realtà – poiché possono essere reali o sognati, o immaginati, o trasmessi mediante i legami ineffabili che congiungono le nostre vite a quelle di coloro che ci hanno preceduto – giungono labbra e sessi, e tram che scorrono sui binari in inverni con neve sporca, viene mia madre a portarmi ogni tanto da mangiare, talvolta viene Herman. Non potrei percepire nulla di tutto ciò se non si ricostituissero, in qualche modo, nella mia mente (nel mio mondo), se non si schiudessero da lì i bulbi oculari, se non mi dicessi in ogni istante della mia vita: “Ho già vissuto questo un’altra volta, sono già stato lì”, così come non è possibile vedere la luce se la luce non è già stata nella zona occipitale della tua vita, formando là il senso idoneo per la luce. Per questo la mia vita è già vissuta e il mio libro è già scritto, giacché il passato è tutto, e il futuro è niente.

(Mircea Cărtărescu, Abbacinante. Il corpo, lo potete comprare qui)

Un Paese in guerra con il Parlamento in vacanza

Fortissimi sui tweet, appuntiti sugli slogan e poi miseramente smussati sulle parole. Le parole che mancano sono quelle di una guerra in Libia in cui l’Italia ha una parte attiva che nessuno vuole raccontare. E così il Parlamento, che le parole ce le ha tutte nel nome stesso, si zittisce. Peggio, va in vacanza, sotto l’ombrellone. Un Parlamento silenzioso non si poteva certo inserire nella riforma costituzionale ma con un po’ di tempismo, si riesce a fare accadere.

Se è vero che il ministro Gentiloni giusto due giorni fa dichiarava altero che sarebbe stato tutto da valutare e discutere un eventuale disponibilità dell’Italia nel prestare le proprie basi agli attacchi Usa verso la Libia giusto ieri la Pinotti invece ha lasciato intendere (con un intervento in Aula, eh) che tutto è già stato deciso e quindi l’Italia è a disposizione. In mezzo ovviamente non c’è stata discussione, al solito. Non sia mai che se ne parli in Parlamento: un governo scolpito con i decreti non si brucia qualche giorno di vacanza per la guerra. Figurati.

Oggi è prevista la riunione della commissione Esteri e la commissione Difesa e i ministri non ci metteranno la faccia: sono attesi al massimo i sottosegretari nel tenue ruolo di piccioni viaggiatori. Solo così la parola “guerra” può rimanere una sinistra evocazione dei gufi senza nessuna associazione scritta con questo governo di scout ubriacati dal potere e il prepotere. Niente guerra, al massimo sentirete dire “disponibilità come concordato negli accordi bilaterali con gli Usa” e così ancora una volta tutto diventa una mera operazione di comunicazione sottaciuta.

Eppure oggi in commissione basterebbe porre una domanda secca: «il drone Usa Reaper è già decollato dalla base di Sigonella per sganciare un missile Hellfire?» Basterebbe una risposta secca per mettere in imbarazzo questa orda di balbettanti governanti. E vedrete che prossimamente puntualizzeranno che non c’è bisogno di un’autorizzazione del Parlamento per un’operazione del genere. C’è da scommetterci che lo diranno.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

La fuga dalla politica

La “fuga dalla politica”, come viene definita dall’élite dirigenziale e politica, può essere un segno che rivela la crescente riluttanza delle persone a partecipare al sistema politico nelle vesti di consumatori di spettacoli prefabbricati. Può non denotare affatto, in altre parole, un ritiro dalla politica, ma annunciare le fasi iniziali di una rivolta politica generale.

(Christopher Lasch, La cultura del narcisismo, 1979, lo potete comprare qui)

Allarme DIA: clima instabile in Cosa Nostra

(di Aaron Pettinari, AntimafiaDuemila)

C’è aria di fermento e rinnovamento all’interno di Cosa nostra. Nonostante i molteplici tentativi falliti di riorganizzare la “Cupola” (come avvenuto dal 2008 ad oggi) la mafia siciliana, continuamente colpita dall’azione repressiva, potrebbe subire uno scossone, stavolta proveniente dall’interno. La Dia, che ha diffuso la propria Relazione semestrale, spiega come in questo momento nell’aria “si avverte un clima d’instabilità”. In particolare si sottolinea come proprio “le scarcerazioni degli affiliati potrebbero contribuire a rimettere periodicamente in discussione lo status quo, oltre che sotto il profilo delle alleanze, in alcuni casi frutto di strategie di inclusione verso consorterie storicamente antagoniste, anche per ridurre, in una prospettiva di sopravvivenza dell’intera organizzazione, la vulnerabilità verso l’azione repressiva”.
Gli schemi criminali che vengono messi in atto dalle varie famiglie “sono sempre gli stessi” e “se da una parte viene configurato l’avvicendarsi nelle posizioni di vertice di alcuni boss, a volte autoproclamatisi, privi di lungimiranza, inclini all’affarismo ed inadeguati a garantire il rispetto delle regole associative” dall’altra si fa sempre ricorso “ai consigli degli anziani, che operano in una logica di cooperazione orizzontale”. Proprio i vecchi capimafia, fino ad ora, sarebbero riusciti a sopperire alle criticità dovute proprio all’assenza della “Cupola” o comunque di una “reale struttura di raccordo sovra familiare, in grado di dirimere contenziosi, contenere le possibili situazioni conflittuali e tramandare ai più giovani le regole ‘ordinamentali’ di cosa nostra”. Fino a quando ciò sarà possibile? Nell’operazione Brasca Santi Pullarà e Mariano Marchese, intercettati mentre commentavano lo stato di salute di Provenzano facevano intendere che finché non sarebbero morti Binnu u’ Tratturi e Totà Riina “luce non ne vede nessuno”.
Il primo è deceduto, il secondo, seppur malato, continua a mandare ordini all’esterno (un esempio la condanna a morte contro il pm Nino Di Matteo). Né di questo, né della presenza a palermo di oltre cento chili di tritolo, si parla nella relazione della Dia ma il dato resta sempre sullo sfondo. Lo scorso mese neanche il Procuratore capo di Palermo, Francesco Lo Voi, aveva fatto menzione a certi episodi, tuttavia, in una circolare inviata a tutti i pm dell’ufficio, aveva sottolineato lo stato di “fibrillazione all’interno degli ambienti criminali anche legati a Cosa nostra”, e aveva invitato tutti i pubblici ministeri “a prestare particolare attenzione ai profili di sicurezza”.

Trapani: tutto ruota attorno Messina Denaro
La Dia, nella sua relazione, si sofferma poi nello studio di tutte le Province siciliane. Se a Palermo c’è una situazione instabile nel polo mafioso trapanese “non si registrano situazioni di conflittualità, mantiene intatti gli storici collegamenti con le consorterie palermitane”. “L’area – scrivono gli investigatori – si caratterizza, ancora, per la forte coesione dei gruppi e per il capillare reticolo familiare, relazionale ed economico che, come emerso in più occasioni dalle investigazioni dirette dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, ruota attorno al noto latitante di Castelvetrano (Matteo Messina Denaro, ndr)”. Questo viene connotato non solo dalla partecipazione di parenti, affini, affiliati e prestanome, ma anche di “compiacenti professionisti e imprenditori, di cui il ricercato si avvale per tutelare e dissimulare i propri interessi, nel tentativo di sottrarsi all’azione repressiva della D.I.A. e delle Forze di Polizia che ne stanno progressivamente erodendo la rete economico – finanziaria e la complessa catena logistica di copertura”.

Sguardo verso oriente
Nella Sicilia orientale si evidenziano le “continue riconfigurazioni interne” da parte delle famiglie. Ciò accade per le continue operazioni che si sono sviluppate nel corso degli anni. Tuttavia in alcuni casi, secondo la Dia, “tali rimodulazioni degli assetti interni sono determinate dalla migrazione6 di affiliati da un gruppo ad un altro in funzione di un mero calcolo opportunistico”. Resta comunque “la capacità di condizionare la dimensione economica e sociale del territorio, non solo per ricavarne profitti, ma anche per acquisire una sorta di ‘riconoscimento pubblico’”.

Non solo Cosa nostra
Nel documento diffuso alle Camere gli investigatori mettono in evidenza anche “l’interazione tra associati a cosa nostra e soggetti criminali di origine straniera. Quest’ultimi rappresentano, infatti, per tutte le aree della Sicilia, un ulteriore bacino per il reclutamento di manovalanza da impiegare nelle attività delittuose più esposte e rischiose, quali i danneggiamenti, gli incendi e lo spaccio di droga, o da sfruttare nel lavoro irregolare, come emerge dal diffuso caporalato”.
Vi è dunque una “duplice forma” di contatto. Da una parte “una piena subordinazione del singolo straniero rispetto all’organizzazione mafiosa”. Dall’altra, nel caso di gruppi criminali più strutturati di altra nazionalità, “con la concessione di una maggiore autonomia nella gestione di attività ritenute marginali, quali lo sfruttamento della prostituzione (rimesso ad albanesi, rumeni e nigeriani), la contraffazione, lo smercio di prodotti contraffatti (concessi a cinesi e nordafricani), nonché il traffico e lo sfruttamento di esseri umani (dove intervengono ancora i cinesi, i romeni e i nordafricani)”. Inoltre vi sarebbero anche alcuni riscontri su ruoli di mediazione, svolti da soggetti extracomunitari, nelle attività di approvvigionamento di stupefacenti.

Questione d’affari: il ritorno alla droga
Gli investigatori della Dia segnalano come negli ultimi anni “tutte le formazioni criminali dell’Isola stanno cercando di recuperare un ruolo di primo piano nella gestione della filiera della droga”. Ciò avviene sia instaurando rapporti diretti con le organizzazioni straniere che mantenendo saldi i legai con esponenti della ‘Ndrangheta. “Le indagini transnazionali – aggiunge la Dia – hanno, peraltro, evidenziato come la criminalità organizzata calabrese sia divenuta primario referente delle famiglie di cosa nostra statunitense”. Ovviamente all’interno di Cosa nostra si fa sempre ricorso alle estorsioni (fondamentali per affermarsi sul territorio, ndr) non solo chiedendo il “pizzo” ma anche proponendo “canali illegali di finanziamento, poi funzionali alla progressiva sostituzione nella conduzione delle attività economiche”. E’ così che Cosa nostra si infiltra nel tessuto imprenditoriale per un percorso che le consente “specie in aree economicamente depresse del territorio nazionale, di accreditarsi come un valido interlocutore, portatore di cospicue risorse finanziarie e di un considerevole ‘capitale relazionale’, da sfruttare anche all’estero per intercettare le nuove linee di tendenza sul fronte della domanda delle prestazioni illecite”.
Proprio il settore degli appalti pubblici e, più in generale, la tendenza a condizionare il buon andamento della Pubblica Amministrazione, rappresentano un ulteriore centro di interessi di Cosa nostra. Questo, scrive la Direzione investigativa antimafia, “è utile non solo ad intercettare fondi e a mantenere produttive le imprese infiltrate, ma anche a monopolizzare interi comparti dell’economia”. E’ così che “cordate di imprese mafiose fanno ‘cartello’, avanzando offerte ‘pilotate’ per aggiudicarsi le gare, con la conseguente penalizzazione dei concorrenti che, non potendo accedere alle commesse pubbliche, vengono progressivamente estromessi dal mercato”.

Verso una mafia sempre più globalizzata
Ma la Dia dà l’allarme anche sulla nuova condizione della mafia, sempre più globalizzata e in grado di agire fuori dal contesto regionale di origine traendo grandi profitti su scala internazionale. Secondo la relazione della Dia le organizzazioni hanno preso coscienza che l’ambiente su cui applicare il “protocollo di infiltrazione mafiosa” non è tanto “geografico”, quanto sociale ed economico. Vengono evidenziate forme di aggregazione e collaborazione sempre più strutturate tra le diverse organizzazioni mafiose, specie nei casi di attività avviate fuori dalle aree storiche di insediamento. Questo perché, appunto, le mire espansionistiche delle mafie ricadono non tanto sui territori, quanto sui mercati o su nuovi settori economici, la cui estensione è trasversale e la cui complessità richiede l’integrazione di competenze diversificate in grado anche di operare sul web’, che a livello globale offre infinite opportunità criminali. Proprio il web e i canali di comunicazione non convenzionali anche tramite apparati satellitari, sono oggetto di indagine per via della pianificazione e realizzazione di traffici illeciti transnazionali che potrebbero rappresentare lo strumento relazionale chiave tra diverse organizzazioni criminali anche di matrice straniera che operano su contesti territoriali diversi.

Corruzione come “humus” per le mafie
Gli investigatori evidenziano anche come la corruzione sia l’humus ideale per la radicalizzazione delle mafie. Nella relazione viene scritto come la corruzione, di per sé gravissima, è in grado di creare il terreno fertile ideale per far permeare le mafie. Pertanto andrebbe considerato come una sorta di reato spia di un meccanismo perverso, la cui unica finalità è proprio quella di infiltrare e condizionare i processi della Pubblica Amministrazione.
Diverse operazioni di polizia, infatti, confermano anche nel periodo in esame, come la corruzione sia stata funzionale al perseguimento di affari illeciti di ampia portata, quali il riciclaggio di denaro, l’acquisizione illecita di finanziamenti e l’accesso a notizie riservate utili per l’aggiudicazione delle gare di appalto.

L’affare terra
Nella relazione viene riportato anche l’ultimo redditizio affare della mafia in settori come l’agricoltura e la zootecnica. Il modus operandi di boss e prestanome per arrivare all’acquisizione di fondi comunitari è molteplice e passa attraverso “interposizioni fittizie o creazione di società ad hoc per eludere i controlli antimafia, l’acquisizione abusiva di terreni, spesso ad insaputa dei legittimi titolari, l’utilizzo di false attestazioni sul loro effettivo possesso e sulla reale destinazione d’uso ed il coinvolgimento di professionisti, pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio, che si astengono dallo svolgere la dovuta attività di vigilanza e controllo, fornendo poi informazioni utili e riservate per agevolare l’accesso ai fondi”. La Dia segnala anche come sull’accaparramento dei terreni vi sia una corsa vera e propria messa in atto anche tramite “atti intimidatori o incendiari per costringere i legittimi proprietari a cedere appezzamenti e bestiame”. Proprietari che, spesso per paura di ritorsioni, non fanno poi denuncia.

Il patetico Erdogan

Non c’è nulla di più patetico del potere che ha bisogno di farsi prepotente per riuscire a governare perché non ci riesce semplicemente seguendo le regole. Recep Tayyip Erdogan è in questo momento il paradigma del potere in tutte le sue peggiori storture, fatto di bile e vendetta (grottescamente legittimate da un propizio fallito colpo di Stato) aggrappato a una proiezione di se stesso che rasenta l’iperbole. Il fatto è che qui non c’è niente da ridere: nonostante la posa da bullo Erdogan con la sua Turchia oggi tiene sotto scacco l’Europa grazie all’errore politico di chi ha deciso di usarlo come sacchetto dell’umido dell’immigrazione europea.

Erdogan intervistato da RaiNews 24 (a proposito: che bellezza vedere giornalisti non accomodanti sulle reti del nostro servizio pubblico) riesce in poche frasi a condensare l’impensabile tracotanza di chi crede di essere legge, sostituendosi alle leggi: “la vicenda dell’indagine su mio figlio a Bologna potrebbe mettere in difficoltà le nostre relazioni con l’Italia, che dovrebbe occuparsi piuttosto della mafia” ha dichiarato il leader turco, riferendosi anche ad una presunta timidezza da parte dell’Europa che non avrebbe sostenuto abbastanza il “ripristino della legalità” dopo il golpe fallito in Turchia.

Peccato che l’idea di ripristino di Erdogan passi attraverso la violenta censura degli organi di informazioni non allineati con una repressione che non ha nessuna parvenza di legalità né di democrazia. Il ripristino delle regole passa attraverso l’eliminazione degli avversari? Se Erdogan non è in grado di capire che la personalizzazione delle regole è incompatibile con l’idea di moderna gestione di un Paese non può essere considerato un interlocutore affidabile. La muscolarità è una deriva dei tronfi falliti.

(il mio editoriale per Fanpage continua qui)

Viva la Rai

Anche per la Rai il futuro sarà per la prossima volta, quindi. E sarebbe fin troppo facile andare a ripescare le promesse non mantenute: anche su questo ritorniamo al vento freddo della delusione. «Fuori i partiti dalla Rai!» è l’urlo con cui ciclicamente il salvatore di turno ammaestra il popolino con la stessa retorica di cho invece vorrebbe chiuderla, la Rai. Frasi fatte, propaganda fritta, come questa:

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Oppure i soliti proclami, roba così:

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Quello che sappiamo oggi della Rai è che Bianca Berlinguer (non certo renziana) sia stata rimossa per lasciare il posto a quello stesso Luca Mazzà che sbatté la porta a Ballarò non concordando con la linea “troppo antirenziana” del programma. In tempi di servitù l’autonomia di pensiero è un pericolo, del resto. Da sempre. Servono analisi? E allora oggi vale la pena riprendere le parole di Enrico Mentana che dice:

«Questa storia del cambio di direttori nei tg Rai è tristissima e pacchiana insieme. È chiaro che l’obiettivo era rimuovere Bianca Berlinguer dal tg3. Ed è chiaro che i top manager Rai questo obiettivo proprio non se lo erano prefisso, tanto è vero che poche settimane fa sono stati presentati i palinsesti della nuova stagione, senza tenere conto di un possibile spazio “risarcitorio” per lei. Insomma, l’ordine è venuto improvviso e da fuori. In vista del referendum? Direi proprio di… sì. Ma per non farla troppo evidente si è pensato di non sostituire solo lei. Quindi via anche Masi dal tg2, così, per compagnia, per dimostrare alla Commissione di Vigilanza che non è un fatto personale, e politico. Una foglia di Fico, insomma. Quelli dell’opposizione strepiteranno per il colpo contro i sostenitori del no referendario, quelli della maggioranza diranno che la Berlinguer era lì da 7 anni e cambiarla non è un delitto, e nessuno si filerà il povero Masi, danno collaterale di una guerra politica, che conferma al di là di ogni sarcasmo che tutti noi paghiamo la Rai nella bolletta della luce, ma le mani sull’interruttore sono sempre le stesse.»

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Il teatro Biondo. Stinto.

A Palermo un teatro gestito da uomini di cultura: Roberto Alajmo e Emma Dante (che per il Teatro Biondo tra le altre cose si occupa anche della scuola del teatro) non sono semplicemente teatranti ma sono completamente artisti. Per questo il Teatro Biondo negli ultimi anni ha avuto in mente un’idea culturale diversamente dai troppi teatri italiani sempre più impegnati a coccolare il potere.

Io devo dire ammettere di non amare i circuiti teatrali nostrani e, di rimando, non sono amato: ogni volta che mi sono avvicinato a quel mondo ho avuto la sensazione di avere ritirato il numero per accodarmi in attesa di qualche ostico certificato. Il teatro italiano (quello minuscolo) è un pranzo di gala in cui si servono solo gli avanzi dei palazzi anche se tutti fingono di apprezzarne la cucina. E devo dire che al Teatro Biondo, come spesso succede, in cartellone non ci sono mai nemmeno entrato: ho calcato il palco circa un anno fa per una serata di vicinanza agli amici di Addiopizzo e Nino Di Matteo. Gratis. Pensa te. Il professionismo dell’antimafia tira brutti scherzi, eh.

Però quel teatro (e la chiacchierata con Roberto, il direttore) mi ha lasciato la meravigliosa sensazione di avere visitato un luogo vivo. E mi confortava sapere che Emma avesse trovato una casa nella sua città dopo avere conquistato cuori dappertutto. Le riconciliazioni sono un bene prezioso.

E invece no. Il sindaco di Palermo, come succede spesso quando la politica tocca il teatro, ha pensato bene di calpestare il palco della politica triturando i palchi faticosamente tenuti in vita e così alla fine Roberto e Emma hanno deciso di dimettersi (ne trovate notizia qui).

E tutti i grandi protagonisti della scena italiana rimarranno ammansiti sperando di ottenere comunque una data nel prossimo cartellone. Se appoggiate l’orecchio non sentite mica il mare: c’è tutta la timidezza di un corpo culturale disgregato.

Il casting dei professori

La nuova moda di una scuola sempre più desolata è il video provino che i professori devono preparare per farsi scegliere dai nuovi presidi-manager (ne scrive ad esempio l’Espresso qui). Come scrive Galatea Vaglio (qui) c’è qualcosa che non torna:

«Sarei curiosa, ma veramente curiosa di capire, esattamente a cosa serva, ai Dirigenti che lo stanno chiedendo, il video di presentazione da allegare alla candidatura come insegnante. Le istruzioni sono precise: video di pochi minuti, in cui l’aspirante docente si presenta,e  che deve essere girato in piedi e a figura intera.

Mi sfugge quale sia la competenza disciplinare o didattica che il docente può dimostrare solo in piedi e non seduto. Ma formulata così, la richiesta fa venire brutti pensieri. Cosa si vuole valutare, del docente? La bella presenza? La figura scattante? Non sarà per caso un modo subdolo per verificare che qualcuno non abbia un qualche lieve handicap fisico non segnalato nel curricolo o che una donna sia incinta, per poter così scartare docenti che rischiano di essere problematici o di assentarsi spesso?

Certo, è sicuramente una malizia mia, ma tutto ciò non predispone ad un rapporto sereno fra aspiranti docenti e dirigenti che devono scegliere. Chi non verrà scelto perché scartato sulla base di un video potrà giustamente fare ricorso per il sospetto di essere stato discriminato sulla base dell’aspetto fisico o di possibili handicap lievi. Con uno strascico di ricorsi e di controricorsi legali e penali, che rischiano di essere mine vaganti per tutti.

Direttive così specifiche nella realizzazione del video, poi, aprono anche una serie di problematiche. Mentre un video a mezzo busto può essere agevolmente registrato anche da soli, con un pc da tavolo, un video con un docente in piedi richiede una strumentazione più sofisticata: per lo meno un tablet, ma meglio una telecamera, con qualcuno, un operatore, che giri. Domanda: l’aspirante docente deve per forza essere in possesso di queste strumentazioni? E deve anche avere un amica/o che si presti a fargli da operatore? E se non ce l’ha, che fa, deve rinunciare al posto?

E poi il video va registrato in presa diretta, oppure può essere montato e post-prodotto? perché in questo caso, anche docenti non particolarmente brillanti nell’esposizione, se aiutati da qualcuno sgamato, possono sembrare degli Alberto Angela, mentre altri magari più naif che vanno in presa diretta risulteranno magari molto più imbranati e goffi.»

Strage di Bologna: paludi e trattative

Il 2 agosto del 1980 ero un bambino intento ad altro. La strage di Bologna è un racconto che mi è rimbalzato anni dopo con tutto il fumo che ammanta le stragi italiane: microscopici dettagli sul dilaniamento delle vittime, minuziosi particolari delle loro storie, centinaia di angolature fotografate e scritte, chili di audizioni nelle diverse commissioni parlamentari, lenzuola di tesi disparate e un’enorme bibliografia. Per noi che siamo nati a cavallo della strage della stazione, Bologna è una biblioteca sterminata. E ci si perde nelle biblioteche folte ma senza logica. E talvolta si perde la verità, quella che non ha interesse a sembrare convincente.

La verità convincente è il prodotto politico di un Paese passato per il terrore: un’ostinata ricerca di un risultato semplice, condivisibile e soddisfacente per l’opinione pubblica. Così anche per la strage alla stazione di bologna gli anni hanno impresso l’orma di una verità gustosissima e prêt-à-porter. E fa niente se Licio Gelli, Cossiga, gli avanzi di Gladio e le criminalità diversamente organizzate sono passate come un raffreddore. Mambro e Fioravanti, anche quest’anno, sono l’imene ricostruito di una storia che si fa fossile, se serve per confortare.

Scriveva Sciascia in uno dei suoi ultimi libri (A futura memoria, 1989, Bompiani): «Fra le cose che mi rimprovero come viltà, viltà personale, anche se si tratta di viltà sociologica e storica, c’è quella di non aver preso le difese di certi fascisti quando mi è sembrato che fossero accusati ingiustamente. Se fossero stati rampolli della sinistra da un pezzo mi sarei dato da fare per loro, avrei sottoscritto petizioni… ma ahimé, appartengono alla destra, e allora, anche se intuisco che qualcosa non funziona, nei processi a cui sono sottoposti, non mi sento abbastanza sollecitato a indagare più a fondo».

(il mio buongiorno per Left continua qui)