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Dialogo sull’emergenza terrorismo

Prendetevi cinque minuti cinque per leggere questo passaggio del dialogo tra Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas pubblicato per Nazione Indiana. Discutetene in famiglia, al lavoro e se volete proprio esagerare leggetelo per intero qui.

Lorenzo. Il problema è che questa emergenza funzionerebbe bene dal punto di vista dell’informazione se ogni fatto rispondesse ad una matrice logica di carattere gerarchico, cosa che, come s’è visto già al Pulse, non è. Lo schema del jihad contro i crociati viene male, non torna, e allora salta tutto, anche tra i cosiddetti “buonisti”. Cioè, non puoi dire che “NOI andiamo da LORO e li distruggiamo, gli rubiamo tutto, facciamo i nostri interessi senza meno, annientiamo la loro cultura, insomma abbiamo da sempre rotto il cazzo a LORO e quindi LORO ora rompono il cazzo a NOI”. Primo perché non è chiaro chi siano LORO e chi siamo NOI, secondo perché quelli a cui rompiamo il cazzo NOI non sono gli stessi LORO che ci vengono a rompere il cazzo.

Anatole. Il caso di Monaco è prototipico. Per quanto ci si voglia sforzare di ricondurre il fatto a categorie già precostruite, cioè i cattivi jihadisti che ammazzano gli occidentali inermi, non si riesce a situare le ragioni del gesto fuori dal contesto in cui maturano, cioè la Germania stessa, segnatamente il quartiere centrale un tempo operaio nel quale l’attentatore era cresciuto. Non è, per capirci, uno di quelli che NOI occidentali siamo andati a sfruttare a casa sua in oriente. Pare confermato che la strage non sia il gesto impulsivo di un pazzo, essendo stato pianificato, anche se in maniera molto approssimativa. L’attentatore aveva certamente intezione di commettere una strage e faceva ricerche su come fare, magari in una scuola, ma non deve aver trovato motivazioni sufficienti nel libro che stava leggendo, sulle ragioni dei mass killer di studenti. Piuttosto era venuto alla conclusione che un centro commerciale sarebbe stato preferibile. Pare anche confermato dall’investigatore Robert Heimberger che l’attentatore avesse inviato un post fasullo da un account Facebook hackerato per invitare i contatti ad una promozione di Mc Donald. Con tutta evidenza non aveva nessun collegamento con lo Stato Islamico, cosa d’altra parte abbastanza comprensibile, trattandosi di un tedesco nato a Monaco di origini iraniane, l’antitesi per eccellenza del jihadista “sunnita”. Si può dire che non avesse motivazioni di carattere politico in assoluto e fosse, piuttosto, aggravato da un punto di vista psichiatrico. È evidente che quando uno configura il discorso nei termini di un generico NOI e di un ancor più generico LORO viene fuori un argomento necessariamente banalizzante non solo di chi sono LORO, come si vede bene sulla base del caso di Monaco, ma anche di chi siamo NOI. Cioè, il diciottenne che ha sparato a Monaco non era né LORO, né NOI, chi era allora? Anche il collegamento diretto tra lo sfruttamento delle materie prime, del petrolio, della forza lavoro dislocata nel cosiddetto terzo mondo in generale e il benessere dello studente che si sta facendo un bicchiere al Carillon mentre viene crivellato di colpi di arma automatica è tutto da dimostrare. Cioè, i NOI che andrebbero a rompere il cazzo a LORO non sono gli stessi NOI che vengono messi sotto sulla Promenade des Anglais da un camion impazzito. Il semplice fatto di esser nata a Nizza piuttosto che a Aleppo non rende automaticamente una bambina di due anni responsabile del colonialismo, delle guerre o della sospensione delle libertà in Siria. L’argomento secondo il quale siamo l’occidente quindi siamo tutti colpevoli è evidentemente ideologico e rimanda ad una visione della storia che mescola in maniera sincretistica il peggio del meccanicismo idealista con il più becero storicismo tradizionalista, arrivando a conclusioni speculari rispetto a quelle consuete della modernità, cioè la colpevolizzazione a trecentosessanta gradi dell’imperialismo coloniale, invece della sua legittimazione celebrativa. Ma si vede alla fine la debolezza di questo post-colonialismo postmoderno, che si riduce ad argomenti terzomondisti dei ‘settanta, quando alla orrenda mensa della scuola ti dicevano che dovevi mangiare tutto perché eri fortunato che non morivi di fame in Africa.

Lorenzo. Prendiamo il caso della Siria (e dei siriani). Per diversi anni un efferato dittatore, Bashar al-Asad, ha fatto un massacro, ha distrutto il suo paese per rimanere al potere. Gli si opponevano dapprima molti attivisti, quasi tutti ormai uccisi, incarcerati e torturati o fuggiti dal paese, poi uomini armati che, dapprima animati da propositi nobili, sempre di più – ricevendo soldi da paesi come Arabia Saudita e Qatar – viravano verso il jihadismo. Un jihadismo la cui agenda era però sempre “siriana”, cioè l’obiettivo era abbattere il tiranno. A un certo punto di questa macelleria ha approfittato l’ISIS, un’organizzazione di natura criminale-mafiosa a guida iraqena che ha messo in piedi la sua agenda in siria sfruttando, in termini di propaganda, i crimini del regime così come tutta la retorica anti-occidentale nel momento, molto tardivo, in cui l’Occidente è effettivamente sceso in campo. Ma l’’ISIS come prima cosa ha iniziato a sparare contro quegli uomini in armi, anche quelli che pure si erano jihadizzati un bel po’ (li chiamano “sahwa”, ma non mi metterò a spiegare il perché). Il suo primo obiettivo furono all’inizio tutti gli attivisti e tutti i combattenti che si opponevano ad Asad. Non a caso Asad li lasciava fare. Loro dovevano fare egemonia e ci riuscirono a Raqqa, la terza città della Siria, a suon di esecuzioni sulla pubblica piazza e “gestione della barbarie” ma non in altre aree, dove furono espulsi e dove tuttora non hanno grandi appigli (sebbene poi, dai e dai…). Ora, questi dell’ISIS, cioè quelli che rivendicano attentati in Occidente, sono quei LORO di cui parlano i semplicioni di cui sopra? Rappresentano davvero LORO? Cioè, sono LORO quelli da cui NOI andiamo e che NOI distruggiamo? Mi sembra di no. Quelli dell’ISIS che terrorizzano l’Occidente sono semplicemente degli infami rosiconi spesso imbevuti di una retorica che suona così: “VOI avete sempre rotto il cazzo a NOI e quindi NOI ora rompiamo il cazzo a VOI”. Molti ci cascano dentro come degli allocchi. Ricordo ancora tal Oussama Abu Musab, un operaio del varesotto simpatizzante dell’ISIS che si era messo a commentare sulla mia bacheca e poi, dopo essere stato espulso dall’Italia, essere andato prima dai nonni in Marocco e poi in Svizzera dalla moglie per essere infine espulso anche dalla Svizzera e finire in Siria dove sembra sia morto in circostanze che non conosco. Questo Oussama, quando postavo cose sulla Siria, mi seguiva fin se riportavo i crimini di Asad. Metteva proprio dei làic. Poi quando riportavo i crimini dell’ISIS partiva per la tangente, diventando cospirazionista e affermando esattamente ciò che la vulgata di cui sopra vuole. Il fatto è che lui non era minimamente uno di LORO, uno di quelli che moriva sotto le bombe. Al massimo empatizzava, ma attraverso il filtro sbagliato, il filtro dell’ISIS. L’ISIS gli aveva spiegato che quelli erano suoi fratelli, dei musulmani come lui vessati da un Occidente diabolico, e lui ci credeva, non capendo che quelli lì con l’ISIS non avevano niente a che fare, che l’ISIS stava usando quella carneficina, ci stava mettendo su il cappello. Quello dell’ISIS è un discorso speculare a quello fatto in principio. E continuare a farlo, quel discorso, significa dare ragione all’ISIS. Il problema insomma, ancora una volta, è sdoganare quelli dell’ISIS quando quelli dell’ISIS non sono affatto quelli che si pensano di essere né che qualcuno da queste parti pensa che siano: non sono dei vendicatori degli sconfitti, anche se si atteggiano come tali. Quelli dell’ISIS, parlo dei capi e di quelli che gli credono, non della soldataglia locale che segue tutto un altro treno, sono invece efferati e cinici pezzi di merda che con quei LORO non hanno niente in comune se non per il fatto che rubano a LORO la terra, la libertà, il pane e la speranza. Esattamente come i NOI della vulgata.

Elena e Deborah spose. Pensa te.

Castel San Pietro, provincia di Bologna: Debora Piccinini ed Elena Vanni si sono sposate. Deborah è ragioniera mentre Elena si occupa di informatica. È la prima unione civile in Italia, a poche ore dal decreto attuativo della legge Cirinnà.

In pratica ieri è successo ciò che Adinolfi, Formigoni, Giovanardi e compagnia bella temevano mostruosamente: Deborah e Elena si sono sposate e infatti già oggi probabilmente il prodotto interno lordo nazionale ha avuto un crollo verticale, le casse dello Stato si avviano ad essere prosciugate per pagare medicine e visite oculistiche, le famiglie tradizionali vivono oggi un brivido per il rischio di essere sradicate da queste due coniugi, migliaia di bambini si sono risvegliati deviati e traumatizzati e dio provocherà l’innalzamento dei mari e un turbine di tifoni.

L’apocalisse è nel momento di quelle due che hanno avuto lo stomaco di baciarsi davanti al sindaco. La notizia rimbalzerà sulle televisioni di tutto il mondo, ferirà centinaia di madri di famiglia, provocherà ripetuti conati di vomito in affaticati lavoratori, procurerà un mezzo coccoloni a papa Francesco, provocherà il crollo delle borse internazionali, ringalluzzirà orde di pervertiti, scioccherà i miei bambini, ferirà mia madre, partorirà una lunga fase di instabilità politica e inciderà mostruosamente sul pericolo di attentati.

(il mio buongiorno per Left continua qui)

Il “caso Crocetta” e il grande giornalismo d’inchiesta

Ne scrivevamo un anno fa (qui): vuoi vedere che i sacerdoti dell’antimafia spalmati sul presunto “caso Crocetta” hanno preso un granchio? La presunta intercettazione che fece tanto discutere su Lucia Borsellino è stata sventolata ma non si è mai vista. Guarda il caso.

Oggi Il Post prova a fare il punto sul processo ai giornalisti:

«La fonte che l’Espresso ha permesso ai magistrati di identificare si chiama Mansueto Consentino, è un ufficiale del carabinieri che dal maggio del 2014 comanda la compagnia di Desio, in provincia di Milano. Secondo Messina, fu il capitano Cosentino a fargli ascoltare l’intercettazione, a Palermo, nel maggio del 2014. Nella registrazione, dirà nell’interrogatorio del 9 settembre, non c’erano le parole “come suo padre”. Secondo il giornalista, il capitano Cosentino gli fece sentire soltanto “una frazione di secondo” della registrazione, dalla quale non era possibile comprendere con chi stesse parlando Tutino. Queste sono le sue parole nei verbali dell’interrogatorio: contattato dal Post, Messina ha preferito non commentare sulla precisione delle dichiarazioni che ha reso ai magistrati. Anche Zoppi e i loro legali non hanno voluto rilasciare dichiarazioni pubbliche.

Cosentino nega di aver mai fatto sentire un’intercettazione simile a Messina e questa è la ragione dell’imputazione per calunnia nei confronti di Messina (a cui è stato successivamente associato anche Zoppi). Ma anche se fosse andata come ha raccontato Messina, questo non spiega come si sia passati dalle poche parole smozzicate ascoltate alla frase “dobbiamo farla fuori come il padre”, chiaramente e con certezza attribuita a una conversazione tra due persone specifiche, Tutino e Crocetta. Messina sostiene che, dopo le dimissioni di Borsellino, parlò di nuovo con la sua fonte, il capitano Cosentino, e gli chiese di confermargli la frase nella versione che sarebbe poi apparsa sull’Espresso. Messina sostiene che il carabiniere gli disse che era una versione plausibile, ma gli consigliò di rivolgersi a un’altra fonte per avere conferma. Cosentino nega che questa conversazione sia mai avvenuta. Messina allora cercò una seconda conferma e racconta di essersi incontrato con un magistrato della procura di Palermo, Bernardo Petralia. Anche qui, nell’interrogatorio, ammette che i commenti di Petralia furono piuttosto vaghi.»

La ricostruzione completa è qui.

 

80 musulmani uccisi dall’ISIS. Che peccato, eh?

È il più grave attentato accaduto a Kabul negli ultimi cinque anni. A Kabul, dove difficilmente la serenità regna sovrana. Ottanta morti. Duecentotrentuno feriti. Sento già qualcuno ringhiare, fermi tutti: non sono i numeri che contano e non è un dolore che si possa pesare al chilo. Non è questo il discorso.

Il fatto è che quei morti erano musulmani. Sì, musulmani. E l’ISIS ha rivendicato l’attentato, tronfio come al solito, con quella lurida bava alla bocca che accompagna le sue macabre esultanze. E questi ottanta sono morti perché la differenza tra loro e l’ISIS non sta nella razza, come qualcuno si ostina a ritenere, ma nella visione della vita. Il corteo stava manifestando pacificamente contro la costruzione di un’importante linea elettrica che avrebbe tagliato fuori alcuni territori. Niente Allah, niente Maometto, niente Gesù, niente veli, niente religioni: la differenza tra chi rivendica un diritto giusto e chi strappa con il sangue una prepotenza.

Immagino che siano andati in tilt i cervelli di quelli che scrivono di “noi e loro” con la brama di semplificare i temi complessi e possibilmente di banalizzare il mondo per non essere costretti a dare troppe spiegazioni. Immagino che Salvini e compagnia bella non sappiano nemmeno che esistono diverse etnie non analizzabili secondo i canoni di Allah o contro Allah. Immagino che il fiore di giornalisti che ieri ha rilasciato opinioni prima ancora che ci fossero le notizie abbia sbuffato perché è una sfortuna avere tanti morti, in una geografia così complessa e per di più in piena estate sotto l’ombrellone.

Forse è per questo che oggi i saccenti non si scorgono in giro.

Quando scappa una foto

Sulla carogna dell’idea proliferano larve di imbecilli.

(Nicolás Gómez Dávila, Tra poche parole, 1977/92) #monaco

Perché votare No (secondo un iscritto al PD)

Marco Cucchini lavora presso le Università degli Studi di Trieste e di Udine, insegnando Scienze Giuridiche ed è un iscritto al PD. Ecco il suo intervento:

“Per la prima volta mi presento con un intervento scritto, ma quanto devo dire mi è fonte di particolare sofferenza, dato che – in oltre 20 anni di militanza – sempre forte è stato in me il richiamo all’unità del partito, alla lealtà verso le nostre scelte, così come la voglia di far prevalere le ragioni del sentirmi parte, dello stare insieme, anche quando l’istinto o la pulsione del momento avrebbero indotto scelte diverse.

Ci è chiesto impegno in vista del referendum d’autunno e io impegno lo sto garantendo, ma a malincuore a favore del NO e ne spiego in estrema sintesi le ragioni. Non mi soffermerò su aspetti di natura giuridica, per questi rimando al documento firmato – tra gli altri – da ben 11 ex presidenti di Corte Costituzionale. Preferisco in questi pochi minuti sottolineare le ragioni essenzialmente politiche, interne ed esterne al partito.

Innanzitutto, perché sento i valori della Costituzione come prevalenti sulle strategie di un partito o sul bisogno di sopravvivenza di una classe dirigente, ma soprattutto perché i contenuti di questa riforma non sono mai stati discussi con la cittadinanza o tra noi… Non erano previsti nel programma elettorale 2013 e neppure nella scarna mozione congressuale di Matteo Renzi. Una riforma uscita dal cilindro che avrebbe potuto comunque diventare patrimonio unitario se solo si fosse voluto sanare il gap di democraticità, partendo da noi e rafforzando la condivisione dei contenuti e dei fini attraverso il ricorso a forme di consultazione tra gli iscritti – come pure previsto dallo Statuto – ma non si è mai, neppure in minima parte, ritenuto di attenuare la verticalità dell’intero processo. Lo stesso vale per il contesto regionale. La Costituzione viene cambiata anche in parti che potrebbero alterare la nostra autonomia eppure neanche una volta in 2 anni, la Direzione o l’Assemblea sono state chiamate per esprimere un parere o dare una qualche indicazione ai nostri parlamentari.

E dunque, per quale altra ragione che non sia il mero spirito di fazione dovrei sentire “mia” una riforma della quale non condivido il percorso, lo spirito, le finalità e nella quale – come cittadino e iscritto al partito – non sono mai stato coinvolto in nessun momento?

Conosco perfettamente tutta la retorica del SI – o del SignorSI – sull’ineluttabilità della riforma, sul contesto, sui rischi della non approvazione e tutto il corollario allarmistico e strumentale messo in piedi – spesso con caotici taglia-incolla di citazioni di statisti morti, mancando la fantasia per crearne di nuove – ma non riesco a convincermi… Bisognava fare di più per ascoltare le voci del dissenso nella nostra comunità e per quanto possibile farsene carico. Molti di noi – io per primo – non chiedevano di meglio che un gancio, anche piccolo per dire SI e riconciliare coscienza e appartenenza. Non lo si è voluto fare, si è preferita l’ostentazione muscolare e ora se ne paghi il prezzo.

Ma sono contrario alla riforma anche per profonde ragioni politiche. Innanzi tutto, l’idea di democrazia. Se leggiamo il testo emerge infatti che:

(1) il Senato non sarà più eletto dai cittadini ma nominato dai partiti nei consigli regionali; (2) il monopolio dell’indirizzo politico apparterrà a una Camera eletta con legge fortemente distorsiva del rapporto voti espressi/seggi ottenuti; (3) le firme necessarie per presentare una proposta di legge di iniziativa popolare vengono triplicate; (4) dal 7° scrutinio il presidente della Repubblica potrà essere eletto da una minoranza dei membri del Parlamento; (5) viene abolito il CNEL che – per quanto inadeguato – rappresentava il principio di un maggiore coinvolgimento dei corpi intermedi nelle scelte di carattere economico; (6) vengono abolite le Province, organo a legittimazione popolare diretta presenti nel nostro ordinamento dal 1848; (7) vengono ridotte le materie di competenza legislativa regionale in favore del centralismo statale; (8) le materie residue possono essere sottratte alle regioni su richiesta del governo e voto favorevole della Camera dei Deputati, senza neppure un parere dell’effimero Senato delle Regioni.

Nulla di questo, preso singolarmente, è totalmente errato. Ma lo è l’impianto complessivo, la lettura “ideologica” che emerge: ogni volta che ci si è trovati al bivio tra valorizzazione del pluralismo e della partecipazione da un lato e il rafforzamento del decisionismo verticistico dall’altro, si è scelta questa seconda strada. La visione politica che si cela dietro la riforma è claustrofobica. Si sostituisce un modello di democrazia certo più lento, più complicato, ma più plurale, legato alla partecipazione e alla vitalità dei corpi intermedi con un’altra idea, meramente elettorale, più scarna, poco esigente.

La sovranità continua ad appartenere al popolo, ma è esercitata una sola volta ogni cinque anni per eleggere un Capo. E’ la resa culturale e politica a una idea di società tutta verticista, a un tempo pigra e elitaria. Si finge di essere moderni, ma è solo un ritorno alle prassi del liberalismo censitario dell’800.

La seconda ragione politica del mio NO nasce dalla consapevolezza che le Costituzioni non sono solo testi giuridici, ma “patti politici” tra diversi e solo se altamente consensuali sono pienamente vitali sul lungo periodo. Da almeno 15 anni – invece – ogni maggioranza politica ha imposto la propria idea di Costituzione. Nel 2001 fu il Centrosinistra a approvare con ristretto margine la riforma del Titolo V che oggi si vuole smontare. Nel 2006 fu il Centrodestra e grazie alla saggezza del popolo italiano quella riforma fu bocciata. Oggi siamo noi, che presentiamo agli elettori non un testo nobile e condiviso, ma un pasticcio approvato a furia di trucchi procedurali, risse e ricatti, in un clima in cui tutti – governo e opposizione – hanno dato il peggio di sé.

Il testo che si vuole approvare non sarà vitale perché non è condiviso. E spero che il referendum fallisca perché con esso – forse – fallirà definitivamente l’idea che la Costituzione sia solo una delle tante leggi a disposizione del leaderino di turno. Così come la scuola e l’università, stravolte a ogni giro di valzer ministeriale; le norme sul lavoro, cambiate da cima a fondo almeno 4 volte in 20 anni; il sistema pensionistico, costantemente sotto stress dai tempi del governo Dini… Un continuo riformismo nevrotico, senza implementazione, valutazione, stabilità, continuità.

E risparmiamo la cantilena de “la I Parte non è toccata”. Sarà toccata domani, quando chi governerà saprà di non essere più il Custode, ma un padrone e la Costituzione avrà perso ogni parvenza di sacralità. E quindi, davvero al Paese serve una Costituzione – per citare il presidente Scalfaro – “costantemente tenuta in bilico sul cestino della carta straccia”?

Chiudo sottolineando come la mia contrarietà nasca anche da questioni interne alla nostra comunità. Dietro la riforma c’è infatti – rivendicata varie volte – la volontà di far nascere un nuovo partito, più in linea con il pensiero dominante. Un partito privo di legami non solo ideologici, ma ideali con le grandi tradizioni culturali e politiche novecentesche che hanno dato vita al PD. Un partito di Vassalli, Valvassori e Valvassini.

In quel partito non può esserci spazio per gli spiriti liberi come me. E – per quanto io non sia particolarmente intelligente – lo sono abbastanza da non giocare a fare il capretto (o il caprone) che bussa alla porta del cuoco per ricordargli che Pasqua sta arrivando…”

Marckuck, 14 Luglio 2016

(*) Marco Cucchini lavora presso le Università degli Studi di Trieste e di Udine, insegnando Scienze Giuridiche.

L’uomo in piedi si arrende

“L’Uomo in piedi? È finito anni fa. A suo tempo quella protesta ha avuto forza, io ho indicato una strada. Che la gente la segua oppure no, devono deciderlo da soli”. C’è amarezza nelle parole di Erdem Gunduz, 37 anni, il coreografo autore nel giugno del 2013 di uno straordinario atto di protesta, insieme civile e artistico, in Piazza Taksim.

Nei giorni drammatici di Gezi Park, quando la gente di tutte le fedi politiche, i movimenti, i tifosi di squadre di calcio tra loro avversarie, occuparono lo spazio verde che l’allora premier conservatore islamico Recep Tayyip Erdogan voleva spianare per costruire un grande centro commerciale, l’artista turco fece una cosa molto semplice che colpì tutti. Si mise in piedi, in silenzio, per sei ore di fila, a osservare in alto la grande foto di Mustafa Kemal, detto Ataturk, Padre dei Turchi, il fondatore della Turchia laica e moderna.

Fu un’immagine potentissima. Gunduz, con la camicia un po’ fuori dai pantaloni, il filo del cellulare appeso alla tasca, lo sguardo libero, guardava negli occhi il Padre della patria. Come per richiamarsi al suo pensiero. E l’Uomo in piedi fu subito seguito da una folla che imitò il suo gesto: donne, giovani, anziani, tutti dietro di lui. A migliaia. La Turchia, in ogni piazza, in tutte le città, si riempì di cittadini che, in silenzio, seri, composti, pacifici ma determinati, affollavano le strade rimanendo fermi, ritti, a protestare contro la repressione in atto (10 i morti, centinaia i feriti in tutto il Paese, quando infine i blindati sfondarono il cordone umano al parco di Gezi).

(continua qui)

Lì dove sganciano bombe. Di semi.

Perché abbiamo bisogno di alberi

La deforestazione è una piaga che affligge tutto il mondo e che, oltre a mettere a repentaglio i mezzi di sostentamento delle persone, sta minacciando una vasta gamma di specie arboree e animali e contribuendo ad aggravare i cambiamenti climatici. La Thailandia ha perso negli ultimi decenni quasi metà della propria copertura forestale, il Paese ha dunque deciso di adottare una nuova strategia per ripristinare le foreste.

Foreste dal cielo

Il governo thailandese ha avviato un programma di rimboschimento che prevede di lanciare “bombe di semi”, un po’ come quelle impiegate per la cosiddetta guerrilla gardening, da aerei in volo e da droni. Le “bombe” sono realizzate con argilla, compost e semi.

L’idea è di un contadino giapponese

Il primo a rendere popolare l’dea di bombardare i campi con palline piene di semi è stato Masanobu Fukuoka, botanico giapponese, acceso promotore di un’agricoltura poco invasiva, denominata del non fare. I capisaldi di questo tipo di agricoltura sono la totale assenza di aratura o lavorazione del terreno e la rinuncia a pesticidi o concimi.

I primi lanci di semi

La prima testimonianza conosciuta dei bombardamenti di semi risale al 1930, quando gli aerei sono stati usati per riforestare alcune zone nelle montagne di Honolulu. L’idea di adottare questa tecnica su larga scala è datata invece 1999, anno in cui la Lockheed Martin, azienda attiva nei settori dell’ingegneria aerospaziale e della difesa, riuscì a piantare 900mila alberi in un solo giornolanciando semi da enorme velivolo militare.

(fonte)

Ecco chi sono i “riservati” della ‘ndrangheta

Giù il cappello a Alessia Candito che ha scritto un articolo da tenersi in tasca:

REGGIO CALABRIA Le fonti di conoscenza dei due collaboratori sono diverse, come diversa è la caratura, ma per il giudice entrambi sono assolutamente attendibili e le loro dichiarazioni sono da ritenersi credibili e genuine. I pentiti Nino Lo Giudice e Cosimo Virgiglio, nel corso di interrogatori recentissimi su cui gli approfondimenti sono già in corso, hanno svelato al pm Giuseppe Lombardo i nomi di alcuni degli appartenenti a quella terra di mezzo in cui ‘ndrangheta e massoneria si mischiano per aiutarsi mutuamente.

LE RIVELAZIONI DI CONDELLO Nel suo ultimo interrogatorio, il 21 giugno scorso, Lo Giudice afferma di aver appreso i nomi di alcuni dei componenti della struttura riservata della ‘ndrangheta direttamente da Pasquale Condello, «che mi disse di far parte lui stesso di quel mondo». E il pentito fa i nomi dell’avvocato Antonio Marra, dell’ex sottosegretario Alberto Sarra, di Pasquale Rappoccio, dell’avvocato Giorgio De Stefano, dell’ex antenna dei servizi Giovanni Zumbo, del funzionario regionale Francesco Chirico, cognato di Paolo, Giorgio e Orazio De Stefano e zio del capocrimine Giuseppe, dell’avvocato Paolo Romeo , «di cui – sottolinea Lo Giudice – mi ha parlato anche Cosimo Moschera, che era legato ad Avanguardia Nazionale insieme a Romeo e al marchese Zerbi».

IMPRENDITORI E POLITICI Insieme a questi ci sarebbero anche, secondo quanto il collaboratore ha appreso dal Superboss, nomi noti della ‘ndrangheta reggina come Giuseppe De Stefano e Pasquale Libri, politici come Giuseppe Scopelliti e i suoi fratelli, Fortunato e Francesco, l’imprenditore Mandaglio, «titolare di un negozio di elettrodomestici in via Possidonea», e diversi legali, Bucca, Scalfari e Calabrese, che – spiega il pentito – «il Condello accostava anche ai servizi di sicurezza». «Anche il dott. Crocè e tale Dominque Suraci – puntualizza a fine interrogatorio il pentito – fanno parte del medesimo contesto massonico: sono soggetti anche questi vicini a Pasquale Condello». Il reggente Domenico Condello, chiamato spesso da Lo Giudice “Gingomma”, gli avrebbe invece parlato di Giuseppe Libri, del sottosegretario Sarra e di un non meglio precisato « dott. Cellini», in passato nominato spesso anche da Paolo Schimizzi.

LE PAROLE DI CHILA’ Altri nomi- aggiunge Lo Giudice – glieli ha rivelati Giovanni Chilà, defunto uomo di vertice del suo stesso clan. Nell’elenco, tornano i nomi di Giuseppe De Stefano e Pasquale Libri, come di Paolo Romeo e del suo storico collaboratore, l’avvocato Antonio Marra. In più ci sono quelli dell’imprenditore Giovanni Zumbo, rappresentante della Parmalat, Antonino Latella, Carmelo Iamonte, Domenico Libri, Giovanni Alampi, il defunto notaio Marrapodi, Rocco Aquino e l’avvocato Corrado Politi, accostato al clan Tegano, e i fratelli Frascati.

“LE CONFERME DI FRASCATI E LA CONFESSIONE DI FONTANA” Secondo quanto dichiarato dal collaboratore, sarebbero stati questi ultimi a raccontargli della loro appartenenza a quel mondo, insieme al generale Angiolo Pellegrini, al professore Caratozzolo di Messina e «a tale Sinicropi». «Mi dissero i Frascati – mette a verbale – che con tali soggetti si svolgevano incontri nella villa di Gambarie di Angelo Frascati. Mio padre mi disse anche che il Gen. Pellegrini si era impegnato ad aggiustare la procedura di sequestro degli immobili ai Frascati». Confidenze che gli sono state fatte anche in virtù dei legami di parentela, perché «mio zio Francesco Ficara è parente di Angelo Frascati, in quanto il fratello di questi ha sposato la figlia del Ficara». Il boss Giovanni Fontana gli avrebbe invece rivelato, solo per questione di fiducia, la sua appartenenza alla massoneria. «Ricordo – afferma – che sia lui che Pasquale Condello mi parlarono di tale De Caria, come soggetto a sua volta legato a quel mondo».

AVVOCATI Secondo quanto si legge nelle carte, anche il legale Lorenzo Gatto, per lungo tempo suo difensore, avrebbe confessato al “Nano” la sua appartenenza a quel mondo riservato, dando a Lo Giudice conferma di quanto sostiene di aver appreso da Chilà e Condello, secondo cui il noto avvocato sarebbe un Santista, affiliato da Domenico Libri. Non a caso – ricorda Lo Giudice – «l’Avv. Gatto mi disse che su viale Aldo Moro, vicino ad una palestra, vi era una sala riunioni di questa superloggia massonica. Non sono in grado di indicare, però, il luogo esatto in quanto il Gatto non mi ha fornito indicazioni precise. Ricordo che nei pressi si trova un cinema». Dal legale, Lo Giudice avrebbe appreso dell’appartenenza alla Santa del maresciallo Francesco Spanò, di Logoteta e della sua omonima loggia, di boss come Giuseppe Pelle di San Luca, Giuseppe Libri e Giuseppe De Stefano, dello zio di questi, l’avvocato Giorgio De Stefano, come pure dell’avvocato Aurelio Chizzoniti. «Ricordo che mi fece anche ascoltare una registrazione tra Ugo Marino ed altro soggetto che Gatto diceva essere legati alla massoneria. Anche il reggente di Santa Caterina – ricorda – gli ha parlato di un legale. Si tratta dell’avvocato Tommasini, storico difensore di casa De Stefano, «di cui – dice Lo Giudice – mi aveva parlato anche mio padre». Ma Moschera, aggiunge, aveva parlato anche dei Mammoliti. Dell’avvocato Giglio e del fratello medico, Vincenzo, gliene aveva parlato invece Domenico Gangemi, affiliato ai Lo Giudice, che dei due sapeva anche che «abitano o hanno uno studio in via Melacrinò; gli stessi Giglio – riferisce il Nano – hanno una abitazione anche di fronte alla Regione Calabria.

LA RETE DI LUCIANO Il pentito afferma di aver sempre saputo dell’appartenenza di Paolo Martino, cugino dei De Stefano e loro proconsole in Nord Italia, a tale contesto massonico, al pari di Mario Mesiani Mazzacuva «che aveva parlato con mio padre in mia presenza». In famiglia però, le rivelazioni più importanti gliele avrebbe fatte il fratello, Luciano Lo Giudice. Nomi così importanti da essere coperti da vistosi omissis, cui sopravvive solo un’indicazione. «Tali soggetti si riunivano spesso nel palazzo Upim di Reggio Calabria», meglio noto come palazzo Sarlo. Altre informazioni arriveranno invece a Lo Giudice dall’imprenditore Antonino Spanò. «Mi disse che conosceva appartenenti alla massoneria: mi parlò certamente di Siclari Pietro, che chiamava zio Pietro, che mi disse essere un uomo di …OMISSIS…; questa circostanza mi è stata confermata anche da mio fratello Luciano e dal capitano Spadaro Tracuzzi.

ME LO HA DETTO VIRGIGLIO Molti dei nomi che Lo Giudice ha inserito nel secondo memoriale, inviato durante la sua breve latitanza – chiarisce – gli erano stati riferiti da Cosimo Virgiglio. «Mi ha parlato di Bellocco Umberto, di Pesce Giuseppe e Marcello, dell’imprenditore Mucciola, dei Piromalli, di Morelli, di Quattrone, di Pietro Tripodi – collegato al Chirico ed al Mandaglio –, di Pietro Fuda, dei Cedro, dell’Avv. Politi Corrado, di tale Marrara, di tale Marrari, dei fratelli Labate, del dott. Pulitanò, del notaio Poggio, di Angelo Barillà dirigente della Sisa di Melicucco, nipote di Natale Iamonte. Fra loro c’è anche quello del capitano Spadaro Tracuzzi, condannato anche in appello come uomo al servizio di Luciano Lo Giudice, che – ricorda il Nano – insieme a un uomo dal nome ancora tenuto sotto silenzio «si recavano al porto di Gioia Tauro per collaborare con la CIA, che aveva un ufficio presso quella struttura».

LE RIVELAZIONI DEL MASSONE DEI CLAN E sarà proprio lui a ripeterli, in maniera ordinata e anche molto più circostanziata di Lo Giudice, al pm Lombardo. Insieme a molti altri. Come quello dell’imprenditore Cedro di Gioia Tauro, dei boss Rocco Aquino, Giuseppe Pesce e Pietro Labate, dell’imprenditore Giovanni Zumbo e del «presidente della Camera di Commercio, coso, Dattola, che era nostro fratello».

BARONI DELL’UNIVERSITA’ E DEL CALCIO Del preside, Eugenio Caratozzolo, racconta di averlo incontrato al Rotary, ai tempi in cui era «trampolino di lancio per la massoneria». Un contesto all’epoca frequentato da personaggi del calibro dei professori «Antonio Miceli e Carluccio di Reggio Calabria, il professore di diritto commerciale era all’epoca lui, poi c’era il professore Falzea e il preside, Eugenio Caratozzolo e… e poi veniva… cominciava a venire anche Franco Sensi di Roma, il proprietario della Roma all’epoca». Quella per Virgiglio è stata solo una fase prodromica all’ingresso nel Goi e soprattutto nella sua area più riservata. «nel Goi mi ritrovo Eugenio Caratozzolo, il figlio Marcello e, e, e, lo stesso Franco omissis».

AVVOCATI MESSAGGERI? Fra gli uomini della Santa, Virgiglio indica anche un legale che ha imparato a conoscere bene. Si tratta dell’avvocato Corrado Politi, approdato misteriosamente in carcere proprio quanto Virgiglio stava iniziando a valutare l’ipotesi di una collaborazione. Politi si sarebbe presentato da Virgiglio, affermando «mi ha nominato tua moglie». Una nomina strana, o quantomeno anomala. Non solo per le modalità, ma anche perché il misterioso legale non sarebbe stato infatti uno “specialista” di collaboratori. «Dice: io, vengo, sono amico di questo Pellicano, mi disse». Un nome speso con noncuranza – all’epoca il dottore Pellicano era ancora incensurato, ma già un nome di peso nella loggia reggina – ma che sembra introdurre una conversazione che poco sembra avere a che fare con un mandato difensivo.

COLLABORI? RISOLVIAMO IN MODO DIVERSO «Dice: no, io vorrei capire, dice, cosa sta facendo lei, che non fa … e ho detto: e che faccio, dico, sono qua a collaborare, lei l’ha letta la mia ordinanza? – dice Virgiglio, ricordando quel botta e risposta fra lui e il legale –. Sì, l’ho scaricata tutta sul pennino… ah, e mi fa piacere, e che cosa ne dice?.. Mah, la possiamo affrontare in modo diverso». Quale fosse, l’avvocato fa presto a spiegarlo. «Mi raccomando però – rammenta di essersi sentito dire Virgiglio – sua moglie ha paura, dice, non faccia i nomi di certe persone, non faccia i nomi di questo, di quell’altro, mi raccomando, salvi i “nini”».

«SALVA I “NINI”» Un soprannome per il quale il pentito non ha bisogno di spiegazione e che anche al pm sembra cristallino: sono «i giovanotti» della cosca Molè, divenuti nel tempo plenipotenziari reggenti del clan. E sebbene – allo stato – i loro nomi nei verbali siano coperti dagli omissis, nelle ordinanze che negli anni successivi hanno interessato il clan Molè, l’espressione si ripete spesso. E altrettanto spesso indica Antonio Molè “U Iancu”, figlio di Domenico, e il cugino Antonio Molè “U Niru”, figlio di Gioacchino. Quando Virgiglio viene arrestato e inizia a collaborare i due hanno circa vent’anni, ma già mostrano di avere tutte le caratteristiche per rivendicare il ruolo dirigente che era stato dei rispettivi padri. Per questo, probabilmente, andavano salvati. E non da soli.

ISTRUZIONI Questo – dice Virgiglio al pm Lombardo – era palese nelle parole del legale, sebbene da lui non fossero arrivate altre esplicite istruzioni. «Non mi disse i nomi che non … attenzione ai nomi che…fa proprio così», spiega il collaboratore che in quell’occasione dal misterioso avvocato avrebbe ricevuto una missiva. «Dice: questa qui è la lettera di separazione che sua moglie le fa, me l’ha mandata, dice … e in quel momento, dottore, ho dovuto giocare un po’ d’astuzia».

PROFESSIONISTI E POLITICI Virgiglio fa poi i nomi di Franco Labate, «per tanti anni medico al San Pietro di… al carcere, carissimo amico Ciccio Ceraudo, che era il famoso e importantissimo medico di Pisa, dove a tutti i costi dovevano mandare Molè per poi da lì farlo arrivare a Palmi e poi essere a casa»e dell’imprenditore Carlo Montesano, che presiedeva la loggia coperta di Reggio. Ma nel suo elenco ci sono anche i nomi di molti politici, come quello dell’ex governatore della Calabria, Giuseppe Chiaravalloti, associato dal pentito alla presunta loggia riservata gestita dagli avvocati Torchia, «la piccola loggettina di potere». Insieme a lui, compaiono anche Luigi Fedele e Pietro Fuda, protagonisti di un ribaltone politico, cucinato in ambito massonico. Tutti soggetti su cui – adesso – la Dda ha intenzione di approfondire. Anche perché – sottolinea il gip – «le recentissime dichiarazioni dei due collaboratori, pur non del tutto sovrapponibili, evidenziano, affermazioni convergenti sull’esistenza di questo sistema masso-mafioso che si sta procedendo ad esaminare».

Ma perché il nostro ambasciatore è ancora in Turchia?

Ma cosa altro deve succedere perché l’Italia abbia un sussulto in politica esterache non sia la firma paciosa di Renzi che brancola in qualche lingua semicomprensibile? Abbiamo avuto un timido vagito nel caso di Giulio Regeni (effimero, uno starnuto) e poi per il resto l’Italia è una Paese che ha limitato la politica estera all’imbarazzante elemosina di uno sguardo fugace dall’Europa.

Mentre la Turchia annega nella melma di Erdogan e del colpo di Stato più utile del West qui ormai sembra che la difesa dei diritti sia stata definitivamente appaltata a associazioni, Ong e qualche lurido buonista. Il governo? Il governo no, il governo, questo governo, ha scambiato la politica per l’annuncio, la dichiarazione per l’unica azione possibile per non disturbare gli equilibri esistenti: probabilmente dalle parti del Consiglio dei Ministri considerano il nostro ambasciatore ad Ankara il menù fisso per fingere cortesia.

(il mio buongiorno per Left continua qui)